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Perché durante le video call guardiamo più noi stessi che gli altri – Psicologia Digitale

Guardarsi interagire con gli altri appaga il bisogno di riconoscimento; in una video call possiamo vedere noi stessi rispecchiati negli altri

ID Articolo: 184884 - Pubblicato il: 07 maggio 2021
Perché durante le video call guardiamo più noi stessi che gli altri – Psicologia Digitale
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Le videochiamate sono momenti di interazione; ma perché ci capita di guardare e concentrarci più su noi stessi che sugli altri?

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 20) Perché durante le video call guardiamo più noi stessi che gli altri

 

Messaggio pubblicitario  Passiamo molte ore al giorno impegnati in video call: per lavoro, per rimanere in contatto con i nostri affetti, per passare il tempo e distrarci un po’. Capita a molte persone, però, durante le videochiamate, di passare gran parte del tempo a guardare la propria immagine invece che concentrarsi su quella degli altri.

Ci siamo abituati a vederci mentre parliamo, gesticoliamo, ci concentriamo, interagiamo con gli altri. Lo schermo di una video call non è solo uno specchio che riflette la nostra immagine ma una rappresentazione dinamica in tempo reale di come noi stiamo in un contesto e nella relazione.

Perché non riusciamo a smettere di guardare noi stessi invece che focalizzarci sugli altri? Come mai lo facciamo?

Il senso del sé

E’ passato oltre un secolo da quando Cooley (1902) sviluppò la teoria del looking-glass self, l’io riflesso. Secondo Cooley il nostro Sé si forma grazie ad esperienze individuali e sociali: la visione che abbiamo di noi stessi è co-costruita costantemente grazie a come pensiamo gli altri ci percepiscano oltre a come noi stessi ci vediamo. Immaginiamo come ci vedono e che valutazioni possano avere di noi; sulla base del significato che attribuiamo a queste riflessioni e valutazioni costruiamo e modelliamo l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Quando parliamo di ‘altri’ facciamo riferimento a figure significative come familiari ed amici ma anche a persone con cui entriamo in contatto nella vita quotidiana: urtare qualcuno su un marciapiede, conversare, condividere lo stesso spazio ristretto come in metropolitana. Tutte queste sono forme di rispecchiamento di sé nell’altro, momenti intersoggettivi che servono come co-costruzione della nostra identità reciproca, materiale e non. Guardarsi interagire con gli altri ha una valenza prosociale e appaga il bisogno di riconoscimento reciproco.

Quello che accade in una videochiamata è proprio questo: vedere se stessi rispecchiati negli altri. Vedersi in una interazione ci aiuta quindi a formare e sostenere un valido senso di identità, offline come online.

Il pubblico immaginario

Quello che molto probabilmente sperimentiamo più o meno consapevolmente quando siamo in una videochiamata – che sia con amici, familiari e colleghi – è quello di essere oggetto dell’attenzione di un pubblico immaginario che ha gli occhi puntati su di noi. Il concetto di ‘imaginary audience’ è stato proposto da Elkind nel 1967: sentirsi oggetto di particolare attenzione da parte di questo ‘pubblico immaginario’ ci porta ad essere molto attenti a ciò che facciamo e alle reazioni altrui, con la convinzione di essere il centro dell’attenzione al di là di quanto lo siamo realmente.

Credere di essere sotto costante osservazione spiega molti comportamenti come l’ipervigilanza rispetto a come appariamo e cosa facciamo durante una videochiamata e, quindi, l’osservarsi ripetutamente durante queste interazioni.

Offline vs online: qualche differenza

Quando interagiamo abbiamo molti indizi per capire il contesto, quello che vuole dirci l’altra persona e come stare nella relazione: gestione dello spazio, gesti, linguaggio del corpo, espressioni facciali, sguardo, tono della voce, ritmo della conversazione, pause e silenzi.

Messaggio pubblicitario  Una conversazione non riguarda solo le parole che diciamo. In una videochiamata molte di queste informazioni vengono perse, sono distorte, non sono immediate e sono più difficili da capire (pensiamo ad esempio a interruzioni di video o audio dovute alla rete). Ogni comunicazione è figlia del mezzo grazie al quale avviene: su uno schermo del computer, tablet o telefono abbiamo parametri ed indizi diversi sui quali basarci.

Alcuni di questi indizi sociali assumono addirittura un altro significato: una interruzione o pausa può essere interpretata come un momento imbarazzante da colmare, mentre nelle interazioni dal vivo un momento di pausa più spesso viene ritenuto parte della conversazione e funzionale ad essa poiché ci permette di elaborare ciò che è stato detto e scandire il ritmo dello scambio.

Se lo stai facendo tu, è probabile lo stiano facendo anche gli altri

Google Meet, Skype, Microsoft Teams, Zoom: secondo uno studio di Juniper Research lo scorso anno più di 1,8 miliardi di utenti si sono iscritti ad un servizio di videochiamate, numero che secondo la ricerca è destinato ad arrivare a 4,5 miliardi nei prossimi cinque anni. Questo anche grazie all’adozione del 5G e dell’aumento delle chiamate vocali su rete LTE (VoLTE, voise over Lte, tecnologia che utilizza uno spettro di banda più ampio e consente quindi di fare chiamate qualitativamente migliori con voce più nitida e meno rumore di fondo).

Mai come durante quest’anno abbiamo avuto modo di apprezzare quanto la tecnologia possa essere abilitatrice e supporto di molte attività e quanto può aiutarci a rimanere in contatto, lavorare in team anche se da remoto, seguire lezioni e fare terapia online.

Le video call esistevano anche prima, certo non usate in maniera così massiva da così tante persone. Non più relegate solo a contesti lavorativi, abbiamo sdoganato anche la video call con la nonna, la zia, gli aperitivi digitali con gli amici che per ora non possiamo vedere.

Siamo quotidianamente esposti alla nostra immagine di fronte a noi in tempo reale mentre interagiamo; e così come lo siamo noi, lo sono gli altri. La tendenza a focalizzarsi sulla propria immagine può essere dovuta a un insieme di fattori e di bias: la percezione di essere oggetto dell’attenzione altrui più di quanto non sia realmente, di maggior controllo dell’interazione e di come appariamo agli altri e di riuscire a elaborare molte più informazioni e cues sociali di quanto riusciamo veramente a fare.

Ma se ci pensiamo, se si tratta di una tendenza così diffusa non siamo gli unici e, forse, siamo meno al centro dell’attenzione di quanto pensiamo.

 

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