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Un’analisi critica della Schema Therapy

Analisi Critica della Schema Therapy - Immagine: © robodread - Fotolia.comDopo aver riflettuto per qualche settimana sulle idee emerse durante il workshop sulla Schema Therapy (ST) tenutosi a Roma, l’obiettivo è provare a dare forma e sostanza ad alcuni miei dubbi attraverso una breve analisi.

L’argomento è interessante rappresentando una strada, quella intrapresa da Young, che propone un’integrazione tra cognitivismo standard e teoria dell’attaccamento. La natura stessa del concetto di mode I "Mode" della Schema Therapy e la Terapia Cognitiva.

Il concetto di ‘mode’, un termine difficilmente traducibile nella lingua italiana, rappresenta un costrutto sempre più importante nel trattamento cognitivo dei disturbi di personalità. Il mode è un insieme di schemi e prospettive mentali attive in un individuo in un determinato momento (Young, ...
, inteso come insieme di schemi e relativi comportamenti di coping attivi nel soggetto in un determinato momento (Young, Klosko e Weishaar, 2003) ha il grande vantaggio della chiarezza comunicativa di un elemento centrale nella psicopatologia che viene colto con semplicità dal paziente aiutandolo a mettere i primi mattoni della metacognizione, aspetto nucleare nei disturbi di asse II. Il mio personale dubbio nasce dalla sua applicazione in terapia.

Mode - Schema Therapy - Terapia Cognitiva - © Web Buttons Inc

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Young infatti attribuisce estrema importanza al piano esperenziale, in cui si stimola il paziente a dialogare attivamente con i propri mode. Identificare propri“mode” e riflettere su di essi implica un enorme sforzo di autoriflessività, che per un paziente di asse II rappresenta un obiettivo a lungo termine per le sue difficoltà in questa area (Semerari e Dimaggio, 2003). Nella ST tutto questo avviene da subito lasciandoci con l’interrogativo di capire cosa sia successo all’interno della terapia affinché il paziente abbia saputo colmare questo deficit.Lo stesso dubbio riguarda la modalità relazionale iper-accudente del terapeuta nei confronti del paziente e dei suoi bisogni non soddisfatti nell’infanzia.

 

Essendo presente, per esempio nel disturbo borderline, una difficoltà a regolare le emozioni collegate con il sistema d’attaccamento, che può venir attivato dall’atteggiamento accudente del terapeuta sin dalle primissime sedute, rimane il dubbio di come queste possano venir gestite in terapia. Evocare sempre in fase di assessment, attraverso le tecniche immaginative, esperienze d’attaccamento potrebbe diventare quindi molto rischioso non essendosi ancora costruita una relazione terapeutica e non avendo ancora il paziente gli strumenti per regolare le emozioni che tali esperienze traumatiche attivano.

EABCT 2011: Arntz sulla Schema Therapy di Jeffrey Young

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I pazienti borderline con cui possiamo lavorare con questo approccio terapeutico sono forse coloro che hanno una scarsa impulsività ed un buon funzionamento metacognitivo. Le tecniche immaginative sono molto interessanti, anche se alcuni limiti come scritto precedentemente potrebbero essere legati alla difficoltà di proporle ad un paziente in asse II sin dalle primissime sedute. Viceversa, potrebbero diventare uno strumento estremamente efficace quando la terapia ha aiutato il paziente a gestire l’attivazione di emozioni per lui estremamente dolorose.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • “Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità” di J.E.Young, J.S.Klosko e M.E.Weishaar. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N.Marsigli e G. Melli. Ed. Eclipsi, Firenze, (2007)
  • “I disturbi di personalità. Modelli e trattamento” a cura di A.Semerari e G. Dimaggio. Ed. Laterza, Roma ,(2003).

 

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  • Marsigli Nicola

    ciao Luca, ho letto con interesse le tue considerazioni sulla Schema Therapy per il paziente borderline. Mi trovi d’accordo su molti punti, sopratutto sul fatto che in fase di assessment tecniche immaginative troppo attivanti siano rischiose con pazienti di questo tipo e penso che non vadano usate. Tuttavia devo dire che, quanto meno in base alla mia esperienza, l’approccio al disagio del paziente tramite il modello dei ‘mode’ ha una sua valenza. Noto che per il paziente sia un modello fruibile e nel quale riesce a riconoscersi.
    Nicola Marsigli

  • Luca Calzolari

    Ciao Nicola!!
    Sono d’accordissimo con te! La grande chiarezza comunicativa del modello aiuta il paziente a riconoscere sé ed i propri mode favorendo non poco l’aderenza al trattamento.
    Rimane personalmente il dubbio che forse questo aspetto per quanto positivo possa trovare un ostacolo nei deficit di un paziente di asse II ma questo non toglie che possa essere assolutamente un vantaggio nella terapia. Ti dirò di più; mi spiace che a Roma Young non abbia parlato del protocollo della ST sul disturbo narcisistico di personalità che studiandolo nel suo manuale ho trovato molto interessante e che rende merito forse ancora di più sugli aspetti positivi del modello.
    Luca Calzolari

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