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Suicidio

Il termine suicidalità comprende ideazione suicidaria e comportamenti associati al suicidio. Questi includono: suicidio, tentativi di suicidio e autolesione

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Suicidio: definizione

Il termine suicidalità comprende sia l’ ideazione suicidaria che i comportamenti associati al suicidio (incluso il suicidio portato a termine). L’ ideazione suicidaria consta dei pensieri connessi al suicidio e della pianificazione dello stesso. Essa raggiunge gravità diverse a seconda della specificità dei piani di suicidio e del grado dell’ intento suicidario. I comportamenti associati al suicidio includono:

  • Suicidio completato: quando il soggetto ha effettivamente intenzione di morire e riesce a portare a termine il suo piano.
  • Tentativi di suicidio: comportamenti auto-inflitti potenzialmente dannosi che però non conducono ad un esito letale, sebbene l’intenzione del soggetto sia quella di morire.
  • Autolesione: atto deliberato auto-inflitto potenzialmente dannoso a prescindere dal motivo per cui viene messo in atto.

Suicidio - Immagine: 45136227

 

Tutti i numeri del suicidio

Il suicidio è la dodicesima causa di morte nel mondo. A livello mondiale si colloca fra le tre principali cause di morte per le persone di età compresa tra i 15-44 anni, insieme agli incidenti stradali e alle malattie cardiovascolari.

Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), riportate nel primo rapporto globale sulla prevenzione del suicidio ‘Preventing Suicide: a global imperative’, nel 2012 nel mondo sono state circa 800.000 le persone che si sono tolte la vita e il tasso è stato pari a 11,4 per 100.000 (15,0 per gli uomini e 8,0 per le donne). Si stima che i decessi per suicidio annuali possano salire a 1,5 milioni entro il 2020.

In Italia nel 2012 le morti per suicidio sono state circa 4000 (4,7 morti per 100.000 abitanti; 7,6 per gli uomini e 1,9 per le donne) e questo dato classifica il nostro paese tra quelli con i più bassi livelli di suicidalità. L’80% dei suicidati erano uomini e il rapporto di genere (uomini/donne) è andato aumentando linearmente nel tempo, passando da 2,1 nel 1980 a 3,8 nel 2011. In termini assoluti anche in Italia, come nel resto del mondo, la quota maggiore di suicidi si registra tra le persone anziane: circa un suicida su 3 ha più di 70 anni, con una proporzione analoga per i due generi.

[atcode_wp_bannerize group="article_main" position="left" width="300" height="250"]Tuttavia, mentre per gli italiani ultrasettantenni il suicidio rappresenta solo lo 0,2% dei decessi, tra gli adolescenti con età compresa tra 15-25 anni arriva al 12%.

Infatti, il suicidio in Italia rappresenta la seconda causa di morte tra i maschi di 15-25 anni, con un numero di vittime analogo a quello causato dai tumori (13% del totale) e inferiore solo a quello causato dagli incidenti stradali (35% del totale). Tra le donne della stessa età, invece, la mortalità per suicidio si colloca al terzo posto nella graduatoria delle cause di decesso, con una proporzione analoga a quella delle malattie cardiovascolari (8% del totale) e preceduta soltanto dai decessi per tumori (26%) e dagli incidenti stradali (24%).

 

Suicidio: fattori di rischio

 

Caratteristiche psicopatologiche e di personalità

Secondo alcuni scienziati la patologia psichiatrica è una condizione necessaria ma non sufficiente per il suicidio, anche se solo una piccola parte dei soggetti che si tolgono la vita non presentano sintomi psichiatrici prima della morte.

Dai resoconti dei tentativi o dei suicidi compiuti, infatti, si evince come siano principalmente tre le classi di disturbi psichiatrici a presentarsi, e cioè: disturbi dell’umore, disturbi da abuso di sostanze e disturbi della condotta. In testa alla classifica troviamo la depressione, sia monopolare che bipolare, presente anche tra chi compie atti parasuicidari: la perdita di speranza nei confronti di se stessi, del mondo e del futuro (triade cognitiva di Beck) e la presenza costante di un sentimento di disperazione possono facilmente portare la persona depressa a vedere nel suicido l’unica strategia di coping possibile per fronteggiare il proprio dolore.

Durante l’adolescenza spesso l’abuso di sostanze si trova in comorbilità con i disturbi dello spettro depressivo, relazione che incrementa il rischio di compiere suicidio. Infatti, l’abuso di alcool e droghe si rintraccia con elevata frequenza, sia tra coloro che compiono suicidio sia tra quelli che mettono in atto comportamenti parasuicidari: si stima che il 25-33% degli adolescenti che compiono suicidio hanno una storia di abuso di sostanze. Sembra quindi che gli adolescenti che fanno uso di sostanze corrano un rischio di suicidarsi tre volte superiore alla popolazione sana di riferimento ed inoltre che il desiderio di morire aumenti drammaticamente appena dopo l’assunzione di droghe (Brent et al., 1997).

Per quanto riguarda i disturbi della condotta, Kring e colleghi (2007) hanno scoperto che il 70% dei soggetti morti suicidi sottoposti ad autopsia psicologica aveva mostrato in vita un comportamento antisociale. Questi giovani tendevano ad avere problemi con la legge ed erano coinvolti in una serie di comportamenti antisociali come spaccio di droga, rapine e prostituzione. Spesso i disturbi della condotta, la depressione e i disturbi da abuso di sostanze si presentano congiuntamente, incrementando la frequenza e la letalità dei tentativi di suicidio.

Un altro tipo di patologia che correla frequentemente coi futuri suicidi è il disturbo borderline di personalità, spesso diagnosticato anche tra chi mette in atto comportamenti parasuicidari, che si manifesta con squilibri affettivi, rabbia intensa e comportamento impulsivo. L’impulsività non soltanto conduce al comportamento rabbioso, ma sostiene anche una bassa tolleranza alla frustrazione e un’assenza di programmazione (Kring, 2007). Come dimostrato a più riprese da Brent e colleghi (2002, 1997), sembra infatti che la maggior parte dei suicidi siano dettati dall’impulsività, invece solo uno su quattro mostra di essere stato programmato.

 

Fattori secondari nei comportamenti a rischio per il suicidio

Una recente metanalisi ha indicato come l’insonnia possa essere un fattore di rischio per la depressione (Baglioni et al., 2011). Questa relazione potrebbe spiegare anche la correlazione significativa rintracciata tra deprivazione di sonno e comportamenti a rischio per il suicidio.

Recentemente, alcuni studi hanno poi evidenziato come la modalità con cui una persona prende le decisioni determini la vulnerabilità ai comportamenti suicidari. Alcuni scienziati spiegano questi risultati affermando che le persone che tendono a prendere decisioni rischiose propendono per soluzioni che procurano benefici a breve termine nonostante l’alto rischio, invece di optare per soluzioni più sicure e migliori a lungo termine. Per questo motivo tali persone avrebbero difficoltà nell’individuare soluzioni alternative quando devono affrontare un problema. Nel contesto di una depressione maggiore, questa difficoltà a prendere buone decisioni potrebbe spingere il soggetto ad optare per la morte, soluzione diretta a sopprimere nell’immediatezza tutte le sofferenze nonostante le conseguenze irreparabili che, proprio a causa di questo bias, non sarebbero adeguatamente valutate.

Infine, durante l’adolescenza il verificarsi di episodi di cyberbullismo correla positivamente con il suicidio.

 

I metodi di suicidio

Nel mondo, la maggior parte dei soggetti che compiono un suicidio impiegano armi da fuoco, perlopiù pistole; l’impiccagione è il secondo metodo più frequente tra i maschi, tra le femmine invece è l’avvelenamento per ingestione di sostanze tossiche (soprattutto overdose di farmaci).

Nel nostro Paese invece, l’impiccagione è il mezzo più frequentemente usato dagli uomini per togliersi la vita: la metà dei suicidi nel 2011 è stata attuata con questa modalità. L’uso di armi da fuoco (16% del totale) e la precipitazione da luoghi elevati (15%) hanno rappresentato le altre due modalità più frequenti tra i suicidi maschili. Anche tra le donne l’impiccagione è uno dei metodi più frequenti (31%) insieme alla precipitazione (34%); l’annegamento (9%) e l’avvelenamento da farmaci (7%) sono, invece, meno frequenti.

Berman (1999) ha ipotizzato una serie di fattori che influenzano la scelta del metodo usato per suicidarsi, ossia:

  1. La disponibilità e l’accessibilità al mezzo
  2. La consuetudine d’uso
  3. La dimestichezza
  4. Il condizionamento sociale e comportamentale (modeling)
  5. La rilevanza (ovvero la facilità con cui il soggetto pensa al mezzo in questione, determinata, ad esempio, dalla pubblicità)
  6. Il significato simbolico e personale dell’azione o dell’ambientazione
  7. L’intenzionalità e la possibilità di soccorso (se l’intenzione è elevata, i metodi scelti saranno quelli più letali, più difficili da impedire)

 

Prevenzione del suicidio e trattamento psicologico

Secondo una teoria interpersonale, sono tre le variabili psicologiche che spingono al suicidio:

  • La percezione di non appartenenza senza speranza di cambiamento
  • La convinzione di essere un peso per gli altri
  • Un ridotto timore della sofferenza fisica e della morte

Le prime due correlano con il desiderio di morire e sostengono un’ ideazione suicidaria di tipo passivo (ad es., ‘non valgo nulla’ o ‘sarebbe meglio se fossi morto’). La mancata soddisfazione del desiderio di appartenenza si accompagna ad un intenso vissuto di solitudine e ad un’esperienza di sofferenza riconducibile all’assenza di reciprocità, di cura e di affetto.

[atcode_wp_bannerize group="article_books" position="left" width="300" height="250"]I conflitti familiari, la mancanza di un impiego e la presenza di malattie sono i principali fattori di rischio che conducono a credenze irrazionali come essere un peso per la propria famiglia o essere un componente sacrificabile. Quando la disperazione accompagna la mancanza di appartenenza e la percezione di essere un peso, allora il desiderio di suicidarsi aumenta.

Tuttavia, il desiderio di morire non è sufficiente a produrre un tentativo dagli esiti letali. Qui, infatti, entra in gioco la capacità di suicidarsi, che si compone anche di quelle esperienze di sensibilizzazione tese a diminuire la paura dei comportamenti suicidari (ad es., pregressi episodi di autolesionismo). Con esperienze di sensibilizzazione intendiamo quei comportamenti non letali che precedono un tentativo vero e proprio e che, grazie alle ripetute esposizioni al dolore, si configurano come una sorta di desensibilizzazione alla paura di morire e alla sofferenza fisica. Una sorta di palestra che prepara alla morte.

Un recente post su State of Mind argomenta a favore di un approccio al paziente suicidario centrato sulla modificazione degli stati mentali e regolazione dei processi affettivi antecedenti il suicidio.

Come abbiamo già detto, sono tre i fattori predisponenti al suicidio: la non appartenenza, la convinzione di essere un peso per gli altri e lo scarso timore del dolore e della morte. Lo psicoterapeuta potrebbe quindi intervenire sulle prime due credenze. Oltre a ciò, è bene ricordare l’importanza dell’ambiente sociale nel determinare il suicidio di un soggetto e quindi, una volta compiuto l’assessment del rischio suicidario, si possono pensare, a fianco degli interventi terapeutici appropriati (ad esempio secondo le linee indicate da Mancini), interventi mirati sull’ambiente.

Alcuni esempi di tali interventi potrebbero essere: il potenziamento della rete sociale per migliorare il senso di appartenenza alla comunità, interventi familiari tesi a migliorare i rapporti tra i parenti (ad es., nel caso un’eventuale situazione economica difficile, relativizzare la responsabilità imputata al paziente). In generale possiamo applicare anche a questa categoria di atti impulsivi o premeditati ciò che già si impiega nel trattamento delle dipendenze.

 

Prevenzione del suicidioUna prospettiva di intervento clinico

Nel tentativo di prevenire il suicidio e fornire un sostegno alla sintomatologia depressiva, il team guidato dagli psichiatri dell’Università del Michigan e della Medical University of South Carolina ha sviluppato un interessante strumento web-based per il supporto psicologico dei medici basato sui principi della psicoterapia cognitivo-comportamentale – wCBT. Lo strumento si chiama MoodGYM e propone una forma di talk therapy a cui i medici possono rivolgersi comodamente dal loro ufficio.

MoodyGYM, permette di riconoscere i primi sintomi della depressione, di trattarli e si configura come un ottimo strumento per ridurre l’ ideazione suicidaria nei giovani dottori. Il programma è costituito da quattro moduli: il primo viene completato una settimana prima l’inizio del tirocinio, mentre i restanti tre sono svolti rispettivamente 3, 6 e 12 mesi dopo. I singoli moduli sono concepiti per informare i soggetti riguardo gli assunti fondamentali della terapia cognitiva comportamentale e i suoi strumenti di intervento per la prevenzione della depressione.

I ricercatori hanno indagato l’efficacia dello strumento su 199 medici tirocinanti provenienti da due diversi ospedali universitari americani, destinando la metà di questi al trattamento tramite MoodGYM e l’altra metà ad un gruppo di controllo dove venivano solo fornite informazioni riguardo la depressione, il suicidio e le strutture locali di salute mentale. I risultati hanno mostrato l’efficacia di MoodyGYM, per tale motivo possiamo valutare l’impiego di questo strumento al di fuori della popolazione dei giovani medici.

 

A cura di Claudio Nuzzo e Zeno Regazzoni

 

Bibliografia:

 

Risorse su State of Mind:

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