Abuso sui minori: un fenomeno diffuso e le sfide della tutela giudiziaria
L’abuso sui minori rappresenta ancora oggi una delle violazioni più gravi e pervasive dei diritti dell’infanzia. È un fenomeno che lascia segni profondi non soltanto sul corpo e sulla psiche del bambino, ma anche sul suo percorso evolutivo, sulle sue relazioni e sulla fiducia riposta negli adulti. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che ogni anno circa un miliardo di bambini nel mondo sperimenta una qualche forma di violenza o maltrattamento (World Health Organization, 2023). In Italia, secondo la Relazione annuale dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il numero di minori coinvolti in procedimenti giudiziari per abusi è in costante aumento (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, 2022).
Le conseguenze non sono soltanto immediate, ma si riflettono nel tempo attraverso alterazioni neurobiologiche, disturbi dell’attaccamento, difficoltà emotive e compromissioni della memoria (Teicher & Samson, 2016; McCrory, Gerin & Viding, 2021). Per questo motivo, quando un minore vittima di abuso entra in un procedimento giudiziario come testimone, porta con sé una vulnerabilità che richiede competenze specifiche e un approccio altamente protettivo.
La sfida, per chi opera nell’ambito della psicologia forense, è quella di bilanciare due esigenze fondamentali: garantire la tutela emotiva del bambino e assicurare, allo stesso tempo, un ascolto metodologicamente fondato e rispettoso dei principi scientifici (Giannini & Gulotta, 2021).
Il trauma dell’abuso e le sue conseguenze sullo sviluppo
L’esperienza dell’abuso non è mai un evento isolato. È un trauma relazionale che si radica nel corpo e nella mente del bambino, modificandone il senso di sicurezza e interferendo con i meccanismi di regolazione emotiva (Van der Kolk, 2014). Le neuroscienze hanno mostrato come l’esposizione precoce a violenze o situazioni di stress estremo possa alterare l’attività delle aree cerebrali coinvolte nella memoria, nella gestione delle emozioni e nella capacità di integrare le esperienze (Teicher & Samson, 2016; McCrory et al., 2021).
Le ricerche indicano che nei bambini abusati l’amigdala tende ad essere iperattiva, l’ippocampo può mostrare una riduzione volumetrica e la corteccia prefrontale fatica a esercitare il controllo necessario per modulare gli impulsi e organizzare in modo coerente i ricordi (McCrory, Gerin & Viding, 2021). Non si tratta di semplici correlazioni: sono cambiamenti documentati che spiegano perché il racconto del minore possa apparire frammentato, confuso o emotivamente carico.
L’iperattivazione, la dissociazione, i flashback, i silenzi, le interruzioni improvvise o la difficoltà di ricordare dettagli sono espressioni tipiche dell’impatto traumatico, non segnali di inattendibilità (Van der Kolk, 2014). Per questo motivo, in ambito forense, ogni valutazione deve tener conto del funzionamento psicologico del bambino, evitando interpretazioni basate su aspettative adulte o su criteri di coerenza narrativa non compatibili con la memoria traumatica.
Memoria e trauma: perché il racconto del bambino può essere complesso
La memoria traumatica non funziona come un archivio lineare. Eventi estremamente stressanti tendono a essere ricordati in modo frammentario, con dettagli vividi mescolati a vuoti e zone d’ombra (Van der Kolk, 2014; Scoboria & Gawrylowicz, 2022). L’esperienza traumatica può essere riattivata da stimoli sensoriali o emotivi apparentemente irrilevanti, mentre elementi centrali dell’evento possono risultare difficili da verbalizzare.
La ricerca contemporanea conferma che non sempre un racconto coerente è indice di veridicità, così come la presenza di incoerenze non costituisce prova di falsificazione o suggestione (Otgaar et al., 2020). Nei bambini, più che negli adulti, la memoria autobiografica è influenzabile: dipende dall’età, dal linguaggio disponibile, dalla qualità delle relazioni e soprattutto dal contesto dell’intervista (Ceci & Bruck, 2018).
Un ascolto non adeguato — domande chiuse, ripetute, suggestive, pressioni implicite o esplicite — può introdurre distorsioni (Ceci & Bruck, 2018; Otgaar et al., 2020). Ma un setting protetto, basato su domande aperte e non direttive, riduce significativamente questo rischio. È proprio in questo equilibrio che si colloca il lavoro dello psicologo forense: comprendere la natura della memoria del bambino e valutare con rigore ciò che emerge dal suo racconto, senza forzarlo e senza sovrinterpretarlo (Giannini & Gulotta, 2021).
La vulnerabilità del minore nel contesto giudiziario
Quando un bambino viene coinvolto in un procedimento penale come testimone, porta con sé non solo le conseguenze del trauma subito, ma anche la fragilità derivante dalla sua posizione nel sistema giudiziario (Finkelhor, 2020). La cosiddetta vittimizzazione secondaria può verificarsi ogni volta che il minore viene esposto a interrogatori non adeguati, tempi processuali troppo lunghi, ambienti ostili o adulti non formati all’ascolto (Brighi, 2023).
La normativa italiana, con l’introduzione dell’audizione protetta e delle linee guida per l’ascolto del minore, ha compiuto passi fondamentali per ridurre questi rischi (Consiglio d’Europa, 2010). Tuttavia, la corretta applicazione delle procedure richiede formazione specifica, un linguaggio adeguato, sensibilità relazionale e la capacità di adattare la comunicazione all’età del bambino.
I bambini non sono piccoli adulti. Sono soggetti in crescita, che vivono l’interazione con l’adulto in modo fortemente relazionale. Il modo in cui l’intervistatore si pone — tono di voce, postura, ritmo, livello di accoglienza — incide profondamente sulla qualità dell’intervista e sulla possibilità che il bambino si senta sufficientemente sicuro da raccontare ciò che ha vissuto (Ceci & Bruck, 2018).
Il ruolo dello psicologo forense
Lo psicologo forense occupa una posizione centrale nel processo di ascolto. La sua funzione non è solo tecnica, ma anche etica (CNOP, 2018). Deve tutelare il minore da ogni forma di pressione, intendendo la valutazione non come una prova da superare, ma come un’occasione per accogliere e comprendere il suo vissuto.
Il professionista deve:
- creare un contesto accogliente;
- utilizzare modalità comunicative rispettose del livello di sviluppo;
- evitare qualsiasi forma di suggestione;
- distinguere accuratamente ciò che il bambino dice da ciò che interpreta;
- collaborare con magistrati e operatori sociali;
- restituire valutazioni chiare e trasparenti, prive di ambiguità (Giannini & Gulotta, 2021).
Se ben condotta, l’audizione può diventare non solo uno strumento di accertamento dei fatti, ma anche un’esperienza che restituisce al bambino una forma di controllo e dignità dopo l’abuso subito (Van der Kolk, 2014).
Verso un approccio realmente multidisciplinare
L’abuso infantile è un fenomeno complesso, che nessun professionista può affrontare da solo. Richiede la collaborazione di psicologi, medici, assistenti sociali, insegnanti, forze dell’ordine, magistrati (Consiglio d’Europa, 2010; WHO, 2023). Le linee guida internazionali insistono sulla necessità di un approccio integrato, capace di unire la competenza scientifica alla sensibilità relazionale.
Un sistema veramente ―a misura di bambino non si limita a proteggere il minore nel momento dell’ascolto, ma costruisce attorno a lui una rete stabile: presa in carico, sostegno psicologico, continuità educativa, tempi processuali adeguati, comunicazione chiara e rispettosa.
Il bambino non è soltanto un portatore di informazioni utili all’accertamento giudiziario: è una persona in divenire, la cui integrità psicologica deve rimanere la priorità assoluta. Ascoltare un bambino vittima di abuso significa compiere un’operazione estremamente delicata: da un lato occorre tutelare la sua salute emotiva, dall’altro occorre garantire che la sua voce possa contribuire alla ricerca della verità (Finkelhor, 2020; Brighi, 2023). La memoria traumatica, la vulnerabilità emotiva e la suscettibilità suggestiva impongono grande cautela, ma non impediscono che il minore possa fornire testimonianze accurate e significative, se ascoltato nel modo corretto (Scoboria & Gawrylowicz, 2022).
La psicologia forense ha il compito di dare forma a questo equilibrio, costruendo un ponte tra scienza, giustizia e tutela dell’infanzia. Formazione, multidisciplinarità, consapevolezza dei meccanismi del trauma e sensibilità professionale sono le basi per un sistema capace di proteggere davvero i bambini e di rispettare, nello stesso tempo, le esigenze della giustizia.
Come sottolinea Van der Kolk, «la cura del trauma non riguarda soltanto il passato, ma la costruzione di un futuro sicuro» (Van der Kolk, 2014; 2023). Garantire un ascolto rispettoso e competente significa proprio questo: offrire al bambino un terreno più solido su cui ricostruire la fiducia.
La sfida per il futuro sarà quella di consolidare una cultura giudiziaria e psicologica realmente child-centered, in cui il sapere scientifico e la sensibilità umana convergano per rendere la giustizia non solo equa, ma anche profondamente rispettosa della vita interiore del bambino.