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Lavorare in emergenza: stress traumatico secondario e interventi di prevenzione primaria per le “Helping Professions”

La psicologia dell'emergenza fornisce metodologie di intervento che ridimensionano l’impatto dello stress sulle vittime e gli operatori dell’emergenza.

ID Articolo: 149884 - Pubblicato il: 27 novembre 2017
Lavorare in emergenza: stress traumatico secondario e interventi di prevenzione primaria per le “Helping Professions”
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La psicologia dell’emergenza studia il comportamento degli esseri umani come singoli e come comunità in situazioni estreme. Raccogliendo stimoli da settori come la psichiatria, la sociologia, tale disciplina cerca di fornire delle risposte a situazioni non ordinarie che non possono essere trattate semplicemente con l’applicazione del metodo clinico. Tra gli obiettivi della psicologia dell’emergenza il fornire metodologie di intervento che ridimensionino l’impatto dello stress sugli operatori dell’emergenza.

Barbara Marasco, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI FIRENZE

 

Le professioni di aiuto: come stare in contatto con la sofferenza altrui

Messaggio pubblicitario Tutti coloro che svolgono professioni d’aiuto, dai medici ai vigili del fuoco, dagli assistenti sociali agli operatori di polizia, dagli psicologi ai miliari, pur nella specificità di ciascun contesto, sono accomunati da un comune denominatore: il contatto continuo e prolungato con la sofferenza altrui. Tali professionisti, infatti, nello svolgimento della loro attività lavorativa, non utilizzano solamente competenze di natura tecnica, ma anche e soprattutto abilità sociali e relazionali per soddisfare i bisogni dell’utenza. Quest’ultima presenta problematiche ed esigenze di diversa natura, ma solitamente necessita di un intervento volto a porre fine ad una condizione di disagio. Oltre a ciò, le richieste manifestate hanno quasi sempre la caratteristica dell’urgenza, creando le condizioni per cui una scelta sbagliata può diventare determinante per l’incolumità altrui. Infine, le caratteristiche del lavoro implicano un assorbimento, in termini di tempi e di spazi, che incide sensibilmente sull’esperienza degli operatori, che vedono ridurre al minimo il confine tra vita professionale e privata.

Gli operatori, in contesti emergenziali, si confrontano quotidianamente con il paradosso di “comportarsi come persone normali in situazioni anormali”. In tale scenario essi devono agire, rapidamente ed efficacemente, orientandosi al fare più che al sentire. Si tende a dare per scontato che chi svolge un mestiere del genere sviluppi una forma di tolleranza alle emozioni generate da situazioni potenzialmente traumatiche. Questo è solo in parte vero.

Il distanziamento emotivo è una risorsa di coping sicuramente funzionale per raggiungere l’obiettivo, portare a termine il proprio dovere. Eppure tale distacco diventa patologico quando l’operatore non è più in grado di entrare in contatto con le emozioni suscitate dall’evento traumatico, spinto dalla volontà non consapevole di voler aderire, a tutti i costi, allo stereotipo dell’imperturbabilità. La conseguenza diretta di tale processo “alessitimo” fa si che si tendano a sovrastimare le proprie capacità, sperimentando un senso di inadeguatezza ancora maggiore quando il controllo viene meno per qualche ragione.

Gli effetti dell’esposizione allo stress prolungato: la compassion fatigue e il burnout

Tra gli esiti dell’esposizione allo stress prolungato la letteratura scientifica ha indagato in particolare la compassion fatigue e il burnout. L’espressione compassion fatigue fa riferimento a un sentimento, la compassione, che è una delle componenti motivazionali fondamentali delle professioni d’aiuto. Si sperimenta compassion fatigue quando il contatto prolungato con la sofferenza genera nell’operatore dell’emergenza un senso di logoramento emotivo, che lo induce a non provare più sentimenti empatici nei confronti dell’utenza di cui si deve occupare.

Similmente, il burnout è una sindrome indotta da stress lavorativo e occupazionale che si manifesta attraverso esaurimento emotivo, depersonalizzazione e perdita nel proprio senso di efficacia. Il burnout è un processo progressivo e cumulativo che incide anch’esso sull’interesse verso l’utenza e sulla capacità di sopportare il carico emotivo derivante dal contatto, ma, a differenza della compassion fatigue, nasce principalmente dall’interazione tra caratteristiche personali del soggetto e condizioni lavorative e contestuali.

Un’ulteriore distinzione tra i due costrutti riguarda il timing: mentre la compassion fatigue è improvvisa e acuta e può emergere anche a seguito di un’unica esposizione a un incidente critico, il burnout rende l’operatore incapace di fronteggiare la situazione stressante a seguito di un’ esposizione allo stress graduale e progressiva.

Il contatto con il dolore degli utenti tuttavia non è legato con un rapporto di causalità ad esiti negativi. Gli operatori possono infatti ricavare un grande senso di soddisfazione dal loro lavoro: la partecipazione emotiva, il senso di efficacia che deriva dall’alleviare il dolore degli altri permette agli operatori di dare significato alla propria esperienza lavorativa, traendone un senso di realizzazione personale.

La traumatizzazione vicaria degli operatori delle professioni di aiuto

Tornando al tema dell’esposizione prolungata alla sofferenza altrui, non è necessario che l’operatore sia coinvolto in prima persona per essere considerato vittima di un evento traumatico. Attraverso un processo, indagato in letteratura, di traumatizzazione vicaria è infatti possibile che coloro che si trovino quotidianamente e per tempi considerevoli a contatto con la sofferenza degli altri possano sviluppare una specifica sintomatologia da stress reattiva. I soccorritori sono infatti considerati vittime di terzo livello, andando in coda solo alle vittime dirette e parenti e amici di queste ultime. La traumatizzazione vicaria è possibile si verifichi anche solo osservando direttamente l’evento, assistendovi senza la mediazione di terzi.

Lo stress che scaturisce dalle condizioni lavorative sopra presentate può dare luogo a problematiche di natura psicologica che vanno ad incidere non solo sulla vita personale dell’operatore, ma anche sulla sua prestazione professionale, intaccando l’efficienza e l’efficacia del servizio reso alla comunità. Poiché la salute psicologica degli operatori d’emergenza è direttamente proporzionale all’efficienza operativa dei reparti in cui operano, è fondamentale che le organizzazioni applichino al personale dei protocolli di intervento di prevenzione primaria.

La psicologia dell’emergenza e la tecnica del defusing

La psicologia dell’emergenza rappresenta un vertice conoscitivo fondamentale per affrontare questa esigenza concreta. Essa studia il comportamento degli esseri umani come singoli e come comunità in situazioni estreme. Raccogliendo stimoli da settori come la psichiatria, la sociologia, tale disciplina cerca di fornire delle risposte a situazioni non ordinarie che non possono essere trattate semplicemente con l’applicazione del metodo clinico. Tra gli obiettivi della psicologia dell’emergenza il fornire metodologie di intervento che ridimensionino l’impatto dello stress sugli operatori dell’emergenza.

Messaggio pubblicitario Uno dei paradigmi di intervento più noti e diffusi della psicologia dell’emergenza è il Critical Incident Stress Management, CISM, un protocollo clinico di prevenzione e trattamento delle reazioni psicologiche potenzialmente traumatiche, a fronte di eventi critici. Al fine di ridurre e modulare i fattori di rischio connessi con l’insorgere di situazioni patologiche collegate allo stress, una tecnica ampiamente utilizzata nella psicologia dell’emergenza è il defusing, un intervento breve, non necessariamente gestito da un professionista della salute mentale, che prevede una conversazione tra i 20 e i 40 minuti da realizzarsi immediatamente dopo l’intervento critico, in una sorta di pronto soccorso psicologico in cui si raccolgono le emozioni a caldo e si cerca di dare una prima costruzione di significato ad eventi che spesso sono inspiegabili e fuori dal controllo.

L’operatore esposto ad un evento potenzialmente traumatico è una persona normale che viene esposta ad una vera e propria fatica psicologica di natura eccezionale. Informare sulle normali e fisiologiche reazioni da stress ha un effetto significativo nel ridurre i probabili vissuti di inadeguatezza, colpa, vergogna che si sperimentano nello scarto tra ciò che si chiede di essere (operatore come eroe) e ciò che si è in quanto esseri umani.

Riconoscere le reazioni e collegarle agli eventi è il primo passo per restaurare una condizione di equilibro. Il defusing, lungi dall’ essere un intervento clinico, si colloca in una prospettiva depatologizzante che sollecita la comunicazione e il supporto sociale per ridurre l’effetto disorganizzate degli eventi critici. L’obiettivo è rielaborare brevemente e collettivamente il significato dell’evento e ridurre al minimo l’impatto dell’avvenimento traumatico.

La condivisione dell’esperienza, oltre a permettere l’integrazione dei vissuti che forti stress e traumi tendono a dissociare nella patologia, riduce il fenomeno dello stigma e apre alla possibilità di una trasformazione dei comportamenti e delle reazioni allo stress professionale.

Il defusing si compone di tre fasi: introduzione, in cui si presenta l’intervento e si specifica quali sono le sue caratteristiche, in un clima non giudicante; esplorazione, in cui si cerca di far emergere fatti, pensieri e stati d’animo; informazione, in cui l’obiettivo è sostenere, rassicurare sulle normali reazioni da stress e proporre la condivisione di risorse psicologiche per fronteggiare l’evento stressante.

Una strategia di gestione dello stress che godrebbe di una maggiore legittimazione agli occhi degli operatori riguarda il peer support, ovvero il supporto tra pari. I colleghi infatti condividono la stessa cultura organizzativa, le stesse condizioni lavorative e ciò offre le premesse per la creazione di un clima di migliore comunicazione e accettazione. Allo stesso tempo i pari devono essere disponibili ad accettare la comunicazione dei propri colleghi, sospendendo il giudizio. Ciò può essere reso possibile solo se si crea un clima di empatia ed ascolto, che favorisca la condivisione delle emozioni e del disagio sperimentato.

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Il libro è un’ottima guida per il professionista che ha intenzione di mettere in gioco le proprie competenze psicologiche nei contesti di emergenza.

Bibliografia

  • Adams, R. E., Boscarino, J. A., & Figley, C. R. (2006). Compassion fatigue and psychological distress among social workers: a validation study. American Journal of Orthopsychiatry, 76, 103-108.
  • Cicognani, E., Pietrantoni, L., Palestini, L., & Prati, G. (2009). Emergency Workers’ Quality of Life: The Protective Role of Sense of Community, Efficacy Beliefs and Coping Strategies. Social Indicators Research, 94, 449-463.
  • Coetzee, S. K., & Klopper, H. C. (2010). Compassion fatigue within nursing practice: A concept analysis. Nursing & Health Sciences, 12, 235-243.
  • Everly, G. S., Mitchell, J. T. (1999). Critical incident stress management. A new era and standard of care in crisis intervention. Ellicott City, Md., Chevron.
  • Figley, C. R. (Ed.). (1995). Compassion fatigue: Coping with secondary traumatic stress disorder in those who treat the traumatized (No. 23). Psychology Press.
  • Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal and coping. Springer Publishing Company, New York.
  • Maslach, C. (1982). Burnout, the cost of caring. New York: Prentice Hall Press.
  • Palestini, L., Prati, G., Pietrantoni, L., & Cicognani, E. (2009). La qualita` della vita professionale nel lavoro di soccorso: Un contributo alla validazione italiana della Professional Quality of Life Scale (ProQOL). Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 15, 205-227.
  • Pietrantoni, L., Prati, G. (2009). Psicologia dell’emergenza. Il Mulino, Bologna.
  • Zani, B., Pietrantoni, L. (2000). Antecedenti e conseguenti del burnout nel personale ospedaliero. Bollettino di Psicologia Applicata, 231, 35-43.
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