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Second opinion: il diritto di chiedere un secondo parere, anche in psicologia

La second opinion psicologica aiuta a chiarire diagnosi, valutare terapie e tutelare il proprio benessere mentale

Di Valentina Davi

Pubblicato il 26 Gen. 2026

Quando rivolgersi a un altro professionista: il valore della second opinion

Quante volte di fronte a una diagnosi che non convince o a una proposta terapeutica che lascia perplessi, ci siamo sentiti dire: “Perché non chiedi un secondo parere?”.

Rivolgersi a un altro professionista per un ulteriore consulto è un’abitudine consolidata in ambito medico, in particolare in oncologia e chirurgia: è la cosiddetta second opinion.

Di solito richiediamo un parere aggiuntivo specialistico per cercare conferma della diagnosi ricevuta (es. un tumore) oppure per valutare il piano terapeutico o il trattamento proposto e vagliare opzioni alternative. Dopotutto, chi vorrebbe sottoporsi a un’operazione chirurgica, magari rischiosa e con possibili complicanze, senza prima verificare l’esistenza di altre soluzioni, magari meno invasive?

Second opinion in psicologia: tra diritti del paziente e tabù culturali

Cercare altrove un secondo parere è diritto di ogni paziente, e lo è per diversi motivi.

In alcuni casi ci permette di evitare trattamenti inutili o inappropriati, risparmiando tempo e denaro; ci consente di raccogliere maggiori informazioni, chiarire dubbi e quindi fare scelte più consapevoli. Inoltre ricevere una conferma (ma anche una disconferma) della prima diagnosi può diminuire l’ansia o lo stress legati alla nostra condizione clinica e farci sentire più sollevati.

Se in medicina la second opinion è ormai prassi comune, tanto che molte strutture ospedaliere sia pubbliche sia private propongono proprio un servizio dedicato, non si può dire lo stesso in psicologia. Chiedere una second opinion a un altro professionista (psicologo, psicoterapeuta, psichiatra), diverso da quello che già ci sta seguendo, è considerata una cosa normale nel mondo anglosassone, mentre lo stesso non si può dire del contesto italiano. Forse per una questione culturale? L’idea che la relazione con il terapeuta debba essere unica può frenarci dal cercare risposte da altri; così come il timore di fare uno sgarbo o di “tradire” il nostro terapeuta, dato che abbiamo con lui una relazione stretta.

La second opinion psicologica come strumento di cautela e chiarezza

Richiedere una second opinion psicologica non dovrebbe essere percepito come una  mancanza di fiducia, ma come una forma di normale cautela e attenzione verso la propria salute.

Può capitare infatti di iniziare un percorso terapeutico senza che sia stata formulata una diagnosi e di avere la sensazione che in seduta si navighi a vista; la diagnosi, proprio come in medicina, è il punto di partenza per impostare il lavoro psicoterapeutico, perché permette al terapeuta di avere ben chiari gli aspetti su cui intervenire durante il percorso, e a noi di fissare con lui degli obiettivi condivisi. 

Inoltre la diagnosi ci aiuta a stimare la durata della psicoterapia (di solito un problema legato a tratti di personalità disfunzionali richiede tempi di cura più lunghi rispetto a un problema più circoscritto come una fobia) e di conseguenza ci permette di calcolare grossomodo anche l’investimento economico.

Se invece abbiamo ricevuto una diagnosi, a volte possiamo non riconoscerci nel quadro clinico oppure possiamo avere dei dubbi da sciogliere, o, ancora, la psicoterapia può essere entrata in stallo: passano i mesi, ma non vediamo nessun miglioramento.

Quando la second opinion psicologica può migliorare il percorso terapeutico

In tutti i questi casi può essere utile ricorrere a un servizio di second opinion psicologica: per sottoporsi a una valutazione che restituisca una diagnosi da condividere con il nostro terapeuta; per valutare se il tipo di psicoterapia che stiamo seguendo sia il più efficace per curare il nostro problema. Per esempio, se siamo grandi rimuginatori, potrebbe essere più indicata la terapia metacognitiva (MCT); se invece soffriamo di disturbo ossessivo compulsivo, meglio orientarsi verso una terapia cognitivo comportamentale che preveda tecniche di esposizione e prevenzione della risposta (ERP).

In definitiva, chiedere un secondo parere psicologico non significa mettere in discussione il valore del terapeuta che ci segue, ma prendersi cura in modo attivo e responsabile del nostro benessere mentale. Vuol dire darsi la possibilità di vedere la propria situazione da un’altra prospettiva per raccogliere nuove informazioni, ottenere conferme o cambiare strada. E anche questo può già essere di per sé un gesto terapeutico. 

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