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L’impatto del Covid-19 sui disturbi del comportamento alimentare e sull’obesità

Il periodo di pandemia da Covid-19 ha portato ad una esacerbazione della sintomatologia legata ai disturbi alimentari ed all’obesità

ID Articolo: 186866 - Pubblicato il: 20 luglio 2021
L’impatto del Covid-19 sui disturbi del comportamento alimentare e sull’obesità
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Durante la pandemia da COVID-19 l’attenzione e la cura generalmente riservate a varie sintomatologie sono passate in secondo piano, per lasciare spazio all’assistenza delle persone colpite dal virus.

Eleonora Poli – OPEN SCHOOL Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Messaggio pubblicitario Reparti e strutture ospedaliere precedentemente dedicati a diagnosi e trattamento di altre patologie sono stati convertiti in unità COVID, allungando notevolmente i tempi di attesa per una presa in carico. In aggiunta, molte persone hanno evitato di rivolgersi alle strutture sanitarie e richiedere un aiuto per paura di entrare in contatto con persone infette, ritardando ulteriormente la diagnosi e gli interventi nelle condizioni acute (Davis  e coll., 2020; Fernandez-Aranda e coll., 2020; Gordon & Katzman, 2020; Linardon, Shatte, Tepper, & Fuller-Tyszkiewicz, 2020; Weissman, Bauer, & Thomas, 2020).

In tutti i Paesi, seppur con diverse intensità, il distanziamento sociale e la chiusura delle attività “non essenziali” sono state pratiche comuni per evitare la diffusione del virus. L’essere umano, da sempre abituato ad avere interazioni sociali, si è improvvisamente ritrovato solo e lontano da genitori, amici e colleghi, con ovvie ed inevitabili conseguenze sul suo benessere psicologico. I tre pilastri che definiscono lo stato di salute, ossia benessere fisico, mentale e sociale, sono stati fortemente scossi dalla pandemia.

Per quanto riguarda la sintomatologia legata ai disturbi alimentari ed all’obesità, è stata riscontrata una esacerbazione durante la pandemia, sia nelle persone che già soffrivano di tali disturbi, sia in quelle più vulnerabili a svilupparne uno. In particolare, tre diversi fattori hanno avuto un ruolo chiave: le modifiche e le restrizioni imposte sulle attività quotidiane, i media, il distress emozionale e la paura del contagio.

Per quanto riguarda le modifiche e le restrizioni sulle attività quotidiane, come si sa, in diversi Paesi la pandemia ha portato all’imposizione di rigide norme di comportamento: le attività di lavoro e studio sono state trasferite a casa, gli spostamenti sono stati limitati alle situazioni di estrema necessità. Tutto ciò ha avuto conseguenze sostanziali sull’alimentazione della popolazione, sull’attività fisica, sui ritmi sonno-veglia, e l’alterazione di queste abitudini a sua volta ha influito negativamente sulla manifestazione dei disturbi alimentari. Per quanto riguarda l’alimentazione, l’assenza di routine ben definite e di markers di spazio e tempo, come ad esempio gli orari dei pasti, e l’assenza di una separazione tra casa e luogo di lavoro, ha incrementato il rischio di comportamenti alimentari disfunzionali. Nelle famiglie a rischio di disturbi alimentari, spendere più tempo a cucinare ed avere costantemente del cibo a disposizione, può avere un impatto piuttosto negativo (Heriseanu, Hay, Corbit & Touyz, 2017). In aggiunta, raccomandazioni riguardo la necessità di limitare attività come il recarsi a fare la spesa, combinate con la percezione di una scarsa disponibilità di alimenti, hanno aumentato il focus sul cibo ed incoraggiato gli individui a farne scorte più del normale, inclusi gli snack, e questo ha incrementato la probabilità di binge eating (Waters, Hill, & Waller, 2001; (McMenemy, 2020).

In alcuni contesti le limitazioni sono state applicate anche all’attività fisica, imponendo agli individui di rimanere in casa. Questo ha portato ad un ridotto accesso all’attività fisica regolare che, in combinazione con pattern alimentari disregolati, ha contribuito ad un’aumentata preoccupazione per la forma ed il peso corporei (Haines, Kleinman, Rifas-Shiman, Field, & Austin, 2010). Inoltre, l’ansia legata alla pandemia e l’alterazione delle abitudini quotidiane hanno influenzato la qualità del sonno di una buona fetta di popolazione, aumentando così il rischio di disturbi alimentari (Lombardo, Ballesio, Gasparrini, & Cerolini, 2020; Lombardo, Battagliese, Venezia, & Salvemini, 2015).

Anche i fattori che generalmente proteggono dallo sviluppo di un disturbo alimentare sono stati colpiti dalla pandemia. Il supporto sociale è un fattore protettivo durante i periodi stressanti ed un elemento chiave nel gestire e ridurre un’alimentazione sregolata (Leonidas & Dos Santos, 2014; Linville, Brown, Sturm, & McDougal, 2012). L’implementazione del distanziamento sociale e l’imposizione di rimanere a casa hanno costituito un ostacolo al supporto sociale, rendendo gli individui più vulnerabili ai fattori stressanti. Similmente, attività utili nella regolazione emozionale (andare da un terapeuta, fare attività piacevoli), sono divenute più difficilmente accessibili all’individuo (Cook-Cottone, 2016), lasciando spazio a strategie più disfunzionali quali il mangiare per regolare le emozioni, le restrizioni alimentari, i comportamenti compensatori (Lobera, Estebanez, Fernandez, Bautista, & Garrido, 2009).

Il secondo ruolo chiave nella esacerbazione dei disturbi alimentari è quello ricoperto dai media. Essi possono avere un impatto sui comportamenti alimentari in 3 modi: a) esposizione specifica a consigli alimentari e sulla forma corporea, b) effetto diretto del maggiore uso dei social media, c) maggiore ricorso alle video-conferenze in smart working. L’uso dei social media è associato ad un aumentato rischio di disturbi alimentari in particolare attraverso l’esposizione ad ideali di dieta e di magrezza, così come a consigli alimentari (Boswell & Kober, 2016; Levine & Murnen, 2009; Rodgers & Melioli, 2016; Hensley, 2020). Specifici trend sui social media, come ad esempio quelli riguardo l’aumento di peso durante la quarantena, una maggiore attenzione al cucinare a casa, ed i suggerimenti di ricette da provare durante la quarantena, possono ulteriormente intensificare l’attenzione dedicata a peso e cibo e, di conseguenza, incrementare il rischio di disturbi alimentari e sintomi ad essi associati. Riguardo l’esposizione generale ai social media, la ricerca ha dimostrato come l’esposizione ai media nei casi di eventi mondiali stressanti e traumatici sia correlata ad un aumento dei disturbi alimentari. Con l’attuale pandemia la gran parte delle notizie trasmesse dai media riguarda il numero degli infetti e dei morti, preoccupazioni per la salute e la sicurezza mondiale, e l’impatto sull’economia e sulla società. L’esposizione a tali notizie può incrementare il rischio di disturbi alimentari (Rodgers, Franko, Brunet, Herbert, & Bui, 2012). L’uso delle videoconferenze in smart working può aumentare il rischio di sviluppare disturbi alimentari aumentando la preoccupazione della persona per la propria apparenza. L’evitamento dell’immagine corporea è una caratteristica comune nelle preoccupazioni per immagine corporea ed alimentazione, e postare immagini di se stessi online ha un effetto nocivo sull’immagine corporea e sull’umore delle giovani donne (Mills, Musto, Williams, & Tiggemann, 2018). Le video-conferenze possono aumentare il focus sui volti degli individui e la loro apparenza ed avere quindi effetti simili.

Messaggio pubblicitario I post sui social media, che mettono in guardia sul rischio di aumentare di peso durante il distanziamento sociale a causa della maggior predisposizione a mangiare e di comportamenti sedentari, possono aver in qualche modo rappresentato una forma di stigma relativamente al peso corporeo. Alcuni di questi post possono aver implicitamente esacerbato lo stereotipo alquanto comune che inquadrerebbe le persone con obesità come pigre, trasandate e senza capacità di auto-controllo, promuovendo al tempo stesso un irreale ideale di magrezza e pratiche estreme di controllo del peso. L’internalizzazione di stereotipi negativi sul peso può avere effetti negativi andando ad indebolire il senso di autoefficacia e la sicurezza nelle proprie capacità di raggiungere un controllo efficace sul comportamento alimentare (Pearl, 2020), e ciò vale ancora più in persone con disturbi alimentari o a rischio di svilupparli.

Oltre a questo messaggio, sono aumentate le applicazioni a supporto della perdita di peso e del conteggio delle calorie assunte, così come l’aggiunta di etichette ed indicatori della sanità di un determinato cibo. Studiosi e clinici hanno più volte evidenziato come queste strategie siano inefficaci, se non addirittura dannose, per la perdita di peso a lungo termine, andando di fatto ad aggravare il disturbo alimentare e ad aumentare il rischio di svilupparne uno nella popolazione generale (Sanchez-Carracedo, Neumark-Sztainer, Loperz-Guimerà, 2012).

Il terzo elemento con un ruolo chiave nell’incremento dei disturbi del comportamento alimentare è stato il distress emozionale, in particolare legato alla paura del contagio.

La paura del contagio può portare gli individui ad un’aumentata preoccupazione sulla qualità del cibo e sulla probabilità che esso sia un veicolo di contagio. Ciò può aumentare i pattern di alimentazione selettiva sia per la paura di lasciare la propria abitazione, sia tramite l’eliminazione di alcuni tipi di cibo per paura che essi siano contaminati. Inoltre la pandemia ha incrementato la preoccupazione per la salute e la convinzione, nei casi di ortoressia nervosa, dell’utilità di manipolare la dieta per promuovere la salute. Le persone possono adottare diete restrittive con l’obiettivo di ottenere benefici dall’assunzione di cibi che rafforzano il sistema immunitario e potrebbero proteggerli dal contrarre il coronavirus o minimizzare i suoi effetti (Navaro e coll., 2017).

In aggiunta a queste specifiche paure create dalla pandemia, la situazione ha sostanzialmente incrementato i livelli di stress e di distress emozionale (Brooks e coll, 2020), che sono fattori chiave per un’alimentazione sregolata (Puccio, Fuller-Tyszkiewicz, Ong, & Krug, 2016).

Gli eventi traumatici hanno un notevole impatto sulla salute mentale delle persone. La paura del contagio e della morte dei propri cari ha creato una grande incertezza. L’isolamento porta ad ansia, tristezza, rabbia e senso di solitudine. Il distanziamento sociale e la quarantena vanno contro la natura umana. Diversi Autori hanno sottolineato gli effetti psicologici causati dalla pandemia, tra cui senso di solitudine, peggioramento dei sintomi ansiosi, distress, insonnia (Carvalho, Moreira, de Oliveira, Landim & Neto, 2020; Torales, O’Higgins, Castaldelli-Maia, Ventriglio, 2020).

Gli effetti emozionali negativi della quarantena (Brooks e coll., 2020) sono particolarmente accentuati in persone che soffrono di anoressia nervosa, le quali sono già isolate sia fisicamente che psicologicamente. Uno scarso funzionamento interpersonale è ancora più difficile da gestire quando vi è l’imposizione di un distanziamento sociale.

Persone con disordini alimentari e/o obesità hanno, al di là delle specificità del singolo disturbo, una fragilità comune. Sono infatti caratterizzate da una ridotta resilienza e problematiche a carico di diversi organi corporei a causa di cumulative condizioni di comorbidità. Il rischio di infezioni virali in queste popolazioni è aumentato (Dobner & Kaser, 2018). Diversi Autori hanno individuato, in persone con obesità affette da Covid-19, una maggior gravità della sindrome respiratoria acuta (Carter, Baranauskas & Fly, 2020). Un aumento del tessuto adiposo viscerale e della percentuale di massa grassa correla positivamente con la morbilità da Covid-19 (Huang, Yao, Huang, Wei & Yi, 2020). Persone con un basso BMI e che soffrono di anoressia nervosa possono essere più vulnerabili al COVID-19 a causa della compromissione della salute fisica.

L’evidenza clinica e la ricerca suggeriscono come i pazienti obesi (BMI>30) con un disturbo alimentare e le pazienti anoressiche gravemente malnutrite siano a maggior rischio di sviluppare un’infezione da Covid-19 e di andare incontro a più complicazioni mediche. Dovrebbe quindi esservi una maggiore vigilanza clinica nel trattamento di entrambi i gruppi di pazienti.

Persone con disturbi alimentari ed obesità, che sono già psicologicamente e fisicamente isolate, possono essere andate incontro ad un peggioramento dei sintomi a causa del vivere da soli o, al contrario, in stretto contatto con i familiari. Il bisogno di avere il controllo, tipico dell’anoressia nervosa, potrebbe essere stato esacerbato dall’imprevedibilità della situazione, mentre un più facile accesso al cibo durante l’isolamento a casa potrebbe aver avuto conseguenze negative in persone con Binge Eating. Le maggiori difficoltà nell’implementare comportamenti compensatori, come ad esempio lo svolgimento di un’attività fisica, può aver influito sulla vita di alcuni pazienti, mentre le difficoltà di regolazione emozionale possono aver elicitato episodi di abbuffata. La quarantena e l’obbligo di rimanere a casa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, non permette di distanziarsi dal cibo. Queste situazioni possono essere state ulteriormente esacerbate dal costante contatto con i propri familiari, a loro volta preoccupati, in conflitto, o controllanti (Fernandez e coll., 2020; Weissman, Bauer & Thomas, 2020).

Molte pazienti che soffrono di anoressia hanno comportamenti alimentari rigidi ed inflessibili, mangiando solo determinati tipi di cibo e di uno specifico brand. In questo momento di incertezza riguardo la disponibilità del cibo desiderato e in cui si possono trovare interi scaffali vuoti al supermercato, queste pazienti potrebbero avere una minor quantità di cibo a disposizione ed andare incontro ad un’ulteriore perdita di peso. Al contrario, per persone con binge eating e fenomeni di abbuffata la scarsa disponibilità di cibo potrebbe agire come trigger per accumulare cibo.

Come si farà ritorno alla normalità quando questa pandemia sarà superata?

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