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La sindrome da sovrallenamento o overtraining: somiglianze e differenze con la dipendenza da sport

La sindrome da sovrallenamento o overtraining è una condizione di affaticamento cronico che deriva da sforzi fisici intensi e troppo ravvicinati

ID Articolo: 183292 - Pubblicato il: 22 marzo 2021
La sindrome da sovrallenamento o overtraining: somiglianze e differenze con la dipendenza da sport
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Sintomi caratteristici dell’overtraining si presentano a seguito di uno sforzo intenso e ripetuto, quindi in presenza di uno sforzo fisico, mentre nella dipendenza da sport, i sintomi si manifestano in assenza dell’attività, generando nella persona una sensazione di astinenza e la spinta ad impegnarsi nella pratica sportiva (Ferrari, 2011).

Anselmini Jessica, Di Napoli Adelina – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Oggi, in particolar modo, si afferma l’importanza dell’esercizio fisico, promosso come metodo naturale di supporto alla salute, sia in termini di prevenzione che di intervento per ridurre numerose problematiche fisiche, psicologiche e sociali; tuttavia, lo sport può anche diventare un’ossessione dannosa per la salute stessa.

La sindrome da sovrallenamento o overtraining è una condizione di affaticamento cronico, una condizione fisiologica di squilibrio che deriva da sforzi fisici intensi e troppo ravvicinati che non permettono all’organismo di recuperare le energie e di smaltire lo sforzo, sia a livello fisico che psicologico. Il termine sovrallenamento è molto recente, fu introdotto nel 1988 da Frederich Hatfield per descrivere una serie di segni e sintomi le cui cause erano appunto da ricercarsi in una situazione di squilibrio tra allenamento e recupero (Ascione, 2017).

Questa sindrome è caratterizzata, oltre che da una fatica soggettiva, anche da una diminuzione della prestazione, che persiste per diversi mesi, anche dopo un periodo di recupero. Questo a causa di un continuo stato di stress psicofisico che alla fine porta il soggetto al rifiuto di allenarsi. Proprio per questi motivi è possibile differenziarla dall’overreaching o sovraffaticamento, che è di breve durata, e dal comune senso di fatica che perdura per uno o due giorni dopo un sovraccarico di allenamento (Meeusen et al, 2013).

La sintomatologia associata a questa condizione è la seguente, bisogna però precisare che molti dei sintomi non sono specifici solo di questa patologia:

  • elevata frequenza cardiaca a riposo; per il sovrallenamento è necessaria che aumenti di 8-10 battiti al minuto;
  • perdita di peso; il soggetto pur assumendo un numero sufficiente di calorie, non mantiene il proprio peso: la verifica va fatta per più giorni di seguito;
  • insonnia o sonno non ristoratore; il soggetto fatica ad addormentarsi o si sveglia troppo presto anche in presenza di un allenamento tutto sommato non impegnativo. Bisogna perciò escludere altre forme di stress;
  • problemi immunitari; chi è sovrallenato è predisposto a contrarre infezioni;
  • alterazioni neuroendrocrine, come la riduzione di escrezione notturna di noradrenalina
    ipotensione;
  • dolori muscolari; che durano di più e faticano a scomparire anche con il riposo;
  • disturbi gastrointestinali; secondari allo stress che accompagnano la sindrome da sovrallenamento;
  • astenia, irritabilità o depressione; che in caso di sovrallenamento derivano dall’esasperazione che il soggetto fa dell’attività sportiva: lo sport diventa l’unica ragione di vita, le gare vengono vissute come esami, il proprio valore dipende dal risultato sportivo;
  • diminuzione della libido e dell’appetito;
  • diminuzione della forza, difficoltà di recupero dagli allenamenti, fatica generalizzata.

L’incidenza di questa condizione tra gli atleti è stimata tra il 7% e il 20% per ogni stagione di allenamento, e si ritiene che questa incidenza sia ancora più elevata nel caso degli sport di resistenza (ciclismo, nuoto, corsa, etc.) e tra gli atleti d’elite, a causa del loro vasto programma di allenamento (Johnson, Thiese, 1992).

Non è semplice formulare una diagnosi di over training e proprio per questa ragione, in ambito sportivo, l’OT è molto sottovalutato, nonostante, tra la popolazione sportiva, il rischio di sovrallenamento sia elevato. La difficoltà di una diagnosi precoce fa sì che l’unica terapia consista nel riposo funzionale, che molto spesso viene percepito dall’atleta più come una condanna che non una necessità per il suo stesso benessere.

Per questo motivo è importante che l’allenatore o il personal trainer si rendano conto immediatamente della situazione e intervengano con prontezza, per evitare seri rischi per la salute dell’atleta. Ciò deve essere fatto imponendo innanzitutto un periodo di riposo, con una successiva graduale ripresa degli esercizi, alternando sessioni di allenamento più intense a periodi più blandi e variando il tipo di allenamento stesso, ma sempre dopo che si sia provveduto ad un recupero completo, a livello fisiologico, dello stress fisico accumulato. Anche dal punto di vista psicologico, si registrano significative variazioni nelle persone, come distrazione, scarsa motivazione e determinazione, apatia, irritabilità, bassa autostima e depressione. Vi è infatti una somiglianza di segni e sintomi della sindrome da sovrallenamento e il disturbo depressivo, che insieme alla presenza di cambiamenti dell’umore per poter fare diagnosi, hanno portato Eichner, a suggerire che la sindrome da sovrallenamento sia una “depressione con una nuova faccia”. A questo proposito, Armstrong e VanHeest hanno recentemente proposto che entrambe le sindromi hanno la stessa eziologia e hanno suggerito l’uso di farmaci antidepressivi per il trattamento. Tuttavia, questa ipotesi è contraddetta dal fatto che alcuni studi hanno mostrato una prevalenza simile per i due sessi (Peluso, Guerra de Andrade, 2005).

Gli atleti che soffrono di sindrome da sovrallenamento mostrano generalmente un completo recupero dopo settimane o mesi senza alcun trattamento diverso dal riposo, che continua ad essere l’unico trattamento noto. Tuttavia, questo approccio compromette gli atleti poiché l’inattività prolungata impedisce la partecipazione alle competizioni di individui che si sono allenati per lungo tempo e interferisce con la preparazione di coloro che intendono competere, portando alla perdita di motivazione, perdita di sponsorizzazioni e persino alla pensione. Pertanto, il modo migliore per gestire la condizione è prevenirla.

L’allenatore, quindi, può tenere un diario dell’atleta, nel quale scrivere il record personale dell’atleta, il peso corporeo dello stesso e le misure in percentuali del grasso corporeo, che verranno rilevate periodicamente, insieme alla misurazione della pressione sanguigna. L’atleta dovrebbe conservare i registri della frequenza cardiaca mattutina e dell’apporto dei liquidi durante l’allenamento nelle stagioni competitive. Dovrebbe registrare inoltre il ritmo e la qualità del sonno. Infine l’atleta dovrebbe essere incoraggiato ad avere un diario nel quale valutare il proprio stato emotivo. Questo potrebbe essere realizzato utilizzando il test psicologico POMS (Profile of Mood States). Il POMS è uno strumento di autovalutazione che misura gli stati d’animo e affettivi. E’ composto da 65 item in forma di scala Likert in cui il numero 1 della scala significa il livello più basso dell’item mentre il 4 quello più alto. Gli item sono distribuiti in 6 categorie (Tensione, Depressione, Rabbia, Vigore, Fatica e Confusione). La condizione ottimale, visibile quando i dati sono rappresentati graficamente, è quella definita “iceberg profile”, in cui l’elemento “vigore” presenta i valori più alti, mentre gli altri cinque elementi si assestano su valori bassi. Morgan e collaboratori (1988) hanno condotto uno studio su dei nuotatori somministrando il POMS all’inizio di un periodo di allenamento molto intenso e in diverse fasi della preparazione. All’inizio il profilo era quello caratteristico ad iceberg, tuttavia durante le fasi di intenso allenamento aumentavano gli elementi associati allo stress ed all’affaticamento. Quando gli allenamenti tornavano ad essere più blandi si assisteva ad un ritorno al profilo con alto vigore. Gli autori conclusero che questo strumento si presta ad essere molto sensibile all’affaticamento esibito dagli atleti. L’affidabilità del POMS è stata rilevata anche nel pattinaggio di velocità (Guttaman et al. 1984), nella corsa (Wittig, Houmard e Costill 1989) e nel ciclismo (Berger et al. 1999).

Sebbene si presti ad avere un buon livello di sensibilità verso la variabile misurata, il POMS non è uno strumento pensato appositamente per il mondo dello sport. Un altro strumento psicologico proposto per indagare le cause di abbandono nello sport (bornout) è il Cognitive-Affective Stress model di Smith (Smith 1986). Secondo questo modello si susseguono diverse fasi nel processo di allenamento. Nella prima fase all’atleta è richiesto di sostenere degli allenamenti e di sostenere le pressioni esercitate dalle competizioni. Questo carico non è ugualmente percepito da tutti gli atleti: alcuni lo subiscono come una minaccia mentre altri mettono in atto strategie cognitive ed affettive adeguate a gestirlo. Quando la richiesta è percepita come eccessiva si evidenziano delle risposte fisiologiche come ansia e fatica. Nell’ultimo stadio le risposte fisiologiche conducono all’adozione di comportamenti che hanno come esito una riduzione della performance, difficoltà nelle relazioni interpersonali e, nel caso più grave all’abbandono dell’attività sportiva. Diversi studi sembrano indicare che gli indicatori psicologici sono più sensibili di quelli fisiologici nell’anticipare una condizione di overtraining (Kellmann 2002). Uno strumento più specifico per misurare il grado di stress espresso dagli atleti è il Recovery Stress Questionnaire for Athletes (RESTQ-Sport, Kellmann 2002). Gli item presentati indicano il livello di stress fisico e mentale degli atleti, se essi sono in grado di utilizzare adeguate strategie di recupero e quali strategie usano. Uno dei problemi nell’utilizzo di questi ed altri strumenti di rilevazione dell’affaticamento è però relativo al tempo impiegato per essere somministrato. Generalmente gli atleti non sono ben disposti a rispondere a una lunga lista di domande, per questo motivo alcuni ricercatori hanno introdotto il “Recovery Cue” (Kellmann 2002). Questo questionario è composto da solo sette item: tre misurano lo sforzo percepito, la percezione del recupero e l’impegno nel recupero e quattro indagano il recupero fisico, la qualità del sonno, il recupero sociale e l’autoregolazione. Il test è di autovalutazione e si utilizza su base settimanale, generalmente il lunedì, per valutare quanto si è recuperata la precedente settimana di allenamento. In un documento sottoscritto dai maggiori esperti sull’argomento (Meeusen et al, 2013) si ribadisce come nessuno dei marker proposti fino ad ora, preso singolarmente, sia in grado di identificare, con ragionevole certezza, la condizione di overtraining, sostenendo con forza la necessità di un approccio multilaterale e la necessità di rendere capace l’atleta di percepire i segnali che l’organismo invia.

Messaggio pubblicitario Storicamente, sappiamo che la sindrome da sovrallenamento è stata spesso sovrapposta alla dipendenza da sport, in quanto l’attenzione veniva rivolta alla frequenza dell’allenamento. Nel 1995 infatti De la Torre, affermò che la frequenza non rappresentava un buon metro diagnostico per definire la presenza o meno della dipendenza da sport, perché non forniva indicazioni sugli aspetti motivazionali, attitudinali ed emozionali. L’exercise dependence o exercise addiction, come viene anche chiamata tale sintomatologia in lingua inglese, non è sempre un problema quantitativo e certamente non è soltanto un problema di abuso di sport. Non necessariamente comporta over-training, perché non sempre la costanza nella pratica sportiva coincide con un’attività estenuante, e soprattutto si connota per alcune caratteristiche psicologiche distintive (De La Torre, 1995). La differenza sostanziale sta nel fatto che i sintomi caratteristici dell’overtraining si presentano a seguito di uno sforzo intenso e ripetuto, quindi in presenza di uno sforzo fisico, mentre nella dipendenza da sport, i sintomi si manifestano in assenza dell’attività, generando nella persona una sensazione di astinenza e determinando la spinta ad impegnarsi nella pratica sportiva, spinta che si trasforma in compulsione per eliminare la sensazione negativa di astinenza provata (Ferrari, 2011). E’ essenziale comprendere che la sola presenza di sintomi legati all’astinenza è insufficiente nell’evidenziare o diagnosticare l’exercise addiciton. E’ l’intensità di questi sintomi che rimane un fattore cruciale per separare chi si allena impegnandosi da chi si allena perché si è instaurata una dipendenza.

Diversi studi, prendendo in considerazione narrazioni di atleti affetti dalla dipendenza da sport, hanno permesso di individuare le caratteristiche principali di questo disturbo, riconducendole a 4 categorie generali. Esse sono:

  • Funzionamento alterato (in almeno due aree tra le seguenti): Psicologico: Incapacità a concentrarsi su altro a causa del pensiero ricorrente all’esercizio fisico; – Sociale o lavorativo: Problemi sociali, familiari e lavorativi connessi alla pratica sportiva; – Fisico: Sovrallenamento continuo nonostante infortuni o parere medico contrario; – Comportamentale: Comportamento atletico inflessibile, stereotipato, esageratamente duro e autopunitivo.
  • Sintomi di astinenza: disagio fisico o psicologico in relazione alla riduzione o cessazione delle abitudini di allenamento, oppure desiderio persistente di controllare o ridurre l’attività fisica praticata senza riuscirvi.
  • Caratteristiche psicologiche e comportamentali tipiche dei soggetti dipendenti: Tolleranza: Si aumenta progressivamente il grado di tolleranza agli sforzi fisici; – Eccesso di attività fisica: Problemi sociali, familiari e lavorativi connessi alla pratica sportiva, che diviene preminente rispetto ad altre aree di funzionamento e interesse; – Allenamento solitario: Si predilige l’allenamento solitario, in quanto la presenza di altre persone viene considerata un fattore di disturbo che distoglie dalla pratica sportiva; – Inganno: Si mente in merito alle caratteristiche prestazionali, quali durata dell’allenamento, km percorsi o entità dei carichi utilizzati; – Motivazioni ossessive: Controllo maniacale del peso, dell’immagine corporea, delle prestazioni, delle calorie bruciate e delle ore di sonno.
  • Presenza di disturbi alimentari: Anoressia, bulimia o comportamenti di controllo alimentare (diete iper o ipoproteiche e assunzione integratori) (Oronzo, Iraso, 2000).

Per concludere, per cercare di supportare lo sportivo nella propria attività, nel condurla in maniera ponderata, senza esagerazioni ma nel rispetto degli obiettivi agonistici, viene in aiuto lo psicologo dello sport. Esso supporterà l’atleta, intervenendo su 3 aree principali: definizione di obiettivi realistici e dei limiti, immaginazione e simulazione, sviluppo di una migliore capacità di concentrazione. Far passare l’idea che non è funzionale allenarsi fino allo sfinimento o per molte ore consecutive, evitando che si instauri il meccanismo tipico del “più mi alleno più facilmente vincerò” (Ferrari, 2011).

 

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