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La ripetizione dell’uguale – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 38

A fronte della ricerca della novità sbandierata dalla pubblicità come un bene in sé, sembra che in realtà si cerchi conforto nella ripetizione dell’uguale in una tendenza che assume un significato di rassicurazione riferibile alla ricerca di una stabilità del mondo esterno e soprattutto del proprio sé.

ID Articolo: 157292 - Pubblicato il: 05 settembre 2018
La ripetizione dell’uguale – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 38
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Da dove nasce quella sensazione di conforto, piacevolezza e in un certo qual modo di rassicurazione che spesso proviamo di fronte a ciò che si ripete sempre uguale giorno dopo giorno?

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – La ripetizione dell’uguale (Nr. 38)

 

Messaggio pubblicitario Cosa spinge i bambini a rivedere sempre gli stessi cartoni e addirittura a privilegiare alcuni passaggi che conoscono a memoria senza non che si stanchino mai? Perché vogliono che gli sia raccontata sempre la stessa storia ed anzi richiedono un particolare punto della vicenda che appena finito vogliono sia ripetuto? E addirittura se il genitore introduce delle varianti anche solo lessicali, rispolverando la sua conoscenza dei sinonimi per vincere la noia, lo correggono prontamente e pretendono sia ristabilità la verità come si trattasse della traduzione di un testo sacro dove la parola di Dio è una e una sola?

Cos’è quel piccolo fastidio che si prova quando in una esecuzione dal vivo un cantante cambia, improvvisando, un verso di una sua canzone la cui sequenza abbiamo stampata nella mente?

Perché gli amici si ritrovano a recitare sempre lo stesso prevedibilissimo copione in cene dalla liturgia risaputa?

Perché gli anziani seduti al bar si scambiano secchiate di luoghi comuni sempre uguali che a guardarli da fuori verrebbe da pensare che non possono fare sul serio?

Perché negli ascensori ci affrettiamo a dire tre o quattro ovvietà sul tempo secondo un preciso spartito che prevede come apertura una constatazione circa il meteo (che sia il caldo, il freddo o la pioggia non importa), cui segue da parte dell’altro una solidale lamentela per terminare immancabilmente con la chiusura del primo con l’affermazione che “è il tempo suo, se non lo fa adesso…”? Poi si può prendere la strada dei proverbi con il classico e abusato “non ci sono più le mezze stagioni” ravvivandolo con la dichiarazione della consapevolezza che è un vecchio modo di dire ma che adesso è proprio vero che non ci sono più le mezze stagioni, e giù con i cambiamenti climatici, il surriscaldamento, Trump e via così a seconda del tragitto da percorrere. Oppure proporre una svolta psicologica più intimistica con un “è che non siamo mai contenti…”, cui far seguire a seconda dell’età degli interlocutori un amarcord del tipo “una volta, ai miei tempi (che sarebbe utile intanto stabilire una volta per sempre quale sia l’età cui ci si riferisce con “ai miei tempi” perché a rigor di logica anche gli attuali lo sono se si è ancora in vita – evenienza probabile se si sta in ascensore).

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Dunque a fronte della ricerca della novità sbandierata dalla pubblicità come un bene in sé, sembra che si cerchi conforto nella “ripetizione dell’uguale” nella ripercorrenza del risaputo, del già detto.

Sarebbe da calcolare di quanto deve essere migliore una cosa nuova rispetto a quella vecchia per consentire di superare l’inerzia dell’abitudine. Gli amanti che rivaleggiano con i coniugi dovrebbero rifletterci di più.

Il fatto che avvenga soprattutto nell’infanzia e nella vecchiaia (tempi entrambi di fragilità) indica un significato rassicuratorio che credo riferibile alla stabilità del mondo esterno e soprattutto del sé.

È come se quei dialoghi apparentemente banali, quelle ripetitività stereotipate avessero come sottotitoli “tranquillo va tutto bene, il mondo è quello di sempre, tu sei in grado di prevederlo e di fronteggiarlo perché anche tu sei sempre lo stesso, ti riconosco perfettamente”.

Insomma, per illuderci di poter avere un minimo controllo sull’esistenza cerchiamo di fare previsioni e questo è possibile solo se il mondo, gli altri e noi stessi siamo ripetitivi.

Quei dialoghi sono la celebrazione della nostra identità (attenzione va bene pure se l’altro ci maltratta da sempre: l’importante è che non smetta).

Non essere riconosciuti – e peggio non riconoscersi più- deve essere un bel guaio, per cui togliti da davanti allo specchio.

 

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