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Il Disturbo dell’Identità di Genere e le psicopatologie associate (4)

Non sempre sesso biologico e ruolo di genere sono in pieno accordo e questo comporta una serie di relativi vissuti psicologici, affettivi e relazionali.

ID Articolo: 114044 - Pubblicato il: 01 ottobre 2015
Il Disturbo dell’Identità di Genere e le psicopatologie associate
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Importante inoltre, è sottolineare il rischio elevato di suicidio nei transessuali. Mathy (2002) confrontò a questo proposito 73 transgender con donne (1083) e maschi (1077) eterosessuali, donne (73) e uomini (73) appaiati sotto l’aspetto psicosociale, e donne (256) e uomini (356) omosessuali. I transgender riferirono significativamente maggiori ideazioni e comportamenti suicidiari rispetto a tutti gli altri gruppi, con l’eccezione delle donne omosessuali. Quanti avevano presentato tali aspetti evidenziavano con maggiore probabilità problemi psichiatrici pregressi e attuali, uso di farmaci e difficoltà con alcol e droghe. Successivamente Mathy e coll. (2003) rilevarono come le donne bisessuali e i soggetti transgender avevano, rispetto ai maschi bisessuali, significativamente maggiori rischi di tentato suicidio, difficoltà di salute mentale e ricorsi ai servizi; gli autori sottolineano come in questo caso il sessismo e l’eterosessismo sembrano sommarsi fra loro nella causazione di tali maggiori sofferenze in soggetti che, oltre a essere donne, sono anche bisessuali o varianti rispetto al genere.

Vi è un attuale dibattito tra quanti si sono dichiarati contrari all’etichetta diagnostica e al processo di patologizzazione del DIG e tra chi invece sostiene la necessità di una diagnosi. A tal proposito la Lev (2004) sostiene che il transgenderismo faccia parte di una normale variante sana dell’espressione dell’identità umana, senza alcuna componente patologica.

Disturbo dell’Identità di Genere: Conclusioni

Il disagio riguardo alla propria identità di genere può assumere varie forme e diverse intensità. L’eziologia del Disturbo dell’Identità di Genere è ancora incerta e le molte teorie in merito mettono in luce la sua multifattorialità. Nell’ambito della ricerca è auspicabile che indagini dettagliate vengano messe a punto per colmare le lacune esistenti al fine di chiarire il peso relativo di ciascun fattore di rischio, i nessi causali che collegano più fattori di rischio tra loro, nonché per far luce sugli eventuali fattori di mediazione e precipitanti che concorrono a creare la sofferenza e il disagio delle persone con DIG. Il clinico dovrebbe cercare soprattutto di comprendere l’unicità del paziente, la sua storia e il suo bisogno. Fortunatamente esistono delle chiare linee guida per lavorare con i soggetti che presentano problemi relativi all’identità di genere, capaci di dirigere la fase diagnostica e terapeutica. Tale metodologia ha mostrato dei buoni risultati empirici e la prognosi del trattamento è positiva. Si ritiene, inoltre, fondamentale approfondire la ricerca scientifica sugli effetti a lungo termine delle terapie ormonali e sulle nuove tecniche chirurgiche che, meglio, soddisfino reali e concrete esigenze dell’utenza. A questo scopo, si ritiene essenziale il contributo dei risultati a distanza ottenuti attraverso la raccolta di dati nei follow-up.

Messaggio pubblicitario Per il fatto che i soggetti con Disturbo dell’Identità di Genere si sottopongono a terapie mediche e chirurgiche irreversibili è fondamentale un’accurata diagnosi differenziale al fine di distinguere questa patologia da condizioni che possono mimarne in qualche modo le caratteristiche ma che con tale disturbo non hanno nulla a che fare.

La patologizzazione d’identità di genere atipiche e la diagnosi relativa alla condizione transessuale sono state cause di controversie e accesi dibattiti. In alcuni casi in cui il senso di incompatibilità tra corpo biologico sessuato e identità di sé e di genere è estremamente precoce e pervasivo si possono verificare gravi disagi psichici che potrebbero giustificare l’etichetta diagnostica; in altre persone le sofferenze psicologiche sono prevalentemente causate dalle reazioni spesso ostili dell’ambiente alla propria atipicità, nonché dalle reazioni sociali discriminatorie.

La comunità europea ha recentemente ribadito l’importanza del rispetto, dell’apertura, dando vita ad un rapporto dell’United Nations Development Programme intitolato La libertà culturale in un mondo di diversità dove scrive:

Lo sviluppo umano significa anzitutto permettere alle persone di vivere il tipo di vita che essi scelgono – fornendo loro gli strumenti e le opportunità per fare questo genere di scelte

Le questioni sono tante, ma l’unico modo per combattere realmente stereotipi e pregiudizi che, non di rado, sfociano in violenze simboliche e reali, e promuovere avanzamento culturale e scientifico, è la conoscenza profonda delle persone, delle loro storie di vita, dei loro modi di pensare e stare nel mondo. Si ritiene rilevante dedicare particolare attenzione alle problematiche relative all’identità di genere e promuovere adeguati interventi di formazione-informazione non solo per i familiari degli utenti, ma anche per il personale delle istituzioni scolastiche, per le figure professionali dell’area sanitaria, sociale e legale che svolgono funzioni attinenti a questo campo e dei dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Rispetto alla diagnosi di transessualismo, la pubblicazione dell’attuale DSM-5, con la sua diagnosi di Disforia di Genere, ha tuttavia soddisfatto e in parte tranquillizzato la comunità transgender, infondendo maggior ottimismo in quella parte dei suoi membri che auspica e prospetta un futuro decorso della diagnosi simile al destino incontrato dalla diagnosi di Omosessualità, ormai defunta da parecchi anni. Con l’attuale diagnosi l’APA sembra aver compiuto un deciso passo verso la depatologizzazione del transessualismo, ricordando appunto ciò che è avvenuto in passato con la diagnosi di omosessualità.

Da quanto trapela dalla letteratura visionata, il Disturbo dell’Identità di Genere può associarsi ad altre psicopatologie psichiatriche. Frequente è la comorbilità con Disturbi dell’Umore o Disturbi d’Ansia, e si può riscontrare in alcuni pazienti un Disturbo di Personalità, spesso di tipo Borderline. Si auspica ad una riduzione, grazie alla prevenzione ed ai trattamenti sia farmacologici che psicologici, delle correlazioni psichiatriche, che come abbiamo visto, possono essere sia una causa del Disturbo dell’Identità di Genere, sia una conseguenza.

Infine, non esistono studi epidemiologici recenti e veramente completi che forniscano dati sulla prevalenza del Disturbo dell’Identità di Genere. Le stime più attendibili si basano su ricerche effettuate soprattutto in Europa sui pazienti che richiedono l’intervento medico e chirurgico. E’ molto probabile che il fenomeno sia sottostimato. Risulta evidente il bisogno di effettuare ulteriori ricerche, sia nel territorio Europeo ma soprattutto in quello extraeuropeo ed anche con pazienti che non richiedono l’intervento medico e chirurgico, per una corretta stima della prevalenza di questo disturbo.

 

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