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Lutto digitale: come i social media cambiano l’elaborazione della perdita – Psicologia Digitale

Il lutto digitale modifica il rapporto con la perdita, intrecciando bisogno di connessione, validazione emotiva e nuove modalità di elaborazione del dolore

Di Chiara Cilardo

Pubblicato il 26 Giu. 2026

La condivisione del lutto online come ricerca di convalida psicologica

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 91) Lutto digitale: come i social media cambiano l’elaborazione della perdita 

Una delle dinamiche più complesse e affascinanti del mondo online, in particolare dei social media, è la loro capacità di rendere pubblico ciò che è sempre stato privato, la capacità di aprire scatole nere e rivelarne il contenuto, dando vita a un potenziale comunicativo potente. Succede con eventi, situazioni e vissuti tradizionalmente confinati nella sfera più intima dell’individuo, come la genitorialità, il disagio mentale e il lutto. La condivisione e l’esposizione online possono diventare una risposta efficace, un sostegno prezioso in un momento di transizione.

È quanto capitato a Kait Granger quando ha deciso di accendere la telecamera del telefono e condividere su TikTok il suo stato d’animo, interrompendo un silenzio che durava da anni. La sua è una storia drammatica: sua madre è stata uccisa dal padre, il quale, dopo aver appiccato il fuoco alla casa di famiglia, si è tolto la vita. Per rispondere a un trauma di questa portata, Kait ha messo in atto diverse strategie di adattamento, rifugiandosi in una routine impeccabile fatta di traguardi accademici, ritmi di lavoro serrati e una relazione sentimentale stabile. Era il tentativo di mostrarsi “normale” per non gravare sugli altri; si era infatti accorta che le persone intorno a lei, pur con le migliori intenzioni, si scoprivano incapaci di accogliere e gestire la profondità di un simile dolore (Liu, 2026). Quella condivisione sui social ha spezzato l’isolamento, dando voce alla sua sofferenza e risuonando con migliaia di persone accomunate dallo stesso lutto, oggi riunite intorno all’hashtag #grieftok. Del resto, la perdita è un evento difficile da decifrare per chi si trova vicino a chi soffre: non sempre si possiedono le competenze emotive necessarie per reggerne l’impatto. 

L’espressione del dolore online diventa quindi una ricerca di contatto e convalida psicologica.  

La psicologia del lutto online: empatia, rispecchiamento e vicinanza

Il bisogno di esternalizzare la sofferenza in uno spazio pubblico digitale è un comportamento guidato dalla ricerca di sintonizzazione affettiva e comprensione vicaria. L’interazione con i contenuti legati alla perdita attiva e modula la cosiddetta empatia digitale. Quando un utente visualizza la narrazione del dolore altrui, si innescano risposte sia cognitive, legate all’assunzione di prospettiva e alla comprensione dello stato mentale dell’altro, sia affettive, connesse alla condivisione della risonanza emotiva. Questa forma di connessione online si manifesta concretamente attraverso comportamenti di supporto come commenti di cordoglio, condivisione dei post o reaction (Thommandru & Mone, 2026).
Un’altra chiave di lettura è la teoria del contagio emotivo, che spiega come le emozioni riescano a propagarsi rapidamente nelle reti sociali, modificando lo stato d’animo e l’atteggiamento psicologico degli utenti (Grisel, 2025). L’esposizione a contenuti digitali inerenti situazioni di lutto induce negli utenti una parziale assimilazione di quella stessa tristezza, creando un terreno comune di risonanza affettiva che unisce temporaneamente sconosciuti attorno a un nucleo di sofferenza condivisa. Chi condivide il proprio vissuto riesce così a trovare quel contenimento emotivo che a volte l’ambiente circostante non è in grado di garantire.

Grief labour: il lavoro emotivo per elaborare la perdita online

L’esternalizzazione del dolore online richiede a chi soffre un vero e proprio sforzo psicologico e operativo. Si tratta di un processo definito grief labour, ovvero il faticoso lavoro affettivo ed emotivo che le persone devono compiere per allineare l’esperienza grezza e disorganizzata del lutto con i requisiti delle piattaforme digitali (Frost, 2025). Chi sceglie di documentare la propria perdita online si trova così ad affrontare un passaggio preliminare prima della condivisione vera e propria. Il dolore, per poter essere “distribuito efficacemente”, deve essere sottoposto a una selezione e un editing che lo rendano compatibile con i canoni dello spazio digitale che si è scelto, che sia TikTok o Facebook. Un lavoro di rielaborazione che presuppone, inevitabilmente, la capacità di monitoraggio dei propri stati interni (Harju & Pentikäinen, 2025). 

Il grief labour si delinea come una duplice transazione psicologica. Da un lato, richiede l’investimento di consistenti energie cognitive ed emotive per tradurre il trauma in un formato multimediale; dall’altro, forza la persona a una costante negoziazione con le richieste e le specifiche delle piattaforme, come la scelta tra un contenuto testuale o un video. La gestione del lutto digitale si manifesta, in parte, come una sorta di oggettivazione e di esternalizzazione dell’esperienza stessa della perdita, “digerita” e ottimizzata in favore dello spazio virtuale in cui si intende condividerla (Frost, 2025).

Le modalità della presenza e del lutto online

L’attenzione che ha gravitato intorno all’hashtag grieftok su TikTok è solo uno degli esempi di come oggi l’espressione della perdita si manifesta online: gli utenti hanno a disposizione molti modi per condividere il proprio lutto. Per esempio, in pagine dedicate sui social media (Legacy Pages), cioè nella trasformazione degli account personali in profili commemorativi permanenti, spazi in cui le bacheche dei social media cambiano funzione per accogliere memorie, fotografie e messaggi asincroni da parte di amici e conoscenti. Ancora, la rete vede la proliferazione di comunità di supporto strutturate e di veri e propri portali dedicati alla memoria (Online Memorials), concepiti specificamente per ospitare necrologi digitali e gesti simbolici, come l’accensione di candele virtuali, le pagine e gruppi di supporto al lutto (Grief Support Groups). La tecnologia ridefinisce anche la dimensione rituale e interattiva attraverso la trasmissione in diretta streaming delle funzioni funebri (Digital Funerals), garantendo una partecipazione emotiva a distanza, e la creazione di cimiteri tridimensionali o monumenti in realtà virtuale visitabili tramite avatar. In alcuni casi, il legame con chi non c’è più viene mantenuto attivo mediante profili dedicati alla pubblicazione sistematica di ricordi e aneddoti del passato (Continuing Bonds Accounts), fino a raggiungere le frontiere più recenti e discusse dell’intelligenza artificiale, dove l’uso di chatbot consente di simulare conversazioni basate sulle tracce digitali lasciate dal defunto, i chatbot di IA per l’elaborazione del lutto (Griefbots / Deadbots). L’espressione della sofferenza online si articola così attraverso una costellazione di strumenti che, pur modificando profondamente i tradizionali codici del lutto, rispondono al bisogno umano di continuità, ricordo e contatto sociale (Thommandru & Mone, 2026).

Tra vicinanza e isolamento: cosa succede quando raccontiamo il dolore online

Questa pluralità di pratiche ha modificato i confini tradizionali tra sfera privata e spazio pubblico, introducendo sia opportunità di supporto che fattori di rischio. Sotto il profilo dei benefici, la condivisione online riduce lo stigma tipico delle società occidentali contemporanee, tendenzialmente orientate a nascondere o patologizzare la morte. I canali virtuali offrono così una risposta all’isolamento sociale, consentendo di validare la propria sofferenza attraverso la connessione con una comunità di pari (Thommandru & Mone, 2026). 

Una simile dinamica sostiene l’alfabetizzazione al lutto: promuove modelli concreti su come relazionarsi con chi soffre, tollerare la vicinanza con il trauma e superare l’imbarazzo comunicativo che spesso paralizza le reti relazionali tradizionali. Al contempo, raccontare la quotidianità spezza lo stereotipo secondo cui la perdita coincide solo con una perenne disperazione, mostrando come il dolore possa coesistere con momenti di vitalità, gratitudine e riscoperta di sé.

In questa prospettiva, però, potrebbe ostacolare i naturali processi psicologici di elaborazione del dolore, frenando una reale integrazione della perdita nella nuova identità del soggetto. Inoltre, si rischia di sottrarre preziose risorse cognitive ed emotive al lavoro psicologico (Harju & Pentikäinen, 2025). Per gli utenti che consumano tali contenuti, si aggiunge anche la possibilità di imbattersi in strategie di adattamento disfunzionali o prive di validazione scientifica, diffuse da profili non qualificati (Grisel, 2025; Liu, 2026).

Le prospettive future della ricerca e dell’intervento clinico dovranno focalizzarsi sulla definizione di modelli di utilizzo consapevole. L’obiettivo è permettere alle persone di attingere alle risorse di connessione e validazione dalle comunità virtuali, proteggendo i tempi fisiologici necessari per l’elaborazione di un’esperienza profonda come quella della perdita.

Riferimenti Bibliografici
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