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Tecniche di rilassamento nei pazienti cardiopatici

Nel trattamento della cardiopatia vengono oggi proposti interventi psicologici, tra cui le tecniche di rilassamento, per ridurre gli effetti dello stress

ID Articolo: 141776 - Pubblicato il: 06 dicembre 2016
Tecniche di rilassamento nei pazienti cardiopatici
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Per il trattamento dell’ipertensione arteriosa e della cardiopatia ischemica vengono attualmente proposti interventi non esclusivamente medici, ma anche psicologici, tra cui le tecniche di rilassamento come il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson e la mindfulness.

Silvia Vegetti – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Bolzano

 

 

Cardiopatia: caratteristiche e fattori di rischio

Il termine cardiopatia viene usato per indicare qualsiasi malattia che interessa il cuore, sia essa di natura anatomica o funzionale. La cardiopatia ischemica rappresenta la principale causa di morte nel mondo occidentale e comporta una riduzione dell’apporto di sangue e ossigeno al cuore con conseguente sofferenza d’organo. Quando in una sezione di muscolo cardiaco l’apporto di sangue ossigenato si riduce per un tempo protratto o cessa del tutto, i processi metabolici di quella sede si interrompono e si ha l’infarto con accumulo di materiale catabolico (necrosi). La patogenesi dell’ischemia e dell’infarto miocardico, è, nella maggior parte dei casi, legata all’accumulo di materiale lipidico che si deposita sulla parete arteriosa, modificandone l’elasticità e portando al processo noto come aterosclerosi.

L’accumulo lipidico è responsabile del progressivo restringimento del vaso e della conseguente riduzione del flusso sanguigno, fino alla possibile occlusione completa per la formazione di coagulo lipidico-fibroso (trombosi). La riduzione di flusso, e più ancora la sua cessazione, sono responsabili dei principali sintomi dell’infarto miocardico, come il dolore intenso.

Messaggio pubblicitario Altre volte dalla placca ateromatosa si può staccare del materiale che a sua volta migra andando ad occludere un vaso più piccolo (embolia). Quando il vaso viene parzialmente ostruito, il flusso sanguigno residuo è comunque sufficiente a garantire un adeguato apporto metabolico nel muscolo cardiaco a riposo. Quando però per uno sforzo fisico, un pasto abbondante o un’emozione intensa, l’attività metabolica cardiaca aumenta, quella stessa quantità di sangue diventa insufficiente e compare ischemia spesso associata a dolore.

La riduzione dell’attività fisica o dell’attivazione emozionale si accompagna solitamente ad un ripristino di circolo adeguato e alla conseguente cessazione del dolore. Col progredire dell’ostruzione l’apporto metabolico al cuore può diventare insufficiente anche a riposo.

I principali fattori di rischio predisponenti, facilitanti o precipitanti la malattia sono:

  • elevati livelli di colesterolo
  • ipertensione arteriosa
  • fumo di sigarette
  • predisposizione familiare
  • abitudini alimentari e stili di vita scorretti
  • eccessiva esposizione ad eventi psicosociali stressanti

 

Il ruolo dell’ipertensione arteriosa e dello stress

La pressione arteriosa (PA) è la forza esercitata dal sangue contro le pareti dei vasi sanguigni. La PA oscilla tra un valore massimo (pressione sistolica) e un valore minimo (pressione diastolica) corrispondenti alle fasi di contrazione e rilassamento cardiaco. Quando i valori pressori risultano stabilmente elevati rispetto ai valori normali della popolazione di riferimento, si parla di ipertensione arteriosa. L’Organizzazione mondiale della sanità stabilisce, quali valori che la PA non deve superare in un individuo adulto, 140mmHg per la sistolica e 90mmHg per la diastolica.

L’ ipertensione arteriosa è largamente determinata da fattori familiari-ereditari, alimentari (eccesso di sale e grassi nella dieta), e abitudini di vita (fumo, sedentarietà, ecc.), ma soprattutto negli stadi iniziali, può essere influenzata dall’iperattivazione del sistema nervoso autonomo simpatico per effetto di situazioni emozionali e stressanti.

Lo stress può essere generato da qualunque stimolo fisico, psicologico, biologico (definito stressor) che produce un cambiamento e che comporta un adattamento da parte dell’individuo. La risposta allo stress prevede 3 fasi: allarme, resistenza (o adattamento) ed esaurimento (sindrome generale di adattamento). Queste tre fasi si susseguono nell’organismo durante ogni reazione da stress. E’ quindi un meccanismo difensivo con cui l’organismo si sforza di superare le difficoltà per poi tornare, al più presto possibile, al suo normale equilibrio (omeostasi).

La reazione allo stress può essere acuta, di breve durata, consistente in una rapida fase di resistenza cui segue un quasi immediato e ben definito ritorno alla normalità; oppure prolungata (stress cronico), con una fase di resistenza che può durare da molti minuti a giorni, settimane, anni e, per qualcuno, tutta la vita. In condizioni di stress acuto, l’informazione relativa allo stressor, percepita dagli organi di senso, raggiunge rapidamente l’amigdala che determina una reazione di attacco o fuga immediata, prima ancora che lo stimolo venga elaborato a livello cognitivo.

L’amigdala invia poi segnali all’ipotalamo che rilascia nell’ipofisi (ghiandola endocrina) il fattore rilasciante la corticotropina, determinando da parte dell’ipofisi l’immissione in circolo dell’ormone adrenocorticotropo; questo a sua volta stimola le ghiandole surrenali affinché liberino adrenalina, noradrenalina e glucocorticoidi, soprattutto cortisolo (l’ormone dello stress). Mentre adrenalina e noradrenalina attivano il sistema nervoso autonomo simpatico determinando un innalzamento degli indici fisiologici (conduttanza cutanea, frequenza cardiaca, pressione arteriosa, dilatazione pupillare, tensione muscolare, vasodilatazione muscolare), rilascio di betaendorfine e inibizione dell’apparato digestivo, tipici del comportamento di attacco o fuga, il cortisolo influenza soprattutto il sistema immunitario e l’ippocampo.

Quest’ultimo a sua volta invia segnali a feedback negativo all’asse ipotalamo-ipofisi-surrene per far cessare il rilascio di ormoni. Questa catena di reazioni ha una funzione adattiva in quanto permette all’organismo di reagire prontamente allo stressor. In condizioni di stress cronico invece, sia ha un iperattivazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e il continuo rilascio di ormoni, soprattutto di cortisolo che può causare svariati disturbi tra cui quelli psicosomatici (cardiovascolari, dermatologici, gastrointestinali ecc.), immunitari (es mononucleosi) e depressione.

 

Le tecniche di rilassamento per il trattamento della cardiopatia

Per il trattamento dell’ipertensione arteriosa e della cardiopatia ischemica vengono attualmente proposti interventi non esclusivamente medici, ma anche psicologici, come le tecniche di rilassamento, mirati alla riduzione dei fattori di rischio psicosociale, alla modificazione dei comportamenti a rischio e alla modulazione della reattività cardiovascolare a situazioni stressanti.

Un intervento appropriato è rivolto alla riduzione della reattività cardiovascolare a situazioni stressanti, attraverso tecniche di rilassamento, come il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson e la mindfulness.

Messaggio pubblicitario Una delle tecniche di rilassamento più conosciute, il rilassamento muscolare progressivo, è stato ideato da Edmund Jacobson intorno al 1920, negli Stati Uniti ed è finalizzato sia alla prevenzione che alla terapia di disturbi psicovegetativi, ma anche per le malattie croniche. L’allenamento alle tecniche di rilassamento può incrementare la capacità di superare con successo le tensioni quotidiane, rafforzare la salute e migliorare la qualità di vita. Le modificazioni fisiche e psichiche che compaiono nel contesto di un training di rilassamento, vengono anche chiamate “reazioni distensive” e comprendono anche diverse modificazioni somatiche: rallentamento e regolarizzazione della respirazione, riduzione del consumo di ossigeno, abbassamento della frequenza cardiaca, riduzione della pressione sanguigna (soprattutto nel caso di ipertensione), rilassamento della muscolatura scheletrica, modificazioni dell’attività elettrica cerebrale (indicanti dall’EEG uno stato di calma mentale). L’effetto del training di rilassamento è una crescente tranquillità, che rende possibile un miglior rapporto con le difficoltà quotidiane e un migliore controllo dello stress.

Alcuni studi sulle tecniche di rilassamento hanno dimostrato che il rilassamento progressivo, riducendo la PA, ha effetti benefici sul sistema cardiocircolatorio riducendo il rischio di una recidiva in pazienti infartuati. Il rilassamento di Jacobson si basa sul rapporto reciproco tra mente e corpo: la psiche esercita un’influenza sul soma e modificazioni somatiche possono produrre cambiamenti nella mente. Attraverso il training deve essere raggiunta in modo sistematico una diminuzione della tensione della muscolatura volontaria, che a sua volta provoca una distensione psichica. La più profonda sensazione di calma induce, a sua volta, una maggiore distensione muscolare determinando una sorta di processo circolare all’interno del quale quanto più si rilassano i muscoli tanto più gli individui diventano calmi; tanto più l’individuo diventa calmo quanto più i muscoli si rilassano e cosi via. L’influenza positiva del training sulla salute non si basa primariamente sul singolo esercizio, ma sull’allenamento regolare, protratto nel tempo.

Tra le altre tecniche di rilassamento più efficaci, la mindfulness è una pratica meditativa di origine buddhista applicata clinicamente per la prima volta, verso la fine del 1970, dal medico americano Jon Kabat-Zinn; viene spesso definita come la capacità di prestare attenzione ai propri processi mentali e fisici, durante lo svolgimento di qualunque attività quotidiana, in modo non giudicante. È stato proposto un modello di concettualizzazione della mindfulness a due componenti, ciascuna delle quali è definita in termini di specifici comportamenti, manifestazioni esperienziali e processi psicologici implicati: la prima componente riguarda l’autoregolazione dell’attenzione, che viene mantenuta sull’esperienza immediata e con ciò favorisce una maggiore capacità di riconoscere gli eventi mentali nel momento presente; la seconda componente riguarda invece il particolare atteggiamento adottato verso la propria esperienza nel momento presente, caratterizzato da curiosità, apertura, accettazione.

Alcune ricerche nel campo delle tecniche di rilassamento indicano l’esistenza di una relazione tra la pratica mindfulness e i fattori di rischio per i disturbi cardiovascolari, come l’attività fisica, il fumo di sigarette, l’alimentazione e la pressione sanguigna. In particolare gli studi, preliminari ma promettenti, dimostrano che la mindfulness disposizionale o di tratto, intesa come la tendenza delle persone a prestare attenzione e ad essere consapevoli a ciò che accade loro nel momento presente, è associata ad un maggiore probabilità di smettere di fumare, di seguire una dieta sana ed equilibrata e di svolgere attività fisica regolarmente dopo un intervento cardiovascolare. Sembra che la mindfulness influenzi la salute, in particolare attraverso un miglioramento della capacità di autoregolazione incrementando il controllo attentivo, la regolazione emotiva e la consapevolezza di sé. In particolare la mindfulness:

  • Migliora l’abilità di prestare attenzione alle esperienze legate al rischio cardiovascolare come il fumo, la dieta, l’attività fisica e l’aderenza al trattamento medico. Infatti l’attenzione consapevole verso ogni esperienza può contribuire a comprendere gli effetti a breve e a lungo termine del fumo e degli altri comportamenti rischiosi, incrementando la motivazione intrinseca ad impegnarsi nell’adesione al trattamento.
  • Riduce lo stress migliorando la consapevolezza delle proprie modalità di risposta agli stressor e delle proprie capacità di fronteggiarli (autoefficacia).
  • Incrementa la capacità di gestire abitudini di vita sregolate come il fumo di sigarette, l’eccessivo consumo di cibo e la sedentarietà. Studi neurofisiologici hanno dimostrato che la mindfulness influenza l’attività delle aree cerebrali coinvolte nelle dipendenze e nei sistemi di ricompensa, in particolare la corteccia prefrontale dorsolaterale e la corteccia cingolata anteriore.
  • Migliora la consapevolezza delle proprie emozioni, dei propri pensieri e delle sensazioni fisiche che sono particolarmente importanti per ridurre il rischio cardiovascolare. In particolare, attraverso un incremento della consapevolezza dell’esperienza presente, i pazienti possono apprendere a percepire chiaramente gli effetti a breve e a lungo termine dei comportamenti a rischio cardiovascolare come le limitazioni fisiche associate ad attività fisica inadeguata, letargia conseguente all’eccessivo consumo di zuccheri oppure ancora i dolori articolari associati all’obesità e al fumo di sigarette. Questo potrebbe incrementare la motivazione intrinseca ad assumere un comportamento più sano.
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