L’Idealizzazione dell’Analista: Riflessioni sulla crisi della psicoanalisi contemporanea #5

Crisi Psicoanalisi: l’idealizzazione dell’analista. Si è consapevoli di come il mondo interno dell’analista contribuisce a plasmare la coppia analitica.

ID Articolo: 29135 - Pubblicato il: 11 aprile 2013
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Le cinque piaghe di nostra madre Psicoanalisi: 

La quarta piaga: l’idealizzazione del ruolo dell’analista

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L'Idealizzazione dell'Analista. Riflessioni sulla crisi della psicoanalisi contemporanea #5. - Immagine: © rukanoga - Fotolia.comCrisi Psicoanalisi: l’idealizzazione dell’analista. Si è consapevoli di come il mondo interno dell’analista contribuisce a plasmare la coppia analitica.

In una seduta psicoanalitica si incontrano due persone. Le regole della psicoanalisi creano un’indubbia asimmetria.

Al paziente viene chiesto di parlare liberamente, di sé, degli oggetti del proprio mondo affettivo e relazionale, dell’analista. L’analista è invece invitato a rispondere, dopo approfondita riflessione, in modo significativo ed utile al paziente.

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Già nella prospettiva tradizionale freudiana, all’analista chiediamo molto: conoscenza della mente umana, ed in particolare del funzionamento dell’inconscio, capacità tecniche, ed in particolare la capacità di interpretare e padroneggiare il transfert, e un’etica professionale altamente ascetica. Con lo sviluppo della psicoanalisi le aspettative e la conseguente rappresentazione dell’analista non hanno fatto che crescere.

Nella prospettiva della scuola Kleiniana, il contributo dell’analista al processo psicoanalitico è concettualizzato nei termini di un oggetto vicariante. Egli si offrirebbe al paziente come oggetto capace di amare, prendersi cura, pensare. Sostituirebbe così l’oggetto primario consentendo al paziente di rivivere nuovamente il proprio processo evolutivo, distorto e doloroso: questo processo è stato chiamato esperienza emotiva correttiva.

Riflessioni sulla Crisi della Psicoanalisi Contemporanea - Monografia a cura del Dott. Paolo Azzone. - Immagine: © andrewgenn - Fotolia.com

Monografia: Riflessioni sulla Crisi della Psicoanalisi Contemporanea.

Nella teoria psicoanalitica del pensiero di Bion il contributo dell’analista al processo psicoanalitico viene paragonato a un contenitore dei frammenti non elaborati di esperienze percettive. In questa prospettiva, la capacità dell’analista di sperimentare – in modo parzialmente inconscio – pensare, digerire e restituire al paziente i contenuti proiettati, che possono ora essere tollerati, sognati e pensati, rappresenta il fattore essenziale che muove il processo psicoanalitico ed il conseguente sviluppo della personalità del paziente.

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Grandi sono dunque le aspettative nei confronti dell’analista. Gli chiediamo di fungere da padre, modello di etica e di tolleranza al contempo, saggio conoscitore dell’uomo e della vita. Gli chiediamo di fungere da madre: dolce, amorevole, o almeno sufficientemente buona e capace di pensiero.

Mi chiedo davvero se un essere umano in carne ossa, che respira, cammina, mangia, ama, odia e si ammala possa essere in grado di soddisfare aspettative così elevate. Dopo la II Guerra Mondiale la letteratura sul controtransfert ha avuto un grande sviluppo. I pericoli che eventuali distorsioni della personalità dell’analista possono rappresentare per il processo di trattamento sono stati riconosciuti in modo via via più ampio.

Messaggio pubblicitario  Dobbiamo a Merton Gill (1992) un modello particolarmente illuminante dello specifico contributo di ciascun analista alla strutturazione del transfert. Nell’ambito della scuola Kleiniana, Paula Heimann ha introdotto una concettualizzazione onnicomprensiva dei fenomeni controtrasferali, indicata come controtransfert totale. Sulla base della teoria kleiniana dell’identificazione proiettiva, la Heimann era convinta che il controtransfert potesse rappresentare uno strumento essenziale per acquisire preziosi insight sul mondo interno del paziente. Sviluppando la teoria dei processi mentali di Wilfred Bion, Willy and Madeleine Baranger hanno proposto di concettualizzare la situazione psicoanalitica come campo bipersonale. In questa prospettiva, la mente dell’analista contribuirebbe alla strutturazione della fantasia inconscia condivisa che domina ciascuna seduta.

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La psicoanalisi contemporanea è sempre più consapevole di come il mondo interno dell’analista contribuisca in modo sostanziale a plasmare la dialettica di transfert e controtransfert che caratterizza ogni coppia analitica. Tuttavia, la letteratura tace rispetto alle forze motivazionali di fondo che sostengono la scelta di stabilire relazioni psicoanalitiche con altri esseri umani.

La scelta di guadagnarsi da vivere praticando la psicoanalisi, di stabilire relazioni oggettuali molto intense e prolungate con persone esterne al proprio nucleo familiare ed affettivo, di assumersi la responsabilità dello sviluppo emotivo di individui fragili. La dimensione di tali scelte professionali ed esistenziali non dovrebbe essere sottovalutata, perché il loro impatto quantitativo e qualitativo sulla vita emotiva dello psicoanalista è enorme. Un riferimento implicito e generico al desiderio di conoscere la realtà umana o all’identificazione con un ruolo genitoriale sono evidentemente insufficienti a spiegare ed a comprendere come mai abbiamo deciso di dare alla nostra rete di relazioni interpersonali un carattere così nettamente originale rispetto agli stili che la maggior parte degli umani scelgono per la propria vita.

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L’atteggiamento psicoanalitico ci vincola alla ricerca della verità. Un’autentica comprensione del processo psicoanalitico presuppone una rappresentazione realistica di entrambi i partecipanti alla situazione psicoanalitica. E deve includere una valutazione esauriente delle motivazioni inconsce dell’analista sia rispetto alla sua scelta professionale di fondo, sia rispetto ad alla decisione di intraprendere ogni specifico trattamento.

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Come ogni essere umano, anche noi abbiamo bisogno di calore e affidabilità, amiamo occuparci dei piccoli e dei deboli, desideriamo essere preferiti nelle relazioni triangolari, ed essere amati e ammirati, controllare e padroneggiare le relazioni oggettuali. Per ciascuno di noi, nella relazione con i nostri pazienti queste varie forze motivazionali giocano un ruolo differente e presumibilmente variabile in ciascun caso.

La teoria e la pratica della psicoanalisi non è fino ad oggi riuscita a dar conto in modo approfondito e sistematico dei desideri di attaccamento, libidici, narcisistici che motivano l’analista ad impegnarsi nel lavoro psicoanalitico accanto a individui sofferenti.

Dobbiamo riconoscere che la nostra rappresentazione delle componenti inconsce del controtransfert è attualmente molto inadeguata.

 

 

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