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Nature-Based Therapy: i trattamenti psicosociali per la salute mentale basati sulla natura

I trattamenti basati sulla natura si propongono di sfruttare elementi del contesto naturale per curare o prevenire lo stato di malattia

Di Giammaria Trimarco

Pubblicato il 28 Set. 2022

L’articolo è un’introduzione alla Nature-Based Therapy (o Nature-Assisted Therapy), che consiste in trattamenti psicosociali per la salute mentale basati sulla natura.

 

 Secondo recenti studi più del 90% della nostra esistenza è passata in ambienti chiusi (Chalquist, 2009). Se questo dato poteva sembrare eccessivo prima della pandemia, purtroppo le condizioni di vita attuali rendono questo dato facilmente accertabile per la maggior parte di noi.

D’altronde non potrebbe essere diverso. Lo stile di vita cittadino ci costringe, a parte qualche breve parentesi nei mesi primaverili ed estivi, a vivere quasi tutte le ore della quotidianità negli spazi chiusi della casa e dell’ufficio; le palestre sono luoghi dove l’attività fisica è praticata per lo più al chiuso; usciamo con gli amici e con i colleghi per raggiungere luoghi dove poter mangiare, bere, ascoltare musica, vedere un film etc., per lo più al chiuso.

Insomma, conduciamo stili di vita coltivati entro spazi delimitati, in ambienti artificiali.

Ma non è stato sempre così. Per la maggior parte della propria storia, che possiamo far risalire fino alla comparsa dei primati circa 65 milioni di anni fa, l’uomo ha sempre vissuto a stretto contatto con la natura e probabilmente tutti gli adattamenti che abbiamo sviluppato, dal punto di vista biologico, anatomico e psicologico, hanno visto il proprio innesco in funzione della sopravvivenza alle sfide ricorrenti poste dagli ambienti naturali (foreste, pianure, colline, montagne, coste) e dai pericoli che presentava (Orians, 1980; Tomasello, 1999).

Le città vere e proprie vedono invece la propria nascita in epoca estremamente recente rispetto alla storia dell’umanità, andando indietro nel tempo per quel che ne sappiamo fino a 10-13000 anni fa (si vedano le datazioni di Aleppo, Gerico, Matera). Anche se dopo Darwin permangono ancora sacche di incredulità di fronte all’ipotesi evoluzionistica, si può dare per scontato che essa sia la spiegazione più comunemente accettata per spiegare come l’essere umano sia giunto ad essere ciò che è. La conseguenza per il nostro discorso è che la vita urbana è uno sviluppo talmente recente nella storia dell’umanità che sarebbe difficile poter dire, rispetto ai tempi lunghi dell’evoluzione (milioni di anni), come avremmo potuto sviluppare adattamenti ulteriori per lo stile di vita urbano, in così poco tempo.

Benessere individuale e vita urbana

Vuol dire che non siamo ‘tagliati’ per la vita di città? Assolutamente no.

Ma i dati sulla relazione tra benessere individuale, sanità pubblica e vita urbana pongono degli interrogativi in questo senso.

Ad esempio tra gli abitanti delle città sembra essere presente una maggiore prevalenza di disturbi dell’umore e disturbi d’ansia (Peen, Schoevers, Beekman & Dekker, 2010) e l’incidenza della schizofrenia è più elevata per persone nate e cresciute in ambienti cittadini (Krabbendam & van Os, 2005).

Se in questo quadro provvisorio consideriamo che almeno la metà della popolazione mondiale vive nelle città (Dye, 2008), la relazione tra salute e contesto urbano è certamente degna di essere studiata per trovare dei modi con i quali migliorare il benessere delle persone che vivono in città senza stravolgerne le routine e lo stile di vita (si vedano per esempio le linee guida dell’OMS sulla ‘Healthy City”).

Nel contesto del trattamento dei disturbi mentali e di forme di disagio più o meno gravi, i trattamenti basati sulla natura (Nature Therapy, oppure Nature-Based Therapy, oppure Nature-Assisted Therapy) sono interventi di tipo psicosociale che si propongono di sfruttare elementi del contesto naturale per curare o prevenire lo stato di malattia (Song, Ikei & Miyazaki, 2016).

Le ipotesi alla base della loro efficacia possono essere inquadrate nella cornice bio-psico-sociale (Engel, 1977) e si fondano sull’idea che l’esposizione alla natura abbia un intrinseco effetto salutotropo.

In letteratura prevalgono alcune ipotesi:

  • Ipotesi della savana (Orians, 1980): i meccanismi adattivi sviluppati nel corso dell’evoluzione sono vincolati alla scelta degli habitat idonei alla sopravvivenza (in origine: la savana africana) e ciò in parte si riflette nella preferenza e nella qualità positiva dell’esperienza vissuta a contatto con gli ambienti naturali;
  • Ipotesi della biofilia (Kellert & Wilson, 1993): gli stimoli naturali hanno la qualità intrinseca di affascinare l’osservatore, catturandone e concentrandone l’attenzione sulle diverse forme di vita, e stimolando in lui/lei la partecipazione empatica nei confronti di esse;
  • Teoria del recupero dallo stress (Ulrich, 1983): gli esseri umani, soprattutto quando sono sotto stress, possiedono un’alta reattività a base biologica -che determina un orientamento automatico dell’attenzione- per gli ambienti naturali. L’esposizione ad essi comporta conseguenze positive a livello emotivo e fisiologico;
  • Teoria dell’attenzione rigenerata (Kaplan, 1995): l’attenzione diretta e prolungata verso un compito o degli obiettivi attuali comporta fatica e consumo di risorse. Il recupero può essere supportato dal contatto con le peculiari caratteristiche degli ambienti naturali e dalle esperienze che ne derivano: fascinazione (che fornisce occasioni di riflessione), estensione (la varietà e l’intima coerenza degli ambienti naturali permette il distacco da sé), compatibilità (tra l’ambiente naturale, gli intenti e le inclinazioni della persona). Questi aspetti concorrono al recupero attentivo e al sentirsi rigenerati (restorative experience).

Queste prospettive, da punti di vista diversi, convergono alla conclusione che, se la persona si sente stressata, l’incontro con l’ambiente naturale, relativamente docile e sicuro nei confronti dell’uomo, avrà un influsso rigenerativo e comporterà una riduzione dello stress e dei suoi effetti avversi.

Interventi psicosociali basati sulla natura

Dal punto di vista operativo, esercitare un’attività di qualsiasi tipo a contatto con la natura dovrebbe determinare effetti terapeutici a livello:

  • biologico: direttamente o indirettamente (per mezzo dell’attività fisica) su parametri rilevanti per la salute fisica (pressione cardiaca, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di glucosio e colesterolo nel sangue, funzione immunitaria, biomarker dello stress etc.);
  • psicologico: sui livelli di disagio, benessere percepito, emozionalità negativa, psicopatologia e funzioni cognitive (ad es. attenzione);
  • sociale: condivisione di attività e spazi come stimolo alla socializzazione e occasione per reperire risorse di supporto sociale.

La letteratura sull’impatto positivo dell’ interazione con la natura ormai è molto ampia, con un alto livello di attenzione corrisposto da parte dei ricercatori di contesto orientale, probabilmente a causa di riferimenti culturali per noi meno immediati. Un esempio forse più noto di altri è l’attività di ‘Shinrin-yoku’ o ‘Forest Bathing’, ovvero passeggiare nei boschi per periodi di tempo prolungati, che comporta in chi la pratica livelli inferiori di stress (Antonelli, Barbieri & Donelli, 2019) e di disagio emotivo (Kotera, Richardson & Sheffield, 2022) rispetto a chi non la pratica.

 Le ricerche sul tema prevedono una varietà di trattamenti che vanno dall’inserire elementi di interazione con la natura nel contesto psicoterapeutico (Corazon, Stigsdotter, Moeller, & Rasmussen, 2012) o al di fuori di esso (Raanaas, Patil, & Hartig, 2012), all’intervenire con programmi di attività nella natura (giardinaggio, orticultura, passeggiate tematiche etc.; Moeller, King, Burr, Gibbs, & Gomersall, 2018), fino a interventi più o meno marcati di modifica dell’architettura urbana (Carter & Horwitz, 2014).

La letteratura esistente conferma l’impatto positivo del contatto con la natura a livello:

  • biologico: aumento dei livelli di attività fisica (Jia, & Fu, 2014), diminuzione dei biomarker dello stress (Bay-Richter, Träskman-Bendz, Grahn, & Brundin, 2012);
  • psicologico: miglioramento del tono dell’umore (Mao et al., 2012), diminuzione dei livelli di nevroticismo e aumento dei livelli di benessere psicologico (Marselle, Warber, & Irvine, 2019), miglioramento delle funzioni cognitive (Park, Lee, Park, & Lee, 2019), miglioramento degli indici di psicopatologia (Shanahan et al., 2016), tra le altre cose;
  • sociale: benefici dati dalla condivisione di spazi, attività e socializzazione (de Boer et al., 2017).

Conclusioni

Cosa ricavare da questa breve introduzione?

Per i clinici potrebbe essere utile integrare come coadiuvante al trattamento attività che presuppongano l’esposizione sistematica alla natura e alle aree verdi.

Per i ricercatori potrebbe essere interessante notare, cosa non scontata, che alcuni studi evidenziano tra l’esposizione all’ambiente naturale e i benefici a livello fisico e psicologico una relazione dose-risposta (Shanahan, et al. 2016), in base alla quale più è prolungata l’esposizione all’ambiente naturale, maggiori sono i cambiamenti rilevabili dai questionari e dai test; oltre all’abbondanza di studi che presentano carenze metodologiche di qualche tipo (minacce alla validità interna, carenza di potenza statistica etc.).

In ottica di intervento si segnala l’abbondanza di rassegne sistematiche cui corrisponde, a livello italiano, la relativa mancanza di programmi di intervento implementati sul territorio, probabilmente sotto l’assunto che siano propriamente attinenti all’area pedagogico-sociale. Questo è probabilmente vero date le caratteristiche degli interventi (avvengono all’aperto, si basano spesso su attività fisica e manuale, spesso prevedono attività laboratoriali ed educative), ma non per i loro effetti, di cui si è parlato fino adesso e rilevabili soprattutto con gli strumenti della psicologia.

Infine, per tutti quanti, fare conoscenza di questi benefici può essere uno stimolo a mettere in discussione uno stile di vita prevalentemente orientato al consumo appiattito materialisticamente -poco attento a ciò che è diverso, ai valori e all’altro da sé- per scoprire quel qualcosa in più che un più frequente contatto con la natura può dare all’esistenza.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Antonelli, M., Barbieri, G., & Donelli, D. (2019). Effects of forest bathing (shinrin-yoku) on levels of cortisol as a stress biomarker: a systematic review and meta-analysis. International journal of biometeorology, 63(8), 1117–1134.
  • Bay-Richter, C., Träskman-Bendz, L., Grahn, P., & Brundin, L. (2012). Garden rehabilitation stabilises INF-gamma and IL-2 levels but does not relieve depressive-symptoms. Neurology, Psychiatry and Brain Research, 2(18), 37.
  • Carter, M., & Horwitz, P. (2014). Beyond proximity: The importance of green space useability to self-reported health. EcoHealth, 11(3), 322-332.
  • Chalquist, C. (2009). Ecotherapy: Healing with Nature in Mind. CIIS Faculty Publications. 31.
  • Corazon, S. S., Stigsdotter, U. K., Moeller, M. S., & Rasmussen, S. M. (2012). Nature as therapist: Integrating permaculture with mindfulness-and acceptance-based therapy in the Danish Healing Forest Garden Nacadia. European Journal of Psychotherapy & Counselling, 14(4), 335-347.
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  • Peen, J., Schoevers, R. A., Beekman, A. T., & Dekker, J. (2010). The current status of urban‐rural differences in psychiatric disorders. Acta Psychiatrica Scandinavica, 121(2), 84-93.
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  • Shanahan, D. F., Bush, R., Gaston, K. J., Lin, B. B., Dean, J., Barber, E., & Fuller, R. A. (2016). Health benefits from nature experiences depend on dose. Scientific reports, 6(1), 1-10.
  • Song, C., Ikei, H., & Miyazaki, Y. (2016). Physiological effects of nature therapy: A review of the research in Japan. International journal of environmental research and public health, 13(8), 781.
  • Tomasello, M. (1999). The human adaptation for culture. Annual review of anthropology, 28.
  • Ulrich, R. S. (1983). Aesthetic and affective response to natural environment, in Behavior and the natural environment (pp. 85-125). Springer, Boston, MA.
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