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Il trauma come esperienza sociale e incarnata: minority stress, societal mattering e approccio sensomotorio

Il trauma e il minority stress possono influenzare il corpo e il sistema nervoso, con importanti implicazioni per la psicoterapia e la regolazione emotiva

Di Cristian Di Gesto, Enrico Cappelletto

Pubblicato il 01 Ott. 2026

Trauma e minaccia sociale

Immaginiamo il trauma come un evento che provoca una frattura emotiva che, bloccando l’elaborazione psicologica dell’esperienza, lascia strascichi profondi su mente e corpo. Eppure, la ricerca degli ultimi anni mostra che il sistema nervoso può entrare in uno stato di allerta cronica anche in assenza di uno o più eventi traumatici (Herman, 1992; Ogden et al., 2006).

Per molte persone appartenenti a gruppi socialmente stigmatizzati, la sofferenza nasce spesso dall’esposizione ripetuta a esperienze di esclusione, discriminazione e svalutazione. Non si tratta necessariamente di episodi estremi, ma di una sequenza continua di micro-aggressioni, stereotipi, pregiudizi, e messaggi sociali che comunicano, più o meno esplicitamente, di non appartenere pienamente alla comunità.

In questi casi il trauma non coincide con un evento singolo o ripetuto, quanto con ciò che continua ad accadere quotidianamente. Il sistema nervoso impara progressivamente che l’ambiente in cui viviamo rappresenta un luogo imprevedibile e potenzialmente pericoloso, adattandosi a vivere in uno stato di costante ipervigilanza. 

Il peso invisibile del minority stress

Questo processo è descritto dal Minority Stress Model proposto da Meyer (2003). Secondo questo modello, le persone appartenenti a gruppi minoritari sperimentano, oltre agli stressors comuni della vita quotidiana, un ulteriore carico psicologico determinato dalla loro posizione sociale.

Il minority stress comprende diversi livelli di esperienza. Vi sono gli eventi esterni di discriminazione, ma anche processi più sottili e interni: l’aspettativa di essere rifiutati, il monitoraggio costante dell’ambiente sociale per valutare possibili segnali di minaccia, la necessità di nascondere aspetti della propria identità per evitare conseguenze negative e l’interiorizzazione dello stigma sociale.

Il fronteggiamento quotidiano con queste esperienze di discriminazione richiede una grande quantità di risorse cognitive ed emotive. Il cervello rimane costantemente impegnato nel valutare il contesto, anticipare possibili pericoli e preparare strategie di adattamento. Nel tempo questa condizione può contribuire ad aumentare il rischio di ansia, depressione, sintomi post-traumatici e numerose difficoltà nella regolazione delle emozioni.

In altre parole, il trauma può derivare non soltanto da ciò che è stato vissuto, ma anche dalla necessità di continuare ogni giorno a adattarsi a un ambiente percepito come non pienamente sicuro. 

Uno studio dell’Università del Michigan (Birditt et al., 2023) dimostra che l’esposizione quotidiana e prolungata allo stress può causare un deterioramento delle risposte allo stress nelle persone afroamericane, attenuandone la risposta biologica. Le disuguaglianze strutturali e il razzismo sistemico negli Stati Uniti hanno prodotto effetti duraturi sulle comunità etniche emarginate. Gli afroamericani, in particolare, registrano tassi più alti di ipertensione e mortalità per malattie cardiovascolari rispetto alla popolazione bianca, in parte per una maggiore esposizione allo stress lungo l’arco della vita, in altra parte per ragioni legate alla dieta.

Lo studio indica che livelli più elevati di stress accumulato nel corso della vita possono influenzare sia le esperienze quotidiane di stress sia la reattività cardiovascolare, meccanismi che potrebbero contribuire a spiegare queste disuguaglianze in ambito sanitario. I risultati hanno mostrato come le esperienze continuative di minority stress a cui le comunità afroamericane sono costantemente esposte diventano una risposta disfunzionale allo stress nel loro organismo. Essere esposti a stressors ripetuti nel corso della vita può portare gli individui ad avere una reazione minore allo stress quando dovrebbero, perché si tratta di una risposta di attacco o fuga. È importante reagire, almeno in parte, allo stress a livello fisiologico. 

Quando il cervello continua ad aspettarsi il pericolo

Le neuroscienze contemporanee stanno modificando profondamente il modo in cui comprendiamo il trauma (Porges, 2011; Kotler et al., 2026).

Per lungo tempo si è parlato del trauma come di qualcosa “immagazzinato nel corpo”. I recenti progressi nel campo delle neuroscienze rivelano che questa immagine, per quanto suggestiva, è biologicamente inesatta. Il corpo in sé non immagazzina il trauma: è il cervello a riviverlo attraverso inferenze disadattive. Ciò che permane quindi non è un ricordo “depositato” in un tessuto diverso dal sistema nervoso (ad esempio, un muscolo), bensì la perdita di flessibilità del cervello di passare da uno stato emotivo all’altro. 

Le evidenze suggeriscono che il cervello costruisce continuamente delle previsioni sul mondo, cercando di anticipare ciò che accadrà sulla base delle esperienze passate. Dopo un trauma, il cervello attribuisce un peso eccessivo alle aspettative di pericolo. Questo porta a ipervigilanza, flashback, evitamento, interpretazione costante di segnali corporei come prove di un pericolo reale.

Secondo i modelli di predictive coding, il cervello interpreta continuamente le informazioni sensoriali alla luce delle esperienze precedenti, aggiornando le proprie aspettative quando l’ambiente lo richiede (Kotler et al., 2026). Quando un individuo vive esperienze ripetute di minaccia o discriminazione, queste previsioni possono diventare progressivamente rigide. Il sistema nervoso finisce così per aspettarsi il pericolo anche quando questo non è realmente presente. L’ipervigilanza, l’evitamento esperienziale, la difficoltà a fidarsi degli altri e molte reazioni corporee non rappresentano semplicemente il ricordo del passato, ma il risultato di un cervello che continua a interpretare il presente attraverso modelli predittivi costruiti durante esperienze di stress cronico.

Il corpo partecipa pienamente a questo processo. L’aumento della tensione muscolare, le modificazioni respiratorie, le alterazioni posturali e la difficoltà a percepire sicurezza non sono fenomeni casuali, ma espressioni di un sistema nervoso che tenta continuamente di proteggere l’organismo da un pericolo anticipato.

Da questa prospettiva, il trauma non consiste tanto in una traccia immobile conservata nel corpo, quanto in un processo dinamico attraverso il quale cervello e organismo continuano a generare risposte difensive apprese. Le moderne teorie dell’interocezione suggeriscono che il cervello non si limita a registrare passivamente i segnali provenienti dal corpo, ma li interpreta continuamente alla luce delle esperienze precedenti e delle proprie aspettative. Secondo questa prospettiva, la percezione degli stati corporei nasce dall’integrazione tra le informazioni interocettive e i modelli predittivi costruiti nel tempo: il cervello genera ipotesi su ciò che sta accadendo nell’organismo e le confronta con i segnali effettivamente ricevuti, aggiornandole quando necessario. In questo senso, anche le risposte emotive e fisiologiche non rappresentano semplicemente una reazione automatica agli stimoli corporei, ma il risultato di un processo circolare di previsione e interpretazione, profondamente influenzato dalla storia individuale e dalle esperienze di vita (Barrett, 2017). 

Sentirsi importanti per la società

Accanto al minority stress, la ricerca recente ha iniziato a dedicare crescente attenzione a un costrutto ancora poco indagato: il societal mattering.

Con questo termine si indica la percezione di essere importanti per la società, riconosciuti come membri legittimi della comunità e degni di considerazione (Prilleltensky, 2020). È un concetto diverso dall’autostima. Una persona può una generale valutazione positiva di sé ma sentirsi, allo stesso tempo, invisibile agli occhi della società nella quale vive.

Questa percezione assume particolare rilevanza per le persone esposte a discriminazione. Quando il contesto sociale comunica costantemente che la propria identità vale meno, il sistema nervoso viene privato di uno dei bisogni psicologici fondamentali: sentirsi appartenenti ad una comunità. Al contrario, percepirsi riconosciuti e importanti può rappresentare un potente fattore protettivo, attenuando, almeno in parte, gli effetti dello stigma percepito sul benessere psicologico.

Uno studio qualitativo di Carey e colleghi (2021) ha intervistato adolescenti afroamericani per comprendere come percepissero il proprio “mattering”, cioè il sentirsi importanti e riconosciuti all’interno della scuola. I ragazzi raccontavano che gli insegnanti tendevano a notarli soprattutto quando avevano problemi disciplinari o eccellevano nello sport, mentre i loro successi accademici o i loro bisogni emotivi ricevevano molta meno attenzione. Questo li portava a sentirsi invisibili come persone, con conseguenze negative sul loro livello di benessere e senso di appartenenza al contesto scolastico. 

Risultati simili sono stati ottenuti anche nel contesto italiano: uno studio di Di Gesto e colleghi (2025) ha trovato che, in un gruppo di donne musulmane residenti in Italia, maggiori livelli di societal mattering si associavano a minori livelli di islamofobia percepita e a un più elevato benessere sociale.

Perché tutto questo riguarda anche il corpo?

La sofferenza psicologica non rimane confinata ai pensieri.

Le esperienze traumatiche modificano progressivamente il modo in cui il sistema nervoso regola attivazione fisiologica, movimento, respirazione, tono muscolare e percezione interna della sicurezza. Per questo motivo numerose persone con una storia di trauma riferiscono sintomi corporei persistenti, difficoltà a riconoscere le proprie sensazioni interne oppure stati alternati di iperattivazione e spegnimento emotivo.

Queste risposte non rappresentano semplicemente dei sintomi, ma strategie adattive sviluppate dal sistema nervoso per aumentare le probabilità di sopravvivenza (Ogden & Fisher, 2015).

Il corpo, quindi, non racconta soltanto la storia di un evento traumatico, ma anche quella delle relazioni, dei contesti e delle esperienze sociali che hanno progressivamente modellato il funzionamento dell’organismo nel corso del tempo.

Il minority stress e il societal mattering rappresentano dimensioni fondamentali da considerare nella pratica clinica perché influenzano non solo il benessere psicologico, ma anche la regolazione fisiologica dell’organismo. L’esposizione ripetuta a esperienza di stigma, discriminazione ed esclusione sociale può mantenere il sistema nervoso in uno stato di vigilanza cronica, favorendo risposte corporee di difesa quali ipervigilanza, tensione muscolare, alterazioni del respiro e difficoltà nella regolazione emotiva. Parallelamente, la percezione di non essere riconosciuti, valorizzati o di non avere un posto legittimo nella società può compromettere il senso di sicurezza relazionale, una condizione essenziale per la regolazione del sistema nervoso. Per questo motivo, un approccio terapeutico informato dal trauma non può limitarsi all’elaborazione delle esperienze individuali, ma richiede di tenere conto anche del ruolo del contesto sociale e culturale nel modellare le risposte corporee, riconoscendo che molte reazioni di difesa rappresentano adattamenti a condizioni di esclusione e minaccia persistenti, piuttosto che espressioni di una vulnerabilità individuale.

La prospettiva socioculturale nella terapia sensomotoria

La psicoterapia sensomotoria è un approccio psicoterapeutico orientato al corpo che integra le neuroscienze, la teoria dell’attaccamento e lo studio del trauma (Ogden & Fisher, 2015). Sviluppata da Pat Ogden, si basa sul presupposto che il trauma e le esperienze di distress vengano immagazzinati non solo nella memoria esplicita, ma anche nel corpo, e mira a elaborarli attraverso un processo bottom-up, partendo dalle sensazioni somatiche. Tradizionalmente, questo approccio si concentra sull’osservazione delle tendenze posturali, dei pattern di movimento, delle tensioni muscolari e delle reazioni fisiologiche attraverso cui le esperienze traumatiche continuano a manifestarsi nel presente, favorendo una maggiore integrazione tra esperienza corporea, regolazione emotiva e consapevolezza interocettiva.

Negli ultimi anni, tuttavia, all’interno della cornice della sensomotoria, si è sviluppata una prospettiva sempre più sensibile alle dimensioni socioculturali del trauma. Questa evoluzione riflette una crescente attenzione verso il ruolo del razzismo, dello stigma, delle discriminazioni e dei bias culturali nel modellare le risposte corporee e la regolazione del sistema nervoso (Meyer, 2003; Prilleltensky, 2020). Il corpo non esiste mai separato dalla storia personale e dal contesto sociale. Ogni postura, ogni reazione di allarme e ogni strategia di protezione si sviluppano all’interno di relazioni, sistemi culturali e condizioni sociali specifiche.

Ciò significa che il terapeuta non osserva soltanto il modo in cui il paziente organizza il proprio corpo, ma si interroga anche sulle esperienze che hanno contribuito a costruire tali risposte. Per una persona appartenente a una minoranza, ad esempio, uno stato persistente di ipervigilanza potrebbe non derivare esclusivamente da un trauma individuale, ma da anni di esposizione a razzismo, omofobia, sessismo, abilismo o altre forme di discriminazione.

In questa prospettiva il lavoro clinico non consiste soltanto nel favorire una migliore regolazione del sistema nervoso. Significa anche riconoscere il peso che il contesto sociale ha avuto nella costruzione di quella sofferenza. Le reazioni corporee assumono così un significato diverso: non sono semplicemente sintomi individuali, ma risposte adattive sviluppate all’interno di specifiche condizioni relazionali e culturali.

La regolazione fisiologica e il riconoscimento delle esperienze di discriminazione diventano quindi processi complementari: l’una senza l’altro rischia di offrire una comprensione incompleta dell’esperienza traumatica.

In una prospettiva sensomotoria, il lavoro terapeutico non si concentra su un lavoro di ristrutturazione cognitiva dei pensieri legati alla discriminazione, ma sull’esplorare come l’esperienza di minority stress sia iscritta nel corpo. Ad esempio, una persona transgender che riferisce un’intensa attivazione ogni volta che entra in un luogo pubblico potrebbe essere invitata a osservare, in un contesto di sicurezza come la stanza di terapia, le sensazioni corporee che emergono (come tensione al petto, irrigidimento delle spalle o trattenimento del respiro), riconoscendole come risposte adattive sviluppate in seguito a ripetute esperienze di stigma e rifiuto. Attraverso interventi bottom-up, quali la regolazione del respiro, l’orientamento all’ambiente, il movimento consapevole e il graduale recupero di posture di sicurezza e agency, il terapeuta aiuta la persona a sperimentare nuove esperienze corporee che ampliano la finestra di tolleranza. In questo modo, il trattamento non mira a eliminare la consapevolezza del rischio reale di discriminazione, ma a ridurre l’attivazione automatica del sistema di difesa quando il pericolo non è presente, favorendo un senso di sicurezza interna senza perdere di vista il contesto culturale e sociale in cui l’esperienza traumatica si è sviluppata.

Dal corpo alla società

Per molti anni il trauma è stato interpretato prevalentemente come un fenomeno individuale. Oggi sappiamo che questa prospettiva, pur importante, non è sufficiente. In una prospettiva “bottom-up”, come quella che propone la terapia sensomotoria, il trauma non è considerato esclusivamente un fenomeno intrapsichico, ma il risultato dell’interazione dinamica tra esperienza individuale, corpo e contesto sociale. E in quanto tale esplorato e visto nella complessità delle sue variabili “incarnate” nel corpo.

Il sistema nervoso si sviluppa all’interno delle relazioni, delle istituzioni e della cultura. Di conseguenza, anche la guarigione non riguarda esclusivamente il cervello o il corpo, ma spesso coinvolge il bisogno profondamente umano di sentirsi accolti, riconosciuti e importanti per gli altri (Herman, 1992; Prilleltensky, 2020). 

Se il minority stress contribuisce a modellare il funzionamento del sistema nervoso, anche la riduzione dello stigma, la costruzione di comunità inclusive e il rafforzamento del senso di appartenenza rappresentano, a tutti gli effetti, fattori di promozione della salute mentale.

In fondo, uno degli obiettivi più profondi della psicoterapia potrebbe non essere soltanto aiutare le persone a sentirsi più sicure nel proprio corpo, ma accompagnarle verso la possibilità di abitare una società nella quale possano finalmente percepire di avere un posto. Così come James Hillman ha sostenuto, in forme diverse nel corso della sua opera, che la psicologia e la psicoterapia non dovrebbero limitarsi a curare l’individuo, ma interrogare e contribuire a trasformare la società.

Riferimenti Bibliografici
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