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Se solo il mio cuore fosse pietra (2022) di Titti Marrone – Recensione

"Se solo il mio cuore fosse pietra" descrive una delle più importanti esperienze di assistenza fornita ai bambini ebrei nel dopoguerra

Di Alberto Vito

Pubblicato il 20 Set. 2023

Il lavoro di Anna Freud con i piccoli sopravvissuti

Credo che non molti sappiano nel mondo psicologico (io, ad esempio, lo ignoravo del tutto) che Anna Freud sia stata la referente scientifica di un’importante esperienza di accoglienza di bambini ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Questa straordinaria vicenda, che ha poi condotto anche a importanti e pionieristiche ricerche sul vissuto traumatico nell’infanzia, è raccontata nel bel libro “Se solo il mio cuore fosse pietra” edito da Feltrinelli.

Il volume, pur preceduto da un’accurata fase di ricerca storica di fonti scritte e testimonianze dirette, non è un saggio, ma è costruito come un romanzo, con uno sguardo delicato e partecipe che apre al lettore la conoscenza sia delle terribili violenze subite da questi bambini che dello straordinario percorso di cura messo in atto per loro. Il successo del libro è testimoniato dai riconoscimenti ottenuti: Premio Napoli – Narrativa 2022, Premio Croce 2023, finalista Premio Alassio 2022. L’autrice è la giornalista napoletana Titti Marrone, che ha scritto sulle pagine culturali de “Il Mattino” dal 1980 al 2012, poi sull’Huffington Post. Si è occupata di teatro, storia delle idee, letteratura e politica, vanta numerose pubblicazioni, tra cui un libro insieme al grande scrittore polacco Gustaw Herling, scomparso nel 2000 e che ha vissuto molti anni a Napoli.

La vicenda raccontata nel libro, e di cui in piccola parte si era già occupata l’autrice in “Meglio non sapere” (2003), descrive una delle più importanti esperienze di assistenza fornita ai bambini ebrei nel dopoguerra, promossa dal Jewish Refugee Committee, che ottenne finanziamenti da tutto il mondo.

Il progetto di cura

Nel 1945 la vasta residenza di campagna di sir Benjamin Drage a Lingfield viene messa a disposizione di venticinque bambini tra i quattro e i quindici anni, reduci dai campi di sterminio. Il nobile inglese continuerà ad abitare in parte della ampia dimora e interagirà con piccoli ed educatori, mentre la responsabilità delle attività è affidata a Alice Goldberger, fidata collaboratrice di Anna Freud, che verrà periodicamente aggiornata sui successi e sulle difficoltà dell’iniziativa. Alice vivrà nella casa insieme ai bambini e sceglie l’équipe, prevalentemente femminile, a cui tocca il compito estremamente arduo di ridare speranza a bambini tanto provati.

La lettura delle pagine riguardanti l’atroce passato delle vittime, l’inferno diverso ma simile vissuto da ciascuno di loro, non è facile. C’è chi ha visto morire genitori e fratelli, chi ha dovuto nascondersi per mesi dietro un muro, chi a 6/7 anni ha dovuto accudire e garantire cibo a fratelli minori e la descrizione dei campi nazisti con gli occhi dei bambini è terribile. Ma il libro è soprattutto il racconto di un progetto di cura, della dedizione di persone straordinarie che, pur consapevoli della loro inadeguatezza a far fronte a un compito immane, provano a ridare speranza e voglia di vivere a bambini così duramente messi alla prova nei primi anni di vita. Le conoscenze psicologiche e psicoanalitiche costituiscono un faro a cui far riferimento per comprendere sia i comportamenti regressivi dei piccoli ospiti sia come procedere nella cura. In tal modo Alice, Anna e la loro équipe ingaggiano una battaglia impari per restituire ai bambini un’infanzia e un futuro; danno vita per oltre un decennio a un innovativo esperimento pedagogico al servizio delle necessità di bambini provenienti da lager, orfanotrofi e conventi o dai nascondigli dove i genitori li hanno lasciati durante la guerra, nell’estremo tentativo di salvar loro la vita.

Le difficoltà del percorso

Nel libro emerge l’iniziale diffidenza dei bimbi verso il mondo degli adulti che li ha traditi e umiliati e, nel lento scorrere delle stagioni, l’attenuazione di comportamenti problematici, come nascondere o rubare il cibo, gli incubi notturni e la presenza della morte, la violenza verso gli animali, il desiderio di scappare immaginando che l’accoglienza fosse un’ulteriore menzogna dei nazisti, con l’incapacità di affidarsi all’altro. Ma, piano piano, l’accoglienza e la cura danno i loro frutti e, anche se alcuni dei bambini di Lingfield non guariranno mai dalle ferite della loro infanzia, per molti si aprono le porte di un futuro dignitoso, con familiari sopravvissuti o con famiglie disposte all’adozione. Tra i 25 bambini ospitati, c’erano anche due bambine italiane: Tatiana e Andra Bucci, sopravvissute ai campi perché scambiate per gemelle e che riusciranno a ricongiungersi alla loro madre, mentre il loro cuginetto Sergio De Simone non sopravvive alla deportazione.

“Se solo il mio cuore fosse pietra” è quindi un libro sul dolore e sulla violenza inflitta a degli innocenti, sugli effetti psicologici di tanto male, ma è anche la storia avvincente di come il potere dell’amore, della relazione, del contenimento possa ottenere risultati grandiosi. Tutti i bambini di Lingfield, diventati poi adulti e vissuti in varie nazioni del mondo, quale che sia stato il proprio destino più o meno fortunato, conserveranno un rapporto di gratitudine ed affetto verso Alice e le altre educatrici che hanno saputo dar vita alla “casa dell’accoglienza senza punizione”, provando a compensare almeno in parte il male ricevuto. Il libro è anche il racconto della ricerca di operatori instancabili, nonostante inevitabili dubbi e sconfitte, nel trovare un modello operativo per affrontare un male incommensurabile. Merito a Titti Marrone per aver contribuito alla conoscenza più vasta di una pagina nobile della psicologia, di una storia di generosità, di coraggio e di dedizione.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Marrone, T. (2022), Se solo il mio cuore fosse pietra, Feltrinelli Editore, Milano, pp. 240
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