Storie di Terapie #7 – Tredici centimetri e mezzo di Enrico

In realtà Enrico (Disturbo ossessivo-compulsivo) era interamente una disfunzione sessuale; tecnicamente “impotenza situazionale”.

ID Articolo: 9541 - Pubblicato il: 21 maggio 2012
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Nei casi clinici che seguono, l’arrosto sostanzioso dei vari pazienti è condito con il sugo della fantasia, per rendere non identificabili le persone e la lettura più avvincente. Spesso ho condensato in un solo paziente più persone e, quasi sempre ci sono scappati pezzetti di me stesso.    Leggi l’introduzione    

 

#7 – Tredici centimetri e mezzo di Enrico

 

 

Mi è capitato più volte di provare imbarazzo nel riconoscermi appartenente alla specie umana e, segnatamente, al genere maschile. Di solito ciò mi è capitato di fronte ai crimini sessuali, alcune perversioni ed abusi in cui i maschi superano sempre di gran lunga le donne. Dovevo però aspettare di diventare anziano per provare il disgusto verso la mascolinità che l’incontro con Enrico mi procurò. L’invio mi fu fatto da un collega amico, che ricordava il mio passato di sessuologo.

In effetti, Enrico presentava il problema di una disfunzione sessuale, in realtà Enrico era interamente una disfunzione sessuale; tecnicamente trattavasi di “ impotenza situazionale”.

Il padreterno non era stato generoso con lui che sembrava assemblato con pezzi di scarto: basso quanto basta per averne il complesso e sentirsi inferiore, occhi piccoli da pesce del lunedì, capelli radi grigio topo e impomatati, naso oversize con bitorzoli e colorito violaceo, colorito giallo verdognolo tendente a Shrek, totale assenza dell’apparato muscolare oltre a quello atto a mantenerlo seduto e, per finire, alitosi da distruzione di massa.

Storie di Terapie - © Athanasia Nomikou - Fotolia.com

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Enrico, forse per compensare l’aspetto orribile, o per sottolineare la comune amicizia con l’inviante, mostra una confidenzialità molto invadente. Mi ricredo immediatamente: il suo problema non è la bruttezza, ma la talentuosa antipatia. Tenta di compensare la sua goffaggine con l’applicazione stereotipata di regole di buona creanza che trasmettono un’idea di falsità, generatrice di imbarazzo. Questa mancanza di naturalezza e di senso comune avrebbe dovuto farmi accendere la spia rossa che indica il sospetto di psicosi, ma non accadde.

Il problema dichiarato da Enrico era il suo pene che funzionava a fasi alterne provocandogli un’ansia incontenibile, evitamenti delle situazioni potenzialmente erotiche ed un consumo industriale di Viagra e suoi derivati, pericoloso per il suo cuore già infartuato tre anni prima, a quarantun’anni. La raccolta della storia fu ostacolata dai continui richiami di Enrico al qui ed ora del suo pene capriccioso.

Nasce in una cittadina del sud, primo di tre figli di cui la seconda femmina. Il padre è un piccolo imprenditore molto conosciuto e in odore di camorra, violento con i figli che picchia selvaggiamente ad ogni presunta mancanza di rispetto. Tradisce spudoratamente la madre e si vanta con i figli maschi delle sue proverbiali prestazioni sessuali, insegna ai figli che il valore di un uomo lo si misura dalla lunghezza e durezza del suo pene. La madre è sconfitta e umiliata, ma resta in famiglia perché teme di lasciare la figlia femmina con il padre; il possibile abuso rispetto alla figlia femmina è considerato una possibilità reale, se non probabile.

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Il padre si rovina completamente per il gioco d’azzardo e, a quarantott’anni, viene trovato morto, un mattino, sulla via di casa. Enrico dice essersi trattato di un infarto, ma molte chiacchiere sono girate in paese. Della morte del padre non ha particolari ricordi, se non quello di una liberazione dal suo controllo svalutante su tutte le sue prestazioni.

Durante tutto il periodo scolastico Enrico è tormentato da pensieri ossessivi e compulsioni. Le ossessioni riguardano soprattutto la possibilità di avere la forfora o il sudore ascellare, ciò lo renderebbe disgustoso e non potrebbe “scoparsi” tutte le ragazze che vuole. Se ciò non avvenisse nessuno lo rispetterebbe e tutto il paese lo deriderebbe.

Finita ragioneria si fidanza con Rosa, la sua attuale moglie. Quando gli chiedo di raccontarmi del suo matrimonio fa una sintesi stringata: per i primi tre mesi ha avuto difficoltà nei rapporti sessuali, poi ha preso il via e tutto andava bene senza aiutini, se si eccettua il ricorso a stimolazioni orali. Non si è mai chiesto se la moglie abbia l’orgasmo, ma dice che non si è lamentata mai anzi, dopo il coito, la coppia si concede un altro rapporto orale.

Enrico, che sottovaluta continuamente ogni segno psicopatologico e, mentendo, dice che le ossessioni sono ormai poca cosa, mi racconta la prima importante crisi, ma sempre sminuendone la portata.

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Dopo tre anni di matrimonio, quando il primo figlio ha sei mesi, gli capita, durante una trasferta, di avere un approccio sessuale con una collega a lui sottoposta. Naturalmente non dice nulla alla moglie, ma al primo tentativo di rapporto sessuale con la consorte perde subito l’erezione, dopo il pretrattamento orale. E’ la prima volta che gli succede.

Tentare di indagare le emozioni che precedettero (colpa?) e seguirono (ansia? tristezza?) l’episodio di impotenza è come chiedere ad un tavolino il senso della poetica di Dante.

I fatti successivi, però, li ricorda. Esce di casa, raggiunge la piazza del paese, è pronto a dar battaglia se vedrà dei capannelli di gente che lo deride. Essendo notte fonda non incontra nessuno, ma sa con certezza che, dietro le finestre illuminate e quelle falsamente buie, non si parla d’altro.

Poi i suoi ricordi iniziano a riorganizzarsi dal momento in cui lo zio materno, psichiatra, viene a prenderlo in SPDC (Servizio Psichiatrico per la Diagnosi e Cura), assumendosi la responsabilità della dimissione. Lo zio, per tre mesi, gli somministra forti neurolettici; da allora li ha smessi solo dopo l’infarto, per lasciar spazio alla terapia cardioprotettiva. Sei mesi fa è nato il suo secondo figlio e lui ha consapevolmente pensato che, considerata l’astinenza con la moglie nell’ultimo periodo di gravidanza e nel puerperio, poteva essere il momento adatto per farsi qualche bella scopata extra e non solo le solite seghe con cui tiene in allenamento il meccanismo, “svuotandosi” almeno tre volte a settimana.

Messaggio pubblicitario La scelta cadde su Stefania, una collega nota per i dissapori con il suo partner e la spregiudicatezza sessuale. Solo molto tempo dopo ciò gli apparirà come una serissima minaccia: Enrico dichiara apertamente di essere preoccupato di un possibile coinvolgimento affettivo, che Stefania dimostrerà sin dall’inizio e gli chiederà. Per lui, invece, Stefania è solo tutto ciò che sta intorno alla sua fica, l’unica emozione che sente nei suoi confronti è il timore del giudizio.

Perciò si organizza con accuratezza e, prima ancora di tentare un approccio, va a visita dal cardiologo per concordare il dosaggio massimo e le modalità di assunzione del Viagra. Gli faccio notare che non c’era stato nessun fallimento, ma lui ribatte che prevenire è meglio che curare e che la prima impressione è quella che conta. Affitta una casa fuori città per la moglie e i figli, in modo che possano fare due mesi di mare, impegnandosi a raggiungerli nei fine settimana

Viene in terapia da me per due motivi.

Poiché le prestazioni “viagrasostenute” sono state davvero buone, non sa come fare per continuare a stupire Stefania. Ha aumentato progressivamente la dose fino a quella massima consentita e non sa cos’altro inventarsi senza rischiare un infarto.

In secondo luogo vorrebbe capire cosa siano quelle attenzioni affettive che Stefania gli chiede e che lui connota come “tutte quelle smorfiose sciocchezze che si fanno per ottenere la fica.

Storie di Terapie #6 – Sesso & Potere: il caso di Matteo. - Immagine: © Vladimyr Adadurov - Fotolia.com

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Vuole che gli insegni a recitare. Attraverso una serie di confidenti infiltrate tra le amicizie di Stefania, sa che lei parla molto bene del loro rapporto ed è terrorizzato che si possa sapere che non è lui, ma il viagra. Se una cosa del genere si sapesse in ufficio, perderebbe ogni dignità e si darebbe volontariamente la morte. Poiché il nonno paterno lo ha fatto veramente, questa dichiarazione non mi lascia affatto tranquillo e insisto per l’assunzione di serotoninergici che, gli dico, avranno anche l’effetto collaterale di ritardare l’eiaculazione. Accetta con gioia.

Stavo per suggerirgli di non intrapendere la psicoterapia e di continuare con il trattamento di viagra e con il solo serotoninergico, poiché ritenevo del tutto inutile una psicoterapia essendo chiaramente di fronte ad una assenza della psiche stessa, quando mi raccontò due fatti significativi.

 

E’ brutto ammetterlo ma, fino a quel momento, mi stavo terribilmente annoiando e credo fossi finito  in un circolo vizioso: più lo trovavo noioso e forse, mi duole ammetterlo, lo giudicavo negativamente, meno lo guardavo con interesse, ma era proprio questo disinteresse a generare la noia.

I due particolari invece mi diedero la misura della sua sofferenza e riattivarono l’interesse.

Quando aveva sette anni Enrico era già un onanista professionista e si identificava completamente con il suo pene. A dispetto della presunta legge (certamente inventata e diffusa ad arte dai bassi di statura) per cui la lunghezza del pene è inversamente proporzionale all’altezza, lui era basso e il suo pene arrivava, se ben stirato, a soli undici centimetri.

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In quinta elementare, per essersi rifiutato di cedere la sua merenda al boss della classe, fu sottoposto alla pratica della “stira”: gettato per terra nel cortile della scuola e tenuto fermo dai compari del boss, gli furono tolti i pantaloni e stirato il pene davanti a tutti per mostrarne la pochezza, finchè non chiese perdono e cedette la merenda. Ricorda ancora con vividezza il sentimento di umiliazione che lo pervase e la rabbia nei confronti del padre che, saputa la vicenda, lo sgridò a sua volta per non aver fatto rispettare il suo glorioso cognome. Ma non tutto il male vien per nuocere: in una misurazione nei giorni successivi si accorse che il pene aveva raggiunto i dodici centimetri. Iniziò dunque una serrata terapia consistente in uno stiramento quotidiano del pene. Pensò anche di attaccarci dei pesi che lo tenessero in tensione durante il sonno, ma il marchingegno ideato era troppo vistoso e dovette rimandare il progetto a quando avrebbe vissuto da solo. Si limitava dunque a violente strattonate in bagno ogni volta che doveva urinare e a due sedute di allungamento prima e dopo la masturbazione serale a letto. Faceva ciò con la meticolosità ossessiva che lo avrebbe accompagnato per sempre e iniziava allora a manifestarsi.

A quattordici anni Enrico era un ragazzo mingherlino di un metro e sessantatré centimetri di statura, ma con ben tredici centimetri e mezzo di pene. Ora nessuno lo avrebbe più preso in giro, secondo l’ enciclopedia “Conoscere il corpo umano” rientrava nella media dei ragazzi italiani che andavano da tredici a diciassette centimetri.

L’altro fatto che riaccese il mio interesse fu il motivo che lo spingeva a chiedere una terapia. A lui non interessava affatto godere di più la vita sessuale, per la verità non ne aveva mai goduto e non gli importava nulla. Ogni rapporto che doveva affrontare era un compito gravoso che gli generava prima un senso di preoccupazione e dopo, se tutto era andato bene, un senso di sollievo al pensiero che poteva concedersi un po’ di tempo di pausa prima di doversi ripresentare per un nuovo esame.

Si era cacciato nella storia extraconiugale con Stefania semplicemente perché, a suo avviso, un dirigente del suo livello deve avere famiglia e figli per evitare che si pensi che sia frocio e avere un’amante che ne decanti segretamente le sue doti amatorie durante le pause pranzo.

La trappola era scattata quando si era accorto che, da un lato Stefania si stava coinvolgendo e lo chiamava a manifestazioni affettive che lo trovavano del tutto impreparato e per le quali chiedeva suggerimenti, dall’altro lei era molto più scaltra di lui sessualmente e chiedeva molto.

La percepiva come esigente e giudicante e non trovava con lei quella rassicurante routine che permettevano ai suoi tredici centimetri e mezzo di dare il meglio di sé nel letto coniugale con Rosa, nell’intervallo tra il pompino d’apertura di incoraggiamento e quello finale di ringraziamento per la prova superata.

Valutammo con lui i vantaggi e i rischi delle due alternative contrapposte dove la prima consisteva nel fare outing con tutti sulle sue difficoltà sessuali e verificare quanti davvero gli avrebbero voltato le spalle e quanti invece avrebbero continuato ad amarlo per quello che era. Il rischio era di perdere qualcuno e qualche punto di stima, ma il vantaggio era di smettere questa faticosissima rincorsa, i camuffamenti, i calcoli orari per l’assunzione di nascosto della pasticchina-salva-stima-sociale e di riportare la sessualità nella categoria dei piaceri da quella dei lavori forzati in cui si trovava.

L’altra alternativa era di continuare così, aumentando costantemente il sostegno chimico per raggiungere nuovi record. Aveva pensato anche a due exit strategy da questa seconda alternativa: una prima ipotesi prevedeva che, raggiunto l’apice della notorietà come incontenibile stallone, avrebbe potuto chiedere il trasferimento in altra sede. Lì la sua fama lo avrebbe preceduto, ma lui non si sarebbe lanciato in nessuna avventura, conservando intatto il patrimonio accumulato. La seconda ipotesi prevedeva che, un giorno, il suo cuore già malandato avrebbe ceduto durante un amplesso dopato dal viagra con la vogliosa Stefania, ma cosa c’era di meglio di un’ uscita di scena del genere? Sarebbe stato come per un attore morire a sipario aperto, il mitico Enrico che “morì sulla botta”, tanto la moglie e i figli, pur venendone a conoscenza, non avrebbero potuto fargli ritorsioni di sorta.

La terapia andò avanti per altri sei mesi fino a quando fu miracolosamente liberato: Stefania rimase incinta del suo compagno (Enrico si era vasectomizzato dopo la seconda gravidanza della moglie perché il numero giusto di figli per un dirigente è due, uno per sesso, come i suoi) e decise di porre fine alla relazione.

Mi ringraziò come gli avessi salvato la vita. Ora lui non vedeva altri motivi per continuare la terapia. Anch’io ebbi il dubbio se, più in generale, continuare la professione di psicoterapeuta, ma “ tengo famiglia”.

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