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Companion robot e intelligenza artificiale per la terza età – Psicologia Digitale

I companion robot basati sull'intelligenza artificiale possono aiutare gli anziani stimolando memoria, attività cognitive e socialità

Di Chiara Cilardo

Pubblicato il 20 Mar. 2026

Companion robot per anziani: la storia di Jan e ElliQ

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 87) Companion robot e intelligenza artificiale per la terza età

Nella primavera del 2023, sulla costa remota della penisola di Long Beach, nello Stato di Washington, i vigili del fuoco entrarono in casa della signora Jan Worrell non per un’emergenza, ma per consegnarle una scatola. A 85 anni, Jan abitava una solitudine profonda, in una zona dove il silenzio era la norma e i vicini solo di passaggio. La scatola conteneva un oggetto simile a una lampada da lettura e all’inizio per la signora Worrell non era altro che un moderno elettrodomestico. In realtà, si trattava di ElliQ, un companion robot basato sull’intelligenza artificiale e progettato per supportare  l’autonomia degli anziani nel proprio ambiente (ageing-in-place). A differenza dei comuni assistenti vocali, ElliQ non attende comandi, opera in modo proattivo, prende l’iniziativa per suggerire attività cognitive, ricordare l’assunzione di farmaci o proporre esercizi fisici (Saslow, 2026).
Il dispositivo, composto da un’unità mobile e da un tablet integrato, agisce come un “socio-assistente” che apprende le abitudini dell’utente (Masala & Giorgi, 2025). Dopo un anno, per Jan il robot è diventato una piacevole compagnia con cui scambiare fino a otto conversazioni al giorno tra quiz di memoria e sessioni di stretching. La signora lo utilizza ormai come un diario vivente, affidandogli i ricordi di una vita intera da lasciare in eredità ai figli. Questo legame ha prodotto effetti misurabili: la riduzione dello stress ha portato a un miglioramento della memoria a breve termine e a parametri cardiaci più regolari (Saslow, 2026). Si tratta di un’applicazione emblematica di quanto la gerontotecnologia sia oggi capace di offrire risposte dinamiche alle esigenze psicologiche e fisiche dell’individuo.

Cosa guida l’anziano nell’accettazione tecnologica?

L’integrazione di un companion robot in ambito domestico non è un processo automatico. Nell’ottica della Silver Care, cioè dell’ecosistema di soluzioni tecnologiche e assistenziali dedicate agli anziani, l’adozione di un dispositivo non dipende tanto dall’età anagrafica, quanto dalla capacità dello strumento di superare le barriere descritte dai modelli TAM (Technology Acceptance Model) e UTAUT (Unified Theory of Acceptance and Use of Technology). Secondo questi paradigmi, l’anziano accoglie la tecnologia solo se ne percepisce un’utilità immediata e una semplicità d’uso tale da non generare frustrazione. Ma anche la facilità d’uso da sola non basta se non è accompagnata dal superamento dell’ansia tecnologica. Qui entrano in gioco fattori personali come l’apertura al nuovo e l’autoefficacia digitale, ovvero la convinzione di essere ancora in grado di imparare: sentimenti che raramente nascono in isolamento ma che possono essere alimentati dal supporto di medici e familiari, i quali agiscono come veri e propri catalizzatori sociali della fiducia (Liu et al., 2025; Luan & Li, 2026). Proprio la fiducia, però, resta l’elemento più precario del sistema.
Mentre l’utente accetta di delegare all’intelligenza artificiale compiti legati alla routine e allo svago (dove un eventuale errore del robot non ha conseguenze gravi), la sua fiducia crolla quando si tratta di funzioni critiche come la gestione dei farmaci, dove l’accuratezza del dispositivo è una questione di sicurezza vitale (Masala & Giorgi, 2025). In questi ambiti, la coerenza operativa del robot è l’unica garanzia: un singolo errore tecnico può distruggere un legame di affidabilità che nessuna simulazione di empatia superficiale sarebbe in grado di ricostruire.

Robotica sociale e modelli di empatia adattiva

La robotica assistita comprende tutte quelle tecnologie progettate per supportare l’autonomia e il benessere di chi presenta limitazioni fisiche o cognitive e si sviluppa lungo due rami principali. Da un lato operano i robot di servizio, macchine progettate per l’esecuzione di compiti pratici e oggettivi, come la dispensazione automatizzata dei farmaci o il supporto alla mobilità (Wang & Leigh, 2025). Dall’altro si posizionano i robot sociali, di cui ElliQ è l’esponente più avanzato, il cui valore non risiede nel “fare” qualcosa, quanto nella capacità di “essere” presenza attiva, capace di ascolto e interazione (Masala & Giorgi, 2025).
Il successo in casi come quello di Jan non nasce dalla perfezione tecnica della macchina, ma dal piacere che si prova nell’usarla. Quando lo scambio diventa gratificante, la persona smette di preoccuparsi della privacy o dei limiti del software: il beneficio emotivo vince sulla diffidenza. È il salto di qualità dell’empatia “acculturata” (Enculturated Empathy). Un robot sociale basato sull’intelligenza artificiale non solo riesce a simulare emozioni standardizzate ma sa anche calibrare il proprio comportamento sul sistema di valori e sul vocabolario affettivo del soggetto (Pedersen & Slane, 2025). È questa capacità di “negoziare” il dialogo e validare gli stati d’animo dell’interlocutore a trasformare un dispositivo in un “compagno” capace di “ascoltare” i ricordi di una vita.

Companion robot come palestra relazionale

L’impiego di companion robot si traduce in una riduzione misurabile di stress, ansia e depressione. Questi sistemi rafforzano l’autostima del soggetto e limitano il senso di isolamento e di marginalizzazione sociale (Luan & Li, 2026). Tuttavia, lo sviluppo di queste tecnologie deve confrontarsi con la complessità della risposta emotiva dell’utente. Anche se possono essere percepiti come presenti e amichevoli, l’utente può confondere l’efficacia della simulazione con un’empatia profonda e instaurare un ‘legame asimmetrico’. In questa dinamica, l’anziano investe un affetto reale verso un sistema che, per sua natura, opera sulla base di un codice di calcolo.
Questa asimmetria invita a riflettere sul rischio che il robot venga recepito come un sostituto relazionale, specialmente per chi vive in contesti di vulnerabilità (Pedersen & Slane, 2025). 

L’obiettivo comunque non è mai rimpiazzare il contatto umano; piuttosto, lo scopo è preservare nell’anziano l’attitudine alla socialità: il robot agisce come una palestra cognitiva ed emotiva che mantiene ‘allenati’ alla relazione, supportando indirettamente anche il compito dei familiari e caregiver (Wang & Leigh, 2025).
Nonostante restino ostacoli concreti come l’autonomia delle batterie o la difficoltà degli algoritmi nel decifrare dialetti e discorsi frammentati (Masala & Giorgi, 2025), il successo di questi sistemi dimostra un aspetto fondamentale: la personalizzazione e l’adattamento al profilo psicologico individuale sono quello che fa davvero la differenza (Liu et al., 2025). Queste tecnologie danno la possibilità a persone anziane e fragili di restare nella propria casa sentendosi ancora “viste” e ascoltate.
Sebbene il dibattito sulla simulazione affettiva resti aperto, le evidenze confermano che quando l’algoritmo intercetta il bisogno primario di connessione, il beneficio psicofisico è tangibile. La tecnologia, in questo senso, diventa uno strumento molto utile per preservare l’autonomia e l’identità dell’individuo nell’ultima fase della vita.

Riferimenti Bibliografici
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