La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello (3)

Alcuni studi hanno dimostrato come la psicoterapia produca dei cambiamenti anche nell'attività funzionale del cervello - Neuropsicologia

ID Articolo: 114485 - Pubblicato il: 15 ottobre 2015
La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello
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Plasticità neurale e psicoterapia: le tecniche

La terapia Cognitivo Comportamentale è considerata un trattamento di provata efficacia nei Disturbi d’Ansia e nei Disturbi dell’Umore e mira a far apprendere nuove modalità comportamentali e cognitive.
Si avvale quindi, come già detto, di diverse tecniche che sono sia cognitive che comportamentali. Le prime sono volte alla ristrutturazione cognitiva vera e propria, attraverso un processo di analisi della correlazione pensiero disfunzionale – emozione. Le seconde sono relative a esercizi comportamentali, volti all’attivazione comportamentale, all’esercizio pratico e all’acquisizione di nuove strategie.

Nello specifico, attraverso un processo di ristrutturazione cognitiva è possibile modificare le convinzioni disfunzionali relative a se stessi e al mondo esterno. Questa tecnica consiste nell’esaminare i pensieri del soggetto in relazione alle proprie emozioni e comportamenti e serve ad aiutarlo a mettere in atto un processo di cambiamento tale per cui andrà a modificare il proprio modo di pensare e le reazioni ad esso collegate.
La tecnica più utilizzata in questo senso è quella dell’ABC, attraverso cui vengono analizzati e messi in relazione gli eventi, la loro interpretazione cognitiva (pensiero) e le reazioni emotive e comportamentali. Attraverso tale strumento è possibile identificare e riconoscere i pensieri che la persona formula sugli eventi che risultano essere disfunzionali e che creano disagio e sofferenza.

La tecnica di ristrutturazione cognitiva prevede che vengano messi in discussione i pensieri disfunzionali aiutando il paziente al riconoscimento del meccanismo che genera e mantiene l’emozione negativa e invalidante che produce sofferenza.
Tra le varie tecniche comportamentali, invece, nel trattamento dei Disturbi d’Ansia si fa spesso uso di tecniche di “esposizione”. Si tratta di esercizi in cui il paziente si sottopone volontariamente alla situazione problematica che genera ansia o paura. L’esposizione può avvenire in diversi modi:
– In immaginazione, in cui la situazione che genera ansia è visualizzata mentalmente;
– In simulata, in cui la situazione temuta viene messa in scena;
– In vivo, in cui la situazione fonte d’ansia viene vissuta pienamente nella condizione reale temuta.

Con l’aiuto del terapeuta è possibile per il paziente fare un’esperienza diversa, rispetto a quella fino ad ora vissuta, che possa aiutarlo a modificare le proprie convinzioni circa la situazione temuta e ridurre quindi l’ansia esperita.
Un’altra tecnica comportamentale utilizzata è quella della desensibilizzazione sistematica, che consiste nell’associare allo stimolo ansiogeno tecniche di rilassamento allo scopo di far estinguere la risposta d’ansia e di sostituirla con una risposta diversa, più funzionale. Insieme al terapeuta, il paziente immagina situazioni che provocano un livello minimo di ansia fino ad arrivare a quelle sempre più ansiogene, imparando a mantenere uno stato di rilassamento che può essere esteso a situazioni via via più generalizzate.

EMDR e plasticità neurale

Una tecnica recente, che affonda le sue radici nella terapia Cognitivo Comportamentale, ma da cui poi si è allontanata per incorporare strategie e conoscenze da anche altri ambiti, è l’EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari). Attraverso tale tecnica si è scoperto come alcuni tipi di stimolazione esterna, in particolare oculare, possono aiutare una persona ad elaborare un evento traumatico. Con questa tecnica il paziente viene invitato a seguire il movimento della mano del terapeuta, mentre contemporaneamente è invitato a pensare all’evento traumatico. Ciò permette di riprendere o accelerare l’elaborazione delle informazioni contenute nel cervello relativamente al trauma subito. Lo scopo dell’approccio EMDR alla psicoterapia è quello di facilitare la guarigione del paziente e il superamento del trauma attraverso il riprocessamento dei ricordi ed è particolarmente utile nel Disturbo Post Traumatico da Stress.

La psicoterapia cognitiva e comportamentale agisce quindi su emozioni, schemi e comportamenti. Spesso i pazienti mettono in atto strategie dannose in presenza di emozioni forti e apparentemente non regolabili, nel tentativo di gestire un’ attivazione emotiva vissuta soggettivamente come terribile e incontrollabile. Gli eventi influenzano le nostre emozioni ma sono poi i nostri pensieri che determinano la loro intensità e la loro durata.
Secondo la psicoterapia cognitivo-comportamentale la sofferenza nasce quando le emozioni dolorose (es. ansia, rabbia, vergogna, depressione, colpa) diventano talmente intense e invadenti nella vita del soggetto tale per cui questo esperisce la sensazione di esserne sopraffatto. Per regolarne l’intensità vengono messi in atto comportamenti disfunzionali che nell’immediato possono dare un sollievo apparente ma che si rivelano controproducenti e dannosi. Grazie ad un percorso psicoterapico il paziente diviene consapevole degli schemi che lo guidano, dei pensieri che sottendono certi comportamenti e man mano che aumenta la consapevolezza aumenta la capacità di controllo delle emozioni negative, che restano, ma in modo molto meno intenso e duraturo, tornando a svolgere la loro funzione adattiva nella vita quotidiana.

Plasticità neurale, cambiamenti cerebrali e psicoterapia

Come abbiamo detto, è fatto ormai evidente che qualsiasi processo mentale intrapsichico o relazionale deriva da meccanismi che avvengono a livello neuronale nel cervello e che, viceversa, qualsiasi esperienza che facciamo, ogni cambiamento dei nostri processi psicologici e cognitivi modifica plasticamente le strutture anatomiche cerebrali corrispondenti. Sono state ampiamente superate posizioni riduzionistiche e dualistiche del passato secondo cui la psicoterapia va bene solo per un problema a base psicologica, ma se il problema deriva da uno squilibrio di sostanze cerebrali, allora solo i farmaci possono essere d’aiuto.
Ciò significa che ciascun cambiamento nei nostri processi psicologici si riflette in uno o più cambiamenti nel funzionamento o nelle strutture del cervello e che la psicoterapia produce modificazioni osservabili sul cervello.

Come è possibile che la “cura parlata” modifichi il cervello?

La psicoterapia genera l’apprendimento di nuovi modi alternativi di pensare e comportarsi. Tutto questo è stato ben spiegato da Eric Kandel, psichiatra statunitense premio Nobel per la medicina e la fisiologia che considera la psicoterapia  un vero e proprio trattamento biologico. L’apprendimento genera nel cervello nuove condizioni, modifica l’encefalo producendo un rafforzamento delle sinapsi, ossia delle interconnessioni dei neuroni.
Le connessioni sinaptiche possono essere modificate in modo stabile dalle nuove esperienze.

Il nostro cervello è suscettibile di modificazioni. Una delle scoperte più importanti relative agli studi sulla plasticità è stata la dimostrazione che le esperienze, il pensiero, la memoria e l’apprendimento sono in grado di andare a modificare la nostra struttura cerebrale. La mente umana si forma grazie all’interazione tra processi neurofisiologici ed esperienze vissute.
La convinzione di base è che la comprensione dei processi biologici dell’apprendimento e della memoria rendano possibile capire il comportamento e la sintomatologia psicologica e psichiatrica. La psicoterapia, può produrre dei cambiamenti attraverso l’apprendimento, alterando la forza delle sinapsi tra i neuroni modificando in modo stabile il cervello, una vera e propria cura biologica che produce modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti che cambiano in modo evidente le connessioni sinaptiche e causano modifiche strutturali  cerebrali che a loro volta agiscono sull’interconnessione delle cellule nervose.

Plasticità neurale: dai cambiamenti del cervello ai meccanismi della psicoterapia.

La psicoterapia è volta a modificare e migliorare nel paziente la capacità di autoregolazione emotiva, la capacità di problem solving, l’autopercezione, gli schemi disfunzionali che contribuiscono a generare e mantenere il problema, le competenze metacognitive. Tutte queste abilità implicano l’attivazione di diverse aree della corteccia prefrontale, deputata alla regolazione dei pensieri e al controllo cognitivo (Frewen et al. 2008).
Si può ipotizzare, ad esempio, che il meccanismo alla base dell’efficacia della terapia cognitiva per pazienti con depressione maggiore sia un aumento della funzione regolatrice della corteccia prefrontale connessa con il controllo cognitivo delle emozioni (azione di tipo “top-down”).

Messaggio pubblicitario Analoghe considerazioni possono essere fatte per i confronti fatti su pazienti con disturbo di panico (Beutel et al., 2010) e per pazienti con disturbo bordeline di personalità trattati con DBT (Schnell e Herpertz, 2007).
La pratica psicoterapica può essere vista come un modo di riorganizzare l’assetto delle connessioni: la terapia, grazie ai meccanismi su cui si basa, produrrebbe un potenziamento sinaptico della funzione di controllo inibente della corteccia sull’amigdala (LeDoux 1996).  L’amigdala ha un ruolo fondamentale nel sistema di allarme del cervello per questo è in grado di prevaricare il lobo prefrontale (in cui ha sede la razionalità) per far fronte al pericolo reale o supposto. Informazioni che segnalano la presenza di stimoli pericolosi dall’ambiente raggiungono l’amigdala attraverso percorsi velocissimi e diretti provenienti dal talamo (strada bassa) e poi da percorsi più lenti e coscienti che vanno dal talamo alla corteccia all’amigdala (strada alta). La strada bassa non potendo sfruttare l’elaborazione corticale (cognitiva) fornisce all’amigdala solo una rappresentazione essenziale dello stimolo permettendo di innescare una risposta meramente emotiva e consentendo al cervello di cominciare a rispondere al possibile pericolo.

Un’elaborazione più dettagliata arriva dalla strada alta attraverso cui le informazioni arrivano all’ippocampo e alla corteccia prefrontale. L’ippocampo riveste un ruolo importante nel compiere confronti con le nostre esperienze passate ed è in grado di fornire informazioni contestuali. La corteccia prefrontale rappresenta una sorta di sistema di regolazione delle emozioni automatiche della paura. Qui vengono integrate tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali e personali in modo più consapevole.

Inoltre, le emozioni rilasciano nel corpo ormoni e altre sostanze a lunga durata, che tornano al cervello e tendono a bloccarlo in quello stato di attivazione: per questo è difficile per la corteccia prefrontale riuscire ad inibire l’amigdala. L’amigdala può, quindi, controllare con grande facilità la corteccia, poichè le basta eccitare una serie di aree cerebrali in modo non specifico per determinare un alto livello di attivazione; la corteccia al contrario non può fare lo stesso con l’amigdala (LeDoux, 1996). Ecco perché le emozioni sono difficili da “controllare” quando entrano in gioco. Ed è proprio su questi aspetti che agisce la psicoterapia.

Le esperienze lasciano segni duraturi su di noi, in quanto sono immagazzinate come memorie all’interno dei circuiti sinaptici e, dal momento che la terapia stessa rappresenta un’esperienza di apprendimento, essa implica anche dei cambiamenti nelle connessioni sinaptiche.
Dunque, circuiti cerebrali ed esperienze psicologiche non sono cose distinte, ma due diverse modalità per descrivere la medesima cosa.
La psicoterapia è di fatto un processo di apprendimento per i suoi pazienti e come tale un modo di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali: è in tal senso, che la psicoterapia usa meccanismi biologici per curare i disturbi psichici. Le difficoltà di regolazione emotiva potrebbero essere anche legate, quindi, a differenze funzionali di processazione emozionale da parte della corteccia sull’amigdala. Di conseguenza, il lavoro terapeutico potrebbe basarsi sulla necessità di aumentare la capacità della corteccia di influire in modo significativo, riuscendo a contestualizzare in modo adeguato l’esperienza affettiva, aumentando la capacità di simbolizzazione e diminuendo stati affettivi troppo intensi connessi a certe esperienze. Si rende così possibile una maggiore libertà da parte del cervello corticale di elaborare cognitivamente ed influenzare le successive esperienze affettive.
Fondare la psicoterapia su basi scientifiche ed esplorare le sue implicazioni sul piano biologico permette di individuare le forme di psicoterapia più efficaci per le diverse categorie di pazienti.
Viene a delinearsi la necessità di un’ apertura nei confronti di una ricerca multidisciplinare integrata, che apra all’elaborazione di modelli sempre più complessi ed efficaci su cui fondare trattamenti evidence-based.

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