Mia moglie è un ologramma
Nella primavera del 2022, sul New York Times è apparso un articolo su Akihiko Kondo, un impiegato scolastico di Tokyo con una particolarità: il signor Kondo è sposato con un personaggio di fantasia. La sua lei? Hatsune Miku, nome in codice ufficiale CV01, Vocaloid di una cantante pop dai lunghi capelli color turchese, sintetizzata al computer e divenuta idolo virtuale dopo vari concerti live sotto forma di proiezione olografica animata.
Kondo ha sposato la sua amata nel 2018, sotto forma di bambola di peluche (una di un vasto assortimento personale), raccontando di essere convolato a nozze dopo una relazione decennale, in grado di farlo riemergere da una profonda depressione. In Miku, il signor Kondo sostiene di aver trovato amore, ispirazione e conforto. Insieme condividono pasti, sonno, guardano film e trascorrono fughe romantiche documentandole sui social.
Nell’articolo leggiamo che Kondo sa che la gente lo reputa strano, persino pericoloso, e sa bene che Miku non è reale. Tuttavia, sostiene, i suoi sentimenti per lei lo sono.
Kondo non è solo. Come lui, un numero crescente di persone, in particolare in Giappone, intrattiene relazioni d’affetto e persino d’amore con personaggi di fantasia, talvolta contraendo con loro matrimoni non ufficiali. Questo trend fa capo alla fictosessualità, un fenomeno sociale emergente negli ultimi decenni all’interno degli ambienti virtuali.
Manga, anime e videogame: il regno della fictosessualità
Fictosessualità e fictoromance (traducibile come fictoromanticismo) rientrano nel concetto più ampio di fictofilia (dal latino fictio, finzione, immaginazione e dal greco philia, amicizia o amore). Sono termini che si riferiscono a sentimenti intensi e duraturi di amore, infatuazione o desiderio sessuale per un personaggio fittizio, di fantasia appunto (Karhulahti & Välisalo, 2021). In particolare, nella fictosessualità si desiderano relazioni sessuali ed erotiche con personaggi di fantasia, mentre nel fictoromance l’attrazione è di natura romantica e non sessuale. La fictofilia, invece, indica un generico attaccamento e un legame affettivo verso tali figure.
Personaggi di cartoni animati, visual novel (per i profani, videogame interattivi incentrati sull’avventura, dove il giocatore può influenzare la trama con le sue decisioni), libri, fumetti e manga. Gli oggetti del desiderio e dell’attaccamento emotivo di fictofili e fictosessuali possono essere di varia natura, ma contraddistinti da alcune caratteristiche particolari (Giles, 2002; Karhulahti & Välisalo, 2021):
- sono personaggi di finzione fantastica
- benché una relazione sociale con loro sia impossibile, possono apparire come personaggi virtuali dinamici, in grado di “interagire” – per certi versi – con l’individuo, anche grazie a robotica e intelligenza artificiale
- sono destinatari di un attaccamento intenso e a lungo termine
- sono perfetti: capaci di azioni da supereroi, con poteri o qualità speciali che permettono loro di avere successo in ogni impresa, dotati di personalità vivide e chiare
- sono “pensati” per apparire accattivanti, incantevoli ed esteticamente attraenti
- non sono reali, pertanto sono “sicuri”, ovvero incapaci di morire, ammalarsi, ferire, tradire i sentimenti dei fictofili e sono del tutto controllabili.
Marketing o emancipazione?
Il boom dei fenomeni di fictosessualità e fictofilia sembra essere incoraggiato da una fiorente industria che travalica i confini del Giappone, spalancando le porte alla subcultura dei cosiddetti otaku. Si tratta di un termine nato negli anni ‘70 per indicare un individuo con interessi ossessivi per personaggi di manga, anime e media giapponesi, e che sviluppa con essi intense relazioni da fan. Le interazioni sociali di un otaku possono essere penalizzate, in quanto incentrate in modo selettivo ed esclusivo sui suoi interessi, rendendo difficile stabilire legami al di fuori di queste cerchie d’interesse e adattarsi socialmente (Galbraith, 2019).
Il mercato mette a disposizione dei fan infinite possibilità per ricercare e mantenere un legame coi propri beniamini: gadget, bambole, lettere d’amore, riproduzioni di abiti, profumi evocativi, trattamenti in spa o pasti gourmet a tema. Tuttavia, come spiega al Times la dottoressa Agnès Giard, ricercatrice del progetto Emotional Machines: The Technological Transformation of Intimacy in Japan (EMTECH), finanziato dal Consiglio europeo della ricerca e ospitato dalla Freie Universität di Berlino, fictofilia e fictosessualità possono anche rappresentare esperienze di empowerment personale, distacco ed emancipazione da ruoli familiari, matrimoniali e/o di genere socialmente predefiniti (come marito, capofamiglia, moglie, casalinga ecc.).
Fictofilia: un disturbo mentale?
Fictofilia, fictoromance e fictosessualità possono essere considerati esempi di relazioni parasociali, in cui si sviluppa una relazione e un attaccamento emotivo di tipo unidirezionale (non corrisposto) verso un personaggio di rilevanza sociale (un cantante, un attore, uno sportivo, un politico ecc.). Le relazioni parasociali possono essere (Giles, 2002):
- di primo ordine, dirette verso un essere umano
- di secondo ordine, dirette verso un personaggio interpretato da un essere umano (ad esempio, Harry Potter)
- di terzo ordine, dirette verso un personaggio fittizio, come nel caso della fictofilia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’American Psychiatric Association non classificano fictosessualità e fictofilia tra i disturbi mentali diagnosticabili, in quanto gli individui coinvolti sono in genere pienamente consapevoli della natura paradossale del loro legame. I fictofili, infatti, sanno che il personaggio che amano non è reale, come nel caso del signor Kondo, ma continuano a desiderarlo. Più in generale, sanno distinguere tra finzione e realtà oggettiva e riconoscono la natura parasociale dei loro sentimenti. Tuttavia, simili relazioni potrebbero generare tristezza e disagio a causa della mancanza di reciprocità, o sfociare in veri e propri deliri, in cui l’individuo ritiene effettivamente di avere una relazione con un personaggio reale. Tale condizione potrebbe suggerire la presenza di una psicosi e di una diagnosi psicopatologica più ampia.
Un altro aspetto rilevante potrebbe riguardare il rischio più elevato nei fictofili di sviluppare isolamento sociale, dipendenza da internet e convinzioni pessimistiche o disadattive rispetto ai legami “umani” e alla società in generale (“Le persone sono peggio di come le immagino”, “Solo i miei manga non mi deluderanno mai”) (Yamagami et al., 2025). Inoltre, la paura di essere ridicolizzati, considerati anormali o malati, potrebbe rendere la fictofilia un’esperienza nascosta e solitaria. Non poter parlare apertamente delle proprie emozioni e la paura di essere stigmatizzati può, di conseguenza, ridurre la partecipazione sociale, il benessere psicologico e il successo scolastico (Karhulahti & Välisalo, 2021). Per chi vive queste relazioni, bilanciare i legami coi personaggi del cuore con le interazioni umane “faccia a faccia” può aiutare a mantenere un sano livello di coinvolgimento sociale.