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Le origini dell’ansia. Dall’ansia che motiva, all’attacco di panico che paralizza

Le problematiche legate all’ansia risultano avere un’incidenza maggiore rispetto ad altri disturbi psicologici e necessitano di interventi mirati

Di Antonio Cafaro

Pubblicato il 30 Gen. 2023

Un’ansia eccessiva comporta molto spesso tutta una serie di sintomi sul piano cognitivo e corporeo-somatico che possono strutturarsi in veri e propri disturbi.

 

 Molto spesso sentiamo parlare di ansia o ci sentiamo sopraffatti da essa. Il termine tuttavia viene talvolta utilizzato in modo non del tutto corretto o comunque in modo generico per indicare stati emotivi analoghi. È importante quindi conoscere bene il significato di questa emozione, quali effetti comporta e quali possono essere i possibili interventi psicologici per imparare a gestirla quando inizia a farci stare male.

Che cos’è l’ansia: differenza tra ansia e paura

L’ansia è un’emozione che si definisce secondaria. Si usa l’aggettivo secondaria per distinguerla dalle emozioni cosiddette primarie, ovvero quelle emozioni che sono presenti in tutte le popolazioni ed in ogni cultura, presenti in ogni essere umano sin dai primi giorni di vita. Le emozioni primarie sono gioia, tristezza, paura, disgusto, rabbia.

Le emozioni secondarie, per contro, non sono insite nell’individuo ma si acquisiscono nel corso della vita attraverso gli eventi che ci capitano e con gli scambi relazionali ai quali siamo esposti. Tra queste emozioni troviamo: invidia, vergogna, colpa, gelosia e ansia. Queste emozioni sono molto più complesse, perché derivano dalle emozioni primarie e sono apprese attraverso la storia personale di ogni persona (Fiore, 2015).

È importante fare una prima distinzione tra paura ed ansia, sua derivata. Molto spesso infatti si tende ad interscambiare i due termini, tuttavia vi è una peculiarità che differenzia le due emozioni. La paura è un’emozione che ci avverte della presenza di un pericolo imminente, come ad esempio qualcuno che ci rincorre con un coltello in mano, intenzionato a farci del male. In questo caso la rappresentazione del pericolo è ben definita nella mente del soggetto che la prova. Nell’ansia invece, la rappresentazione minacciosa non è delineata, è un’emozione che nasce dall’anticipazione di uno scenario catastrofico futuro, non certo. Solitamente l’ansia è mantenuta da pensieri negativi posti in forma di molti “e se…”. Dubbi che generano malessere nell’individuo che se li pone (American Psychiatric Association [APA], 2014).

L’utilità dell’ansia

L’ansia ed i suoi effetti possono essere concepiti come una curva che ne rappresenta la soglia di severità. Un’ansia sana, non patologica, aiuta nelle prestazioni, spinge all’azione. Se non provassimo mai ansia ad esempio prima di un compito in classe o prima di una gara sportiva, probabilmente ne risentirebbe anche la nostra prestazione. Una buona quota di ansia, infatti, è utile per motivarci, spinge all’azione e migliora le prestazioni. Ma se la curva dell’ansia si alza ulteriormente, in modo eccessivo, l’ansia non è più un’emozione adattiva, funzionale alla prestazione, perché compromette l’attività in cui il soggetto deve cimentarsi. L’ansia, diventa disfunzionale per la persona quando reca disagio a chi la prova, in particolare se si presenta in momenti in cui non occorre e si presenta con costanza ed intensità tali da andare a peggiorare la condizione di vita e le attività di della soggetto (Barnhill, 2020).

Un’ansia eccessiva comporta molto spesso tutta una serie di sintomi sul piano cognitivo e corporeo-somatico. Si possono infatti riscontrare vuoti di memoria, difficoltà di concentrazione, dolori addominali, forte tachicardia e sudorazione. Tutti sintomi indicatori che il nostro organismo è in allarme, che si sta preparando ad affrontare l’ipotetico scenario minaccioso (Melli, 2018).

Come mai l’ansia finisce per ostacolarci? La “Teoria degli scopi” come possibile spiegazione alla genesi dei disturbi d’ansia

Secondo questa teoria, gli esseri umani sono mossi da scopi, ovvero ogni azione prodotta da una persona è finalizzata a muovere la stessa da una situazione di partenza ad una più agevole. Gli scopi che una persona si prefigge, sono quindi la forza motrice dell’agire umano e sono la spinta motivazionale che regola i comportamenti. Ogni persona mette in atto quindi determinate azioni poiché mossa da scopi personali. Ogni strategia adottata da un soggetto, entra in relazione con determinate credenze psicologiche che servono a valutare in maniera positiva o meno il raggiungimento di un certo stato desiderato. Ecco quindi che un individuo può trovarsi a credere che è importante avere una buona forma fisica e si impegna a fare jogging costantemente per ottenerla. Lo scopo ultimo sarà quindi quello della forma fisica ottimale. Le emozioni, in questo caso, ci danno indicazioni circa il raggiungimento o meno dello scopo finale (Sassaroli et al., 2006).

L’ansia, in quest’ottica, ci indica se lo scopo del soggetto in questione è minacciato e vi possa essere la possibilità di finire in uno stato non desiderato e poco conosciuto. È il caso tipico della morte, la si teme proprio perché rappresenta la forma dell’ignoto per eccellenza. Se il nostro sistema cognitivo valuta come minacciato uno scopo a noi caro, maggiore sarà il peso dato al nostro scopo, ecco che più intensa sarà l’ansia provata.

L’ansia diventa invalidante per la persona, cristalizzandosi in un disturbo, per esempio dopo che l’attenzione della persona si sposta sull’attivazione fisiologica tipica dell’ansia e sui pensieri negativi ad essa connessi, diventando così essa stessa fonte di minaccia ed andando ad ingigantire la valutazione negativa riguardo alla probabilità che un certo evento negativo si verifichi. Questo circolo inizia così a recare sofferenza alla persona (Sassaroli et al. 2006).

Quando qualcosa viene giudicato da noi come minaccioso, per noi o per i nostri scopi, il nostro organismo si prepara ad agire: il corpo manifesta gli stati tipici legati alle situazioni di attacco o fuga. In una situazione che percepiamo come minacciosa ecco che si manifestano accelerazione del battito cardiaco, che fa aumentare la circolazione sanguigna, possiamo sentire la bocca secca, nausea e dolori addominali, perché il sangue viene incanalato dai visceri verso la muscolatura, si percepiscono inoltre difficoltà respiratoria, sensazione di soffocamento, vertigini perché vi è un aumento della respirazione, la muscolatura è maggiormente tesa e la persona può manifestare tremori (Andrews et al., 2003).

L’ansia invalidante può quindi infine concretizzarsi in un disturbo d’ansia, che per definizione provoca una compromissione in uno o più ambiti della vita del soggetto, come potrebbero essere ad esempio studio, lavoro o relazioni.

L’ansia che ostacola e le sue varie manifestazioni

Le problematiche legate all’ansia risultano avere un’incidenza maggiore rispetto ad altri disturbi psicologici. I dati riportano come l’ansia, nelle sue varie manifestazioni, sia anche una condizione che molto spesso non viene diagnostica e, di conseguenza, non riceve un trattamento adeguato.

Si stima che prima della pandemia da Covid-19 ne fossero affetti 298 milioni di individui, nel periodo successivo alla pandemia i dati riportano invece 374 milioni di persone. I disturbi d’ansia sono risultati essere più comuni tra le donne, probabilmente perché maggiormente esposte per motivi sociali ed economici, alle ripercussioni legate alla pandemia (NBST, 2021).

In riferimento alla Teoria degli scopi, citata poco sopra, possiamo ipotizzare come il lockdown e le restrizioni connesse, siano stati una fonte di frustrazione per gli scopi personali per milioni di persone, andando così ad aumentare la sofferenza connessa a stati ansiosi in chi è predisposto.

L’ansia invalidante e disturbante per il soggetto può manifestarsi in diversi modi, portando ad una compromissione nel funzionamento di vita delle persone. Chi presenta difficoltà legate all’ansia, può avere timori che condizionano l’esistenza, con tematiche molto diverse tra loro. Tra quelli che vengono definiti disturbi-d’ansia, troviamo: ansia generalizzata, ansia sociale e attacchi di panico (APA, 2014).

Nel disturbo d’ansia generalizzata, la persona è costantemente preoccupata. Vengono identificate come fonte di preoccupazione tematiche riguardanti la salute propria e dei propri cari, il percorso di studi, il lavoro, la propria situazione economica, e così via. Fulcro di questo disturbo è proprio la preoccupazione, che viene percepita dal soggetto come qualcosa di incontrollabile e di pericoloso, che può ad esempio portare alla follia.

 L’altro disturbo d’ansia citato è l’ansia sociale. In questa condizione ansiosa la persona teme di fare una brutta figura durante una prestazione che deve essere eseguita in pubblico, come potrebbe essere cantare, parlare al telefono, mangiare. Una volta esposta alla situazione sociale, che viene percepita come minacciosa, la persona mette in atto dei comportamenti protettivi per cercare di nascondere i sintomi tipici dell’ansia agli occhi di chi gli è vicino; spostando però l’attenzione più su di sé che sulla prestazione in atto o sull’ambiente circostante, finisce per andare a confermare i propri timori di apparire come inadeguato agli occhi altrui.

Infine vi è il disturbo di panico. In questo caso la persona che ne soffre sperimenta quella che viene definita “paura della paura”. I sintomi legati all’ansia vengono percepiti come minacciosi, tale percezione sfocia in un’interpretazione catastrofica di questi sintomi, che vengono immaginati come il presagio di una catastrofe imminente come potrebbe essere avere un infarto, svenire, impazzire e così via. Questa interpretazione, erronea, sfocia così nell’attacco di panico. La persona, successivamente, vive con il timore che altri attacchi si ripresentino e inizia così, molto spesso, ad evitare tutte quelle situazioni in cui l’attacco può manifestarsi e non può ricevere aiuto, come ad esempio guidare, entrare in un centro commerciale e altri ancora (Wells, 1999).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale come soluzione

La psicoterapia ad orientamento cognitivo-comportamentale è un metodo di intervento basato su evidenze scientifiche. I trattamenti proposti in questo percorso di cura della sofferenza psicologica sono quindi frutto di studi scientifici, ottenuti dai dati della ricerca. Questo tipo di terapia, dal punto di vista comportamentale sostiene e motiva la persona ad affrontare le situazioni temute e, parallelamente, sul piano cognitivo va a migliorare la qualità dei pensieri che possono insorgere durante le prescrizioni comportamentali e che mantengono la sofferenza psicologica (Montano, 2013).

Le psicoterapie basate su evidenze scientifiche, come lo è la terapia cognitivo-comportamentale, risultano essere al momento le terapie con il maggior tasso di efficacia nell’intervento sui problemi psicologici. Nonostante l’efficacia di questa terapia sia comprovata da diversi studi scientifici, al momento non è ancora molto diffusa in Italia quanto lo è invece nei paesi anglosassoni in cui è stata ideata (Cook et al., 2017).

La letteratura attualmente esistente pone particolare attenzione alla Terapia MetaCognitiva (MCT), una forma di terapia cognitivo-comportamentale di recente ideazione, che si è dimostrata di notevole utilità nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzata. La MCT, in fase di intervento pone l’enfasi sulle preoccupazioni che mantengono il disturbo d’ansia generalizzata, come la pericolosità e l’incontrollabilità della preoccupazione stessa. Grazie a questo percorso di cura, la persona viene sostenuta ad accrescere la propria capacità di gestione dei pensieri legati alle preoccupazioni, oltre che a concepire la preoccupazione come qualcosa che non è nocivo per la propria salute (Wells, 1999). La MCT si differenzia da altri interventi classici per il non utilizzo di tecniche di rilassamento per ridurre l’attivazione ansiosa; la persona, viene invece sostenuta nell’apprendere la “consapevolezza distaccata”, ovvero l’abilità di lasciare scorrere i propri pensieri. Secondo questo approccio, tale abilità risulta fondamentale per non ingaggiarsi in quei pensieri negativi che mantengono il disturbo. L’utilizzo di questo intervento è risultato avere una maggiore efficacia sui pazienti, anche nel lungo termine rispetto alle classiche psicoterapie (Nordahl et al., 2018).

Nel caso dell’ansia sociale, la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è dimostrata la terapia d’elezione. Durante la psicoterapia, in particolare, si interviene sui comportamenti protettivi utilizzati per proteggersi dalla possibile visibilità dei propri sintomi legati all’ansia con l’obiettivo di rendere la persona consapevole di come questi siano una fonte di mantenimento del disturbo. Si utilizza inoltre la tecnica del video-feedback, che consiste nel registrare il paziente durante una prestazione sociale con il fine di fargli notare la discrepanza tra come pensa di apparire e come è realmente. Tali tecniche servono inoltre a far comprendere al paziente che l’attenzione, se posta eccessivamente su di sé e sui propri sintomi ansiosi, ha un ruolo fondamentale nel mantenere il disturbo e nel confermare le proprie previsioni catastrofiche (McManus al., 2009).

Per quanto riguarda l’intervento sul disturbo di panico, i dati in letteratura ritengono che il modello di intervento cognitivo-comportamentale sia quello più indicato. In questo caso, la TCC, in prima battuta, ha come focus di intervento il saper tollerare i sintomi corporei legati all’ansia in modo che non diventino per la persona il presagio di una catastrofe imminente, come potrebbe essere svenire, avere un infarto e così via. Successivamente l’intervento si basa sull’esposizione graduale a situazioni temute in modo da ridurre l’evitamento che la persona mette in atto e che mantiene il disturbo (Clark, 1986).

In conclusione

L’ansia è un’emozione e come tutte le emozioni non possiamo pensare di debellarla completamente, anche se molto spesso tentiamo di sopprimerla non cogliendone la sua funzione adattiva e di attivazione dell’organismo. È anche vero che se questa diventa disadattiva sfociando in una delle sue manifestazioni più aggressive ed invalidanti come quelle descritte in questo articolo, necessita di un intervento da parte di un professionista. La psicoterapia, in particolare ad orientamento cognitivo-comportamentale, ad oggi è considerata il metodo d’elezione per far fronte alle problematiche legate all’ansia. I dati riportano come oltre la metà delle persone che hanno intrapreso un percorso psicoterapico si sia ristabilita, riprendendo così la propria capacità di gestione delle aree importanti della vita come ad esempio lavoro, relazioni e interessi personali (Di Marco, 2021).

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentale. DSM-5. Raffaello Cortina Editore.
  • Andrews G., Creamer M, Crino R., Hunt C., Lampe L., Page A. (2003). Trattamento dei disturbi d’ansia. Centro scientifico editore.
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  • Clark M. D. (1986). A cognitive approach to panic. Behaviour Research and Therapy, 24 (4), 461-470.
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  • Di Marco M. (2021, 7 aprile). Cosa rende efficace una psicoterapia?
  • Fiore F. (2015). Un viaggio alla scoperta delle emozioni: la differenza tra quelle primarie e secondarie.
  • Il Network Bibliotecario Sanitario Toscano (2021, 22 aprile). Salute mentale e Covid-19: fra tante variabili, ansia e depressione restano purtroppo due elementi certi.
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  • Montano A. (Cur.), (2013). La terapia cognitivo comportamentale. Ubaldini Editore.
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  • Wells A. (1999). Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. McGraw-hill.
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