La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello (2)

Alcuni studi hanno dimostrato come la psicoterapia produca dei cambiamenti anche nell'attività funzionale del cervello - Neuropsicologia

ID Articolo: 114485 - Pubblicato il: 15 ottobre 2015
La plasticità neurale e i cambiamenti prodotti dalla psicoterapia nel cervello
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Meccanismi alla base della plasticità neurale

Il termine plasticità viene utilizzato in riferimento a fenomeni molto eterogenei.

  • Neurogenesi
    Con il termine neurogenesi ci si riferisce alla formazione di nuove cellule nervose nel cervello adulto (Gage, 2002). Questo fenomeno avviene in particolare in due aree: l’ippocampo e la zona subventricolare.
    La neurogenesi è resa possibile dalle cellule staminali, cellule primitive non specializzate capaci di trasformarsi in qualsiasi altro tipo di cellula. Le cellule staminali dette ‘pluripotenti’, ad esempio, possono dare origine a più popolazioni cellulari specifiche di un tessuto. In questo caso, quindi, cellule staminali del tessuto nervoso possono originare solo cellule nervose.
  • Sprouting
    Con il termine sprouting (germogliazione) ci si riferisce a quel fenomeno caratterizzato dall’aumento dei collaterali assonici (parte terminale delle cellule nervose tramite i quali gli impulsi vengono inviati da un neurone all’altro) con conseguente formazione di nuove sinapsi (connessioni tra le cellule nervose). In presenza di un danno cerebrale, i neuroni sopravvissuti in prossimità della lesione, ad esempio, emettono ‘germogli’ cosicché le fibre nervose crescano e raggiungano nuove terminazioni nervose.
  • Rimappaggio corticale dopo una lesione periferica
    A seguito di una lesione di un nervo di senso o di un amputamento di una parte del corpo si depriva selettivamente la sua rappresentazione corticale. L’area corticale deprivata dalla stimolazione originaria si riorganizza in modo da diventare area di rappresentazione corticale delle aree corporee adiacenti. Il fenomeno dell’arto fantasma è un esempio di rimappaggio corticale a seguito di una lesione periferica.
  • Modificabilità della trasmissione sinaptica
    Attraverso la trasmissione sinaptica l’impulso nervoso viaggia da un neurone all’altro tramite il rilascio di uno specifico neurotrasmettitore. Questo viene rilasciato da un neurone, chiamato presinaptico, ed entra in contatto con un secondo neurone, chiamato postsinaptico.
    La plasticità neurale si può tradurre in due tipi di modifiche che riguardano la trasmissione sinaptica. Può, infatti, variare la quantità di neurotrasmettitore liberato nella sinapsi (cambiamento funzionale), o può modificarsi la struttura dell’elemento presinaptico e/o postsinaptico (cambiamento morfologico)

Metodi di indagine

Dagli anni ’60 in poi, la ricerca negli ambiti delle scienze cognitive si è avvalsa di tecniche di indagine sempre più sofisticate per indagare l’attività cerebrale associata ai processi sensoriali, motori e cognitivi. Queste tecniche comprendono la registrazione dei Potenziali Relati ad Eventi (Event-Related Potentials, ERPs), la Tomografia ad Emissione di Positroni (Positron Emission Tomography, PET) e la Risonanza Magnetica Funzionale (Functional Magnetic Resonance Imaging, fMRI)

  • ERPs
    Gli ERPs rappresentano i cambiamenti nell’attività elettrica cerebrale temporaneamente associati alla presentazione di un evento (es. comparsa di uno stimolo).
    A livello neurofisiologico, si ritiene che gli ERPs riflettano l’attività elettrica delle popolazioni di neuroni delle varie strutture cerebrali.
  • PET
    La PET consente di creare delle immagini tridimensionali rappresentanti la quantità di sangue passata in un dato punto del cervello (flusso cerebrale ematico). Dal momento che un’elevata attività sinaptica si associa ad un aumento della domanda energetica (glucosio e ossigeno), il segnale PET permette di misurare l’attività cerebrale.
  • fMRI
    La fMRi, come la PET, permette di misurare indirettamente l’attività neurale, sfruttando i cambiamenti di flusso ematico associati all’aumento del metabolismo a sua volta legato all’aumento dell’attività sinaptica.

Plasticità neurale e memoria

Molti studiosi sono convinti che, perché vi siano ricordi a lungo termine, siano necessari modificazioni talmente grandi nel sistema nervoso da risultare visibili al microscopio. Cambiamenti strutturali, in seguito all’esercizio, appaiano anche in altre parti del corpo. Ad esempio, in seguito all’esercizio fisico cambiano la massa e/o la forma dei muscoli e delle ossa. Allo stesso modo le sinapsi potrebbero aumentare o diminuire in funzione dell’addestramento. Ma non si possono considerare solo le sinapsi esistenti. L’addestramento può aumentare il numero di terminazioni della via che è stata usata oppure farsì che una via più utilizzata prenda il posto di altre meno utilizzate.
Le prime esperienze di elettrofisiologia dell’apprendimento hanno dimostrato che se, ad esempio, si stimola una radice dorsale del midollo spinale con impulsi elettrici ad alta frequenza e si registra la risposta riflessa dalla radice ventrale ad essa collegata da un’unica sinapsi, ci si accorge che a seguito di questa stimolazione la normale risposta è potenziata e che questo potenziamento permane nel tempo.

Messaggio pubblicitario Un contributo interessante alla memoria biologica viene da esperimenti sul ‘potenziamento a lungo termine’ che consistono nel dare stimolazioni ripetute a delle strutture cerebrali, le quali potenziano le loro risposte per un lungo periodo di tempo come se avessero conservato “memoria” dello stimolo ricevuto. Le sinapsi, quindi, con ripetute stimolazioni, possono andare incontro a modificazioni strutturali permanenti sia per ipertrofia, creando nuove sinapsi per stimoli ripetuti, sia per atrofia, riducendo il numero delle sinapsi per mancanza di stimoli.
Kandel (2001) ha dimostrato che la dopamina, un neurotrasmettitore implicato nei processi attentivi, è in grado di facilitare la consolidazione di sinapsi specifiche implicate nei processi di memorizzazione, le quali condizionano a loro volta, la persistenza dell’informazione attraverso la plasticità.

L’interesse di Kandel alla plasticità neurale parte, quindi, da studi relativi ai processi di apprendimento e memoria che mettono in luce come sia possibile, in seguito ad esperienze ambientali e interpersonali, andare a modificare la struttura sinaptica dei neuroni.
Interessante notare che quasi tutti i comportamenti umani sono frutto di un processo di apprendimento. Anche quando compiamo azioni apparentemente automatiche, in realtà stiamo mettendo in atto un processo cognitivo complesso che coinvolge il nostro sistema nervoso centrale il quale, una volta ricevute le informazioni provenienti dall’ambiente, le confronta con quanto già elaborato e le conserva attraverso il processo di memorizzazione.
La psicoterapia è anch’essa una forma di apprendimento per cui, alla luce di quanto detto, è ragionevole pensare che possa portare a una modifica dell’espressione genica e alterare cosi le connessioni sinaptiche.

Platicità neurale: Psicoterapia e cambiamento

Le neuroscienze avvicinandosi sempre di più a una maggiore e migliore conoscenza della mente e del cervello avvalorano sempre continuamente l’ipotesi che la psicoterapia sia uno dei modi migliori per esaminare, comprendere e modificare l’esperienza soggettiva dell’individuo.
La psicoterapia, infatti, si propone come strumento di cambiamento, necessario per l’acquisizione di nuove capacità e per il raggiungimento del benessere del paziente che manifesta un disagio. Tale processo di cambiamento si sviluppa all’interno di una relazione che coinvolge reciprocamente paziente e terapeuta, la cui finalità principale è quella di aiutare il soggetto in difficoltà a comprendere i propri meccanismi ed accompagnarlo in questo processo evolutivo in un contesto strutturato. Questo lavoro terapeutico si fonda sulla fiducia reciproca, sull’alleanza e tiene sempre in considerazione l’intersoggettività fra paziente e terapeuta.

L’obiettivo della terapia è quello del raggiungimento di un cambiamento positivo volto ad un divenire che permetta al paziente di acquisire maggiore consapevolezza di sé, del proprio modo di funzionare e delle proprie fragilità.
Questo tipo di cambiamento permette inoltre al soggetto di adattarsi alla propria condizione in termini di accettazione e superamento e quindi una modifica delle proprie strutture psichiche, del proprio modo di concepire la realtà, il mondo, se stessi e gli altri.
L’esperienza psicoterapeutica, attraverso questo scambio continuo tra terapeuta e paziente, rappresenta un’importante opportunità di ri-organizzazione della mente e del cervello che produce dunque una modificazione e la scoperta di nuovi funzionamenti.

Tutte le psicoterapie sono basate su processi di apprendimento e cambiamento, ma qui prenderemo in considerazione la terapia Cognitivo Comportamentale che è quella che maggiormente si è occupata di studiare i disturbi d’ansia e dell’umore e i cui risultati si sono rivelati efficaci al pari delle terapie farmacologiche.

Tale terapia si fonda sul presupposto che esista una stretta correlazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che il nostro malessere derivi da ciò che pensiamo e facciamo nel presente e dal modo in cui interpretiamo le varie situazioni dando significato agli eventi. Alla base di tale approccio vi è l’idea che esiste una relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti e sostiene che alla base dei disturbi vi siano delle credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo, provocando sofferenza nel soggetto e che sono difficili da modificare poiché si basano su meccanismi di mantenimento.
Secondo tale teoria le persone cercano di dare un senso a ciò che le circonda interpretando e organizzando le varie esperienze. Durante tutto l’arco di vita le varie interpretazioni portano ad alcuni convincimenti e apprendimenti che sono più o meno funzionali alla persona e che possono portare a delle distorsioni cognitive che originano e mantengono il disturbo. Quindi non è l’evento in sé che genera malessere, ma il modo in cui esso viene interpretato e vissuto dal soggetto.

Il nostro pensiero si basa su tre livelli di cognizione:
– convinzioni profonde o schemi cognitivi, che sono delle strutture di base con cui la persona interpreta se stesso e gli altri e attraverso cui organizza il proprio pensiero. È una tendenza stabile ad attribuire un determinato significato ai vari eventi.
– convinzioni intermedie che sono interpretazioni su di sé, sugli altri e sul mondo tali da permettere di organizzare la propria esperienza, di prendere decisioni e orientarsi nelle varie relazioni. Esse sono costituite da regole, opinioni e assunzioni.
– pensieri automatici che sono le cognizioni più lontane dalla consapevolezza e da cui dipendono le emozioni.
Secondo tale modello le convinzioni profonde influenzano le convinzioni intermedie che, a loro volta, influenzeranno i pensieri automatici i quali interferiscono con lo stato emotivo della persona.

A partire da questi schemi cognitivi, l’individuo interpreta la realtà e le attribuisce un significato.
In base a tale teoria dunque non è la situazione a determinare direttamente ciò che sentiamo o come ci comportiamo, ma la nostra emozione dipende dal significato che attribuiamo all’evento o alla situazione. Pertanto una medesima situazione può essere vissuta in due modi diversi da due persone, portando quindi a differenti reazioni emotive e comportamentali.

Come già accennato questi pensieri sono direttamente collegati alle emozioni esperite, che di per sé non sono disfunzionali, ma lo diventano nella misura in cui il soggetto le percepisce come invalidanti. È quindi possibile spiegare le varie reazioni emotive e i comportamenti disfunzionali che ne conseguono con l’interpretazione personale degli eventi che si basa sui propri processi cognitivi.
Andando ad indagare, riconoscere e successivamente modificare i pensieri disfunzionali, è possibile produrre un cambiamento a livello emotivo e comportamentale. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso 1) un metodo cognitivo che permette di andare a modificare i pensieri negativi che causano emozioni vissute come negative e invalidanti, e 2) un metodo comportamentale che ha lo scopo di modificare i comportamenti disadattivi a favore di nuovi comportamenti più funzionali.

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