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Il trauma non è un destino (2026) di Sandra Sassaroli – Recensione

Il trauma non è un destino (2026) di Sandra Sassaroli riflette sul trauma, sulla sofferenza psicologica e sulla possibilità di cambiamento

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 10 Set. 2026

Oltre la cultura del trauma: il nuovo libro di Sandra Sassaroli

Nel 1993 Robert Hughes pubblicava La cultura del piagnisteo, un libro che faceva arrabbiare parecchia gente e che oggi, a distanza di trent’anni, si legge come una profezia riuscita a metà. Hughes se la prendeva con l’America che si stava innamorando della propria fragilità, con la trasformazione della vittima da condizione dolorosa a posizione morale privilegiata. Era un pamphlet, con tutti i limiti del genere: brillante, ingeneroso, a tratti sordo alle ragioni di chi aveva davvero qualcosa da rivendicare. Ma coglieva qualcosa.

Trent’anni dopo, quel qualcosa ha cambiato lessico. Non parliamo più di piagnisteo — termine che oggi suonerebbe crudele, e giustamente. Parliamo di trauma. È diventata la parola-chiave della nostra epoca, il passe-partout con cui si spiega tutto: il fallimento sentimentale, la difficoltà a concentrarsi, l’ansia da prestazione, il rapporto complicato con il cibo, la fatica del lunedì mattina. C’è del buono in questo: significa che abbiamo smesso di considerare la sofferenza psichica una debolezza morale, che il vocabolario della salute mentale è entrato nel discorso comune, che una generazione intera ha imparato a chiedere aiuto senza vergognarsi. È un progresso reale, e chi lo nega dimentica com’era il mondo prima.

Ma ogni conquista ha il suo rovescio. E il rovescio, qui, è che una parola che spiega tutto finisce per non spiegare più niente.

È esattamente qui che si colloca il nuovo libro Il trauma non è un destino (2026) di Sandra Sassaroli, e la ragione per cui vale la pena leggerlo: perché affronta la questione senza le due scorciatoie disponibili. Non fa il verso a Hughes — nessun sarcasmo verso la fragilità altrui, nessuna nostalgia per l’epoca in cui si stringevano i denti. E non fa nemmeno l’operazione opposta, quella di validare tutto per non offendere nessuno. Fa la cosa più difficile e meno spettacolare: distingue.

Il paradosso dell’inflazione

L’argomento centrale del libro è quasi controintuitivo, ed è per questo che funziona. Sassaroli non sostiene che il trauma sia sopravvalutato perché la gente si lamenta troppo. Sostiene che chiamare trauma qualunque esperienza dolorosa danneggia proprio chi soffre di più.

Il ragionamento è limpido: se lo stupro subito da Carla, il terremoto dell’Aquila vissuto da Elsa, la madre di Virginia travolta da un’auto sotto i suoi occhi a tre anni e mezzo, e il papà che salta il saggio di danza finiscono nella stessa categoria concettuale, allora quella categoria non ci dice più nulla su cosa fare. Non orienta il trattamento, non predice il decorso, non aiuta a capire perché alcune persone crollano e altre no. E soprattutto: consegna a chi ha vissuto un’esperienza dolorosa ma affrontabile una narrazione secondo cui è irreparabilmente danneggiato.

I numeri che Sassaroli cita, mutuati dalla letteratura, sono di quelli che dovrebbero circolare di più: solo una persona su dieci esposta a un evento traumatico sviluppa un disturbo post-traumatico. Le altre nove soffrono, elaborano, e vanno avanti. Non perché siano più forti — perché la resilienza è la norma statistica, non l’eccezione eroica. È un dato che dovrebbe essere rassicurante e che invece raramente arriva a chi ne avrebbe bisogno, perché contraddice la storia più diffusa.

Il trauma non è un destino (2026): i bambini di cristallo

C’è un capitolo, quello sull’iperprotezione, che secondo me è il più acuto del libro e anche il più scomodo, perché tocca un nervo che riguarda praticamente tutti i genitori contemporanei.

Sassaroli conia qui una formula che è, mi pare, il contributo originale più efficace del capitolo: «La madre “sufficientemente buona” di Winnicott diventa, così, una madre “assolutamente buona”» (p. 75). Bastano dieci parole per fotografare uno slittamento culturale che ha impiegato mezzo secolo a compiersi. Genitori istruiti, informati, benintenzionati, che hanno letto tutto sulla teoria dell’attaccamento e che proprio per questo faticano a tollerare la frustrazione dei figli. Il risultato è quello che l’autrice chiama, con un’altra immagine felice, l’«eccesso di pieno»: come stare davanti a una parete tappezzata di capolavori invece che davanti alla Gioconda. Non stupore ma sovraccarico. Non pienezza ma una vaga, sottile ansia.

I figli che ne escono sono bambini iperprotetti e coccolati che, da adolescenti o giovani adulti, si descrivono come annoiati e vuoti. Cristalli tenuti in una teca. E quando il mondo arriva — e arriva sempre — li trova più piccoli della loro età anagrafica, senza le competenze emotive che si acquisiscono solo sbucciandosi le ginocchia.

Il passaggio più tagliente è quello sulla profezia che si autoavvera: se lo sguardo che si posa sul bambino è intriso di preoccupazione, rischiamo di trasformare una creatura naturalmente adattiva in un essere vissuto come fragile. Gli eventi fisiologici della crescita vengono letti come traumatici, e il bambino impara a raccontarsi come vittima di forze incontrollabili. Costruisce, in altre parole, un’autobiografia di tipo traumatico — che poi sarà la lente con cui leggerà tutto il resto.

C’è una citazione di Patricia Crittenden che vale il capitolo intero: gli adolescenti che non si arrabbiano mai, che subiscono le situazioni complesse, mostrano meno risorse per crescere. La prognosi è migliore per chi litiga con i genitori. Ci sarebbe da riflettere, in un’epoca che confonde il conflitto con la violenza.

Temi di vita e piani: il modello dell’autrice

Detto tutto questo, sarebbe un errore leggere Il trauma non è un destino (2026) come un saggio polemico. È prima di tutto un libro clinico, e nel quarto capitolo Sassaroli mette in campo il modello teorico che ha elaborato negli anni insieme al gruppo di Studi Cognitivi — Ruggiero, Caselli e colleghi — e che è noto in letteratura come LIBET. È qui che il libro dà il meglio di sé, perché offre uno strumento che il lettore, clinico o no, può effettivamente usare.

Il modello poggia su due costrutti.

Un tema di vita è una sensibilità particolare, una specie di lente attraverso cui interpretiamo ciò che ci accade. Si forma quando, a uno stesso bisogno infantile, l’ambiente risponde ripetutamente nello stesso modo: non un singolo episodio, ma la sedimentazione di molte risposte simili. Sassaroli è esplicita nel preferire questa nozione a quella, più ampia e più ingombrante, di «personalità». Il tema non è un tratto: è un punto dolente, una zona di massima vulnerabilità. 

Un piano, invece, è la strategia che mettiamo in campo per stare lontani dal nostro tema. Non è un sintomo: è un modo di funzionare che il bambino costruisce per prove ed errori, mescolando temperamento e imitazione, e che l’ambiente poi rinforza o scoraggia. Sassaroli li chiama «semi-adattativi» proprio perché funzionano: nel momento in cui nascono sono ragionevoli e utili, e spesso sono la cosa migliore che si potesse fare. 

La mossa concettuale decisiva è che nessuno di questi piani è patologico in sé. Diventano un problema quando si irrigidiscono: quando vengono applicati automaticamente, sempre uguali, indipendentemente dal contesto. La strategia che ci ha protetti a otto anni continua a girare a vuoto a quarantacinque, quando il mondo è cambiato ma il pilota automatico no. È allora che il piano, applicato in maniera inflessibile, rischia di rompersi e di trasformarsi in sintomo.

Il lavoro terapeutico, di conseguenza, non consiste nel demolire quelle difese ma nel restituire loro flessibilità. È una prospettiva che ha il pregio non piccolo di restituire dignità al paziente: quello che hai costruito per sopravvivere non era stupido. Era la cosa migliore che potevi fare allora. Ora forse ne serve un’altra.

Il tennis, la birra e la partita che continua

Il capitolo sul rimuginio e sulla ruminazione è quello dove Sassaroli gioca ancora più in casa — è il territorio della ricerca che porta avanti da anni con Ruggiero e Caselli — e si vede.

La distinzione è netta: il rimuginio guarda avanti («e se…?»), la ruminazione guarda indietro («perché proprio a me?»). Il primo genera ansia, la seconda deflessione dell’umore e senso di colpa. Ma la forma è la stessa: un pensiero che gira, gira, e non si muove di un millimetro.

L’intuizione decisiva, ripresa da Adrian Wells, è che a fare la differenza non è il contenuto del pensiero ma quanto tempo gli concediamo. E qui arriva l’immagine più bella del libro: due amici guardano una partita di tennis, seguono la pallina avanti e indietro, poi uno propone all’altro di andare a prendere una birra. Si alzano. La partita continua senza di loro. Ecco: così dovrebbe funzionare con i pensieri. Il pensiero negativo continua a esistere — non lo cancelliamo, non lo reprimiamo, non ci battiamo contro di lui. Semplicemente smettiamo di seguire la pallina.

Chiunque abbia passato una notte a rimuginare su una mail sa esattamente di cosa si parla.

E allora?

Il libro Il trauma non è un destino (2026) si chiude con tre strategie — elaborare, imparare nuove competenze, lasciar andare — e con una parte di esercizi che ha il pregio raro di dichiarare i propri limiti: non sono un sostituto della psicoterapia, sono un modo per cominciare a guardarsi da fuori. Sassaroli insiste, giustamente, che nessuna delle tre strategie è superiore in assoluto: la scelta dipende dal problema, dal momento, dalle risorse. È una sobrietà metodologica che in questo genere editoriale non è scontata.

Ma la cosa che resta, chiudendolo, è un’altra. È l’idea che tra il passato che abbiamo vissuto e il futuro che possiamo costruire ci sia uno spazio — e che quello spazio sia fatto di abilità che si imparano, non di doni che si ricevono. Accettare di apprendere nuove skills psicologiche, scrive Sassaroli, significa riconoscere che non siamo finiti. È un atto di umiltà e di responsabilità insieme, dove responsabilità non significa colpa ma coraggio.

Non è un messaggio consolatorio. È più esigente di quello che offre la narrazione dominante, perché non ti autorizza a fermarti. Ma è anche infinitamente più rispettoso, perché presuppone che tu possa farcela.

In un’epoca che ha imparato benissimo a nominare il dolore e molto meno bene a immaginare cosa venga dopo, è esattamente il libro che serviva. Non contro la sensibilità che abbiamo guadagnato — a favore di quello che possiamo farne.

Riferimenti Bibliografici
  • Caselli, G., Ruggiero, G.M., Sassaroli, S. (2017). Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Harris, J.R. (1998). The Nurture Assumption: Why Children Turn Out the Way They Do. New York: Free Press. (Trad. it. Non è colpa dei genitori. Milano: Mondadori, 1999).
  • Hughes, R. (1993). Culture of Complaint: The Fraying of America. New York: Oxford University Press. (Trad. it. La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto. Milano: Adelphi, 1994).
  • Paris, J. (2022). Myths of Trauma: Why Adversity Does Not Necessarily Make Us Sick. New York: Oxford University Press.
  • Sassaroli, S. (2026). Il trauma non è un destino. Milano: Vallardi.
  • Wells, A. (2009). Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression. New York: Guilford Press. (Trad. it. Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione. Firenze: Eclipsi, 2012).
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