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I soldi fanno la felicità? Sì se gli acquisti sono fatti con Personalità!

Gli autori di un nuovo studio pubblicato su Psychological Science, hanno indagato come le differenze di personalità giochino un ruolo centrale nel determinare il ‘giusto’ acquisto, aumentando così la personale sensazione di benessere.

 

Il vecchio detto ‘I soldi non fanno la felicità’, diciamolo, non ha mai convinto sul serio nessuno…più facile condividere le parole di Allen che a proposito ha precisato ‘Se il denaro non può dare la felicità, figuriamoci la miseria!’.

Numerosi psicologi ricercatori si sono interrogati allora su quale ruolo avesse davvero il denaro sul benessere psicologico degli individui, si sono ottenuti così diversi risultati: secondo alcuni studi livelli di soddisfazione più alti si raggiungerebbero spendendo soldi nell’acquisto di ‘esperienze’ (viaggi, cene con gli amici, ecc) anziché nell’acquisto di beni materiali. Altri studi invece hanno evidenziato l’esatto opposto. Altre ricerche ancora hanno messo in evidenza come il denaro renda felici, solo se investito in azioni reputate ‘giuste’ (es. per aiutare gli altri).

Proprio partendo da quest’ultimo risultato, gli autori di un nuovo studio pubblicato su Psychological Science, hanno indagato come le differenze di personalità giochino un ruolo centrale nel determinare il ‘giusto’ acquisto, aumentando così la personale sensazione di benessere.

In un primo studio i partecipanti sono stati classificati in base ai tipi di personalità (indagati con l’utilizzo del Big Five) e, grazie all’ausilio di una banca del Regno Unito, i ricercatori hanno incrociato i dati sulla personalità con circa 77 mila transazioni bancarie effettuate dai partecipanti.

Oltre a rilevare, con maggiore frequenza, una tendenza dei soggetti ad acquistare servizi e prodotti congrui ai propri tratti di personalità (es. cene in pub e locali in caso di personalità estroverse), i ricercatori hanno anche osservato un maggior livello di soddisfazione di vita negli individui che fanno un numero maggiore di acquisti in linea con la propria personalità.

Un secondo esperimento, invece, ha visto i partecipanti alle prese con dei buoni acquisto da spendere in una libreria o in un bar. Le persone estroverse che hanno potuto spendere il buono in un bar sono risultate più felici rispetto alle persone introverse costrette a spenderlo nello stesso luogo. Viceversa, gli estroversi obbligati a spendere il buono in una libreria sono risultati meno felici degli introversi che hanno utilizzato il buono per acquistare libri.

Consigliamo la lettura dello studio, e nel frattempo cerchiamo di ricavarne un utile consiglio: per stare bene, a volte, sarebbe il caso di dedicare più attenzioni a noi stessi, ai nostri interessi e a ciò che siamo, partendo proprio da un piccolo acquisto.

 

ABSTRACT:

In contrast to decades of research reporting surprisingly weak relationships between consumption and happiness, recent findings suggest that money can indeed increase happiness if it is spent the “right way” (e.g., on experiences or on other people). Drawing on the concept of psychological fit, we extend this research by arguing that individual differences play a central role in determining the “right” type of spending to increase well-being. In a field study using more than 76,000 bank-transaction records, we found that individuals spend more on products that match their personality, and that people whose purchases better match their personality report higher levels of life satisfaction. This effect of psychological fit on happiness was stronger than the effect of individuals’ total income or the effect of their total spending. A follow-up study showed a causal effect: Personality-matched spending increased positive affect. In summary, when spending matches the buyer’s personality, it appears that money can indeed buy happiness

Articolo completo QUI.

“Lo chiamavano Jeeg Robot”: riflessioni psicologiche sui personaggi e la relazione amorosa – Recensione

In terapia i pazienti arrivano da un contesto di vita ben preciso che spesso noi non conosciamo ma, se siamo abbastanza fortunati, possiamo immaginarlo. E cosa facciamo? Costruiamo insieme delle abilità, pian piano, lungo tutto il percorso.

 

I personaggi

Sono appena tornata dal cinema. Febbricitante, ma non a causa del film. “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ambientato nella città eterna, riscatta finalmente la capitale.

Mi sembra abbastanza superfluo riportare la trama ormai nota, ma accenno solo agli elementi principali. Siamo a Tor Bella Monaca, quartiere periferico di Roma, e abbiamo Enzo, il buono, ma non in senso classico, un uomo solitario che ruba per sopravvivere. Poi Alessia, la ragazza che fa perdere la testa al supereroe che vive in un mondo tutto suo e che ha subito diversi abusi. Infine il nemico, narcisista, sadico, aspira alla notorietà e ha partecipato da ragazzino a “Buona Domenica” (e non al “Grande Fratello”!), Fabio detto Lo Zingaro (che forse non sarà un caso dopo tutta la storia di mafia capitale).

I dialoghi e le immagini fanno perdere totalmente lo spettatore che non si rende più conto che il protagonista, cavolo, è fatto di acciaio! Quello viene dopo, è “solo” un piccolo particolare che si perde perché è troppa la curiosità di capire perché Enzo è così chiuso e non ha amici, perché Alessia vuole tanto un vestito da principessa e vive in un mondo immaginario e perché il bisogno di emergere e la violenza di Fabio sono così esagerati. E ci appassioniamo e ridiamo e siamo tristi.

Enzo, il nostro Jeeg Robot romano, riceve un potere e lo utilizza come lui sa fare. Continua a rubare. Sembrerà strano, sarà stata la febbre a cui accennavo prima, ma questo mi ha fatto riflettere sul mio lavoro. In terapia i pazienti arrivano da un contesto di vita ben preciso che spesso noi non conosciamo ma, se siamo abbastanza fortunati, possiamo immaginarlo. E cosa facciamo? Costruiamo insieme delle abilità, pian piano, lungo tutto il percorso. Qui invece è come aver instillato nel protagonista delle abilità senza che lui ne sia consapevole. Bisogna attendere la mano terapeutica di Alessia per portare il supereroe alla vera nascita.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

 

L’amore tra Alessia ed Enzo

Perché Alessia è capace di trasformarlo? Oltre l’amore, va bene! Cosa le permette di accedere all’animo di Enzo e muovere il cambiamento, la presa di consapevolezza che i suoi poteri possono essere usati per qualcosa di meglio che scassinare bancomat? Alessia conosce il mondo di Enzo, è il suo stesso mondo, parlano lo stesso linguaggio e per questo hanno fiducia reciproca. Se Alessia fosse stata una borghese del centro avrebbe avuto lo stesso effetto sul nostro uomo d’acciaio? Bé non voglio essere pessimista ma di certo ci sarebbero voluti più film. Di vitale importanza è il linguaggio che crea intesa. Ricordo una paziente che mi disse, a proposito di una sua passata terapeuta, “io dottoressa non capivo cosa mi diceva! Utilizzava un linguaggio difficile!”. Quando Enzo dice ad Alessia “de te me frega, pure parecchio” vuol dire mille cose racchiuse in poche parole. Significa interesse, amore, affetto, che si prenderà cura di lei, che è una persona importante, che ricopre un ruolo nella sua vita. E lei lo sa che significa tutto questo perché parla la sua stessa lingua. E con ciò non voglio dire solo utilizzare lo stesso dialetto, ma aver vissuto o conosciuto realtà simili.

 

Come instaurare una relazione terapeutica con pazienti sfidanti simili a Fabio?

Questo di certo rimane un po’ complesso per il terapeuta, non può essere informato o aver provato in prima persona tutto ciò che i pazienti descrivono.

Penso al lavoro dell’antropologo. Una mia cara amica fa questo lavoro. Impiega mesi solo per costruire un minimo di fiducia con le persone con cui entra in contatto. Sta lì presente, con umiltà, con curiosità e con tanta pazienza. Loro a volte la guardano male e la testano, proprio come fanno spesso con noi terapeuti i pazienti più difficili. Lei ha un vantaggio su di noi: è presente quasi quotidianamente e ha una visione ampissima di ciò che vivono le persone. Mangia con loro, ascolta i discorsi che fanno, conosce i loro problemi e i loro sogni. Conosce la loro storia. Noi abbiamo un’ora a settimana e in quell’ora crediamo di capire. Facciamo sedere il paziente nel nostro spazio e chiudiamo la porta. Sempre che varchino mai quella soglia.

Chi riesce ad immaginare Lo Zingaro che si siede e ci racconta che cosa è successo nella settimana? “Bé sai dottoré ce stava uno che me voleva fregà, ma io jo spaccato ‘a faccia… aho che fai mo’? me guardi?! Me stai a’mbruttì?!”. Ecco non mi sembra così semplice. Poi vai pure a fare una metacomunicazione da manuale! Il punto qui è conoscere il contesto. Entrare in quel mondo, incuriosirsi della diversità, sempre. Sembra logico? Si certo, ma a volte ce lo scordiamo.

Lavoravo in una casa famiglia di minori non accompagnati stranieri, tutti maschi e nel pieno dell’adolescenza. Come sono sopravvissuta? Con l’ascolto delle loro storie, le mie domande sulla loro quotidianità, sul cibo, la loro lingua, guardando i video dei matrimoni dei loro parenti, salutando di tanto in tanto la loro famiglia su skype. Non è stato sempre semplice, specialmente con i ragazzi egiziani piuttosto sfidanti (se sei una donna poi…). Con loro cosa ha giocato a mio favore? Imparare alcune parole in arabo. Soprattutto parolacce devo essere onesta, sono piuttosto frequenti nel loro linguaggio adolescenziale. Con i nuovi arrivati creavo subito l’alleanza grazie a questo. Loro insultavano in arabo, io li guardavo e rispondevo a tono. Loro spiazzati rimanevano immobili e poi iniziavano a ridere. E così nel momento di andare a scuola, il più tragico, li spronavo con un “jalla màderassa!” (del tipo “su forza a scuola!”).

Penso quindi a quanto sia importante “fare salotto” per costruire una buona alleanza terapeutica e avere la mente aperta, non giudicante e infinitamente curiosa. A volte è più semplice, altre meno. Certo nel caso specifico, Jeeg Robot non ha i soldi per il budino, figuriamoci per la terapia. Ma se per caso, per un caso estremo del destino, dovesse bussare alla porta del vostro studio, cosa gli direste?

Il trattamento di Fairburn per la bulimia: la funzione delle abbuffate di cibo

La funzione dell’abbuffata è espressione di un’infelicità esistenziale da esaminare a fondo, cercando di capire in quali ambiti il paziente si sente insoddisfatto, non realizzato: ambito sociale, affettivo, scolastico, lavorativo. Il paziente si sente socialmente isolato o escluso, affettivamente abbandonato, o non realizzato nelle sue aspirazioni scolastiche o lavorative?

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Il trattamento di Fairburn per la bulimia: la funzione delle abbuffate di cibo (Nr. 10)

 

Favorire nei pazienti un’alimentazione regolare

Per capire e affrontare queste situazioni l’analisi cognitiva degli stati d’animo e dei pensieri è preziosissima. Ma al tempo stesso occorre continuare a motivare il paziente a rispettare un’alimentazione regolare, che aiuta a controllare in maniera ragionevole il peso, previene le abbuffate e migliora l’umore. L’alimentazione regolare, naturalmente, va ristabilita facendo visitare il paziente da uno specialista, nutrizionista o dietologo. Nella visita nutrizionale si stabilirà un modello di alimentazione regolare specifico per il paziente. Tra le regole da rispettare, si raccomanderà di non lasciar passare più ore tra pasti e spuntini, non saltare pasti o spuntini, non mangiare tra pasti e spuntini. Un altro intervento da fare durante questa fase è l’esame cognitivo delle eventuali infrazioni all’alimentazione regolata. In tali casi, emerge la tentazione paradossale di reagire abbandonandosi a un’enorme abbuffata.

 

I pensieri disfunzionali alla base dell’abbuffata

Qui il paziente applica al comportamento alimentare il suo stile di pensiero dicotomico: se non sono capace di osservare la tabella dell’alimentazione equilibrata, allora valgo poco. E per gestire la sofferenza e il disagio emotivo legati al valere poco, mi abbuffo. Oppure il paziente può pensare, senza passare per la mediazione dell’autovalutazione: se ho sgarrato, tanto vale abbuffarsi. Invece occorre incoraggiare il paziente a non lasciarsi andare a questi atteggiamenti disfattisti e cercare di comprendere che tollerare un’infrazione parziale senza trasformarla in un’abbuffata può essere altrettanto importante che saper rispettare un diario alimentare, e che anzi saper giudicare se stessi in maniera non dipendente da un’infrazione alimentare può essere ancora più rilevante. L’alimentazione, tuttavia, deve rimanere la priorità.

 

Indicazioni di Fairburn sulla prevenzione delle abbuffate

Fairburn fornisce alcuni suggerimenti da condividere con il paziente, suggerimenti che dovrebbero facilitare l’autocontrollo alimentare. Ecco alcuni esempi: – decidere la sera prima gli orari dei pasti del giorno dopo; – mangiare solo in alcune stanze; – stare concentrati mentre si mangia, non distrarsi; – mantenere limitata la disponibilità di cibo sul tavolo; – posare giù le posate tra un boccone e l’altro; – fare delle pause durante i pasti; – lasciare del cibo nel piatto; – buttare gli avanzi; – se in compagnia, non ascoltare le esortazioni a mangiare; – se al ristorante, prendere tempo tra una portata e l’altra.

 

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

Un po’ di autismo in tutti noi. Novità dalla ricerca genetica

Una ricerca apparsa il mese scorso su Nature Genetics, che ha coinvolto un vastissimo campione di più di 38000 individui, ha evidenziato come gli stessi geni coinvolti nell’autismo influenzino anche aspetti delle abilità sociali dell’intera popolazione, quelle stesse capacità ritenute determinanti per una diagnosi di autismo.

 

Il gruppo di ricercatori, capitanato dalla professoressa Robinson dell’Università di Harvard, ha contribuito in maniera significativa all’approfondimento del quadro genetico sottolineando come il maggior fattore di rischio per l’autismo sia poligenico, il risultato cioè di una combinazione di piccoli effetti prodotti da migliaia di differenze genetiche. Tali differenze genetiche si riscontrano anche nella popolazione tipica (non autistica), determinando un continuum di tratti comportamentali e di sviluppo che solo nella loro manifestazione più severa possono essere ricondotti a sintomi determinanti nel formulare una diagnosi di autismo.

Uguale attenzione è stata rivolta anche alle variazioni genetiche rare non ereditarie (de novo) che producono effetti più ampi ma anch’esse risultate presenti tra i non autistici con la capacità di influenzare le loro competenze ed abilità sociali.

 

Le varianti genetiche comuni in relazione all’autismo

Nel primo caso, quello che riguarda le varianti genetiche comuni, è emerso che circa un quarto dell’influenza genetica implicata nell’autismo si correla anche a difficoltà sociali e comunicative nella popolazione generale. Tali competenze sono state misurate attraverso la Social and Communication Disordes Checklist (SCDC), compilata dai genitori di quasi 6000 bambini di 8 anni con sviluppo tipico. La correlazione genetica tra autismo e difficoltà sociali nella popolazione normale è simile insomma a quella che lega il diabete di tipo 2 e l’obesità.

 

Le mutazioni genetiche rare (de novo)

Per verificare invece se anche le varianti de novo mostrano un legame genetico tra i Disturbi dello Spettro Autistico e il continuum di comportamenti della popolazione generale, il team di ricercatori ha analizzato un campione di 2800 autistici insieme ai membri del  nucleo familiare senza una diagnosi di autismo. In questo caso i ricercatori sono ricorsi alla Vineland Behavior Scales (Vineland), una scala che misura l’autonomia personale e la responsabilità sociale. Il numero di mutazioni rare, presenti nel 19% degli autistici e nel 10% dei familiari, si correlavano positivamente a un peggior funzionamento sociale misurato dalla scala. Inoltre i risultati più alti degli autistici, corrispondenti a minori difficoltà, sono risultati essere sovrapponibili a quelli più bassi della popolazione tipica e coloro che condividevano lo stesso punteggio mostravano un numero di mutazioni genetiche molto simile, indipendentemente dalla diagnosi di autismo.

 

Una condizione poligenica complessa

Tutti questi dati non possono che mettere in luce l’arbitrarietà di una diagnosi categoriale per i Disturbi dello Spettro Autistico che sembrano ormai potersi chiaramente definire una condizione poligenica complessa che condivide lo stesso bagaglio genetico con una parte significativa della popolazione generale.

Ne consegue che il rischio genetico che influenza l’autismo è un rischio che riguarda tutti noi e influenza anche i nostri comportamenti e la nostra comunicazione sociale.

Il rapporto con gli animali tra ambivalenze e paradossi

Fin dagli studi di Levinson degli anni ’70 si è dimostrato che l’interazione con gli animali favorisce in noi umani la capacità relazionale di comprendere gli altri e migliora l’umore. Prendersi cura di un animale può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo, e aiutare a superare lo stress e la depressione. E ci aiuta a comprendere gli altri. 

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 16/04/2016

 

Il rapporto tra uomo e animali nel passato e nel presente

Gli antichi greci erano ambivalenti verso gli animali domestici. L’amore tra padrone e cane, ad esempio, era apprezzato e insieme svalutato. Tutti ricordiamo Argo, il cane di Ulisse, che muore dopo aver riconosciuto il padrone dopo vent’anni. Qualcuno, di meno ricorda come i greci paragonassero il rapporto degli uomini con i cani al sesso a pagamento. Per questo chiamavano cagne le prostitute. Intravedevano nell’amore verso gli animali qualcosa di troppo facile. Il detto, fin troppo diffuso tra gli amanti di cani, che il rapporto con loro è da preferire a quello con gli umani, dichiara sia un legittimo bisogno di semplicità che una pretesa di affettività a buon mercato. Così vanno le cose umane, sempre doppie di significato.

Al giorno d’oggi ogni ambivalenza è sparita e abbiamo dichiarato pieno ed eterno amore agli animali, soprattutto domestici. Permane qualche ombra per i gatti, ma sono le ombre di un pomeriggio d’estate: fanno apprezzare ancora di più il sole di un amore pieno. E mentre riascoltiamo Pet Sounds dei Beach Boys possiamo ricordarci che in quegli anni, negli pichidelici sixties, fu inventata la pet therapy, la terapia basata sull’interazione con gli animali, domestici e non. Fin dagli studi di Levinson degli anni ’70 si è dimostrato che l‘interazione con gli animali favorisce in noi umani la capacità relazionale di comprendere gli altri e migliora l’umore. Prendersi cura di un animale può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo, e aiutare a superare lo stress e la depressione. E ci aiuta a comprendere gli altri. Insomma, amare i cani non è uno sterile amore a buon mercato; semmai, è ricco di frutti.

 

La terapia con gli animali

Il rapporto con gli animali aiuta anche il reinserimento dei condannati al carcere. La Terapia Assistita con gli Animali (TAA) in carcere è un’attività all’interno del reparto psichiatrico del carcere di San Vittore di Milano ed è un’esperienza unica in Europa. Attraverso il rapporto con i cani si promuove una ‘rieducazione affettiva’ dei carcerati, li si riabitua a prendersi cura di qualcuno attraverso gesti semplici come dargli da bere, da mangiare o spazzolarli. Con le attività dedicate all’accudimento degli animali si fortificano la socialità e l’empatia.
Non si tratta solo di cani e gatti. Anche il nobile cavallo può svolgere un ruolo terapeutico, essere medico dell’uomo oltre che suo compagno.

L’ippoterapia è indicata per i malati di Alzheimer. Le persone affette da Alzheimer, oltre alla perdita della memoria, spesso vanno incontro a cambiamenti di personalità. Possono diventare depresse, solitarie e finanche aggressive. L’esperienza di accudire i cavalli dandogli da mangiare e facendoli camminare fa migliorare l’umore e rende le persone affette da Alzheimer più collaborative con le cure che ricevono durante la giornata. Inoltre l’ippoterapia potenzia l’attività fisica. Le persone affette da Alzheimer, tutte con limitazioni fisiche, nelle attività con i cavalli si spingono oltre questi limiti, chiedendo aiuto per alzarsi dalla sedia a rotelle o prendendo fiducia nel camminare da soli.

 

I paradossi del rapporto tra uomo e animali

Naturalmente tutta questa passione per gli animali ha le sue conseguenze. Se essi sono sempre più i compagni e migliori amici dell’uomo, risulterà sempre più difficile mangiarli. Non è una buona idea banchettare con le carni del tuo migliore amico. La scienza, che non è mai neutrale, già si è messa al servizio di questo nuovo ideale. Addirittura c’è chi, come Steve Loughnan dell’Università di Melbourne, ha dato un nome a questo che rischia di essere il nuovo complesso d’Edipo del nuovo millennio: come puoi pensare di mangiare chi ti è amico? Loughnan lo chiama il “paradosso della carne”.

Beh, tranquillizziamoci: mangiare gli amici ha un prezzo. Secondo Loughnan, i mangiatori di carne tendono a essere più autoritari, accettano l’espressione dell’aggressività e sono anche più propensi ad accettare le disuguaglianze e ad abbracciare le gerarchie sociali. Inoltre, mangiare carne è anche legato all’identità maschile. Insomma, mangi carne e diventi un po’ più cattivo e più maschilista, ammonisce Laughnan.
Chissà se dietro a tanto trasporto crescente vero gli animali non si nasconda una parallela difficoltà a stare con gli umani. È un’interpretazione, un po’ freudiana e quindi un po’ sospettosa. Freud è un maestro del sospetto, nemico della sentimentalità più facile e lagrimosa. Torniamo alle cautele dei greci? Forse no. Forse tutto questo sa di quella sospettosità un po’ facile del freudismo più popolarizzato. Meglio lasciare da parte questi subdoli frutti. Come ci insegna la pet therapy, imparare ad amare gli animali probabilmente ci aiuta ad amare anche gli uomini. E le donne.

Modello Psicoanalitico e Cognitivo-Comportamentale a confronto – Seminario con Roberto Goisis e Sandra Sassaroli

Seminario: Modello Psicoanalitico e Cognitivo-Comportamentale a confronto

Doppia intervista/confronto con Roberto Goisis e Sandra Sassaroli

 

Pietro Roberto Goisis, psichiatra, psicoanalista, membro ordinario della SPI, esperto IPA bambini e adolescenti, già responsabile della U.D. Adolescenti del Centro di Psicologia Clinica della Provincia di Milano, diretto da Giancarlo Zapparoli, dove ha iniziato la collaborazione con Tommaso Senise, del quale è considerato uno degli eredi e divulgatori del “modello”.

Sandra Sassaroli, Psichiatra e Psicoterapista Cognitivo-Comportamentale. Direttore di Studi Cognitivi, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva. E’ responsabile del Coordinamento gruppi di ricerca e Socio Didatta nell’ambito della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC).

 

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Università degli Studi di Milano-Bicocca Aula Magna – Ed. U6 – Piazza dell’Ateneo Nuovo, 1
03 maggio 2016 10.30-12.30

L’incontro è organizzato all’interno del corso di Introduzione alla Psicoterapia Individuale e di Gruppo (dott. Emanuele Preti) e del corso di Psicologia Clinica (prof.Fabio Madeddu)

Ingresso libero
Per informazioni: [email protected]

Il Career Transitions Inventory: conoscere il cliente per supportarlo verso la scelta migliore

Il Career Transitions Inventory è uno dei tanti strumenti sviluppati nel campo dell’orientamento professionale, utilizzato come strumento integrativo per i consulenti dell’orientamento per cercare di arrivare alla miglior conoscenza possibile del cliente, supportandolo nella miglior scelta possibile universitaria e/o lavorativa.

 

Ma perché tra tanti strumenti disponibili ho scelto proprio questo? Semplicemente perché, a differenza della maggior parte degli strumenti che indagano principalmente abilità, competenze, interessi, valori, il Career Transitions Inventory si interessa solamente delle dinamiche psicologiche interne al cliente. Dinamiche psicologiche che, come vedremo in seguito, possono rivelarsi sia risorse che barriere allo sviluppo professionale del cliente.

L’importante utilizzo del Career Transitions Inventory

Nella ricerca scientifica, che si va sempre più evolvendo verso modelli olistici, è fondamentale poter integrare nell’ambito dell’orientamento la dimensione puramente lavorativa con quella delle variabili psicologiche, avendo cosi una visione sullo sviluppo globale del cliente.

Proprio perché indaga le variabili interne personali, il Career Transitions Inventory è ancora più importante nel mondo contemporaneo, caratterizzato da un mercato del lavoro sempre più fluido e flessibile, in cui le transizioni sono all’ordine del giorno e coinvolgono milioni di lavoratori in tutto l’occidente. Perciò poter analizzare queste transizioni serve a conoscere meglio le conseguenze psicologiche che comportano sul lavoratore e su tutta la sua rete sociale, non solo lavorativa.

Il concetto di Transizione

Prima di passare alla descrizione del Career Transitions Inventory, è necessario fare un breve accenno al concetto di transizione. Una transizione può essere sia progettata/proattiva (programmata e attuata volontariamente dal soggetto) oppure non progettata/reattiva (obbligata da qualche mutamento di situazione inaspettato).

Una definizione esaustiva di transizione è quella data da Schlossberg (1984):

Si può dire che avviene una transizione se un evento (o non-evento) produce un cambiamento negli assunti circa se stesso e il mondo e richiede quindi un cambiamento corrispondente nel comportamento e nelle reazioni.

Inoltre il modo di adattarsi alle transizioni varia a seconda della percezione dell’evento da parte dell’individuo, dalle caratteristiche dell’ambiente in cui vive l’individuo (supporto e sostegno) e dalle caratteristiche dell’individuo stesso.

Caratteristiche del Career Transitions Inventory

Il Career Transitions Inventory è stato sviluppato nel 1994 da Mary Heppner, con una scala di tipo Likert di 40 items. Attraverso l’analisi fattoriale di questi items, si è giunti a 5 fattori principali che vengono indagati da questo strumento:

  • Prontezza: motivazione alla carriera
  • Fiducia: autoefficacia
  • Sostegno: sostegno percepito
  • Controllo: interno/esterno
  • Indipendenza/interdipendenza: sé/relazioni come punto focale.

Le risposte agli item vanno da 1 (molto d’accordo) a 6 (molto in disaccordo), un esempio per la scala del sostegno percepito: ‘Le persone importanti della mia vita supportano attivamente la mia  transizione di carriera‘.  Per quanto riguarda l’affidabilità di questo strumento, ha ottenuto ottimi punteggi nei coefficienti alpha di Cronbach, superiori al .83 per tutte le scale, eccetto per la scala del controllo con .69.

Punti di forza del Career Transitions Inventory

Secondo un analisi di Gysbers, il Career Transitions Inventory è il primo strumento davvero efficace in grado di analizzare queste componenti interne al cliente e, dopo più di 20 anni dal suo sviluppo, ancora tra i migliori nel campo dell’orientamento. Questo grazie anche al basso costo dello strumento, ad una rapida velocità di somministrazione (10-15 minuti), a risposte generalmente positive da parte dei clienti, ad una relativa semplicità nel momento dello scoring dei risultati, alla possibilità di autocorrezione del test direttamente da parte del cliente, norme statistiche assolutamente ottime ed infine, per la notevole utilità per il cliente di scoprire aspetti di se e della propria personalità di cui spesso non è a conoscenza.

Analisi e interpretazione dei punteggi

Per l’analisi e l’interpretazione dei punteggi, il Career Transitions Inventory è dotato di una guida interpretativa per il cliente sul significato dei punteggi per ogni scala, in cui si spiega che punteggi alti indicano alti livelli di prontezza, fiducia, e cosi via, viceversa punteggi medi e bassi indicano l’opposto.

Oltre alla guida introduttiva, alla fine della somministrazione, consulente e cliente possono discutere dei risultati, delle sensazioni percepite e lavorare su aspetti psicologici emersi attraverso questo strumento che si vanno ad integrare ad eventuali test precedenti su abilità e competenze da sviluppare nei successivi colloqui d’orientamento.

Modalità applicative

Il Career Transitions Inventory, essendo uno strumento che indaga variabili psicologiche, ha la possibilità di integrare due ambiti precedentemente studiati ed analizzati separatamente, come quello lavorativo e psicologico. Ed è per questo motivo che, secondo Gysbers, ha numerose modalità applicative durante i colloqui con individui in situazioni di transizione, che ora andrò ad elencare e descrivere brevemente.

  • Procedere a tentoni, usare il Career Transitions Inventory come strumento di esplorazione e scoperta interattiva tra operatore e cliente per facilitare il dialogo e cercare spunti nuovi di riflessione e concettualizzazione;
  • Normalizzare i punteggi e cercare di evitare la colpevolizzazione da parte del cliente per eventuali punteggi bassi indicanti forti barriere psicologiche, aiutandolo a contestualizzare i motivi di questi risultati riflettendoci sopra seriamente e non chiudendosi ulteriormente;
  • Le scale rappresentano stati temporanei, non tratti di personalità e far capire al cliente che prendere atto di una barriera psicologica è il primo passo verso il cambiamento (ad esempio miglioramento dell’autoefficacia);
  • Distinguere aspetti controllabili dal cliente da quelli non controllabili dovuti a cause superiori a lui e di cui ovviamente non ha colpe (recessione, ridimensionamenti, ecc);
  • Non sempre punteggi alti sono i migliori nel caso del fattore indipendenza/interdipendenza, ma bisogna sempre avere un equilibrio tra i due estremi per evitare di focalizzarsi solamente su un lato del continuum e cercare di saper gestire questo aspetto in base alle situazioni che si propongono di volta in volta;
  • Accertarsi dell’importanza di una dimensione per il cliente, rispetto alla sua personalità e al suo contesto ambientale. Ad esempio, lavorare troppo sul sostegno sociale può essere controproducente per una persona abituata ad essere indipendente;
  • Puntare sulle risorse e sugli aspetti positivi emersi dal Career Transitions Inventory per aiutare il cliente a superare questa fase di transizione e non soffermarsi solamente sulle barriere e sugli aspetti negativi;
  • Con questo strumento si ha la possibilità di integrare le questioni personali con quelle lavorative, cercando cosi di superare le difficoltà e di aiutare il cliente a realizzare le sue aspirazioni;
  • Usare un approccio creativo all’interpretazione dei risultati durante il colloquio, come far immaginare ad un cliente, con basso livello di fiducia, come si sarebbe comportato se avesse ricevuto un punteggio altissimo sulla scala fiducia. Si può anche usare la tecnica della scrittura attraverso un testo libero da far redigere al cliente su come si vede nelle varie scale oppure far scrivere un diario giornaliero da discutere nelle sedute successive;

Fondamentale per la completa riuscita e comprensione dei risultati da parte del cliente è chiedere a lui stesso, alla fine della seduta di interpretazione dei risultati, di fare un riassunto di tutto ciò che ha scoperto di nuovo e di ciò di cui era già consapevole sul suo profilo, in modo da assicurarsi che il cliente abbia compreso l’importanza di queste osservazioni e si attivi affinché possa attuare una transizione efficace.

Concludo dicendo che è importante far conoscere il più possibile il Career Transitions Inventory anche nel contesto italiano dell’orientamento professionale, troppo spesso focalizzato solo sull’indagine delle competenze ed abilità, basato ancora sul modello lineare interessi-trovare una corrispondenza col cliente-decisione elaborato da Parsons del 1909, tralasciando lo stato interiore del cliente e delle eventuali risorse e/o ostacoli di un determinato stato psicologico.

Queste sono le innumerevoli possibilità di approccio e di lavoro di questo strumento che, integrato con altri affidabili strumenti prevalentemente focalizzati sull’ambito lavorativo, può risultare fondamentale nella positiva uscita da una transizione lavorativa.

Un caso di Rimozione e Spostamento in Hieronymus Bosch

Il pittore Jeroen Anthoniszoon van Aken, meglio noto come Hieronymus Bosch – o solamente Bosch – non è solo uno dei grandi maestri della pittura fiamminga ed universale, è anche un perfetto esempio di come l’arte possa rappresentare in modo sconfinatamente profondo i processi individuali psichici e collettivi negli esseri umani rappresentando, animando con forme e colori, un conflitto personale dilaniante tra pulsioni sessuali individuali e morale comportamentale comune.

Introduzione

Opere tecnicamente d’avanguardia, nei decenni che congedano il Quattrocento nord europeo da un formalismo sclerotizzato e lo schiudono, definitivamente, ai primi anni sperimentali del Cinquecento continentale mittel europeo.
Irradiano un messaggio fatto di estremi e di estremismi sempre e comunque antropomorfi: l’Anima – in senso Junghiano – dell’uomo è sempre centrale, con forme mostruose ovunque intente o accovacciate, o, raramente, con altre pervase di serenità e trasporto mistico sino perfino al culmine della speranza e della salvazione oltre il passaggio terreno.

Traspaiono nelle sue opere, ed in tutti i particolari in esse ascritti, una potenza espressiva che ha del prodigioso – anche tecnicamente parlando, forme, colori, variazioni stilistiche -, diretto riflesso di un uomo recettivo col suo talento ad una società in evoluzione e quindi per forza di cose conflittuale, con un animo tormentato, se non addirittura contorto, esattamente e precisamente come il suo tempo.

La produzione figurativa di Bosch, particolarmente lo sperimentalismo del Cinquecento mittel europeo di cui si diceva prima, è ispirata al “demoniaco” o, come potremmo dire noi oggi, al conflitto tra Conscio/Inconscio, tra pulsione individuale e morale comune, tra desiderio segreto e divieto sociale (J.C. Perry, 1991; Vaillant G.E., 1992; Gleser G.C. & Ihilevich D., 1969); ritroviamo le deformità “naturali” di tutti i “mal nati” e scansati dai villaggi e dalle città, gli zimbelli claudicanti presi ad esempio come punizione spirituale ascritta nella carne circa i suoi peccati; l’insondabile rocciosa presenza di silenziose immagini egiziane e mesopotamiche; la ineluttabile spaventosa e bestiale violenza delle deità infernali tibetane, che traviano più in vita che nell’intervallo tra una reincarnazione e l’altra; le perturbanti e chiassose presenze dei demoni gotici di Francia e d’Italia con annessi i resti mitologici e psichici di fauni e ninfe greci inglobati e rielaborati dalla mitologia nordica (prima vichinga, poi celtica, infine normanna).

 

Rimozione e Spostamento nella Teoria Psicoanalitica

Per poter leggere in modo adeguato l’opera e la psiche di Bosch, dobbiamo volgerci a Freud ed alla teoria psicoanalitica classica onde utilizzare due suoi concetti cardine, riferiti ai meccanismi di difesa intrapsichici: la rimozione e lo spostamento.
In psicoanalisi, la rimozione è un meccanismo psichico inconscio che allontana dalla consapevolezza del soggetto (Vaillant G.E., 1992), nel senso quasi fisico del termine, quei desideri, pensieri o residui mnestici considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io, e la cui presenza provocherebbe ansia ed angoscia. Onde identificare meglio questo processo potremmo utilizzare il termine ulteriore di evitamento.
Il secondo meccanismo di difesa in esame, lo spostamento, è invece un processo operato dal Super Io il cui scopo è quello di modificare, ristrutturare nel contenuto e nella forma, il contesto reale di un ricordo rimosso di una esperienza, per ridurne l’impatto disturbante sulla coscienza (nello specifico l’Io). Per specificare questo secondo processo potremmo utilizzare il termine più ampio di riorganizzazione.

La funzione di questi due meccanismi interessa egualmente una pulsione, un’emozione o processo ideativo riferiti all’Io (Vaillant G.E., 1992) che, da una iniziale origine e conseguente obiettivo, viene variata – letteralmente ridirezionata – verso un altro oggetto organizzato in modo meno minaccioso per il soggetto.
La rimozione, inteso come meccanismo cardine di difesa cui consequenzialmente ne derivano tutti gli altri, va considerata come modalità universale dello psichismo con finalità propriamente difensiva; tale difesa è a tutela dell’ideale dell’Io (o Super Io) in cui ciascuno si rispecchia, ovverosia quella immagine, sempre e comunque esperienziale perchè ideativa affettiva e concreta, è la summa di specifici divieti e permessi enucleati e mossi dal Super Io stesso.

Un elemento esperienziale, o contenuto, ritenuto inaccettabile o al di fuori dei “permessi” del Super Io, risveglia il materiale rimosso che spinge, se così possiamo dire, per manifestarsi più o meno intensamente e progressivamente a livello cosciente, e l’Io quindi media fra questo elemento esperienziale e la resistenza/controllo della resistenza (Perry J.C., 1991). In questo caso entra in gioco il meccanismo di spostamento vero e proprio, enucleando un necessario appagamento, tramite mimesi e compensazione, che permette al materiale rimosso di manifestarsi ma – ed è proprio dello spostamento – in contenuti e forme assai diverse dal suo originario materiale, decisamente più distorte e lontane dalla forma originaria pulsionale quanto più è forte la resistenza agita dal Super Io.

Nella vita ordinaria il sogno, i lapsus, gli atti mancati, sono il prodotto e correlato di questo duplice processo.
Ciò che stiamo esaminando, circa la relazione tra psicoanalisi classica e l’opera di Bosch (che riguarda certamente tutti i soggetti dotati di un talento creativo o artistico), prende specificatamente il nome di “nevrosi creativa”. Questa forma di nevrosi – volendo utilizzare il termine primitivo freudiano – se è canalizzata è il motore proprio dell’arte, il genio creativo e gli ammiratori dell’opera vi manifestano, singolarmente e collettivamente, un proprio contenuto rimosso che utilizza l’opera (non importa in quale forma) come supporto ed estensione dell’Inconscio e questo ulteriore processo prende poi il nome di sublimazione – individuale e collettiva.

In questo senso l’arte non è tanto una velleità narcisistica o esercizio di talento tecnico ma, piuttosto, una necessità individuale di elaborare ed esperire materiale altrimenti collusivo l’Io nel suo tentativo di reggere l’opera difensiva del Super Io.
Ma facciamo un passo ulteriore nel comprendere queste difese e la loro relazione specifica col processo creativo, integriamo quanto detto con le osservazioni cliniche di C. G. Jung e con la sua rilettura specifica della rimozione e spostamento.

Notiamo due elementi:
per Jung i processi pulsionali non sono di esclusiva natura sessuale, anzi la sessualità è uno dei diversi possibili modi in cui la pulsione può estrinsecarsi. Più chiaramente Jung sostiene che ciò che è di natura sessuale “può” rimanere legato a questa origine ed “estinguersi” in medesimo modo ma non è meccanico, automatico, determinato tout court. Un contenuto sessuale può estrinsecarsi come elaborato in altra forma e in Jung il processo creativo, l’Arte, ne è la via regia.
I contenuti che riguardano la rimozione, a differenza di Freud, non hanno una valenza solo ed esclusivamente personale – individuale – ma anche storico-sociale. Jung, quindi, postula un Inconscio Collettivo con simboli, processi, archetipi propri condivisi che sono al contempo meta-linguaggio tra le persone e vere e proprie rappresentazioni inconsce condivise su vastissima scala.

Sarebbe riduttivo operare un distinguo forzato, settario, tra questi due contributi (Vaillant G.E., 1992), meglio è poterli integrare assieme onde avere uno strumento raffinato, e profondo nel suo scandagliare, per poter cogliere e capire il dinamismo psichico di un artista, nel caso specifico Bosch.
La rimozione e spostamento individuale opera, nel singolo, entro quella cornice inconscia determinata dai margini esperienziali-evolutivi di conflitto tra Io e Super Io (Perry J.C., 1991). La rimozione e spostamento individuale, nel processo creativo dell’artista, coglie e riprende quei dinamismi propri e causali in una cultura manifestandone la Weltanschauung del periodo.

In questo senso è opportuno dire che l’artista, il genio creativo, è al contempo altro e spurio dalle capacità altrui ma estremamente e profondamente recettivo circa i dinamismi e conflitti della Società, Cultura e Credenze del suo tempo. In quanto segue vedremo come il conflitto psichico in Bosch non solo è rappresentato artisticamente ma anche substanziato dalla stessa religione e da una ricerca personale di risposte tesa all’edonismo e ad una rilettura ieratica di un esoterismo alchemico-occidentale.

 

Cornice e Sfondo di un Conflitto: Confraternita e Setta

Un profondo conflitto tende sempre ad una risoluzione di compromesso, ad una “mediazione” ed “aggiustamento”, tra la sua estinzione e contenimento. Un conflitto pulsionale individuale rimanda sempre ad una Cultura che lo rappresenta ed, in parte, alimenta – come anche direziona e contiene. Questo fenomeno non è certamente meno presente in un individuo intellettualmente complesso ed artisticamente innovativo come Bosch, più precisamente in come l’uomo Hieronymus – nella sua personale esperienza psichica del mondo – abbia cercato di conciliare e pacificare il Bosch artista e uomo di fede.

Bosch cercò di elaborare una personale forma di alterità, di estrema e composita conciliazione, tra un mondo estremamente fragile, sconvolto da guerre, carestie ed elevata mortalità, e un’aspirazione segreta, intima, bramosa alla bellezza, alla passione, all’edonismo dei sensi e tensione spirituale all’eternità (W. Fraenger, 1983).
Bosch riuscì a coesistere ed a operare all’interno di due realtà culturali lontanissime e difformi che, attraverso l’obiettivo analitico, sono un immane meccanismo di elaborazione esogena pulsionale.

Una di queste realtà è strettamente legata all’impianto psichico specifico del Super Io e l’altra riversata, nutrita, vissuta ed esperita tramite contenuti e forme specifiche dell’Es.
Gli elementi storici, culturali, filologici sono centrali per contestualizzare quanto più compiutamente il punto di vista personale di Bosch, quindi è opportuno fornire alcuni elementi di riferimento per caratterizzare questa specifica cultura fiamminga che è una variazione autonoma e peculiare di un Rinascimento-Umanista totalmente a parte:
è una società spregiudicata negli investimenti e nelle alleanze politico-economiche cui fa da contraltare una massa quasi infinita di impiegati a basso salario, di delegati a percentuale, di domestici se non addirittura veri e propri schiavi.
È una società cattolica, non cattolico romana, ma calvinista, dove il profitto e il benessere sono considerati emanazione diretta della benevolenza divina nonché di essere ascritti nella buona società.
È una società in conflitto con lo sviluppo economico sociale esterno, ed in conflitto internamente, verticista, piramidale e classista il tutto a senso unico. Lo scavallo da un gradino basso al successivo è premiato ed incentivato ma lo stesso in senso inverso è penalità permanente cui consegue emarginazione e ludibrio.

I princìpi che regolano la morale, particolarmente in senso sessuale, sono dichiaratamente misogini e puritani su un doppio binario ove tutto è concesso all’uomo e nulla alla donna, ove matrimonio significa alleanza di buoni cognomi, di irrifiutabili abbondanti sostanze e, ancora, ove la malattia sessuale (sifilide e gonorrea) sono primariamente malattie morali, evidenza di degenerazione personale e di vizio e le cure mediche sono rifiutate in quanto elemento di punizione sociale.

Questa serie di punti è necessaria per ascrivere al meglio la cornice storica, culturale e psicologica tra Freud e Bosch e comprendere come le opere di quest’ultimo siano una diretta risultante e “permanenza” circa i meccanismi di difesa a contenuto sessuale cui di seguito verrà data spiegazione.
Nel 1486 (M. J. Friedländer, 1927; L. von Baldass, 1943; C. de Tolnay, 1937; R. H. Marijnissen, 1972), più o meno poiché alcuni documenti sono non chiari o definitivamente perduti, Bosch entrò a far parte della Confraternita di Nostra Diletta Signora (Lieve-Vrouwe Broederschap), un’associazione fondata nel 1318 che comprendeva uomini e donne laici, ed ecclesiastici, dediti al culto della Vergine, ad opere di mortificazione spirituale e fisica nonché a opere di carità. Per la Confraternita, che stimava molto le sue opere, Bosch, attorno al 1489, partecipò inizialmente alla realizzazione di un retablo per la cattedrale di san Giovanni proprio in Hertogenbosch. Nella cattedrale, infatti, la Confraternita aveva una sua propria cappella per la quale fece realizzare da vari artisti anche ulteriori opere celebrative.

Questa Confraternita era da considerarsi, a tutti gli effetti, il mezzo e il simbolo concreto di un’accettazione sociale ed affermazione individuale, all’interno di una enclave fondata e determinata da un ferreo moralismo, da un reciproco quotidiano vincolo di continua testimonianza della fede e da attività di tipo spirituale e con finalità pietistiche.
Bosch è l’uomo novus, il prototipo del talentuoso che riceve un riconoscimento sociale (W. Fraenger, 1983) poiché aderente ed attinente in toto alla norma e ai divieti social-religiosi di quello specifico contesto e comunità. Bosch è, a sua insaputa, uno dei tanti primi “uomini nuovi” che contribuiscono a quello specifico processo di rivoluzione sociale che darà forma alla borghesia europea così come la vedremo compiuta in Olanda e Germania a ridosso della Golden Age. È una vera e propria scalata sociale, di totale affermazione in un ambito ibrido tra religione (immancabile), società (comunità attiva) ed ordinamento sociale (stato).

Bosch è divenuto rispettabile ed anche assai rispettato, attenendosi alle richieste di un sistema sociale strutturato e funzionale al Super Io individuale e collettivo.
Ma questa è solo una parte dell’esperienza psicologica e sociale di Bosch. È il Super-Io.
Vi è tutt’altra parte che esiste, coesiste e forse bilancia magnificamente questo microcosmo di rettitudine sociale, osservanze private, servizi sociali e devozioni celebrative.
L’altra parte è quanto attiene all’Es, all’Inconscio. Alle pulsioni rimosse ma inestinguibili dell’animo umano.
Per Bosch ebbe una radicale importanza il suo ulteriore legame occulto con la Setta del Libero Spirito (M. J. Friedländer, 1927; L. von Baldass, 1943; C. de Tolnay, 1937; R. H. Marijnissen, 1972), fiorita in Europa nel XV secolo, dedita ad un culto totalmente altro – speculare ed inverso – rispetto alla Confraternita. Un culto decisamente esoterico, di ispirazione panteistica primordiale, ove ritroviamo quasi intonse le credenze, i simboli, i riti e le necessità di una società pre-cristiana; una società, rispetto la Chiesa di Roma, certamente definita pagana ma con uno suo preciso credo, regole, riti e finalità.

Si trattava di comunità segreta alle istituzioni religiose ufficiali, di persone e di pensiero che si rifacevano ad una dottrina chiaramente presente già in epoca paleocristiana e ad essa antecedente, imperniata sulla figura mitologica e mitizzata di un Adamo antecedente la cacciata dal Paradiso ove il mito della Tentazione Primigenia e del frutto proibito è volutamente posto a parte se non addirittura quasi del tutto ignorato. Questa dottrina si fondava su un’erotica adamitica, lontana dal sesso come esclusivamente procreativo, piuttosto intesa come ritualistica, volendo incarnare una forma primitiva di perfezione, uno stato di innocenza in un ripristinato, tangibile, paradiso terrestre per gli uomini ed indissolubile dalla loro natura incondizionata; un credo che è senza l’attesa della Redenzione evangelica che non attende il Giudizio e l’Apocalisse, o il momento postumo al trapasso terreno. Uomini e donne erano eguali in quanto eredi di Adamo ed Eva prima della cacciata dal Paradiso, prossimi e contemplativi il Creatore e dunque ancora in tutto somiglianti la perfezione e l’innocenza; soltanto rifacendosi al primo uomo ed alla prima donna c’era – secondo questa dottrina – la speranza tangibile di ricongiungersi con il Supremo, quindi la sessualità era una via privilegiata per ascendere e ritrovare la purezza, per emanciparsi sia dalla prigionia della carne come anche dalla vergogna e colpa della pulsione implicita la carne.

Questa setta celebrava i propri riti in grotte e catacombe, richiedendo ai presenti e all’officiante la più completa nudità e permettendo, incoraggiando, il contatto fisico. Ipotesi lecite e dubbi necessari, vi sono circa un possibile, probabile, uso di decotti e bevande psicotropi durante queste celebrazioni estatiche cosa tra l’altro non aliena a diversi culti in Europa poiché tra l’Italia e la Francia e la Germania abbondano ben 19 specie di funghi con proprietà psicotrope o allucinogene ampiamente utilizzate dalla Finlandia all’Inghilterra sino all’Italia, specie di facile reperibilità e preparazione sono Mycena pura, Psilocybe cyanescens e Amanita muscaria.

Qui la sessualità è gioia, estasi, serenità con i propri simili e con la natura, il mondo animale e vegetale. Sono uomini e donne dediti all’amore e alla purezza, in continuità con la coppia originaria che ha generato l’umanità: quell’Adamo e quella Eva così vicini a Cristo nel primo pannello del “Trittico delle Delizie”, di cui parleremo dopo. Un giardino delle delizie, dunque, che spetta ad ognuno di noi, se capaci di abbracciare la vera dottrina che porta alla purezza. “L’artista”, scrive Fraenger nel libro Hieronymus Bosch, il Regno Millenario, “voleva rappresentare l’apoteosi della felicità paradisiaca della creatura unita a Dio e riconciliata con la natura”. Un paradiso aperto ai fratelli e alle sorelle disposte a rinascere attraverso Adamo.
E l’inferno? Quello tocca a chi rifiuta questa verità, a chi continua a professare la vecchia dottrina, a chi vive nella cupidigia, nella lussuria, nei piaceri del mondo.

La dottrina adamitica, chiaramente eretica, incontrò in Italia l’interesse di pensatori di rilievo come Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, in un sincretismo che mescolava cristianesimo, filosofia greca, pratiche misteriche. Nell’epoca che si avvicinava al Rinascimento, brillava l’idea di un rinnovamento dello spirito attraverso un miglioramento interiore, che portasse l’uomo ad un livello originario di purezza, semplicità, bellezza.

 

Vedere il conflitto pulsionale

Vediamo ora, con uno sguardo analiticamente edotto e culturalmente direzionato, alcune delle opere di Bosch che maggiormente rappresentano in termini analitici lo specifico conflitto pulsionale e la resistenza psichica ad essa associata.

I critici ritengono che una delle sue opere più rappresentative come anche più problematiche sia “Il Trittico delle Delizie”. Il gran maestro della Setta del Libero Spirito è stato, con ragionevole certezza di critici e filologi, il committente del Trittico medesimo e quindi ispiratore del pittore che già, naturalmente dotato di una sorprendente capacità nel tradurre in simbologia anche il più piccolo segno, raccolse nel suo linguaggio artistico la dottrina di questa enclave.

Il Trittico deve essere guardato e veduto con una immaginaria linea orizzontale di separazione che divide, a metà, l’opera tra un Alto ed un Basso. In Alto notiamo immagini, simboli, rappresentazioni di unità e perfezione. Nel Basso la rappresentazione dell’umanità, delle passioni, dei peccati e delle tentazioni morali.

Escludendo il terzo pannello, notiamo come fisicamente Bosch identifichi con la terra e la forza di gravità la natura e forza delle passioni mentre con il movimento verticale implicitamente asserisca che l’allontanarsi fisico da esse coincida con l’alleviamento dalla loro forza e quindi una sorta di progressiva – anche cromatica – apertura all’Assoluto, all’Eterno, ad una Estasi atarassica perfetta immutabile e completa. Il terzo pannello, di cui prima, è la esplicitazione e summa perfetta della presenza e permanenza del peccato e delle sue possibili corruzioni che sono le tentazioni, seduzioni e sedizioni del male verso l’uomo e contro la Fede.

Il mondo di Bosch, il mondo che Bosch rappresenta, è assolutamente sistematico e coerente e ciò perché:
sistematico in ogni suo punto e coerente l’insegnamento della fede cattolica;
sistematico e coerente il temuto effetto sull’anima in caso di allontanamento dalla Fede;
sistematico e coerente è il sistema sociale derivante dall’osservanza della fede e ripudio di ogni sua deviazione.

Cui si aggiunge una considerazione eminentemente psicologica:
la psiche (ogni psiche) è rispetto a sé – alla sua storia e sistema di funzionamento interno – comunque sistematica e coerente.

Questa aderenza asfittica e sistematica ad un tale sistema di vita potrebbe a noi moderni sembrare assolutamente estrema, se non addirittura assurda ma dobbiamo contestualizzare la vita di questo individuo, la sua esperienza concreta di vita come anche quella dei suoi simili, in una realtà che non è, nemmeno lontanamente questa attuale; ciò significa realizzare il brevissimo e fragile spam di vita in quell’epoca: 38/48 anni per gli uomini (15/20 in periodo di guerra) e 20/35 per le donne (14/20 in caso di morte per parto o conseguente setticemia) ed una media statistica generale di 25/28 anni di aspettative di vita; malnutrizione, carestie, infezioni, epidemie, morte violenta, omicidio, guerra, razzie, appropriazioni arbitrarie e ruberie private o di stato.

Il quadro (W. Fraenger, 1983; Vaillant G.E.,1992) che ne emerge è una società con un fulcro fisso ed inamovibile (Imperatore, dignitari, conti cui segue Chiesa, Papa e chierici) mentre tutta la restante parte della vita e degli eventi sociali è nella più assoluta precarietà, instabilità e violenta mutevolezza.

Bosch è a contatto con due aspetti continui, costanti ed imprevedibili della vita: l’Eros e il Thanatos (S. Freud; 1915; Perry J.C., 1991).
L’eros è l’esistere, il vivere, il sopravvivere in un mondo violentissimamente mutevole ed ignavio.
Il thanatos è la reputazione sociale intaccata dai giudizi o dalle malevole considerazioni, è lo scavallo sociale negativo da una posizione se non privilegiata quanto meno decente, è la morte per misteriosi e divini motivi, è la vulnerabilità e fragilità della condizione umana in quanto tale.

Vita e morte, eros e thanatos sono impastate, accostate, inscindibili e rendono l’esperienza del solo esistere grottesca, farsesca, quindi non è proprio un caso che come sostiene Roger Caillois – nel suo libro Nel cuore del fantastico – a furia di accostarsi l’una all’altra, queste realtà quotidiane e paventate ed immaginate meraviglie e terrori deformi finiscano per formare una sorta di vocabolario del grottesco nelle opere di Bosch. L’uomo e la sua esistenza sono sempre espressi per gradi ed estremi e lo psicoanalista e lo psicoterapeuta ben sanno come e quanto, alla parola sistematico, corrisponda il termine Popolazione dei Sè ed un coerente sistema di accostamenti di temi, di complessi/conflitti cognitivi ed emotivi, di straniamenti ed inclusioni esperienziali.

In moltissime figure uomini, animali e vegetali si uniscono in un solo, unico, essere e danno vita a spaventose mutazioni senza fine, che non hanno più nulla di umano ma che ancora non hanno raggiunto il soprannaturale: permangono ed abitano il regno del grottesco (M. J. Friedländer, 1927; L. von Baldass, 1943; C. de Tolnay, 1937; R. H. Marijnissen, 1972).
Se utilizziamo in modo proprio il termine “conflitto” – cum fligere, scontro violento, opposizione di forze-, così come risuona anche nell’impianto freudiano, di volta in volta abbiamo rappresentazioni di conflitti concettuali e pulsionali – morale e desiderio – ed unificazioni quasi caricaturali dove ogni parte assemblata alle altre dice e rappresenta una sola cosa: l’inscindibilità angosciosa tra una norma interna e il bisogno individuale di trascenderla, evitarla, superarla.

Ma al conflitto corrisponde, logicamente per il seminato analitico, il sintomo ed il conseguente tentativo di riparare (correggere come anche rendere sicuro) uno scontro interno, quindi non mancano tutte quelle rappresentazioni che tendono, in senso propriamente fisico ovvero direzionale ed energetico, a “bilanciare” la pulsione inizialmente contro la norma, da cui la colpa e la certa punizione e l’angoscia conseguente percepita. Le forme simboliche di questo “contro bilanciamento” che più ricorrono frequentemente sono l’uovo, la sfera, intonsi derivati del platonismo ed aristotelismo in una impellente necessità di equilibrio, annullamento di contrasti e violente forze, in altri termini raggiungimento di perfezione che, mutuando ancora dalla teoria freudiana, hanno come solo scopo una equidistanza e capacità di mediazione dell’Io stesso tra l’Es e il Super Io.

Nei demoni di Bosch (W. Fraenger, 1983; Vaillant G.E.,1992) si spande una visione del demoniaco, del male, del difforme che sembra capace di sintetizzare l’intera esperienza umana nella deviazione da una norma interna come anche sociale. Senza dubbio Bosch, in quanto individuo ed artista, ha raggiunto in questa particolare potenza espressiva e forza esorcizzante, inconfrontabile ad altri eccetto forse Salvador Dalì.
Se facciamo scorrere lo sguardo e vediamo, passo passo, questo Trittico iniziamo progressivamente a sperimentare dispiegamento concettuale ed una stratificazione simbolica (e contenutistica) che è proprio il focus conflittuale di quella rimozione e spostamento che tutto Bosch rappresenta e da cui egli stesso è mosso. Perché l’artista non si incentra solo sul demoniaco, anche se è questo che al principio colpisce di più, e sarebbe assai riduttivo considerarlo solo come creatore di fantasie bizzarre, ma utilizza e fonde l’elemento primigenio e substanziale del conflitto intrapsichico ovvero la sessualità, il desiderio sessuale, il corpo e la carne.

La sessualità è costantemente presentata nei suoi più assoluti estremi, è ambivalente, ma non potrebbe essere diversamente perché è pena e gioia in Bosch e i suoi contemporanei, è abbrutimento ed anche estasi, è fissazione incessante come anche finale serenità, è perversione e perfezione. Tutto è preso e coinvolto nel conflitto sessuale (J.C. Perry,1991; Vaillant G.E.,1992; Gleser G.C. & Ihilevich D., 1969) : esseri umani, il mondo animale, il regno vegetale. Vi sono uomini e donne dediti all’amore e alla purezza, in continuità con la coppia originaria che ha generato l’umanità: quell’Adamo e quella Eva così vicini a Cristo nel primo pannello.

Vi sono uomini e donne e animali e demoni dediti alla fornicazione, alla copula ed alla crapula della carne con la carne, come già fossero gli ultimi istanti prima del Giudizio Universale di apocalittica descrizione. Bosch estrinseca il suo conflitto, lo rappresenta come solo potrebbe un individuo moderno in una psicoterapia di gruppo, come un giardino delle delizie e degli orrori non solo personale o intimo.
La tensione ultima di Bosch, la sua fuga da questo gioco di specchi morale e carnale, è decisamente ben riassunta da Fraenger, che conclude che l’artista voleva [blockquote style=”1″]rappresentare l’apoteosi della felicità paradisiaca della creatura unita a Dio e riconciliata con la natura.[/blockquote]

Un paradiso aperto ai fratelli e alle sorelle disposte a rinascere attraverso Adamo, a tutti coloro disposti a cercare e trovare altro che fosse la vita civile e sociale intesa secondo il tempo (M. J. Friedländer, 1927; L. von Baldass, 1943; C. de Tolnay, 1937; R. H. Marijnissen, 1972). E’ un chiaro invito alla trasgressione o, anche e perchè no, una elaborata ricerca di complicità e comunione con quanti avessero a vivere lo strappo interiore tra il Super Io e l’Es, tra la persona in senso Junghiano e l’essere umano nel senso più tangibile e naturale possibile.

E l’inferno che in questo pellegrinare di immagini e pannelli Bosch mostra e silenziosamente descrive, cosa è? E ciò che tocca a chi rifiuta questa inevitabile verità ovverosia il bisogno di alterità ad un mondo che ha poco da offrire se non norma e punizione; è ciò che si sperimenta ogni giorno, psichicamente, a chi continua a professare la vecchia dottrina Cattolico Romana e papista, a chi vive nella cupidigia, nella lussuria, nei piaceri del mondo nell’ipocrisia del mondo stesso.
La forza principale di questo pittore (W. Fraenger, 1983) consiste nell’aver saputo tradurre, con un’esaltazione notevole ed inverosimile per la cultura del XV secolo, gli incubi, le visioni e le angosce che il cervello umano sa creare, trasformando in metafora esseri e situazioni incontrati nel labirintico territorio dove si lotta per l’esistenza, per la continuazione ed il trionfo del Bene sempre sottoposto alle lusinghe del Peccato.
Bosch lavorò sempre con grande coerenza narrando a noi uomini delle verità difficili da comprendere e trasformando le più inconsce paure umane in pennellate di incredibile bellezza.

Il suo tormento interiore, aumentato da conoscenze forse incredibili, è per noi ancora un enigma di difficile soluzione.
Riuscire a risolvere il Mistero ci permetterebbe di comprendere meglio la sua genialità ma potrebbe metterci di fronte a particolari verità in cui ci scopriremo nudi e circondati da ibridi orrendi in attesa di divorarci!

 

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory (MCMI) – Introduzione alla Psicologia

Millon Clinical Multiaxial Inventory: Il test Millon indaga i profili di personalità e le diverse patologie psichiatriche tramite una serie di scale costruite su una specifica teoria, chiaramente quella designata da Millon stesso, che è direttamente legata al DSM.

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA IN COLLABORAZIONE CON LA SIGMUND FREUD UNIVERSITY DI MILANO

 

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory: introduzione

Dopo aver parlato dell’MMPI, è necessario porre particolare attenzione a un altro test molto noto in ambito psicopatologico: il Millon Clinical Multiaxial Inventory (MCMI). Il test Millon indaga i profili di personalità e le diverse patologie psichiatriche tramite una serie di scale costruite su una specifica teoria, chiaramente quella designata da Millon stesso, che è direttamente legata al DSM. L’MCMI in Italia è ancora poco diffuso, ma in alcuni paesi d’Europa e negli Stati Uniti è largamente utilizzato.

La forza di questo test è data dal riuscire a restituire diagnosi relative ai disturbi di personalità molto accurate e altamente diagnostiche, poiché intimamente collegate ai criteri presenti nel DSM. Inoltre, l’MCMI presenta al suo interno scale di controllo, esattamente come l’MMPI, che permettono di rilevare la validità del protocollo e i punteggi ottenuti si riferiscono a misure standard, uguali per tutti.

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory: storia

Nel 1969, Theodore Millon, psicologo statunitense, scrisse un libro intitolato Moderna Psicopatologia che riscosse molto successo in ambito clinico e accademico al punto da essere considerato l’incipit per la produzione del suo primo test di personalità che si ebbe nel 1977. La prima versione del test Millon Clinical Multiaxial Inventory.
Prima di entrare nei meandri del test è necessario fare riferimento alla teoria che è alla base della costruzione dello stesso. Si tratta di una delle teorie della personalità definite più complete e corpose. Non a caso, Millon entrò a far parte della task force del DSM proprio per occuparsi dei disturbi di personalità.

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory: la teoria della personalità

Secondo Millon un modello scientifico della personalità deve essere costituito da quattro elementi:
1. una teoria coerente organizzata secondo schemi esplicativi, esattamente come avviene per la biologia evolutiva;
2. una nosografia, o classificazioni, basata sulla teoria del DSM;
3. deve essere costituito da strumenti di valutazione del modello empiricamente fondati (test),
4. deve dare la possibilità di costruire interventi concreti a partire dai dati acquisiti dal test.

Millon, partendo da questi assunti teorici sviluppa una complessa teoria della personalità che pone le sue basi nell’ottica evoluzionista, applicandola allo studio della psicologia e della psicopatologia. In questo modo, implementò una teoria in cui operava una netta distinzione tra stili di personalità, ciò che si verifica all’interno di ogni soggetto, disturbi sintomatici derivati da come il soggetto interagisce con l’ambiente, e reazioni di aggiustamento, risposte patologiche derivanti dall’interazione interno ed esterno. In un certo qual modo, prese spunto dalla teoria trifasica della personalità di Freud per implementarla in maniera empirica ed evoluzionista.

Le tre variabili di Millon, dunque, si dispongono lungo un continuum di gravità che oscilla tra individuo e ambiente, e a seconda di come oscilla porta al manifestarsi di disturbi patologici oppure no.
Sono quattro i domini o sfere in cui si manifestano i diversi principi evolutivi: esistenza, adattamento, replicazione e astrazione.
Il primo riguarda il normale divenire delle cose che a livello umano si traduce nel polo piacere-dolore. Il secondo si riferisce al mantenimento dell’omeostasi all’interno dell’ecosistema che si palesa come polo attivo-passivo, il terzo fa riferimento alla fase riproduttiva e di selezione della specie e il quarto riguarda competenze inerenti alla sfera della presa di decisione e pianificazione. Insieme, il terzo e il quarto diventano il polo io-altro. In sostanza, le personalità normali e patologiche, si organizzano, secondo Millon, rispetto alle tre polarità appena descritte, ognuna dotata di due estremi. Quindi, partendo da questo assunto teorico affermò che una determinata personalità si manifesta nel momento in cui si verifica un certo grado di equilibrio o disequilibrio fra i due estremi di un determinato polo.

La prima polarità, piacere-dolore, si riferisce alla ricerca di nuovi stimoli e al perseguimento della soddisfazione come nelle personalità narcisistiche, istrioniche o antisociali, da un lato mentre dall’altro all’evitamento del pericolo come obiettivo principale, tipico delle personalità ossessive ed evitanti. La seconda polarità, attivo-passivo, invece è più legata all’ambiente esterno biologico, come per le personalità passivo, stazionario, radicato, essenzialmente arrendevole e dipendente. La terza polarità riguarda personalità che esaltano le proprie idee in maniera assertiva e direttiva, o dipendono dagli altri per soddisfare i propri bisogni e pertanto investono molto negli altri. Quest’ultima, si divide ulteriormente in altre 4 modalità di funzionamento interpersonali: distaccata, dipendente, indipendente e ambivalente.

La combinazione fra modalità di adattamento all’ambiente esterno e le relazioni interpersonali interne generano 11 prototipi di personalità: schizoide, evitante, depressiva, dipendente, istrionica, narcisistica, antisociale, sadica, ossessivo-compulsiva, negativistica e masochistica, con 3 varianti severe che si manifestano nella sfera sociale e sono caratterizzate dalla presenza di episodi psicotici reversibili: personalità schizotipica, borderline e paranoidea.

Le diverse strutture di personalità si scompensano all’aumentare della psicopatologia fino a diventare schizofrenia, alterazione della personalità schizotipica, o ciclofrenia o disturbo bipolare dell’umore, ovvero scompenso delle personalità borderline o cicloidi, e parafrenia o sindromi allucinatorie paranoidi, scompenso delle personalità paranoidee.

Si tratta di una classificazione dei disturbi di personalità che presenta una forte corrispondenza con le categorie diagnostiche presenti nel DSM ma, a differenza di questo, Millon considera normalità e patologia come concetti dimensionali.

Da qui nasce l’esigenza di valutare la presenza o l’assenza di tratti di personalità patologici in ciascun individuo. Millon, a tal proposito decise di valutare la personalità attraverso un test, il Millon Clinical Multiaxial Inventory.
La classificazione della personalità di Millon ha subito molte evoluzioni nel tempo, che andavano di pari passo alle variazioni presentate nel DSM.

 

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory

La prima versione del Millon Clinical Multiaxial Inventory deriva da un’intervista strutturata messa a punto da Millon per valutare la presenza di disturbi psichici ed è stata pubblicata nel 1977.
A questa prima versione ne sono seguite altre due: il MCMI-II nel 1987 e il MCMI-III pubblicato in USA nel 1994.
Nel tempo e col proseguire delle revisioni apportate al test si ottennero migliori indici di validità e attendibilità oltre a perfezionare le scale di correzioni e l’attribuzione di punteggio.
Chiaramente, ogni nuova versione del test seguiva le modifiche apportate nel DSM, infatti con la publicazione del DSM-III-R, si ebbe il MCMI-II. Esso era costituito da 13 scale di personalità e 9 scale cliniche. La scala antisociale-aggressivo fu divisa in scala masochista e autolesionista.

 

Il Millon Clinical Multiaxial Intentory-III (MCMI-III)

Successivamente, nel 1994 con l’avvento del DSM IV si ottenne una nuova versione del test: l’MCMI-III. In questa, si ebbero 14 scale di personalità, 10 scale cliniche, e 5 scale di correzione. L’MCMI-III era composto da 175 item cui seguivano delle risposte dicotomiche dal formato vero-falso. Questo test si può utilizzare in diversi contesti clinici con soggetti maggiorenni aventi almeno otto anni di scolarità.

Di seguito sono indicate le 28 scale costituenti il MCMI-III:

 stili di personalità moderatamente gravi sindromi cliniche
1 Schizoide A Ansia
2 Evitante H Somatoforme
2B Depressivo N Bipolare: mania
3 Dipendente D Distimia
4 Istrionica B Dipendenza da alcol
5 Narcisista T Dipendenza da droga
6 Antisociale R Disturbo post traumatico da stress
6B Aggressiva (sadica) sindromi gravi
7 Compulsiva SS Disturbo del pensiero
8 Passiva-aggressiva (negativistica) CC Depressione maggiore
8B Masochista PP Disturbo delirante
patologie di personalità gravi indici di correzione
S Schizotipica X Indice di Rivelazione
C Borderline Y Indice di Desiderabilità
P Paranoide Z Indice di Autosvalutazione
V Indice di Validità

Indice di Validità

Le undici scale (dalla 1 alla 8B) inquadrano i diversi disturbi di personalità secondo la nomenclatura presente nel DSM-IV (APA, 1994). Le tre scale S, C e P misurano stili di personalità gravi e particolarmente disadattivi. Le scale dalla A alla R riguardano l’Asse I o la sfera dei disturbi d’ansia, e alla fine si trovano le scale SS, CC e PP che indicano la presenza di sindromi cliniche particolarmente invalidanti o gravi.
Le scale X, Y, Z e V costituiscono gli indici di correzione o di aggiustamento, in grado di rilevare l’atteggiamento del soggetto/paziente al test, e indicano se il test può essere considerato valido oppure no.

 

L’attribuzione dei punteggi nell’MCMI III

I punteggi ottenuti sono trasformati in punti standard o base rate. Inoltre, per ogni scala un punteggio pari a 60 indica il valore medio atteso e per ottenere un corretto inquadramento diagnostico bisogna raggiungere un punteggio maggiore o uguale a 74, che indica la presenza di un tratto patologico o maggiore di 84, che indica l’intensità della presenza di patologia.
Del Millon Clinical Multiaxial Inventory-III (MCMI-III), è stata prodotta una versione per adolescenti, il Millon Adolescent Clinical Inventory (MACI), composta da 160 item. Questo test è formato dalle seguenti scale: 12 di personalità, 8 gravi manifestazioni patologiche, 7 sindromi cliniche, 3 indici con cui modificare i dati, 1 scala di validità e 36 scale di personalità secondo il modello di Grossman. Attualmente, in Italia non esiste ancora la traduzione di questo test.

 

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory-IV (MCMI-IV)

Il MCMI-IV è stato pubblicato unitamente all’uscita del DSM 5, quindi nel 2015. Esso è formato da 195 item vero-falso e 30 scale suddivise in 25 scale cliniche e 5 scale di validità. Si ottengono 15 scale di personalità, ulteriormente divise in 12 personalità cliniche, 3 scale di gravi disturbi di personalità e 10 scale cliniche di Asse I, di cui 7 sindromi cliniche e 3 sindromi cliniche gravi. A ogni scala di personalità seguono 3 sottoscale derivanti dal modello di personalità messo a punto da Grossman, per un totale di 45 sottoscale, che indagano ulteriormente il disturbo in questione. Neanche questa versione è stata ancora tarata e validata in italiano.

 

Validità e affidabilità

I molti studi pubblicati sul Millon evidenziano un buon potere predittivo del test e, al contempo, un’ottima sensibilità, soprattutto per quanto riguarda la sfera dei disturbi di personalità.
Numerosi, inoltre, sono i libri nati per interpretare al meglio i dati clinici ricavabili da questo test che permettono di tradurre con un linguaggio più attuale una serie di scale che presentano delle caratteristiche ormai inglobate in disturbi di personalità più ampi.

E’ presente, inoltre, un software che permette di analizzare le risposte in maniera veloce e ottimale, restituendo grafici di funzionamento equiparati ai profili interpretativi.
Purtroppo, in Italia, alcuni degli strumenti più recenti legati al test tardano ad arrivare, ma noi restiamo in attesa.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Binge watching: da Star Trek a House of Cards passando per Friends

Il binge watching, se frequente, potrebbe essere considerato uno dei modi in cui abuso e/o dipendenza da televisione si esprimono, così come il binge drinking rappresenta una delle manifestazioni di abuso e dipendenza da alcol. Le ricerche dimostrano che chi trascorre più di quattro ore al giorno davanti alla tv sviluppa sintomi analoghi a quelli presentati da chi abusa di sostanze, di alcol o da chi è affetto da gioco d’azzardo patologico. Ci sono, ad esempio, craving e sintomi da astinenza, nonché importanti limitazioni nel funzionamento sociale, personale e lavorativo.

Arianna Calabrese

Guardo un’altra puntata di Game of Thrones o scrivo questo articolo?

In principio era il binge drinking. Poi è arrivato il binge eating. A fine 2015 “binge-watching” è stato proclamato termine dell’anno da Collins, marchio di vocabolari inglese assimilabile al nostro Zingarelli.

 

Ma che cos’è esattamente il binge watching?

Letteralmente, to watch vuol dire “guardare” e binge on “abbandonarsi a”. Nel linguaggio comune con questa locuzione ci si riferisce all’atto di guardare più episodi dello stesso programma televisivo consecutivamente. Se il binge drinking consiste nell’assumere una dose massiccia di alcol in un tempo limitato con lo scopo di perdere il controllo e il binge eating riguarda, analogamente, l’ingestione in un breve arco temporale di una quantità di cibo che di solito non si ingurgita così rapidamente associata a perdita di controllo su ciò che si sta facendo, il binge watching è relativo, in buona sostanza, all’abbuffarsi di serie tv.

 

Un po’ di storia sul binge watching

Negli anni Settanta si diffonde negli Stati Uniti l’usanza delle maratone tv, i canali televisivi trasmettono cioè più repliche di episodi dello stesso show in una sola giornata e si tratta in genere di programmi divenuti oggi cult, come ad esempio Star Trek. Con l’avvento dei cofanetti delle serie tv non è più indispensabile attendere che le varie emittenti mandino in onda le maratone ma è ancora necessario aspettare che tutti gli episodi siano stati trasmessi e che il cofanetto sia stato commercializzato per poterlo acquistare e autosomministrarsi, per così dire, la visione di molteplici episodi del programma prescelto. Nell’era del digitale è tutto ancora più veloce e i tempi di fruizione si sono ulteriormente ridotti: oggi piattaforme come Netflix, arrivata da qualche mese anche in Italia, rendono disponibili serie tv inedite e complete in un solo giorno (come è avvenuto per House of Cards), incoraggiando, o forse assecondando, il binge watching.

 

Il binge watching può essere considerata una forma di dipendenza?

Il binge watching, se frequente, potrebbe essere considerato uno dei modi in cui abuso e/o dipendenza da televisione si esprimono, così come il binge drinking rappresenta una delle manifestazioni di abuso e dipendenza da alcol. Le ricerche dimostrano che chi trascorre più di quattro ore al giorno davanti alla tv sviluppa sintomi analoghi a quelli presentati da chi abusa di sostanze, di alcol o da chi è affetto da gioco d’azzardo patologico. Ci sono, ad esempio, craving e sintomi da astinenza, nonché importanti limitazioni nel funzionamento sociale, personale e lavorativo (Kubey & Csikszentmihalyi, 2003).

Per Sussman e Moran (2013) quella da televisione potrebbe essere annoverata tra le dipendenze comportamentali che il DSM 5 non contempla ancora a causa dell’insufficienza di studi su di esse (internet, sesso, shopping), dal momento che sembra rispondere agli undici criteri diagnostici per i Disturbi da dipendenza e correlati all’uso di sostanze.

Accendere la tv determina un’immediata sensazione di rilassamento; c’è quindi condizionamento classico e si stabilisce un legame tra sollievo dallo stress e televisione, la quale funge da rinforzo negativo. Lo stesso tipo di sollievo può venire dall’attività fisica o dalla lettura, ma i tempi di azione in questi casi sono più lunghi. Anche per la dipendenza da tv pare perciò essere implicato il circuito cerebrale della ricompensa.
L’effetto benefico della visione incontrollata di televisione non è però duraturo. Sono state identificate correlazioni tra la quantità di tempo trascorso davanti ad essa e deficit attentivi, insonnia, tabagismo, scarsa soddisfazione per la propria vita e il proprio aspetto, basso rendimento scolastico, difficoltà a mantenere relazioni e obesità.

Le teorie che cercano di spiegare l’eziologia della dipendenza da tv si focalizzano sugli aspetti funzionali della visione di programmi televisivi: si guarda la televisione perché ci si sente insicuri della propria identità, delle relazioni e dell’ambiente (Ball-Rokeach, 1985) oppure per soddisfare bisogni specifici che non si riesce a colmare altrove (Katz, Blumler & Gurevitch, 1973).

Se è chiaro che la prevenzione incarna la strategia principe per evitare che abitudini disfunzionali circa l’utilizzo di uno strumento che di per sé può essere utile per trascorrere del tempo libero e informarsi, il trattamento dovrà essere analogo a quello che si utilizza negli altri casi di dipendenza, partendo dalla gestione del craving per poi lavorare sull’identificazione e la modificazione delle credenze maladattative, sull’acquisizione di abilità di vita che arrechino soddisfazione tanto e più della televisione e sulla modificazione dei modi in cui si guarda a se stessi, agli altri e al mondo. A differenza che droghe, alcol o gioco d’azzardo, è difficile pensare che l’obiettivo della terapia sia in questo caso l’astinenza. Si dovrà puntare molto su problem solving e decision making affinché l’utilizzo del mezzo televisivo diventi critico e non indiscriminato.

Aspetti depressivi nelle madri biologiche e nelle madri adottive: uno studio esplorativo – Recensione

Che cosa accomuna le madri biologiche a quelle adottive? Che cosa hanno in comune la depressione post-partum e la depressione post-adozione? Queste sono solo alcune delle domande a cui Maria Giovanna Cruini, Sara Cirillo e Ariella Tomaselli cercano di dare risposta nello studio esplorativo da loro condotto, e i cui risultarti sono stati presentati al XVII Congresso Nazionale SICC.

 

Il tema centrale è quindi quello della maternità, intesa come quel momento di profondi cambiamenti biologici, psicologici e sociali che la donna si trova a vivere, e che richiedono la messa in gioco di molteplici risorse a diversi livelli per essere affrontata. Maternità quindi intesa non solo come momento di immensa gioia, ma soprattutto come momento di stress psico-fisico, che può, in una percentuale del 10-20% delle donne, trasformarsi in un vero e proprio disturbo depressivo nel corso del primo anno di vita del bambino.

Se questo è ciò che può accadere nella maternità biologica non da meno è la maternità adottiva, che sottopone la donna e la futura coppia genitoriale a molteplici fattori di stress già da tanto tempo prima dell’arrivo del bambino.

L’accettazione dell’infertilità e della impossibilità a procreare, il superamento dei colloqui e delle valutazioni di idoneità della coppia ad adottare, l’attesa del bambino e la gestione della quotidianità di vita della coppia ormai diventata famiglia sono solo alcune delle fasi che i genitori adottivi affrontano, e che possono rappresentare fattori di stress significativo. La depressione post-adozione tuttavia, sebbene nota è ad oggi ancora poco approfondita dal punto di vista scientifico.

Lo studio esplorativo delle autrici si inserisce in questa cornice teorica, ed ha come obiettivo generale quello di misurare l’eventuale presenza di depressione post-parto e post-adozione in un campione non clinico di 9 madri adottive e 12 madri biologiche. L’ipotesi è duplice: che l’incidenza della depressione sia simile nei due campioni e che se presente, essa non dipenda esclusivamente da fattori di tipo biologico.

La procedura sperimentale è consistita nella somministrazione al campione di una serie di questionari autosomministrati, misuranti i costrutti di interesse e si è avvalsa dell’uso di una serie di statistiche che hanno permesso di confermare le ipotesi delle autrici, secondo cui dunque medesimi livelli di depressione post-parto e post adozione sono osservabili nel campione: in linea con i dati di letteratura, la depressione post-adozione non dipenderebbe unicamente da fattori di tipo biologico.

L’evidenza di una natura non unicamente biologica della depressione post-parto e post-adozione richiede di spostare inevitabilmente l’attenzione sul ruolo che giocano i fattori psicologici, intesi come aspettative, credenze, bisogni e desideri nel diventare genitori.

Di qui la necessità non solo di progettare interventi volti ad individuare le donne a rischio, ma anche finalizzati alla presa in carico della donna e della coppia, sia essa biologica o adottiva, lungo il percorso di ridefinizione di sé e accettazione/adattamento ai cambiamenti che stanno avvenendo.

Il lavoro di Cruini, Cirillo e Tomaselli centra un tema attuale e di grande interesse scientifico, che merita certamente maggiori approfondimenti di ricerca e un maggiore impegno e professionalizzazione in ambito psicologico e psicoterapeutico proprio per quelle donne e coppie per le quali, diventare genitori, si trasforma da evento bellissimo a momento di grande sofferenza.

L’importanza di donare emozioni ai malati di Alzheimer

Nel presente articolo, dopo aver brevemente descritto cosa sia la malattia di Alzheimer e le conseguenze della stessa, si presterà attenzione all’ importanza di donare emozioni a questi malati, riportando in particolare uno studio condotto per dimostrare l’evidenza empirica di tale ipotesi.

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer prende il nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta. Nel DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000, p. 165) è collocata nella sezione “Demenza”, in cui i disturbi descritti sono caratterizzati dallo sviluppo di deficit cognitivi. I disturbi presenti in questa sezione condividono un quadro comune a livello sintomatologico, ma si differenziano in base all’eziologia. La compromissione della memoria è richiesta per fare diagnosi di demenza (ivi, p. 166). L’età d’insorgenza della Demenza Tipo Alzheimer è precoce se sotto i 65 anni, tardiva se superiore ai 65 anni di età (ivi, p. 173). L’Alzheimer è una malattia che colpisce le funzioni cognitive indispensabili per relazionarsi con gli altri (memoria, attenzione, linguaggio). Il paradosso di questa malattia è che il malato appare fisicamente sano, ma nell’arco della malattia arriva a non sapere più come scrivere, parlare e non riconosce i famigliari.

Questa malattia è dunque una forma di demenza progressiva di cui ancora non si conoscono le cause. Nei malati di Alzheimer si assiste a una perdita di cellule nervose nelle aree celebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive. Si è riscontrato un basso livello di sostanze chimiche come il neurotrasmettitore acetilcolina, coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose. Questa malattia ha un decorso lento, in media i pazienti possono vivere fino a otto o dieci anni dopo la diagnosi della malattia e la rapidità dei sintomi varia da persona a persona.

 

Perdere la memoria

Come detto, la malattia colpisce la memoria, ma quest’ultima non è unica, e la perdita della stessa non è esclusiva nella malattia di Alzheimer. A seconda di ciò che colpisce l’individuo infatti, la perdita di memoria, può essere precedente all’avvento della malattia o successivo. Nel caso dell’Alzheimer l’amnesia è globale, riguarda ciò che è accaduto prima e ciò che accadrà dopo. Il processo di amnesia è lento e graduale, per cui si comincia dalla perdita di ricordi immediati fino a far fatica ad apprendere nuove cose arrivando a perdere i ricordi della vita precedente. Ovviamente questo processo è devastante in quanto dimenticare la vita precedente (memoria retrograda), equivale a dimenticare la propria identità personale, ma altrettanto devastante è la perdita di memoria anterograda in quanto non si può correggere il malato dagli errori commessi.

 

L’importanza di donare emozioni

Nei malati di Alzheimer viene meno la coscienza estesa, quella che permette all’individuo di percepirsi come il protagonista della propria vita (all’origine della coscienza autobiografica), ma il proto sé rimane intatto (Meini, 2012), elemento importante in quanto ci fa capire come, seppur con difficoltà, sia possibile comunicare, attraverso le emozioni, con questi pazienti.
Ciò è confermato anche da uno studio dell’ – i cui risultati sono contenuti sulla rivista Cognitive and Behavioral Neurology (Guzmán-Vélez E., Feinstein J., Tranel D., 2014) – in cui è emerso che il caregiver ha una profonda influenza sullo stato emotivo dei malati di Alzheimer, difatti, [blockquote style=”1″]i pazienti possono non ricordare la recente visita di una persona cara o di essere stati trascurati dal personale in una casa di cura, ma tali azioni possono avere un impatto duraturo su come si sentono [/blockquote](traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care, disponibile su www.alzheimer-riese.it).

 

Lo studio

Tale studio, portato avanti da Guzman-Vélez (studente di dottorato in psicologia clinica), Tranel (professore di neurologia e psicologia della UI) e Feinstein (professore assistente all’Università di Tulsa) è stato compiuto su 17 pazienti con l’Alzheimer e 17 partecipanti sani di confronto. Sono stati mostrati dei film della durata di 20 minuti sia tristi che felici a seguito dei quali si notò che: [blockquote style=”1″]queste clip hanno innescato l’emozione prevista: dolore e lacrime durante i film tristi e risate durante quelli felici. Circa cinque minuti dopo aver visto i film, i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti ad un test di memoria per vedere se potevano ricordare quello che avevano appena visto. Come previsto, i pazienti di Alzheimer hanno trattenuto una quantità significativamente inferiore di informazioni sia sui film tristi che su quelli felici, rispetto alle persone sane. In realtà, quattro pazienti erano in grado di recuperare qualsiasi informazioni fattuale sui film, e un paziente non ricordava nemmeno di aver visto un qualsiasi film[/blockquote] (traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

La cosa interessante e che conferma la necessità di sviluppare nuove tecniche di caregiving è che, nonostante l’incapacità di riportare alla mente ciò che aveva provocato il determinato stato d’animo provato, questo stesso stato d’animo permaneva. Ne consegue che i caregiver dovrebbero indurre sentimenti positivi che hanno – come emerge da questa ricerca – impatti nello stato d’animo del malato, nonostante esso non abbia memoria della causa che li ha generati.

La Guzman-Vélez scrive:[blockquote style=”1″] Questi risultati dovrebbero responsabilizzare i caregiver, mostrando loro che le loro azioni verso i pazienti contano realmente […]. Frequenti visite e interazioni sociali, esercizio fisico, musica, danza, scherzi, e dare loro i cibi preferiti sono tutte cose semplici che possono avere un impatto emotivo duraturo sulla qualità di vita del paziente e sul benessere soggettivo[/blockquote] (traduzione di Franco Pellizzari del testo inglese di John Riehl in University of Iowa Health Care).

 

Conclusioni

Questo studio si ricollega a quanto detto sul proto sé: permanendo tale forma di coscienza si ha un individuo che ha la capacità di provare emozioni, seppur non sia in grado di riportare la causa dello stato emotivo che sta vivendo.
Da ciò si evince quanto sia importante donare emozioni a un malato di Alzheimer.

Riflessioni di Italo Calvino sul nuovo millennio: possibili spunti per la Psicologia del Lavoro

Lezioni Americane. Sei proposte per il prossimo millennio’ è un’opera – pubblicata postuma – che Italo Calvino scrisse nel 1985 in vista di un ciclo di sei lezioni da tenere all’Università di Harvard. Le lezioni, che non si tennero mai a causa della morte dell’autore, erano state pensate per orientarsi nelle trasformazioni e nelle innovazioni del nuovo millennio.

 

Calvino decise così di proporre sei parole chiave: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, ognuna legata ad un valore letterario fondamentale da portare con sé nel nuovo secolo. Con queste parole Italo Calvino avrebbe aperto la prima delle sei lezioni ed avrebbe affrontato il tema della leggerezza:

Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza

Analizzando gli anni passati a scrivere, l’autore si rese conto che gran parte del suo lavoro era basato sulla sottrazione di peso, ovvero l’obiettivo che si poneva era quello di alleggerire i racconti nella struttura e nel linguaggio. Come lo scultore, anche il romanziere deve fare emergere la forma da una materia grezza da cui va rimosso il superfluo.

Ciò che è leggero è anche rapido. Calvino definisce la rapidità come caratteristica del pensiero umano, a lui interessa il rapporto tra la velocità fisica e la velocità mentale e scrive:

Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Per quanto riguarda la esattezza, Calvino sottolinea tre cose:

Un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; l’evocazione di immagini visuali nitide, incisive, memorabili; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

Sulla visibilità Italo Calvino scrive:

Se ho incluso la visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

Nell’affrontare il quinto valore, quello della molteplicità, l’autore dichiara che la natura del romanzo coincide con una precisa impostazione filosofica, quella di una casualità plurima del reale e definisce il romanzo come ‘una rete di connessione tra i fatti, tra le persone, tra le cose del mondo’.

La sesta conferenza, quella sulla coerenza, Calvino non ebbe il tempo di scriverla: molto probabilmente avrebbe sottolineato l’importanza della coerenza tra parole e contenuti, della coerenza dello stile, della coerenza tra parole ed immagini.

La riflessione proposta da Calvino è quanto mai attuale: ritengo infatti che i sei valori che oggi dovremmo cercare di salvare siano medesimi, ovvero leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza.

In un contesto organizzativo, per me la leggerezza – che associo alla determinazione – significa non cedere alla pesantezza della paura alimentata dall’incertezza del futuro. La paura è esattamente il contrario di ciò che oggi serve alle organizzazioni per lavorare in maniera flessibile: è necessario essere fluidi e veloci, se necessario, a cambiare direzione. Veloci e rapidi: per me rapidità significa non solo essere pronti al cambiamento, ma anche e soprattutto velocità di pensiero e quindi anche agilità e mobilità.

Esattezza per me significa non solo lavorare con cura, scrupolo, precisione e diligenza, ma esattezza è soprattutto imprenditività e responsabilità, ovvero i lavoratori dovranno essere sempre più imprenditori di se stessi, abbandonando la mentalità per compiti ed abbracciando lo sforzo sui risultati: solo così si potrà riportare il lavoro ad una dinamica positiva e realizzativa.

Visibilità è il ‘potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi’, cioè una sensazione composita di creazione, partecipazione ed autorealizzazione che il lavoro deve restituire all’essere umano.

Molteplicità per me significa accettare le diversità con la consapevolezza che ogni essere umano è un insieme di caratteristiche ed esperienze da rispettare, scoprire e valorizzare. E’ un raccontare delle storie di vita diverse, che si arricchiscono nell’incontro.

Infine, coerenza per me vuol dire affrontare le sfide del futuro con serietà e costanza di idee e di comportamenti.

La scienza delle coppie che durano di Werner Bartens (2015) – Recensione

In Italia ogni anno si celebrano circa 200.000 matrimoni, ma si sanciscono anche oltre 50.000 divorzi. Secondo Werner Bartens, medico ricercatore e autore di best seller, una domanda che bisognerebbe porsi quando si discute di relazioni di coppia, è per quale motivo si decide di stare assieme ad una persona e ci si impegna per far funzionare quel rapporto. Secondo Bowlby (1988), non solo durante l’infanzia si percepisce il bisogno di instaurare una relazione di attaccamento con la figura di riferimento che fornisce accudimento, ma anche durante l’età adulta si esprime il desiderio di circondarsi di persone che garantiscano sostegno reciproco.

Marianna Palermo, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Le varie tipologie di relazioni di coppia

All’inizio del testo, l’autore fornisce una panoramica delle relazioni di coppia. La relazione solida e appagante è quella caratterizzata da stima e affetto reciproci e in cui entrambi i partner sono aperti al compromesso e alla negoziazione. La relazione mediocre, invece, appare meno stabile e uno dei due partner esperisce la sensazione che l’altro viva sulle proprie spalle in termini emotivi, temporali o materiali. La relazione orientata al conflitto è principalmente caratterizzata da rabbia, litigi ed emozioni negative e sono proprio queste emozioni a continuare a tenere insieme i partner, senza che subentrino indifferenza e appiattimento. La relazione che evita i conflitti, invece, caratterizza quelle coppie che riconoscono di non essere d’accordo su alcune questioni, ma evitano di coinvolgersi in scontri e litigi, in quanto ritengono che non sarebbero comunque in grado di trovare un punto d’incontro. La relazione di salvataggio subentra per rimarginare le ferite derivanti da precedenti delusioni, ma rischia di sopravvivere solo per un breve periodo. Nella relazione amichevole, invece, l’amore e la passione lasciano il posto all’amicizia. Infine nella relazione defunta i sentimenti reciproci, l’amore e il sesso risultano ormai scomparsi.

 

Trovare l’anima gemella nel momento giusto

Incontrare l’uomo e la donna giusta per la vita può risultare piuttosto difficile, sebbene esistano alcune condizioni che possono agevolare la scelta. La psicologa Julia Berkic dell’Istituto Statale bavarese di pedagogia infantile (2006) ha dimostrato che l’intesa migliore e a lungo termine è quella tra uomo insicuro e donna sicura. Si ritiene infatti che una persona esitante e dubbiosa abbia paura del nuovo e di prendere decisioni di cui non conosce l’esito, per questo preferisce continuare la relazione in cui è già coinvolta. Julia Berkic e il suo team hanno anche osservato delle coppie sposate da 28 anni (2006). Dai risultati è emerso come buona parte delle coppie fosse formata da un partner con attaccamento sicuro e uno con attaccamento insicuro e questo consentiva alla relazione di resistere a lungo.

Karl Grammer (2005) ha inoltre dimostrato come le donne siano molto più selettive rispetto agli uomini. La ragione potrebbe risiedere nella biologia evolutiva: le donne hanno a disposizione un numero limitato di ovuli per la riproduzione, mentre gli uomini non hanno questa limitazione.
Rispetto al momento in cui si sancisce l’unione tra i due partner, attualmente è stato dimostrato come le donne si sposino in media a 31 anni e gli uomini a 34. Tuttavia, uno studio scientifico di Glenn e al. (2010) ha messo in evidenza come i giovani sposi siano più soddisfatti di coloro che convolano a nozze in età matura e sembrano avere una relazione più serena ed equilibrata.

Dopo aver incontrato l’anima gemella per tenersela stretta è importante non sottovalutare i contatti fisici e le piccole tenerezze. Il team di Coan (2006) ha ad esempio dimostrato come il semplice tenersi per mano riduca la tensione motoria ed emotiva e favorisca il mantenimento della relazione a lungo. Anche la vicinanza affettiva, la comunicazione, il pronunciare parole tenere e l’evitare commenti negativi nei confronti del partner ha dei benefici sulla durata della relazione (Bartens, 2015).

 

Gli effetti benefici della relazione di coppia

Secondo alcuni cardiologi di Toronto (Tobe e al., 2007), l’amore ha il potere di abbassare la pressione arteriosa soprattutto a fronte di eventi esterni stressanti e questo può proteggere dall’insorgenza di infarti, ictus e altre patologie. Le relazioni di coppia, quando risultano soddisfacenti, consentono, dunque, di proteggersi maggiormente dalle malattie e generano un maggiore benessere personale. Invece la fine di una relazione o la morte del partner possono generare problemi di salute, anche nel caso in cui ci si risposi. È stato dimostrato come il matrimonio, la presenza di una buona rete sociale e attività lavorative gratificanti possano rendere più longevi.

Tuttavia, non è sufficiente avere una relazione di coppia, ma essa deve risultare soddisfacente e solo in questo caso si percepiscono gli effetti benefici. In particolare la felicità aumenta il rilascio di dopamina e ossitocina che costituiscono un antidoto nei confronti delle situazioni stressanti. Insomma l’amore consente di tollerare maggiormente le sofferenze e lo stress della vita e di ammalarsi più raramente.

 

L’infedeltà e la gelosia

Le relazioni di coppia possono essere messe alla prova da situazioni di infedeltà. Alcuni studi hanno cercato di individuare quali possano essere i fattori che predispongono a relazioni extraconiugali. In particolare uno studio su 107 coppie di coniugi ha individuato 3 fattori: alcuni tratti di personalità come il narcisismo o la bassa autostima, la presenza di conflitti nella relazione e le disparità di valore personale tra i membri della coppia (Buss e al., 1997).
È stato anche dimostrato come esistano delle differenze tra uomini e donne rispetto alla gelosia e al sospetto di infedeltà: in particolare, gli uomini temono e si irritano soprattutto per eventuali infedeltà sessuali, mentre le donne sono più gelose nei casi di infedeltà emotiva. Inoltre, non sono emerse delle differenze di genere in termini di probabilità di tradimento.

Per quanto concerne la gelosia è emerso come essa sia più elevata quando i partner si attribuiscono un diverso fascino e sembra inoltre diminuire quando i partner convivono o passano molto tempo assieme e il rivale è lontano. Inoltre, le donne tendono a irritarsi maggiormente con la rivale rispetto agli uomini.

 

Come salvare le relazioni di coppia

Il divorzio e l’interruzione della relazione di coppia risultano frequenti quando si instaura una situazione in cui la donna pretende mentre l’uomo si tira indietro e non è disposto ad andare incontro alla partner. Le coppie che invece riescono ad evitare il divorzio sono quelle in cui le donne non adottano toni di rimprovero nei confronti del partner mentre gli uomini non si mostrano aggressivi.

Schmitt a al. (2007) hanno messo in evidenza come per prevenire le rotture sia fondamentale comunicare e mostrarsi comprensivi. I litigi costruttivi consentono di portare avanti una relazione duratura. Emerge, inoltre, come si tollerino maggiormente le differenze reciproche se queste sono compensate da altrettanti pregi.
Le relazioni in pericolo risultano, invece, quelle in cui emergono disparità rispetto a quanto ciascuno investe nel rapporto e viene fatto continuamente un bilancio tra ciò che ciascuno dà e riceve dal partner.
Essere gelosi, controllare il partner, monopolizzare il suo tempo libero sono alcuni degli atteggiamenti che possono soffocare il partner e mettere a rischio la relazione di coppia.
Alcune strategie che possono invece mantenere a lungo una relazione di coppia sono: accettare che l’amore ripercorre diverse fasi e avere aspettative realistiche, non mettere continuamente in discussione l’amore per il partner, essere indulgenti nei confronti dei difetti altrui, conservare l’amicizia, ricercare gioie piccole e grandi, avere figli, avere una buona rete di amici e conoscenti, esserci l’uno per l’altra.

 

Le coppie che durano: conclusioni

Il libro si presenta di facile lettura e fornisce una serie di indicazioni e informazioni supportate dalla letteratura scientifica su come funzionano le relazioni di coppia, quali sono i fattori determinanti per un buon mantenimento della stessa e quali comportamenti possono invece indurre il divorzio o la fine della storia.

Veloce come il vento: la storia di Carlo Capone (2016) – Cinema & Psicologia

In poche parole, Matteo Rovere scrive un capolavoro. E la recensione potremmo chiuderla qui.

Ispirato liberamente alla vita di Carlo Capone: pilota di rally all’apice della gloria negli anni ‘80 e campione europeo nel 1984, noto per il suo carattere aggressivo e poco incline a seguire le indicazioni della scuderia, Capone ha concluso la carriera l’anno dopo ritirandosi improvvisamente dalle corse. Poco dopo il suo ritiro emergono notizie che parlano di una tossicodipendenza, di una figlia morta, di problemi con la moglie; comunque sia, al momento è all’interno di una struttura psichiatrica in Piemonte.

Nel film Carlo Capone diventa Loris, nei panni di Stefano Accorsi, che i più si ricorderanno per l’esordio al grande pubblico in Radiofreccia e importanti interpretazioni dirette da Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti e Saturno contro).

La trama

Protagonista indiscusso del film, all’inizio, diciamolo, non si fa volere bene per nulla. Compare vestendo perfettamente i panni dell’eroinomane anni ‘80, con tutti i crismi richiesti: vive in una roulotte con un cane e una ragazza anoressica, ex ballerina, anche lei dedita alle sostanze; non ha una stabilità, non ha un lavoro, non ha un’entrata economica. Si presenta ai fratelli Giulia e Nico dopo non essersi fatto vedere per dieci anni, in occasione della morte del padre, che ha avuto un infarto. Dopo un tentativo di appropriarsi della casa paterna con la forza, e dopo essere stato cacciato, inizia una convivenza forzata con i fratelli e con la fidanzata, dal nome forse non casuale (Annarella, cavallo di battaglia dei CCCP d’epoca). Se prima dava fastidio, adesso fa proprio arrabbiare. Si impossessa degli spazi del fratellino, usa sostanze in casa, cerca continuamente soldi. E fin qui, la parte del tossico la fa benissimo.

Poi c’è la sorella Giulia, 17 anni, pilota, capelli mezzi neri e mezzi blu, da sempre allenata dal papà che appunto muore di infarto durante una sua gara. La mamma è scappata più di una volta, lasciando i ragazzi con il padre, e Giulia ha imparato presto a badare a se stessa e al fratellino. Loris, fino a quel momento, non si era fatto vedere più di tanto. Visto il pericolo che il fratello maggiore rappresenta in casa per il piccolo Nico, Giulia cerca di allontanarlo in tutti i modi, ma alla fine è costretta a tenerlo con loro per vincoli legali. E inizia la conoscenza forzata con il fratello maggiore, quello inaffidabile, il tossico, il fuori di testa. Un po’ per convenienza e un po’ per disperazione, Giulia arriva a chiedere a Loris, ex campione di GT, di allenarla per vincere il campionato. E sotto questa stella abbiamo modo di vedere l’aspetto più bello del film. Perché oltre a essere il tossico, Loris diventa quello esperto, quello che osa ma che sa a che punto fermarsi, che le insegna come vincere in pista: [blockquote style=”1″]Tu pensi troppo. Libera la mente da tutti i problemi, l’unico pensiero deve essere: anticipo la prossima curva, quando ancora non la vedo![/blockquote]

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

La parte più bella del film non è, come sembrerebbe, il rapporto tra fratelli e la riscoperta della famiglia. Forse la parte migliore del film è la ridefinizione di Loris, che passa dall’essere un tossicodipendente opportunista a mostrare vicinanza e bene vero, anche quando non gliene viene data la possibilità. Pronto a pensare che comunque la gente gli volterà sempre le spalle, quando vede che Giulia fa di loro due una squadra recupera impegno e dedizione e diventa una spalla sicura su cui appoggiarsi. Chi l’avrebbe mai detto. Consapevole della sua condizione (“guarda che di disperati veri ne siam rimasti in pochi”) non cerca mai un riscatto, non cavalca il tema della grande rivalsa dell’escluso, ma semplicemente si impegna in un patto con la sorella, si spende e la fine conviene che non la diciamo.

 

Conclusioni

Un film molto toccante e molto genuino (complice un accento bolognese meravigliosamente ai limiti della credibilità), dove si vede chiaramente come la costanza e la precisione (di Giulia) spesso non bastino senza una componente di rischio e di passione che portano davvero ad azzardare un poco di più. Quel poco che serve per vincere. Perché alla fine

[blockquote style=”1″]se hai tutto sotto controllo vuol dire che non stai andando abbastanza veloce.[/blockquote]

Fallimenti terapeutici: pazienti incurabili e inguaribili e quelle volte in cui la psicoterapia non ha funzionato

Credo che tutti noi abbiamo alcuni pazienti cui, per dirla eufemisticamente, la terapia non ha giovato e, per dirla invece chiaramente, sono stati dei fallimenti terapeutici.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE (RUBRICA) – LEGGI L’INTRODUZIONE

 

Credo che tutti noi abbiamo alcuni pazienti cui, per dirla eufemisticamente, la psicoterapia non ha giovato e, per dirla invece chiaramente, sono stati un nostro fallimento. Chi di voi sta per dire che ciò non lo riguarda corra prima ad aprire la finestra in modo che il naso non trovi ostacoli all’allungamento. Personalmente penso a volte che per me questa sia la norma e cioè che non ci sia nessuno che ottenga una guarigione grazie al mio lavoro. Ritenendo da buon popperiano che proprio da questi casi potrei ricavarne un miglioramento del mio operare ne ho fatto un elenco che  sta al primo punto dell’ordine del giorno della mia agenda di progetti da realizzare sotto il nome di ‘Progetto: capirci qualcosa‘.

Ne traggono gran beneficio i progetti successivi nell’ordine del giorno perché il solo sfogliare quell’elenco di nomi mi provoca irritazione e ad ogni nome associo commenti del tipo: ‘Resistenze insuperabili‘, ‘Era uno stronzo‘, ‘Non voleva guarire‘, ‘Gli facevano troppo comodo i vantaggi secondari‘, ‘Troppo scemo‘.

Se con la luce del sole riesco a contenere i fantasmi di tali fallimenti terapeutici, di notte si ripresentano suggerendomi un cambio professionale che solo la mia totale incompetenza in tutto e quindi incollocabilità sul mercato del lavoro, unita al fatto che tengo famiglia, mi fa escludere. Credo però che dirselo, almeno tra noi, potrebbe essere utile e smettere di credere che le cose vadano veramente come nei brevi esempi clinici che troviamo e scriviamo sui libri in cui tutto si risolve perfettamente e in poco tempo.

 

Fallimenti terapeutici: riconoscere il problema

Il primo passo è proprio riconoscere il problema. Immagino un gruppo di auto aiuto di terapisti anonimi in cui ci si presenti  dicendo ‘Mi chiamo Roberto Lorenzini sono un terapista pippone che non riesce a smettere, solo i pazienti che si suicidano non droppano almeno da non considerare tale il gesto definitivo‘. Come contributo al gruppo di auto aiuto tento alcune riflessioni sul tema fallimenti terapeutici. Intanto va distinta incurabilità da inguaribilità.

La prima non appartiene al paziente ma parla della relazione di un paziente con uno specifico terapeuta che adotta specifiche terapie: quindi il problema è nell’incontro tra queste cose e non riferibile a nessuna di esse singolarmente.

L’inguaribilità invece è riferita esclusivamente al paziente e alla sua patologia ed esiste in ogni campo della medicina, tant’è che l’abitudine a morire non è stata mai abbandonata. Come contributo per il gruppo di autoaiuto faccio alcune riflessioni sulla categoria degli incurabili suddividendola a sua volta in due gruppi.

 

Il ruolo dei temi irrisolti del terapeuta

Quella degli incurabili non dalla psicoterapia cognitiva ma da Roberto Lorenzini che indicano un problema, non nella terapia cognitiva ma in me stesso. Non vi tedio con le categorie di pazienti a me intollerabili perché sarebbe rivelare i mie temi irrisolti e a me imbarazza e a voi non ve ne frega niente. L’importante è il concetto generale ovvero che i pazienti che ci sono intollerabili ci segnalano un nostro problema perché si dibattono in una trappola che imprigiona anche noi e non possiamo aiutarli o ne sono brillantemente usciti e li invidiamo.

Ognuno avrà i propri fallimenti terapeutici e dunque i propri pazienti intrattabili a cui sarà meglio rinunciare a meno di non risolvere prima i propri nodi interiori. Ciò che posso consigliare ai colleghi del gruppo è molto banalmente di esserne consapevoli (vi invito dunque a identificarli) e di non prenderli in carico.

Prima di passare ad una categoria superiore di fallimenti che non riguarda il singolo terapeuta, cioè noi, ma un certo approccio terapeutico, nello specifico quello cognitivo, con ampie categorie di pazienti, è utile restare sui fallimenti terapeutici individuali per valutarne le conseguenze, i rischi e i pericoli ed evitare il terribile fenomeno del terapista imbizzarrito alle cui ferite su di sé e sul paziente, ho dovuto spesso tentare di porre rimedio. Così come ognuno di noi, dicevamo prima, ha avuto fallimenti terapeutici oppure ha una capacità straordinario di autoinganno, così a tutti sarà capitato di fronte ai racconti di un paziente sul suo precedente terapeuta di sentirsi indignati, vergognarsi della comune appartenenza e aver voglia di denunciare il collega. Tranquilli avete buone probabilità di essere descritti allo stesso modo al prossimo terapeuta.

Come è possibile che un terapeuta diventi ostile verso il suo paziente e seppur non deliberatamente finisca per danneggiarlo? E’ importante capirlo ed esserne consapevoli perché può capitare a tutti  anche con pazienti che non appartengono alle categorie dei personalmente  intollerabili di cui sopra ed anzi a volte si tratta di pazienti su cui ci siamo spesi entusiasticamente e di cui, poi, commissioniamo la bamboletta con la faccetta copiata dal profilo face-book alla sarta di fronte allo studio per usarla come porta spilloni, nel periodo immediatamente precedente al drop out che in questo caso si configura come legittima difesa.

Ragioniamo su cosa trasforma l’amorevole curatore d’anime nella bestia dell’Apocalisse. Chi fa il nostro lavoro presenta le più svariate tare psicopatologiche ma una tende ad accomunarci, ed è una ipertrofia del sistema dell’accudimento. Su di essa costruiamo la nostra professione e la nostra stessa identità. Un paziente che non migliora nonostante i nostri sforzi invalida la nostra identità. Ci troviamo nella stessa situazione di una madre che non riesce a trovare il modo di far cessare il pianto disperato del suo bambino. Ha dato tutto, è stremata ma non basta. Il suo pianto inconsolabile è un affronto al suo ruolo. Il cassonetto diventa un rischio reale. Oppure, meno drammaticamente, siamo come la donna convinta di avercela solo lei che si concede benevolmente e viene rifiutata. Chi le ha fatto tale affronto sarà suo nemico per sempre.

Per fortuna i pazienti non entrano nei cassonetti ma li possiamo colpire in altro modo colpevolizzandoli per il mancato successo e con mille piccoli dispetti che proprio la conoscenza della loro psiche ci permette di fare in punta di fioretto. Naturalmente questa inconsapevole reazione iatrogena ai fallimenti terapeutici è tanto maggiore quanto più la professione di curante (non riguarda infatti solo gli psicoterapeuti) è una vera e propria vocazione, vissuta come una missione che da senso alla vita.  Coloro che lo fanno come un lavoro qualsiasi non sono pericolosi. Ad esempio solo gli infermieri che volevano alleviare il dolore del mondo rischiano di evolvere verso angeli della morte. Non certo chi si è trovato a farlo perché era l’unico lavoro accessibile.

Lasciamo i singoli, le nostre personali meschinità, i cassonetti, le dame rifiutate e gli infermieri serial killer per occuparci di questioni più generali.

 

Fallimenti terapeutici e terapia cognitiva

L’aspetto più interessante su cui ragionare in tema di fallimenti terapeutici e che può spingerci a nuove riflessioni teoriche e all’apprendimento di nuove tecniche è quello dei pazienti, motivati, che condividono e comprendono perfettamente il lavoro terapeutico ma continuano a soffrire. Essi non sono intolleranti al terapeuta ma scalfiti solo superficialmente dalla terapia cognitiva. E’ come se la neocorteccia ci seguisse con passione sempre pronta a darci ragione, ma amigdale, il resto del cervello e tutto il corpo continuasse con i vecchi modi di funzionare. Il mio vissuto è di non avere più armi. Non io personalmente ma proprio il modello generale e la prassi che conosco. Questo non vuol dire che il modello e la prassi siano sbagliate ma solo che non si adattano a tutti.

Mi sembra che molte prassi terapeutiche della cosiddetta terza ondata ed in particolare l’EMDR , il modello di Porges e il modello di Pankseep indichino  strade di accesso al cambiamento del SNC che partendo dal corpo e dalle emozioni efficaci nei non responder alla TCC classica. Quello che resta fondamentale per il cambiamento, e che è stato il cavallo di battaglia vincente del comportamentismo e del cognitivismo, è l’esposizione, solo che non sarà l’esposizione a nuove idee ma alle emozioni o, addirittura a sensazioni corporee. Faccio solo marginalmente notare che cambiare attraverso l’esposizione alle esperienze è il normale modo in cui gli esseri umani cambiano nel tempo modellati dalle esperienze che vivono.

I modelli cognitivisti del funzionamento normale e patologico non vanno affatto rigettati. Descrivono acutamente il funzionamento a livello della corteccia e della consapevolezza (a mio avviso meglio delle altre modellizazioni in campo psicoterapeutico) ma questa galleggia su un mare di circuiti più arcaici che producono emozioni e sensazioni che, proprio perché fondamentali per la sopravvivenza e premiati dall’evoluzione, pur in interscambio con essa, non ne sono del tutto controllati e mantengono una certa autonomia soprattutto in situazioni di minaccia.

Compito ambizioso (un po’ come il ‘Progetto per una psicologia scientifica‘ di Freud) potrebbe essere quello di tentare una modellizzazione unitaria guidati dai neuroscienziati cercando di mappare tutto il SNC e le sue interconnessioni. A ciò seguirebbe l’elaborazione di una terapia senza più aggettivi qualificativi che includerebbe psicoterapia, fisioterapia, farmacoterapia, interventi sociali e riabilitativi e che si differenzierebbe non in partenza ma nell’incontro con il singolo paziente su cui calibrare il linguaggio più adeguato per parlare con il suo SNC.

Questo è un compito il cui fascino è superato solo dalla sua difficoltà e lo lascio volentieri ai colleghi giovani dotati di strumenti concreti e concettuali per me inimmaginabili.

Nel frattempo però nella pratica clinica che facciamo? Credo che dobbiamo assumere una prospettiva pragmatica e utilizzare ciò che funziona. Si pensi che la teoria quantistica che è alla base di tutti gli strumenti tecnologici più sofisticati inventati negli ultimi 80 anni ha delle incongruenze teoriche tuttora irrisolvibili.  Intendo dire che ogni terapeuta può associare alla conoscenza della TCC la dimestichezza con alcune di queste tecniche scegliendo quelle che più si confanno al proprio modo si essere. Poi di fronte ad ogni paziente ed alla formulazione del suo funzionamento in termini classici cercherà di raggiungere gli obiettivi fissati utilizzando il linguaggio che quel particolare individuo è in grado di capire.

Ad oggi non esiste un test che ci dica cosa sia più efficace per ciascuno (ma non è detto che non si potrebbe elaborare) e considerato che un intervento a 360° sarebbe troppo complesso, costoso e di difficile formazione per un operatore in grado di attuarlo, credo che si possa procedere, più umilmente per tentativi ed errori.

Personalmente, ma solo per mie caratteristiche, tenderei a procedere in modo top down (modo raffinato per dire dall’alto in basso) partendo dagli interventi più cognitivi e corticali per scendere verso la base cerebrale e il corpo. Credo però che altri potrebbero procedere assolutamente all’inverso. Unica raccomandazione in caso di fallimenti terapeutici in vista: non insistere su strategie inefficaci e soprattutto non colpevolizzare il paziente con concetti come ‘resistenze’ e non considerare l’invio o l’appalto ad altri di pezzi della terapia come un insuccesso.

 

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Psicologo nella Scuola. Esperienze di consulenza scolastica all’interno di un C.I.C. (2015) – Recensione

L’esperienza raccontata dal libro si è svolta all’interno dei Centri di Informazione e Consulenza (C.I.C.), regolati dalla legge 162 del 1990. L’apertura di un Centro di Ascolto ha permesso di ricavare uno spazio in un’aula della scuola, in cui per tre ore settimanali è presente lo psicologo, a disposizione di chiunque chieda un colloquio. Al Centro possono accedere tutti i protagonisti della scuola: studenti, insegnanti, genitori, collaboratori scolastici, dipendenti scolastici.

 

Chi è lo psicologo scolastico?

La figura dello psicologo scolastico in Italia non è definita da una norma che ne veda l’inserimento “stabile” nella struttura; in sostanza si lascia alle scuole l’autonoma iniziativa d’avvalersi o meno di un servizio psicologico. L’Italia è rimasta il solo Paese europeo a non avere veri e propri psicologi scolastici.

Questo libro, rivolto a giovani psicologi e in parte anche ad insegnanti e genitori, si propone di riassumere venti anni di esperienza nella scuola superiore; si articola in due parti: la prima parte affronta gli aspetti teorici che riguardano le norme che regolano la presenza a scuola dello psicologo, e il suo ruolo secondo l’approccio cognitivo-costruttivista; la seconda parte racconta l’esperienza sul campo (il centro di ascolto, il progetto accoglienza, i sondaggi).

 

Le competenze richieste allo psicologo scolastico

Per lavorare a scuola, è utile poter contare su una serie di competenze, di cui alcune personali e altre professionali. Tra le competenze personali elencherei la personale sensibilità e predisposizione verso questo specifico periodo evolutivo (l’adolescenza) insieme ai temi che lo caratterizzano. Sul piano professionale aiuta sicuramente una preparazione clinica fatta attraverso un percorso personale o una specializzazione psicoterapica.

Avere anche un minimo di competenze sul funzionamento dei gruppi è un altro elemento favorevole. La quotidianità scolastica è caratterizzata dalle vicende di gruppo, dal gruppo classe, al collegio dei docenti e conoscere le dinamiche di gruppo può favorire letture e interventi adeguati. I ragazzi che frequentano la scuola superiore prima che studenti sono adolescenti. Lo psicologo lavora per favorire la comunicazione tra i protagonisti della scuola, per migliorare la reciprocità, ma il servizio è soprattutto un punto di riferimento per l’adolescente, uno spazio protetto a cui rivolgersi per qualsiasi motivo perciò buona parte del lavoro è rivolto a loro, al loro rapporto con i compagni, con gli insegnanti, con i genitori.

 

L’esperienza nei Centri di Informazione e Consulenza (C.I.C.)

L’esperienza raccontata dal libro si è svolta all’interno dei Centri di Informazione e Consulenza (C.I.C.), regolati dalla legge 162 del 1990. L’apertura di un Centro di Ascolto ha permesso di ricavare uno spazio in un’aula della scuola, in cui per tre ore settimanali è presente lo psicologo, a disposizione di chiunque chieda un colloquio. Al Centro possono accedere tutti i protagonisti della scuola: studenti, insegnanti, genitori, collaboratori scolastici, dipendenti scolastici.

Si ha un primo colloquio in cui viene valutata la richiesta. Se il problema può essere affrontato a scuola, lo studente viene seguito per un numero limitato di colloqui, altrimenti si rimanda alle strutture presenti nel territorio (consultori, centri adolescenti, ecc.). I Progetti Accoglienza prevedono un percorso di accompagnamento degli studenti del primo anno della scuola superiore, realizzato attraverso un gruppo di coetanei degli anni successivi, preventivamente formati a questo scopo. A partire dal primo giorno di scuola e per alcuni giorni i primini vengono accolti in classe dai compagni più grandi che li stimolano e li sostengono nella conoscenza reciproca e nella costruzione del gruppo classe attraverso una serie di attività guidate, l’illustrazione delle novità della scuola superiore, la guida nel giro conoscitivo della scuola. L’abbassamento delle attivazioni emotive favorisce l’inizio della reciprocità e la costruzione del senso di appartenenza al nuovo gruppo. Si realizza così un modulo di prevenzione primaria che si basa sullo stare bene a scuola e consente di uscire dalla logica dell’emergenza che genera interventi solo di fronte a problematiche conclamate.

Il Progetto Accoglienza prevede infatti due fasi: una fase di formazione degli studenti che ricopriranno la funzione di tutor e una fase di accoglienza. C’è un tema in particolare che accomuna molti insegnanti ed è l’insofferenza verso il modo in cui gli studenti affrontano i loro doveri scolastici, secondo loro lo fanno in maniera superficiale, immatura, insufficiente. Difficilmente uno studente viene al Centro di Ascolto per parlare delle sue assenze, perciò è stato somministrato un breve questionario, che potesse fornire qualche informazione in più sulla forma e sulle motivazioni che queste assenze assumono. Il questionario è costituito da 12 domande. È stato somministrato qualche anno fa su un campione di 30 classi su 38 dell’istituto, per un totale di 593 studenti di cui 300 femmine e 293 maschi. I risultati dei sondaggi sono nelle due appendici del libro.

L’educazione competenziale: come rendere le potenzialità individuali delle risorse

Ogni individuo possiede delle potenzialità. Il compito dell’educazione deve essere quello di coltivare le potenzialità individuali per farle divenire risorse e sono alla base delle competenze.

Abstract

Il fine che l’educazione deve avere nella nostra società è quello di dotare le nuove generazioni di strumenti utili per governare la propria vita, per rapportarsi con l’alterità, per orientarsi nel futuro, per vivere serenamente la propria adultità. L’adultità contemporanea ha il suo nucleo paradigmatico nell’instabilità e nella provvisorietà. In virtù di questo, l’educazione deve essere ripensata, ovvero avere come scopo prioritario lo sviluppo delle competenze legate al “saper fare” in ambito relazionale, decisionale e diagnostico.

Il costrutto di educazione

Per educazione possiamo intendere [blockquote style=”1″]l’insieme degli interventi volti a formare la personalità intellettuale e morale di un individuo[/blockquote] (A.A. V.V., 1993, pag 615).

Il fine che l’educazione deve avere nella nostra società è quello di dotare le nuove generazioni di strumenti utili per governare la propria vita, per rapportarsi con l’alterità, per orientarsi nel futuro, per vivere serenamente la propria adultità (Batini, 2013).
L’adultità contemporanea ha il suo nucleo paradigmatico nell’instabilità e nella provvisorietà. Infatti, in accordo con Cunti (1995), citato in Schettini (2005, pag. 7), [blockquote style=”1″][…] Essere adulti oggi significa soprattutto convivere con l’instabilità e con la provvisorietà, essere disposti a gestire il nuovo e l’incerto, a controllare la pluralità e il cambiamento. Questa condizione, per molti versi scoraggiante, presenta tuttavia un enorme vantaggio: la possibilità di vivere la propria esistenza non solo secondo modalità più duttili ma nella qualità di protagonista del proprio vivere.[/blockquote]

Il binomio educazione – istruzione

L’educazione è sempre stata appannaggio di due istituzioni sociali, storicamente e culturalmente orientate, ovvero la famiglia e la scuola.
Nei contesti scolastici si è considerata l’educazione sinonimo di istruzione e, in virtù di ciò, i docenti hanno avuto il compito prioritario di trasmettere alle nuove generazioni, organizzate in raggruppamenti omogenei per età, i contenuti declinati in discipline. L’obiettivo principale di tale paradigma trasmissivo è stato quello di fornire ai futuri adulti, attraverso il sapere veicolato, gli artefatti essenziali per la navigazione nella loro quotidianità. Questa ideologia per essere epistemologicamente euristica deve fondarsi sulla staticità sociale, lavorativa e culturale.
In altre parole, questa educazione – istruzione fornisce uno strumentario che si rivela obsoleto e inservibile in una società che nella mutevolezza e precarietà ha i suoi archetipi (Batini, op. cit.).

Le competenze

Alla luce di queste considerazioni, l’educazione, come finalità principale delle istituzioni scolastiche, deve essere ripensata, ovvero avere come scopo prioritario lo sviluppo delle competenze. Il costrutto di competenza ha più declinazioni. Per Barnett (1994) e Kirschner (1997), citati in Batini (op. cit., pag. 27), per competenza [blockquote style=”1″][…] si intende la capacità di assumere decisioni e di saper agire e reagire in modo soddisfacente in situazioni contestualizzate e specifiche, prevedibili o meno […]. [/blockquote] Secondo Batini (op. cit., pag. 31)[blockquote style=”1″] […] le competenze possono essere considerate come un insieme integrato di conoscenze (knowledge), abilità (skill), qualità umane (habits) […] la competenza è il patrimonio complessivo di risorse di un individuo nel momento in cui egli affronta una prestazione lavorativa oppure il proprio percorso professionale o la risoluzione di un problema, di una situazione, lo svolgimento di un compito nella sua vita quotidiana […].[/blockquote]

L’educazione competenziale

Ogni individuo possiede delle potenzialità. Il compito dell’educazione, in ultima analisi, deve essere quello di coltivare le potenzialità individuali per farle divenire risorse e sono alla base delle competenze.
Le competenze possono essere ascrivibili a tre domini:
– relazionale,
– decisionale,
– diagnostico.

Le competenze relazionali sono assimilabili alle seguenti attività:
– saper comunicare,
– saper interagire,
– saper lavorare in gruppo,
– sapersi confrontare nei contesti multiculturali odierni (Batini, op. cit., pag. 35).

Le competenze decisionali si possono compendiare nel:
– saper risolvere i problemi,
– saper valutare,
– saper decidere,
– saper effettuare delle scelte (Batini, op. cit., pag. 35).

Le competenze diagnostiche sono rapportabili ai seguenti “saper fare”:
– saper analizzare,
– saper controllare più variabili,
– saper reperire e trattare più informazioni,
– saper valutare una situazione in corso d’opera (Batini, op. cit., pag. 36).

L’educazione, quindi, deve avere come finalità epistemologica la formazione di una persona che sappia comunicare e relazionarsi con l’alterità in ogni contesto (personale e lavorativo), sia in grado di risolvere i problemi piccoli o grandi che la vita presenta, affronti con responsabilità le scelte ed abbia l’attitudine alla riflessione, quale monitoraggio costante del proprio agire.

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