EFT-NOVEMBRE-2022

La trasmissione intergenerazionale del trauma

I figli possono andare incontro a reazioni secondarie a eventi traumatici, avvenuti molto prima che loro nascessero e di cui non hanno esperienza diretta

ID Articolo: 196090 - Pubblicato il: 11 novembre 2022
La trasmissione intergenerazionale del trauma
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È importante sottolineare come gli effetti traumatici dovuti alla guerra e alla prigionia non riguardano solamente i soldati stessi, ma anche i loro cari; infatti, lo stress traumatico secondario (STS) non include solamente i tipici sintomi post-traumatici ma influenza anche diversi domini della sfera interpersonale.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA Spesso ci si chiede a quali risvolti psicologici siano esposti i bambini che si sono trovati in situazioni traumatiche, come abusi o catastrofi ambientali, mentre di rado ci si sofferma sulle conseguenze dell’essere cresciuti da genitori i quali sono stati esposti in prima persona ad eventi traumatici. 

In questo caso la prole può andare incontro a reazioni secondarie a eventi traumatici, avvenuti molto prima che loro nascessero e di cui non hanno alcuna esperienza diretta (Solomon & Zerach, 2020).

Effetti dei traumi di guerra

Uno studio condotto nel 2020 ha analizzato gli outcomes traumatici di seconda generazione riguardanti figli di prigionieri della guerra dello Yom Kippur, avvenuta nel 1973 (Solomon & Zerach, 2020). Come riferimento è stato preso un precedente studio longitudinale di quattro decenni, in cui veniva valutata la salute fisica e mentale di ex prigionieri di guerra (Solomon et al., 2012).

In generale, durante ogni guerra i prigionieri sono sottoposti a indicibili torture, abusi, umiliazioni, deprivazione di cibo e acqua, totale mancanza di igiene. Tutti questi soprusi vengono utilizzati intenzionalmente dai carcerieri come strategie per rendere maggiormente vulnerabili i prigionieri, fino a farli crollare (Solomon & Zerach, 2020).

La prigionia di guerra viene classificata tra i gruppi di traumi perpetrati dall’essere umano e, differentemente dalle catastrofi naturali, ne risultano outcomes post traumatici più gravi, tra cui vari disturbi psichiatrici, psicosociali e di compromissione delle relazioni interpersonali (Herman, 1992; Solomon et al, 2008).

Infatti, è proprio la natura interpersonale del danno subito a rendere più lento e difficoltoso il recovery. Tendenzialmente, oltre a una vasta sintomatologia ansiosa e depressiva, gli ex prigionieri di guerra mostrano chiari sintomi di PTSD (Dikel et al., 2005; Solomon et al., 2012).

È importante sottolineare come gli effetti traumatici dovuti alla guerra e alla prigionia non riguardano solamente i soldati stessi, ma anche i loro cari; infatti, lo stress traumatico secondario (STS) non include solamente i tipici sintomi post-traumatici ma influenza anche diversi domini della sfera interpersonale (Ludick & Figley, 2016; APA, 2013).

Dalla letteratura, nel corso degli anni, è emerso come i figli di veterani risultassero avere numerosi problemi comportamentali, come per esempio l’aggressività, sintomi depressivi e somatici, abuso di sostanze e sintomi PTSD veri e propri, se paragonati a figli di veterani che non soffrivano di PTSD  (Dinshtein et al., 2011). Infatti, anche il recente studio del 2020 sopracitato ha evidenziato come i figli di veterani con PTSD abbiano un alto rischio di sviluppare lo stress traumatico secondario, ma anche altre manifestazioni psicopatologiche come intrusioni mentali, evitamento, paranoia, psicosi, ansia e depressione (Solomon & Zerach, 2020).

Messaggio pubblicitario In questo studio è emerso come il trauma primario vissuto dai padri di famiglia abbia influito non solo sulla prole, ma anche sulle mogli, nonché madri di queste famiglie, le quali presentavano una vasta sintomatologia secondaria molto simile a quella presentata dai figli (Solomon & Zerach, 2020). Questa scoperta solleva quindi un quesito interessante: qual è il rapporto causale tra PTSD paterno, stress traumatico secondario materno e risvolti psicopatologici nei figli? Il ruolo dello stress traumatico secondario nelle madri è mediatore di quello nei figli, o un aggravante? L’ ipotesi è che, se di per sé i risvolti psicopatologici dei traumi paterni hanno un effetto sia sulle madri che sui figli, lo sviluppo conseguente di una sensibilità psicopatologica nelle madri possa ulteriormente aggravare le condizioni dei figli, i quali si trovano a vivere in un ambiente in cui nemmeno i propri genitori si sentono al sicuro (Zerach et al., 2016).

Il ruolo dei genitori, infatti, è quello di soddisfare i bisogni primari della prole, fornire un ambiente sicuro sia a livello fisico che emotivo, permettendo al tempo stesso l’esplorazione dell’ambiente esterno (Bowlby, 1988). In quest’ottica, il trauma impedirebbe ai genitori di svolgere e bilanciare correttamente le proprie funzioni genitoriali, passando sia dall’assenza di cura, sensibilità ed empatia per la prole sia all’iperprotettività (Solomon & Zerach, 2020).

Personalità e trasmissione intergenerazionale del trauma

In ogni caso, è importante domandarsi quale sia il ruolo del genere e dei tratti di personalità nello sviluppo di stress traumatico secondario nei figli di veterani aventi PTSD. Per quanto riguarda il ruolo del genere, uno studio ha riportato una sintomatologia secondaria più grave nelle donne, ipotizzando che esse abbiano una maggior sensibilità e predisposizione per PTSD e stress traumatico secondario(Baum et al., 2014).

Per quanto concerne i tratti di personalità, come detto in precedenza, sembrano avere un ruolo importante nella trasmissione intergenerazionale del trauma. Lo studio di Solomon e Zerach del 2020 ha individuato, tra i Big Five, il Nevroticismo come fattore di rischio per lo sviluppo di PTSD e stress traumatico secondario (Borja et al., 2009). Questa predisposizione può essere spiegata dal fatto che le persone con alti punteggi per questo tratto, tendono a preoccuparsi eccessivamente e in maniera del tutto involontaria per possibili minacce, focalizzandosi particolarmente su elementi negativi e minacciosi presenti nell’ambiente esterno, tanto da risultare maggiormente vulnerabili a interpretazioni catastrofiche (Aidman & Kollaras-Mitsinikos, 2006). Infatti, come evidenziato dalla letteratura, questi individui sono caratterizzati da alterazioni dell’umore e cognizioni distorte ed eccessiva preoccupazione, elementi tipici del PTSD (APA, 2013).

 

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