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L’uso delle tecniche di neuroimmagine nella scelta del trattamento della depressione

Diversi tipi di depressione richiedono cure differenziate: le tecniche di neuroimmagine potrebbero essere utilizzate per operare questa differenziazione

ID Articolo: 145322 - Pubblicato il: 24 aprile 2017
L’uso delle tecniche di neuroimmagine nella scelta del trattamento della depressione
Messaggio pubblicitario Università di Psicologia Milano - SFU 01-2017
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L’utilizzo di tecniche di neuroimmagine volte alla misurazione del livello di connettività funzionale tra diverse aree sarebbero utili per l’identificazione della migliore linea di intervento nel trattamento della Depressione.

 

 

In un recente studio, Dunlop e collaboratori della Emory University School of Medicine di Atlanta hanno evidenziato, grazie all’utilizzo della risonanza magnetica funzionale (fMRI), come la presenza di un’attivazione cerebrale ben specifica a livello della corteccia cingolata subcallosale (SCC) possa aiutare i clinici ad identificare la tipologia di intervento migliore, tra psicoterapia e antidepressivi, per persone affette da depressione.

La corteccia cingolata subcallosale è una porzione della corteccia cingolata anteriore (ACC), area da tempo nota per le vaste interconnessioni con aree quali insula, corteccia prefrontale, amigdala, ipotalamo e tronco encefalico, che la rendono un’area estremamente importante per quanto riguarda la funzionalità del sistema simpatico e parasimpatico, in quanto deputata, tra le altre cose, alla connotazione emotiva degli stimoli in entrata, all’elaborazione delle emozioni e all’integrazione di aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali.

 

Tecniche di neuroimmagine per la scelta del trattamento della depressione: lo studio PReDICT

Inizialmente lo studio, denominato PReDICT (Predictors of remission in depression to individual and combined treatments; Dunlop et al., 2012), aveva coinvolto un campione di 400 persone tra i 18 e i 65 anni che, nonostante soddisfacessero i criteri per un Disturbo Depressivo Maggiore (DDM), non erano mai stati curati per un disturbo dell’umore. I soggetti partecipanti erano quindi stati assegnati in modo randomico ad un trattamento di 12 settimane di tipo farmacologico con antidepressivi (Duloxetina o Escitalopram) o ad una psicoterapia di orientamento cognitivo-comportamentale (CBT, 16 sessioni).

Messaggio pubblicitario All’inizio dello studio, prima dell’assegnazione ad uno dei due trattamenti, i partecipanti erano stati sottoposti ad una valutazione di tipo biologico comprensiva, tra i vari testi, anche di una scansione cerebrale di tipo funzionale (fMRI). La valutazione è stata poi ripetuta alla fine delle 12 settimane.

Una volta trascorso il periodo iniziale di trattamento, i soggetti in via di remissione hanno preso parte ad una seconda fase di follow-up, costituita da 7 incontri a cadenza trimestrale, per tenere sotto controllo eventuali ricadute. Diversamente, ai soggetti che non mostravano miglioramenti apprezzabili, veniva proposto, indipendentemente dal gruppo di appartenenza iniziale, di prendere parte ad un trattamento incrementale, dato dalla combinazione di CBT e antidepressivi, per ulteriori 12 settimane.

Le tecniche di neuroimmagine utilizzate, scansioni fMRI, sono così state utilizzate come punto di partenza per poter valutare la presenza o meno di differenze nell’attivazione cerebrale sulla base del tipo di trattamento ricevuto e dell’esito (remissione sintomatologica vs. mancanza di remissione).

Dalle analisi è così stato possibile notare come il grado di connettività funzionale della SCC con altre tre aree cerebrali (corteccia prefrontale ventrolaterale anteriore sinistra/insula, corteccia prefrontale ventromediale sinistra e mesencefalo dorsale) sembri essere associato all’esito del trattamento. Nel complesso, una connettività funzionale positiva (il segno della connettività complessiva è dato dalla somma delle connettività funzionali tra la SCC e le altre tre aree prese singolarmente) tra la SCC e le altre aree sembra essere associata ad una remissione sintomatologica in caso di psicoterapia, ma ad una mancanza di efficacia del trattamento farmacologico. D’altro canto, una connettività funzionale negativa sembra associarsi ad una remissione in seguito all’assunzione di antidepressivi e ad una mancanza di efficacia della CBT.

Gli autori affermano quindi che, così come esistono diverse tipologie di cancro, esistono anche diversi tipi di depressione che richiedono cure altrettanto differenziate e specifiche. Sulla base di quanto emerso recentemente, sembra che le tecniche di neuroimmagine, nella fattispecie la risonanza magnetica funzionale, possano essere utilizzate proprio per operare questa differenziazione.

Sulla base della scansione cerebrale sarebbe così possibile abbinare in modo efficace le diverse tipologie di pazienti affetti da depressione con i trattamenti per loro più efficaci, evitando al contempo quei trattamenti che difficilmente potrebbero apportare qualche beneficio.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Attualmente, le linee guida per il trattamento della depressione in adulti dai 18 anni in su affermano che la scelta della modalità di cura dovrebbe tenere in considerazione i bisogni e anche le preferenze dei pazienti. In questo senso, i pazienti affetti da depressione dovrebbero avere l’opportunità di prendere decisioni consapevoli circa il proprio trattamento (NICE, 2009). Nonostante questo, però, Dunlop e collaboratori hanno potuto notare come le preferenze di trattamento dei pazienti, così come l’età, il genere o la provenienza culturale (ad es. ispanica, afroamericana, …), siano solo debolmente associate all’esito; più che il livello di miglioramento sintomatologico, le preferenze sembrerebbero essere in grado di predire in modo statisticamente significativo il drop-out al trattamento.

In conclusione, più che fare affidamento sugli specifici sintomi o sulle preferenze dei pazienti, sembra essere estremamente rilevante, nella scelta di un trattamento che sia il più possibile personalizzato e tailored, l’identificazione di caratteristiche biologiche e neurofunzionali ben specifiche.

Quanto messo in evidenza da Dunlop e collaboratori risulta essere in linea con quanto già ottenuto precedentemente da Kozel e collaboratori dell’Università del Texas.

 

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