expand_lessAPRI WIDGET

Genogramma di carriera: analisi del rapporto tra dinamiche familiari e percorso professionale

L’uso e l’ utilità del genogramma in ambito clinico sono ampiamente documentati ma non tutti conoscono in modo approfondito il valore del genogramma di carriera nell’ambito del processo di orientamento professionale.

 

Il genogramma è uno strumento introdotto nel repertorio dello psicologo nel 1980 da Murray Bowen. Si tratta di un diagramma che organizza le informazioni sul ciclo vitale del nucleo circa i legami, gli eventi, e le separazioni della famiglia attraverso due o tre generazioni (Mc Goldrick, Gerson, 1985). Il suo uso e la sua utilità in ambito clinico sono ampiamente documentati ma non tutti conoscono in modo approfondito il valore che esso assume durante il processo d’orientamento professionale.

 

 

Il genogramma di carriera

Il genogramma di carriera è una procedura di valutazione qualitativa utilizzata nella fase di raccolta dati dell’orientamento professionale. Secondo Dagley (1984) il genogramma permette di inquadrare il cliente all’interno del suo retaggio culturale, psicologico ed economico e di effettuare dei nessi tra tali dinamiche e le problematiche del cliente. Esso consente, infatti, di analizzare sia la visione del mondo del cliente (definita da Fouad e Bingham come il quadro di riferimento attraverso il quale uno vive l’esperienza. È il fondamento di valori, atteggiamenti e relazioni) sia le sue risorse e gli ostacoli personali e ambientali.

Il genogramma di carriera permette di osservare i conflitti che possono prodursi tra l’ambito familiare e quello lavorativo e, dunque, danneggiare entrambi i ruoli implicati.

Si tratta, inoltre, di uno strumento d’elezione nell’orientamento con clienti appartenenti a minoranze culturali perché consente di approfondire il loro retaggio etnico e razziale e comprendere l’influenza che l’identità razziale può aver esercitato su quella lavorativa.

Un altro uso significativo del genogramma è quello relativo ai problemi coniugali legati a difficoltà lavorative. Nelle situazioni appena citate ci sarà un cambiamento nelle domande che il consulente dovrà porre, le quali saranno più specifiche e focalizzate sull’aspetto razziale, nel primo caso, e sulla relazione coniugale nel secondo.

 

 

Procedura di utilizzo del genogramma

Il genogramma si configura, quindi, come uno strumento profondamente versatile ed efficace con la maggior parte dei clienti con cui il consulente lavora.

La procedura prevede tre step principali:

  1. Nella prima fase si esplicita lo scopo della procedura, dicendo al cliente che il compito servirà per analizzare le dinamiche familiari a cui è stato esposto durante la sua vita, ma anche le barriere che possono aver influenzato il suo percorso ed i ruoli da lui assunti e gestiti. L’esplicitazione dello scopo consente al cliente di comprendere l’utilità del compito effettuato, stimolando anche un maggiore impegno;
  2. Nella seconda fase si istruisce il cliente sulla costruzione del diagramma spiegandogli quali simboli utilizzare e come organizzare le relazioni (nella figura è possibile osservare come il cliente deve rappresentare le informazioni graficamente);
  3. Nella terza fase avviene l’analisi del genogramma, durante la quale si esamina l’esperienza di vita del cliente all’interno della sua famiglia. Durante questa fase è possibile utilizzare delle domande generiche oppure altre più mirate che richiedono al cliente un approccio esplorativo. Per quanto concerne le prime è possibile chiederle/gli ‘Come descriverebbe la famiglia nella quale è cresciuto?‘ oppure ‘Che rapporti ci sono fra la sua famiglia e suo marito/ sua moglie?‘. Dagley (1984) propone delle domande che stimolerebbero, nel cliente, uno sforzo cognitivo attivo, come ‘Quali sono i valori dominanti della sua famiglia d’origine?‘ o ‘Quali regole d’interazione e barriere relazionali della famiglia si sono tramandate da una generazione all’altra?’. Con l’uso di queste domande si rende il cliente partecipe del lavoro d’interpretazione del genogramma e capace di guardare la sua situazione da differenti prospettive. Infine viene effettuato un resoconto in cui si riassumono i dati emersi e si usano le ipotesi provvisorie formatesi per la risoluzione della problematica del cliente.

Molta attenzione deve essere rivolta all’esecuzione del genogramma e, in particolare, alle espressioni del cliente, ai toni e alle parole utilizzate poiché tali dettagli potrebbero costituire degli indizi utili per l’approfondimento di aree significative della sua esperienza. Inoltre durante l’analisi è di fondamentale importanza notare la presenza (o l’assenza) di dettagli e particolari poiché, ad esempio, l’incapacità di ricordare la data di nascita dei genitori oppure, al contrario, la capacità di riportare alla memoria anche quella dei nonni o degli zii, potrebbe rivelare la necessità di eseguire un’indagine accurata del suo rapporto con queste figure.

 

Genogramma di carriera: analisi del rapporto tra dinamiche familiari e percorso professionale - ESEMPIO
Esempio di genogramma

 

 

Esempi di influenza genitoriale nella carriera

L’emblema dell’influenza genitoriale sulla carriera del cliente è costituito da quelle situazioni in cui quest’ultimo prosegue l’attività di famiglia, magari piegando le proprie aspirazioni alle richieste ambientali e, dunque, deformando la propria personalità in funzione di un fine comune.

Un altro caso che il consulente può incontrare in orientamento è quello in cui la cliente appartiene ad una famiglia in cui le donne non hanno mai intrapreso una carriera professionale.

In situazioni del genere risulta facile comprendere come le dinamiche familiari possono ostacolare la realizzazione professionale creando un conflitto profondo e dannoso sia per l’ambito familiare sia per quello professionale.

 

 

Genogramma di carriera e alleanza di lavoro

Sebbene l’uso del genogramma potrebbe essere vissuto, da alcuni clienti, come troppo invasivo, un ruolo fondamentale è ricoperto dalle competenze e dalle capacità comunicative dell’operatore che lo esegue. Infatti, se utilizzato in modo consapevole e professionale, il genogramma di carriera andrebbe addirittura a favorire lo sviluppo di quella particolare relazione tra cliente e consulente definita alleanza di lavoro, croce e delizia di ogni intervento psicologico, a cui la maggior parte delle persone attribuisce il merito dei risultati ottenuti.

In conclusione, mediante un’analisi delle tradizioni familiari, è possibile comprendere come alcuni tratti di personalità e determinate preferenze potrebbero risentire dell’influenza familiare, producendo vari effetti sulla gestione della carriera. Risulta, infatti, fondamentale l’uso di un approccio olistico che promuova una maggiore comprensione e consapevolezza di sé da parte del cliente in una prospettiva di empowerment.

Emergenza bullismo: lo psicologo deve intervenire a scuola

COMUNICATO STAMPA – SELLINI (AUPI):  EMERGENZA BULLISMO, LO PSICOLOGO DEVE INTERVENIRE A SCUOLA

 

L’associazione unitaria psicologi italiani commenta i dati diffusi in questi giorni dalla Federazione Italiana Società di Psicologia (Fisp)

ROMA 8 APRILE 2016 – A gennaio 2016 una ragazzina di 12 anni di Pordenone ha tentato di uccidersi lanciandosi dalla finestra di casa: Era ossessionata dai bulli che a scuola, quotidianamente, la prendevano in giro, invitandola ad ammazzarsi. Dopo qualche giorno abbiamo appreso della storia di un altro adolescente che si è sottoposto a una dieta che avrebbe potuto ucciderlo: voleva dimagrire a tutti i costi per non ascoltare più le parole dei compagni che ridevano per il suo peso. Poi c’è il caso di un bimbo di nove anni della provincia di Reggio Calabria: gli altri allievi gli gettavano lo zainetto nella spazzatura, gli sputavano addosso e lo picchiavano. La madre, disperata, ha deciso di denunciare la scuola per la mancata sorveglianza.

Esiste per gli psicologi una vera e propria emergenza bullismo che può essere contrastato a partire dall’intervento a scuola. “La figura dello psicologo all’interno dei contesti scolastici appare fondamentale, per individuare in maniera tempestiva i disagi prima che possano favorire lo sviluppo di sindromi psicologiche” dice Mario Sellini, segretario generale di AUPI, l’associazione unitaria degli psicologi italiani. Da Nord a Sud il rischio è altissimo. “Sarebbe necessaria la predisposizione di un programma di prevenzione del bullismo a scuola, attraverso la valutazione del disagio giovanile e dei fattori di rischio individuali, familiari e ambientali, che potrebbero generare comportamenti violenti. L’introduzione della figura dello psicologo nel contesto scolastico, potrebbe contribuire alla promozione delle risorse e delle potenzialità dei ragazzi in una fase delicata come quella dello sviluppo”.

In questi giorni è stato diffuso uno studio della Federazione Italiana Società di Psicologia (Fisp), presieduta da Vito Tummino e i dati raccolti vanno proprio in questa direzione. Per gli studiosi il contributo dello psicologo a scuola è un argomento da affrontare immediatamente, soprattutto in merito al bullismo. Secondo indagini Istat sui comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi, nel 2014, più del 50 per cento degli 11/17enni è stata vittima di un episodio offensivo, irrispettoso e/o violento da parte di coetanei. Gli atti violenti consistono in offese, parolacce e insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%) e in vere e proprie aggressioni fisiche (3,8%).

Tra i ragazzi che utilizzano il cellulare o internet il 5,9% denuncia di avere subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. E in questo caso, infatti, il fenomeno, reso possibile dalla diffusione delle nuove tecnologie fra i più giovani, prende il nome di “Cyber” bullismo. “Nei casi di bullismo – conclude Sellini – l’ambiente scolastico diviene il palcoscenico sul quale il bullo può mostrare tutta la sua aggressività a scapito dei compagni percepiti come più deboli. Mentre il soggetto vessato ha difficoltà a concentrarsi per l’ansia e per i traumi provati. I sintomi del malessere sono molteplici e diversi e possono causare problemi anche in futuro, con altre sintomatologie di natura psicologica. È opportuno intervenire e fermare questo fenomeno prima che sia troppo tardi”.

Il Desiderio nella Terapia Metacognitiva Interpersonale

Il desiderio ha la necessità di confrontarsi con il principio di realtà per trasformarsi in bisogno da soddisfare con modalità che tengano conto di ciò che è fattibile. Altrimenti, esigendo un riconoscimento assoluto cercherà di imporsi senza tener conto del rapporto con l’Altro, e della dimensione propria che è domanda di riconoscimento dell’Altro.

 

Dovremmo rendere conto di tutto quello che diciamo e scriviamo, parola per parola

Primo Levi

 

Uno dei bersagli terapeutici della terapia metacognitiva interpersonale è lo schema interpersonale, una struttura intrapsichica che organizza l’esperienza e il comportamento.

Lo schema è un ricordo generalizzato di come sono stati accolti i propri desideri nel passato, di quale grado di soddisfacimento hanno goduto e, nello stesso tempo, è un’aspettativa interiorizzata, una configurazione cognitivo-affettiva a carattere previsionale… che guida l’azione. (Dimaggio et al., 2013, pag. 15).

E’ espresso nei racconti del paziente con espressioni del tipo ‘Io desidero‘, ‘Io voglio’.

Questa struttura plasma i processi intersoggettivi e questi a loro volta, quando si ripetono, sono interiorizzati creando un ciclo interpersonale.

 

 

Il desiderio e gli schemi interpersonali

La struttura dello schema interpersonale parte dal desiderio del soggetto che si attiva in termini procedurali condizionali (se…allora…) segue la risposta dell’altro, la reazione del sé alla risposta dell’altro e la rappresentazione di sé in un processo circolare che può dare vita a schemi interpersonali patogeni.

Un esempio può chiarire meglio: desidero essere riconosciuta e amata così come vorrei (wish); se l’altro mi riconosce e mi ama così come desidero allora mi sento accudita e posso ritenere di aver trovato la persona con la quale vivere una relazione significativa e costruire un progetto di vita (se… allora…); l’altro non riesce a rispondere alle mie eccessive aspettative di accudimento (risposta dell’altro); avverto tristezza e senso di abbandono (reazione del sé alla risposta dell’altro); sono sbagliata, non amabile (rappresentazione del sé).

 

Intervento terapeutico: bisogna accogliere il desiderio del paziente?

L’intervento terapeutico ha come obiettivo, attraverso la rievocazione di memorie autobiografiche, di identificare gli elementi dell’esperienza soggettiva per ricostruire lo schema e arrivare a comprendere le ricorrenze del modo di relazionarsi che generano frustrazione e disagio. La promozione del cambiamento avviene attraverso la differenziazione e il lavoro sulle altre componenti della metacognizione al fine di costruire una visione più integrata del sé (Dimaggio et al., 2013).

Pur condividendo l’impostazione del modello epistemologico, occorre chiedersi se partire dal desiderio del paziente possa essere utile al cambiamento o piuttosto essere addirittura di ostacolo al processo terapeutico.

Vi è una sostanziale differenza, infatti, tra desiderio e bisogno.

Il desiderio rompe l’unità tra soggetto desiderante e oggetto desiderato e impone un dominio del desiderato mai appagato. Il desiderare si trasforma in una costrizione che impone una continua soddisfazione, mai pienamente realizzabile.

Molte ricerche (Lorenzini, Scarinci, 2013) hanno messo bene in evidenza come il benessere non sia vincolato alla soddisfazione dei desideri, ma piuttosto a una visione eudemonica in cui alcuni bisogni fondamentali siano appagati. Considerando i sistemi motivazionali interpersonali a base innata, e facendo riferimento all’esempio sopra esposto, la paziente non riuscirebbe mai a sentirsi paga in una relazione se continuasse ad aspettarsi di essere accudita esattamente come vorrebbe e quindi sarà necessario, parallelamente alla soddisfazione del suo bisogno, non del suo desiderio, che riesca a imparare a tollerare una qualche frustrazione.

Nella storia evolutiva di ogni individuo l’identità e quindi l’integrazione e la coerenza del sé nasce da esperienze in cui la tolleranza alla frustrazione è conditio sine qua non di un buon adattamento a ciò che ci propone la realtà, spesso matrigna e poco propensa a rispondere alle nostre attese.

L’Io desiderante, viceversa, ha una sua inconsistenza legata alla pretesa di possedere e dominare in una condizione umana di finitudine che impone limiti.

Alcune ricerche hanno evidenziato come spesso le immagini positive maladattive compaiono proprio quando è presente la ricerca di soddisfazione di un desiderio (May et al., 2004, 2010). Alcuni approcci non a caso considerano l’accettazione e il distanziamento (detached) come strumenti terapeutici d’elezione nel trattamento di vari disturbi.

Uno degli obiettivi del modello della Self-Regulatory Executive Function (S-REF), ad esempio, è proprio quello di ridurre la discrepanza tra stati del sé desiderati e attuali. In condizioni adattive, l’attività della S-REF ha durata limitata, ma il desiderio, perché inappagabile, può prolungarne l’attivazione dando origine alla sindrome cognitiva-attentiva (CAS). L’attenzione selettiva, il rimuginio, la ruminazione, la memoria selettiva costituiscono forme di pensiero ripetitivo e perseverante che unitamente a comportamenti autoregolatori maladattivi e strategie di coping disfunzionali generano disagio (Wells, 2012).

Pensare che solo se l’altro si sintonizzerà perfettamente sui miei desideri, potrò sentirmi sicura di non essere abbandonata equivale ad avviare un ciclo interpersonale disfunzionale che porterà prima o poi all’abbandono. In sostanza la discrepanza tra ciò che desidero e ciò che è porta a sperimentare una mancanza – quindi a desiderare – che attiva stati emotivi negativi intensi, oltre a credenze metacognitive maladattive che tendono a rafforzare la dipendenza dalla soddisfazione del desiderio, con conseguente peggioramento degli stati emotivi e un aumento della probabilità di riprodurre comportamenti disfunzionali a scopo autoregolatorio.

 

 

La trappola dei nostri desideri

Spesso non riusciamo a distanziarci dai nostri stati mentali, non li lasciamo andare e venire, ma restiamo intrappolati in essi, soprattutto quando vogliamo piegare la realtà ai nostri desideri. Non riusciamo a considerare i nostri stati interni come eventi, semplicemente pensieri o emozioni, piuttosto siamo propensi a combatterli o ad allontanarli, così facendo mantenendoli e rendendoli disfunzionali.

La mancanza dell’oggetto cui è rivolta l’appetizione spinge l’essere nel territorio delle possibilità, la cui realizzazione, però, non è mai né seriamente progettata né realmente attesa (Heidegger, 1927) perché quel ricordo generalizzato di come sono stati accolti i propri desideri nel passato, cui o non è stata data risposta o è stato sempre risposto (troppo di buono o troppo poco di buono), lascia una memoria di eterna insoddisfazione.

Il desiderio, infatti, come sostiene Freud (1899) è legato alle tracce mnestiche che riproducono fantasie di appagamento. La dimensione desiderante s’inscrive in una proiezione dell’avvenire che tende a evitare la frustrazione e a ottenere gratificazione.

Il desiderio ha la necessità di confrontarsi con il principio di realtà per trasformarsi in bisogno da soddisfare con modalità che tengano conto di ciò che è fattibile. Altrimenti, esigendo un riconoscimento assoluto cercherà di imporsi senza tener conto dell’Altro, e della dimensione propria che è domanda di riconoscimento dell’Altro.

Quando il bambino piange perché desideroso di ricevere cibo, la madre interpreta la sua domanda e risponde al bisogno di essere sentito, compreso e riconosciuto, di essere accudito e questa relazione tra sé e altro costituisce la dimensione interpersonale della coscienza (Liotti, 1994).

La categoria che discrimina tra desiderio e bisogno è la necessità, ma ciò di cui necessita l’uomo e di cui non può fare a meno è la relazione che dà senso e significato. Infatti, la condizione essenziale dell’esistere, presuppone che siano soddisfatti i bisogni primari, altrimenti non vi sarebbe esistenza (Montefoschi, 1977). Il bisogno si crea perciò all’interno di un rapporto possibile d’intersoggettività che propone una condizione di libertà nel cogliere le possibilità che le situazioni concrete mettono a disposizione per la sua soddisfazione.

E’ necessario che il paziente riesca a distinguere, quindi, il desiderio dal bisogno e i bisogni indotti (falsi bisogni) dai bisogni che riguardano l’essere, quelli di autorealizzazione, distinguendoli da quelli dell’avere, possesso, avidità, potere, affermazione (Fromm, 1976) che possono manifestarsi in forme e contesti diversi.

D’altra parte assistiamo a un forte incremento della prevalenza dei disturbi di personalità che vengono diagnosticati nella sezione terza del DSM5 (2013) in termini di funzionamento della personalità al livello del Sé, (identità, autodirezionalità) e al livello interpersonale (empatia e intimità) e relativamente a tratti patologici su 5 domini (Affettività negativa vs Stabilità Emotiva; Disinibizione vs Coscienziosità; Psicoticismo vs Lucidità mentale; Distacco vs Estroversione; Antagonismo vs Disponibilità) che danno vita a 25 tratti o dimensioni.

Rispetto a queste dimensioni non possiamo tacere l’influenza che la cultura dominante esercita, una cultura liquida che rivendica la piena libertà di appagare desideri. La personalità di base definita come costellazione delle caratteristiche congeniali con la gamma totale delle istituzioni di una cultura si costruisce all’interno di un universo simbolico segnato da relazioni Io-Oggetto in cui è difficile incontrare l’Altro.

Basterebbe elencare alcuni criteri diagnostici dei disturbi di personalità (sfruttamento interpersonale, cioè, si approfitta degli altri per i propri scopi; manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri; è a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione; un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi d’iper-idealizzazione e svalutazione; disonestà, come indicato dal mentire, usare falsi nomi, o truffare gli altri ripetutamente, per profitto o per piacere personale; eccessiva dedizione al lavoro e alla produttività, fino all’esclusione delle attività di svago e delle amicizie…) per rendersi conto che l’incremento della loro prevalenza ha radici fondate nel regno seducente dell’effimero che produce desiderio e una piena libertà individuale di ricerca del piacere. Ogni forma di legame è spezzata e negativa, frammentazione e dispersione punteggiano identità precarie e fluttuanti (Bauman, 2006; 2007).

L’abito che indossa l’uomo moderno si è trasformato: da pellegrino in cammino insieme con gli altri verso una meta a turista che consuma velocemente il mondo attraente, fino a divenire vagabondo costretto continuamente a lasciare il proprio mondo inospitale.

Un modello terapeutico, peraltro molto apprezzato e le cui procedure affinate nel tempo sono accurate e rigorose, che pone grande attenzione alla cura della relazione terapeutica, ritenuta a ragione un asse portante del trattamento dei disturbi di personalità, crediamo non possa non tenere in considerazione queste notazioni che potrebbero portare maggiore chiarezza e un’evoluzione, anche se minimale, del modello.

Il rispetto dell’etica e della morale in ambito manageriale nella società moderna

Etica aziendale e manageriale: i disastrosi eventi legati al tracollo delle economie globali e i gravissimi scandali finanziari che hanno caratterizzato l’inizio del nuovo millennio ci indicano che, in futuro, chi guiderà le imprese dovrà saperle dirigere non solo in modo efficace ed efficiente, ma anche e soprattutto in modo etico. Le errate scelte strategiche, dettate dal solo obiettivo di ottenere il maggior profitto possibile, hanno evidenziato che sarà necessario concentrarsi con sempre maggiore forza sulla necessità di regole etiche nella conduzione del business.

 

L’etica negli affari e nelle professioni

All’inizio degli anni Settanta, negli Stati Uniti, si sviluppò un dibattito che aveva come oggetto l’etica applicata: si cominciò, cioè, a discutere di etica degli affari e di etica delle professioni con l’intento di applicare i principi etici generali a situazioni concrete.
Il termine etica, che deriva dal greco antico ἔθος (èthos), cioè “comportamento”, “costume”,”consuetudine”, fu introdotto da Aristotele per designare le sue trattazioni di filosofia della pratica ed indica quella parte della filosofia che si occupa del comportamento umano. Partendo dalla concezione platonica per cui il Bene è ciò che viene perseguito da ogni persona, Aristotele cercò di mettere a punto una definizione della relazione tra il Bene Assoluto ed il Bene per l’uomo, cercando di rispondere alla domanda: che cos’è il Bene?

 

L’etica secondo Aristotele

Per Aristotele l’animo dell’uomo ha in sé due componenti, una irrazionale, che egli definisce “desiderio” ed una razionale dalla quale prendono forma le virtù dell’uomo, la saggezza e la sapienza. L’uomo è chiamato a realizzare se stesso, agendo secondo virtù nella ricerca della felicità, vero Bene dell’uomo. Agire secondo saggezza, illuminati dalla razionalità è, secondo Aristotele, condizione necessaria per arrivare a condurre una vita moralmente giusta e tendente alla felicità.

Aristotele è il primo ad avere indagato in maniera dettagliata la filosofia etica e i capisaldi della sua analisi filosofica rappresenteranno la base di tutto il pensiero etico successivo; parlare di etica significa infatti rifarsi ad un lungo ed impegnativo dibattito sulla giustizia delle azioni e allo studio su cosa sia bene e cosa sia male. Il dibattito è certamente lungo, ma il tema è assolutamente attuale: quanto gli scandali finanziari che hanno caratterizzato l’inizio di questo XXI secolo sono legati alle cattive pratiche ed ai comportamenti gestionali non etici adottati dalle posizioni manageriali?

 

L’etica in ambito manageriale

Come insieme di individui orientati al raggiungimento di obiettivi comuni, ogni azienda ha in sé un’etica che è il risultato dell’insieme dei comportamenti degli individui che la compongono e l’unico soggetto in grado di rendere l’etica un fattore di valore per l’azienda è l’uomo.
E’ importante tenere in considerazione le questioni di natura etica all’interno della visione strategica d’impresa; in altre parole, ciascuna azienda, nell’atto di prendere decisioni, deve considerare la propria responsabilità sociale. In letteratura la responsabilità sociale d’impresa è definita in vari modi, ma in generale, è considerata come quell’insieme “di pratiche d’impresa finalizzate ad avere un impatto positivo sulla società e non solo sulle finanze dell’impresa stessa” (Institute for Global Ethics).

Il management di un’azienda non può non avere un comportamento etico e responsabile. Etica per il manager vorrà dire rispetto della morale, dei principi di giustizia ed onestà, della qualità della vita nei confronti di tutti gli interlocutori dell’azienda. Chi guida un’impresa non può ignorare l’etica, ma anche la stessa responsabilità sociale che ne deriva; il manager che dimostra di avere un alto senso dell’etica ispirerà i suoi collaboratori a comportarsi nella stessa maniera ed attrarrà, a sua volta, persone che condividono gli stessi valori. Rispettare l’etica in ambito aziendale significa avere un rapporto corretto e trasparente con i collaboratori, i superiori, i colleghi, i clienti ed i fornitori.

Gli ultimi anni sono stati costellati da numerosi esempi di managers corrotti ed avidi, che hanno barattato etica e funzione sociale per meri fini commerciali, concentrati più sulla costruzione di imperi personali piuttosto che sul successo dell’impresa: tutto ciò impone una riflessione sull’ urgenza etica e sulla corretta gestione del potere e del governo d’impresa. Secondo la filosofia aristotelica, gli individui dovrebbero essere orgogliosi delle proprie azioni ed è difficile esserlo se queste sono usate per sfruttare o opprimere gli altri; analogamente un buon manager non dovrebbe rinunciare ad agire in maniera etica.

Una scarsa attenzione all’etica, infatti, renderebbe la figura del manager non credibile, visto che sarebbe quanto mai debole: come si possono mantenere rapporti corretti e leali con i collaboratori e con la clientela senza avere il dovuto rispetto nei loro confronti con una condotta ineccepibile? Come si possono mantenere rapporti onesti con i soci se si agisce con l’intenzione di ingannarli, per esempio inserendo nei bilanci informazioni non rispondenti al vero, solo per conseguire un ingiusto profitto personale?

Disturbo da Accumulo: Vietati gli sprechi!

Chi soffre di disturbo da accumulo evita di parlarne e talvolta si isola socialmente, impedendo a persone estranee o addirittura ai familiari stretti di entrare in casa o nei luoghi in cui appaiono evidenti le conseguenze dell’accumulo.

Ivana Bernardotti – OPEN SCHOOL Psicoterapia Clinica e Ricerca

 

Introduzione

Quando pensiamo al Distrurbo da Accumulo ci vengono facilmente in mente persone ai margini della società, estreme nei comportamenti problematici. Si pensi al programma trasmesso in Italia su Real Time ‘Sepolti in casa’. In realtà, i comportamenti di accumulo si riscontrano in una varietà di disturbi neuropsichiatrici, fra cui il comportamento ossessivo-compulsivo, la schizofrenia e la demenza. Si tratta quindi di sintomi piuttosto diffusi.

Per il solo Disturbo da Accumulo, la prevalenza è stata stimata intorno al 2-5%. Tale dato tende a subire un incremento di più del 6% col trascorrere del tempo, in soggetti di età superiore ai 55 anni (Iervolino et al., 2009; Mueller, Mitchell, Crosby, Glaesmer, % de Zwann, 2009; Samuel set al. 2008). È possibile che tali numeri risultino, addirittura, sottostimati a causa della bassa consapevolezza di chi ne soffre e dagli alti livelli di vergogna ed imbarazzo che accompagnano il disturbo (Ale, Arnold,Whiteside, & Storch, 2014). Chi ne soffre evita, infatti, di parlarne e talvolta si isola socialmente, impedendo a persone estranee o addirittura ai familiari stretti di entrare in casa o nei luoghi in cui appaiono evidenti le conseguenze dell’accumulo.

Il Disturbo da Accumulo è un disturbo progressivo. L’età di esordio tende a collocarsi intorno all’infanzia o all’adolescenza (APA, 2013; Ayers at al., 2010). I sintomi non sembrano, inizialmente, causare particolare compromissione nel funzionamento generale o marcato disagio, ma tendono a divenire problematici più tardi nel corso dell’esistenza, in genere intorno ai 40-50 anni. L’età media di coloro che richiedono un trattamento si colloca, infatti, intorno ai 50 anni (Samuels et al., 2008). È stato stimato che, in assenza di trattamento, i sintomi tendono progressivamente a peggiorare per ogni decade che passa (Ayers, Saxena, Golshan, Wetherell, 2010).

 

Cos’è il Disturbo da Accumulo?

Il Disturbo da Accumulo o Disposofobia può essere definito come un quadro caratterizzato dalla tendenza ad acquisire un gran numero di oggetti e dal fallimento nel liberarsene, con difficoltà nel mantenerli in ordine (Frost et al., 2015). La difficoltà nel liberarsi degli oggetti indica qualsiasi forma di smaltimento fra cui buttare via, vendere, dare via o riciclare (APA, 2013).

Questa tendenza ad accumulare oggetti, appartenente di scarso valore, limita fortemente l’uso degli spazi domestici e conduce a livelli significativi di disagio e compromissione del funzionamento quotidiano, tanto in coloro che ne soffrono quanto nei loro familiari.

Il Disturbo da Accumulo si manifesta frequentemente con scarsa consapevolezza da parte di chi ne soffre e, a differenza del Disturbo Ossessivo-Compusivo, i sintomi risultano talvolta egosintonici. Chi ne soffre può chiaramente sentirsi disturbato dagli esiti dell’accumulo, in assenza tuttavia della capacità di identificare la causa del disagio percepito nella propria difficoltà nel liberarsi di oggetti privi di valore o nell’acquisirne di nuovi in maniera eccessiva. Emerge, al contrario, la frequente tendenza ad attribuire la propria sofferenza a cause esterne, quali limitazioni di spazio o difficoltà nell’organizzazione dello stesso.

Ma cosa si tende ad accumulare? Oggetti comunemente accumulati e conservati possono includere giornali, tazzine da caffè, statue, decorazioni o oggetti da collezione (Frost & Gross, 1993).

 

Come viene diagnosticato il Disturbo da Accumulo?

Il Disturbo da Accumulo é stato recentemente riconosciuto nella 5° edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders quale categoria diagnostica a sé e disturbo autonomo (APA, 2013); risulta inserito all’interno della macrocategoria dei Disturbi Ossessivo-Compulsivi e Disturbi correlati. Nella precedente versione del manuale diagnostico, i comportamenti da accumulo erano formalmente riconosciuti unicamente quali sintomi all’interno del disturbo ossessivo-compulsivo, a sua volta inserito fra i Disturbi d’Ansia.

Secondo l’attuale concettualizzazione il Disturbo da Accumulo è caratterizzato da:

  • a. Persistente difficoltà di gettare via o separarsi dai propri beni, a prescindere dal loro valore reale.
  • b. Questa difficoltà è dovuta a un bisogno percepito di conservare gli oggetti e al disagio associato al gettarli via.
  • c. La difficoltà di gettare via i propri beni produce un accumulo che congestiona e ingombra gli spazi vitali e ne compromette sostanzialmente l’uso previsto. Se gli spazi vitali sono sgombri, è solo grazie all’intervento di terze parti (per es. familiari, addetti alle pulizie, autorità).
  • d. L’accumulo causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti (incluso il mantenimento di un ambiente sicuro per sé e per gli altri).
  • e. L’accumulo non è attribuibile a un’altra condizione medica.
  • f. L’accumulo non è meglio giustificato dai sintomi di un altro disturbo mentale.

Il DSM-V include, inoltre, la specificazione della condizione ‘Con acquisizione eccessiva‘ se la difficoltà nel liberarsi degli oggetti si accompagna ad una acquisizione eccessiva, e prevede una differenziazione fra diverse condizioni di insight: ‘buono‘ se l’individuo riconosce che convinzioni e comportamenti associati all’accumulo sono eccessivi e problematici, ‘scarso‘ se tali comportamenti non vengono percepiti come problematici e ‘delirante‘ se il paziente appare assolutamente sicuro e certo delle proprie convinzioni e dei propri comportamenti che non sono riconosciuti come problematici, nonostante vi sia prova del contrario.

Sempre secondo il DSM-V, coloro i quali soffrono di Disturbo da Accumulo conservano i propri beni in maniera intenzionale. Tale criterio differenzia il Disturbo da Accumulo da altre forme psicopatologiche in cui è presente un accumulo passivo o in cui viene a mancare il disagio sperimentato a fronte dell’eliminazione dei propri oggetti (ad es. in alcune forme di demenza).

Il 75% di coloro i quali soffrono di Disturbo da Accumulo presentano altri disturbi mentali in comorbidità (APA, 2013). Circa il 20% degli individui con accumulo patologico soddisfa anche i criteri per il disturbo ossessivo-compulsivo. Ancora, il disturbo risulta frequentemente associato a disturbi depressivi (più del 50% dei casi), disturbi d’ansia (soprattutto fobia sociale e disturbo d’ansia generalizzato) e ADHD (Fullana et al., 2013; Hall, Tolin, Frost & Steketee, 2013; Ivanov et al., 2013), in particolare nel sottotipo disattento.

Studi condotti in ambito neuropsicologico e elettrofisiologico hanno, a tale proposito, evidenziato come in soggetti affetti da Disturbo da Accumulo siano presenti deficit di categorizzazione, memoria di lavoro, decision making, attenzione e processamento degli errori. Sembrerebbero, quindi, essere deficitarie soprattutto le funzioni esecutive (Mackin et al., 2011).

Il Disturbo da Accumulo appare associato, non esclusivamente ad altri disturbi mentali, ma anche ad una maggior incidenza di problemi fisici e di salute: diabete, apnee notturne, artriti, disturbi ematici e cardiovascolari risultano frequenti in coloro che soffrono di accumulo patologico. È stato ipotizzato che tali complicanze mediche potrebbero essere legate alla scarsa cura di sé e alla bassa tendenza, da parte di coloro che ne soffrono, a richiedere visite mediche e specialistiche. (Ayers, 2014).

L’accumulo genera, inoltre, disordine, talvolta scarsa igiene, esposizione a rischi e difficoltà di movimento all’interno degli spazi domestici. A tale proposito, famoso è il caso dei fratelli Collyer di New York che negli anni ’40 furono rinvenuti nella loro casa a 12 piani e che morirono l’uno sepolto schiacciato sotto grandi quantità di oggetti e l’altro, paralizzato, per la fame.

 

Quali motivazioni spingono a mettere in atto comportamenti di accumulo patologici?

Uno studio condotto da Frost e collaboratori nel 2015 ha tentato di stabilire quali siano le principali motivazioni che spingono una persona ad accumulare in modo patologico oggetti privi di valore apparente.

Da un’attenta analisi della letteratura sull’argomento, gli autori hanno individuato quattro motivazioni che più frequentemente vengono riportate da coloro che soffrono di Disturbo da Accumulo:

  1. Attaccamento emotivo agli oggetti
  2. Preoccupazione ed evitamento degli sprechi
  3. Motivazioni estetiche
  4. Contenuto informativo dell’oggetto (come quotidiani, riviste etc.)

Sulla base dei risultati, i soggetti con Disturbo da Accumulo riportano tutte e quattro le motivazioni con maggiore frequenza rispetto al gruppo di controllo. Tuttavia, queste tendono a diversificarsi a seconda che si tratti di acquisizione o conservazione problematica. In generale, la preoccupazione per gli sprechi sembra guidare entrambi i comportamenti di accumulo in misura maggiore rispetto alle altre motivazioni. A tale proposito, pazienti con Disturbo da Accumulo riportano punteggi maggiori in termini di coscienza ambientale rispetto alla popolazione generale (Frost et al., 1995).

Nello specifico, nell’acquisizione di nuovi oggetti, oltre alla preoccupazione per gli sprechi, sembrano giocare un ruolo rilevante anche le motivazioni estetiche; per quanto riguarda la tendenza a non gettare via, risultano importanti anche il desiderio di conservare informazioni e l’attaccamento emotivo agli oggetti.

La possibilità di differenziare il problema in termini di acquisizione eccessiva di oggetti o tendenza alla conservazione e la comprensione delle diverse motivazioni sottese nel singolo individuo possono risultare utili informazioni per la scelta e la conduzione di un’adeguata terapia.

 

Quali sono i fattori di rischio?

Secondo il DSM-V, i principali fattori di rischio per il Disturbo da Accumulo includono:

  • Fattori temperamentali, dal momento che l’indecisione e le difficoltà in termini di decision making sembrano essere una caratteristica di coloro che soffrono di Disturbo da Accumulo e dei loro parenti di primo grado.
  • Traumi e fattori di vita stressanti: la presenza di eventi traumatici nella vita di questi soggetti è risultata associata all’esordio dei comportamenti da accumulo e all’incremento della gravità sintomatologica (Landau et al., 2011). Risulta, quindi, utile in corso di trattamento, effettuare anche un’approfondita valutazione della storia di vita e traumatica.
  • Fattori genetici: circa il 50% dei pazienti con Disturbo da Accumulo ha almeno un parente di primo grado che mette in atto comportamenti problematici di accumulo.

 

Quale trattamento psicoterapico?

Generalmente coloro i quali soffrono di Disturbo da Accumulo richiedono un trattamento a causa della presenza di disturbi in comorbidità (Tolin et al., 2008) e non direttamente per i comportamenti di accumulo; la richiesta risulta pertanto poco tempestiva per cui, quando arrivano in terapia, tali sintomi risultano spesso già piuttosto gravi e cronicizzati (Ayers et al., 2010; McGuire et al., 2013).

Sulla base di un recente articolo pubblicato da Kress et al. (2016), che mira a fare il punto della situazione in termini di diagnosi e trattamento del Disturbo da Accumulo, la terapia cognitivo-comportamentale è considerata il trattamento d’elezione.

Studi precendenti che hanno esplorato l’efficacia della CBT per pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, hanno riscontrato che la presenza di sintomi di accumulo risultava un consistente predittore di drop-out, scarsi risultati terapeutici e minimi guadagni clinici se confrontata con l’assenza di tali comportamenti (Mataix-Cols et al., 2002; Steketee & Frost, 2003). Questi risultati hanno condotto alla messa a punto di protocolli specifici per il trattamento del Disturbo da Accumulo, con particolare attenzione alle credenze tipiche di questi pazienti e ai comportamenti correlati all’accumulo, al disagio emotivo, all’evitamento ad esso connesso e al potenziale deficit di processamento delle informazioni (Steketee, Frost, 2007; Tolin et al., 2007).

L’attuale trattamento cognitivo-comportamentale del Disturbo da Accumulo si focalizza principalmente sulla riduzione dei sintomi in tre macro aree: la disorganizzazione, la difficoltà nel liberarsi e nel gettare via gli oggetti personali e la tendenza ad acquisirne in eccesso.

Nello specifico, il trattamento si avvale di:

  • Skill training finalizzato a rinforzare le capacità di problem-solving, decision making e di organizzazione;
  • Esposizione graduale, immaginativa ed in vivo, agli stimoli stressanti (Esposizione con evitamento della risposta, ERP), ovvero non comprare e buttare oggetti;
  • Ristrutturazione cognitiva delle credenze irrazionali correlate ai comportamenti di accumulo.

In aggiunta, la bassa consapevolezza frequentemente associata al Disturbo da Accumulo ha portato ad ipotizzare l’utilità di avvalersi, in aggiunta ai già citati interventi, di tecniche motivazionali e dell’ausilio di visite domiciliari (Stekenee et al., 2010).

Gli interventi motivazionali si pongono come obiettivo la riduzione dell’ambivalenza di fronte alla scelta di intraprendere o meno un trattamento, aiutando il paziente ad individuare le aree di maggiore compromissione a causa dei comportamenti di accumulo e che vorrebbero ridurre (ad es. la compromissione sociale legata all’impossibilità di invitare a casa familiari o amici o i problemi economici legati all’acquisizione compulsiva). In merito alle visite domiciliari, Steketee e Frost (2007) hanno messo a punto uno specifico protocollo, della durata di 26 settimane, che prevede visite al domicilio e sul luogo di lavoro da parte di operatori sociali.

In uno studio qualitativo volto ad indagare la soddisfazione di clinici e pazienti circa il trattamento per il Disturbo da Accumulo con la CBT, i pazienti hanno riferito di aver trovato efficaci soprattutto le visite domiciliari in supporto agli obiettivi concordati, la pianificazione del trattamento e la generalizzazione degli esercizi di esposizione (Ayers, Bratiotis, Saxena, Wetherell, 2012).

Ancora, più di recente sono stati proposti gruppi di stampo comportamentale condotti da pari insieme agli operatori sociali. L’obiettivo è la riduzione dello stigma associato al Disturbo da Accumulo e la possibilità di fornire un maggiore supporto ai pazienti rispetto ai gruppi condotti unicamente da operatori della salute mentale (Frost, Ruby, Shuer, 2012).

In Italia, nel 2015 il gruppo clinico di Claudia Perdighe e Francesco Mancini ha pubblicato un manuale volto ad illustrare caratteristiche e trattamento cognitivo-comportamentale del Disturbo da Accumulo.

Forum 2016 delle Scuole di Psicoterapia – Milano, 21 e 22 Maggio 2016

Forum 2016 delle Scuole di Psicoterapia

Milano, 21 e 22 Maggio 2016 – Dalle 9.30 alle 18.30

Presso SIAM – Via Santa Marta 18

 

Due giornate in cui le scuole di psicoterapia con sede nella regione Lombardia si presenteranno agli studenti di psicologia, ai neo-iscritti e a tutti coloro che sono interessati a intraprendere una formazione specialistica in psicoterapia. Un’occasione unica per orientarsi nel variegato mondo della formazione in psicoterapia.

 

Il tema della qualità, dell’orientamento e dell’attenzione alla formazione post-lauream è una delle priorità dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia (OPL). Per informare e orientare gli studenti di psicologia, gli iscritti e tutti gli interessati su queste tematiche, OPL organizza il Forum 2016 delle Scuole di Psicoterapia con sede nella Regione Lombardia. L’iniziativa si articolerà in due giornate – 21 maggio 2016 dalle ore 9:30 alle 18:30, e 22 maggio 2016 dalle ore 9:30 alle 15:30 – presso la SIAM (Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri), un luogo con un forte valore simbolico con sede a Milano, in via Santa Marta 18.

Nel corso delle due giornate, quarantacinque Scuole di diverso orientamento avranno l’opportunità di illustrare il loro approccio con una presentazione di taglio clinico-esperienziale, volta a esemplificare il metodo formativo seguito dalla Scuola. In particolare, ogni sessione della durata di 45 minuti si articolerà in tre presentazioni in parallelo, tenute in aule diverse dell’edificio. Il calendario dettagliato degli interventi verrà pubblicato alcune settimane prima dell’evento sul sito di OPL.

Parallelamente, per l’intera durata delle due giornate, le Scuole predisporranno ciascuna un proprio “banchetto” nell’ampio cortile dell’edificio, in cui segretari ed ex allievi forniranno informazioni pratico/organizzative e ogni altro materiale utile per orientare gli interessati (opuscoli, libri ecc.).

La partecipazione all’evento è libera e gratuita. Per garantire l’accesso a tutti, è consigliabile prenotarsi all’indirizzo [email protected]

Il Forum rappresenta un’importante iniziativa di orientamento per gli studenti di psicologia e per tutti coloro che sono interessati a intraprendere una formazione specialistica in psicoterapia, sulla scia di altre iniziative strategiche di OPL in quest’ambito: fra tutte, il Portale dedicato alle Scuole di Psicoterapia sul sito web di OPL, le Giornate di formazione post-universitaria organizzate in collaborazione con il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca, e la creazione di un tavolo permanente di discussione e confronto attivo sulla qualità della formazione post-lauream nella Regione Lombardia.

OPL crede fermamente nell’importanza di moltiplicare gli spazi e le occasioni di discussione e confronto sulla qualità della formazione post-lauream nella Regione Lombardia: un obiettivo che persegue con iniziative concrete, tese al miglioramento globale dell’offerta delle Scuole di Psicoterapia e del livello di preparazione e competenza dei futuri psicoterapeuti.

 

Ingresso libero. Per garantire l’accesso a tutti, è consigliabile tuttavia prenotarsi all’indirizzo e-mail: [email protected]

Per maggiori informazioni vai sul sito: www.opl.it

Di seguito il calendario dell’evento:

 

 

I nuovi webinars organizzati dall’Ordine Psicologi Lombardia – Aprile, Maggio, Giugno 2016

Martedì 19 aprile dalle 20.30 alle 22.00

 

webinar OPL - bottini immagine corporea

 

Alterazioni dell’immagine corporea: la prospettiva neuropsicologica

La rappresentazione del corpo deriva dall’integrazione di stimoli sensoriali, visivi e vestibolari e i suoi aspetti dinamici sono determinati dal continuo aggiornamento motorio. Possediamo conoscenze semantiche del nostro corpo nonché un’implicita conoscenza delle relazioni spaziali che intercorrono tra i suoi vari segmenti. La consapevolezza corporea è essenzialmente caratterizzata dal concetto di appartenenza o ownership che modula e dirige continuamente il nostro comportamento nell’ambiente e le nostre relazioni sociali.

In definitiva la rappresentazione del corpo dipende da numerosi componenti implicite ed esplicite esplorabili attraverso la neuropsicologia e i cui correlati neurofisiologici sono stati in parte studiati con le tecniche di neuroimaging. E’ interessante l’osservazione di soggetti con diverse lesioni cerebrali emisferiche destre e sinistre che causano alterazioni differenti di tale rappresentazione talora con sorprendenti dissociazioni comportamentali.

Relatrice: Dott.ssa G. Bottini

Gabriella Bottini è Responsabile del ‘Laboratorio di Neuropsicologia Cognitiva’ dell’ Azienda Ospedaliera Ca’ Granda Niguarda a Milano, Professore Ordinario di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica all’università di Pavia, Honorary Senior Lecturer presso l’Institute of Neurology di Londra, autrice di decine di articoli pubblicati su riviste internazionali peer-reviewed.

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 19 aprile alle 20.15 presso la sede dell’Ordine in Corso BUenos Aires 75 a Milano, o alle 20.30 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.15).

 

 

 

Martedì 17 maggio dalle 20.30 alle 22.00

 

webinar OPL- greco psicosi adolescenza

 

Terapia del break down e dell’esordio psicotico in adolescenza

Scopo della presentazione è l’illustrazione dei possibili percorsi che, a partire da situazioni traumatiche dell’infanzia (spesso misconosciute o sottovalutate dall’ambiente), conducono alle condizioni che favoriscono il break down evolutivo in adolescenza. Tali condizioni predispongono le basi per organizzazioni patologiche della personalità finalizzate a fronteggiare la sofferenza psichica, la quale a sua volta indebolisce le risorse a disposizione del giovane per affrontare il periodo di crisi fisiologica. Sarà mostrato come questi percorsi creino i presupporti per l’insorgenza della psicosi.

L’ipotesi del lavoro sottesa, riguarda la significatività del legame che intercorre tra la provvisorietà delle organizzazioni patologiche in adolescenza, e la possibilità di cogliere terapeuticamente le aree di rifugio psichico, le relative fantasie inconsce e le condizioni traumatiche del passato. In assenza della comprensione e della trasformazione delle complesse dinamiche intrapsichiche del giovane, l’organizzazione patologica è destinata a stabilizzare il suo funzionamento provocando il blocco dello sviluppo psichico e una ripetitività del funzionamento mentale che facilita l’evoluzione della psicosi in età adulta.

Attraverso la presentazione di alcuni casi clinici, saranno descritte le condizioni che sostengono la psicopatologia del giovane e le relative dinamiche familiari, nonché le modalità di cura utilizzate per l’uscita dalla crisi psicotica.

Relatore: Dott. V. Greco

Vincenzo Greco è psicologo e psicoterapeuta individuale e familiare. Psicoanalista Associato SPI e IPA. Docente presso la Scuola di Psicoterapia Area G di Milano, CoResponsabile Settore Formativo Ellisse – Psicoterapia e Psicoanalisi di Brescia

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 17 maggio alle 20.15 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 20.30 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.15).

 

 

Mercoledì 25 maggio dalle 21.00 alle 22.30 

 

webinar La depressione quel che la serotonina non spiega

 

La depressione: quel che la serotonina non spiega

La depressione, diventata negli anni Novanta oggetto privilegiato della psichiatria biologica e dei trattamenti farmacologici, sta tornando nelle mani degli psicoterapeuti.

A partire dall’inizio del nuovo Millennio negli Stati Uniti sono stati pubblicati un numero crescente di volumi e di articoli che mettono radicalmente in questione sia l’interpretazione biologica della depressione, sia l’efficacia dei farmaci per questa psicopatologia. I farmaci serotoninergici sono stati messi sotto accusa: di poco o affatto superiori al placebo, non solo non sembrano proteggere i pazienti da eventuali suicidi ma ne possono essere causa.

Dopo aver fatto qualche cenno a questi sviluppi recenti della letteratura, Valeria Ugazio avanzerà la tesi che la depressione cronica si sviluppi in un contesto familiare caratterizzato da un particolare modo di organizzare i significati, definito ‘semantica dell’appartenenza‘, contraddistinto emozioni definite. Le posizioni del paziente e degli altri membri della famiglia entro questa semantica saranno descritte e illustrate con esempi clinici.

Saranno inoltre esaminati gli eventi e le fasi del ciclo di vita individuale e familiare in cui più le persone con un’organizzazione propensa alla depressione sviluppano una patologia conclamata. Valeria Ugazio cercherà di spiegare anche perché così tanti scienziati e artisti siano affetti da disturbi depressivi.

Relatrice: Dott.ssa V. Ugazio

Valeria Ugazio è psicoterapeuta. Svolge la propria attività terapeutica e formativa a Milano dove dirige l’European Institute of Systemic-relational Therapies, che ha fondato nel 1999. È inoltre professore ordinario di Psicologia Clinica presso l’Università degli Studi di Bergamo. Le dinamiche familiari sono al centro dei suoi interessi. La teoria delle polarità semantiche familiari e i modelli di interpretazione dei disturbi fobici, ossessivi, alimentari e dell’umore che Ugazio ha elaborato si basano sulla premessa che anche gli aspetti più soggettivi dell’esperienza individuale siano costruiti nel dialogo.

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 25 maggio alle 20.45 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 21.00 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.45).

 

 

Martedì 7 giugno dalle 20.30 alle 22.00

 

webinar OPL - piazzalunga psicoanalisi relazione

 

La relazione in psicanalisi: significati e ricadute cliniche

La relazione è l’elemento principe che accomuna tutti gli interventi terapeutici. Pur nelle profonde differenze teoriche dei vari modelli di riferimento, è inevitabile che la psicoterapia si svolga tra due o più individui che si incontrano. Ma non è sempre stato così chiaro. L’assunzione del concetto di relazione ha rappresentato per la psicoanalisi un nuovo paradigma, permettendo, di fatto, di superare la concezione della psicoanalisi classica che vedeva la mente come una dimensione intrapsichica isolata in grado di esistere al di là di qualsiasi relazione. Come ci ricorda Minolli nel suo testo Psicoanalisi della Relazione: “trent’anni fa, in psicoanalisi, interazione era parola sporca; intersoggettività parola assente. Soggettività aveva senso oscuro e teoria della soggettività senso improbabile. […] Sapevamo che il connubio tra psicoanalisi e relazione era come l’acqua con l’olio”.

E poi cosa è cambiato? Cosa ha aperto la porta nella stanza di analisi alla relazione? L’ambito relazionale in psicoanalisi copre un ampio numero di contributi, spesso non totalmente equiparabili. Questa varietà porta a chiedersi cosa vuol dire per la clinica psicoanaliticamente orientata pensare alla relazione e alla relazione come interazione.

Definire la relazione come interazione è qualcosa che va oltre il suo significato, e che delinea anche un modo di vedere il mondo, di guardare l’uomo e quindi la terapia e l’analisi. Proveremo a rispondere a queste e altre domande nel Webinar ‘La relazione in psicanalisi: significati e ricadute cliniche’.

Relatore: Dott.ssa F. Piazzalunga

Francesca Piazzalunga è psicologa e psicoanalista della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione (SIPRe) e dell’International Federation of Psychoanalytic Societies (IFPS). Insegna Psicopatologia e Diagnostica clinica presso la Scuola di Specializzazione in psicoterapia ad indirizzo ‘Psicoanalisi della relazione’ di Milano. Si occupa da anni di psiconcologia esercitando presso la Divisione di Oncologia Medica dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano. Con M. Rossi Monti è co-autrice di Macchine e ‘deliri bizzarri’. Psicopatologia dei disturbi dei confini dell’Io, Fioriti 2009. Per la collana ‘Psicopatologia‘ di Franco Angeli ha recentemente pubblicato Psicoanalisi e neuroscienze di fronte alla schizofrenia in ‘Psicoanalisi e schizofrenia. Un quadro in divenire‘, Franco Angeli, 2016 approfondendo l’approccio clinico della psicoanalisi relazionale a confronto con l’area della cronicità.

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 7 giugno alle 20.15 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 20.30 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.15).

 

 

Martedì 21 giugno dalle 20.30 alle 22.00

 

webinar OPL - salamino adozioni kintsugi

 

La ‘Kintsugi Alternative’: un approccio costruzionista al lavoro con le adozioni

Permeata da un paradigma epistemologico imperniato sulla teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969) la prospettiva terapeutica sull’adozione muove sovente dal concetto di ‘primal wound’ (Verrier, 1994) per definire l’incontro tra un piccolo essere umano, ferito dall’abbandono, e due adulti a loro volta messi in scacco dall’infertilità.

Di conseguenza, la logica dell’intervento terapeutico è sostanzialmente riparativa, ossia traducibile con il lavoro sulle ferite di bambini e adulti, nel tentativo di lenire il dolore e minimizzare il danno.

Obiettivo di questo webinar è esplorare alternative terapeutiche che, muovendo da un paradigma costruzionista, si orientino verso la costruzione di nuove possibilità piuttosto che verso il contenimento del danno.

L’enfasi sulle present narratives, piuttosto che sulle past narratives, mira a restituire agentività alle famiglie, rinforzando i legami e il senso di legittimazione.

In Giappone, l’arte millenaria del Kintsugi consiste nel trasformare un oggetto rotto in qualcosa di nuovo e prezioso. Piuttosto che minimizzare la ferita dell’oggetto, le sue linee di frattura, cercando di renderle invisibili, l’arte del Kintsugi rende tali fratture evidenti e preziose. Il mio lavoro con le adozioni muove dalle stesse premesse, utilizzando la semantica e l’intreccio dei significati reciproci per riuscire laddove la biologia non può arrivare, generando la possibilità di una appartenenza reciproca.

Relatore: Dott. F. Salamino

Ferdinando Salamino è psicologo e psicoterapeuta sistemico relazionale e PhD in Psicologia Clinica. E’ Senior Lecturer in Psychology e Course Leader MSc Counselling With Children and Young People presso la University of Northampton UK e terapeuta didatta presso l’European Institute of Systemic-relational Therapies.

La sua attività clinica e scientifica ha sempre avuto il proprio centro di gravità nella complessa interazione reciproca tra significato, identità e costruzione del legame familiare.

In qualità di terapeuta sistemico con formazione costruzionista, ha sempre guardato alle famiglie come luoghi di risorse e possibilità, piuttosto che di danni e costrizioni. Con l’evolvere del suo lavoro, ha trovato questo punto di vista particolarmente utile e produttivo nell’approccio al tema dell’adozione. L’enigma terapeutico rappresentato dalle famiglie adottive, in bilico tra segreto e legittimazione, tra abbandono e appartenenza, ha rappresentato un profondo punto di svolta del suo pensiero clinico, orientandolo verso la costruzione di un modello di intervento fondato sul presente, piuttosto che sul passato.

Come partecipare:

Vi aspettiamo il 21 giugno alle 20.15 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 20.30 sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina. Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio del seminario (quindi alle 20.15).

 

 

 

Teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica dei disturbi dell’alimentazione: evidenze scientifiche

La teoria transdiagnostica, sviluppata presso l’università di Oxford (Cooper & Fairburn, 2011; Fairburn, Cooper, e Shafran, 2003), considera i disturbi dell’alimentazione come un’unica categoria diagnostica, piuttosto che disturbi separati, e mantenuti da meccanismi comuni.

 

La teoria cognitivo comportamentale transdiagnostica dei disturbi alimentari

La teoria sostiene che l’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione è la psicopatologia specifica e centrale dei disturbi dell’alimentazione. Mentre le persone si valutano generalmente in base alla percezione delle loro prestazioni in una varietà di domini della loro vita (per es. relazioni interpersonali, scuola, lavoro, sport, abilità intellettuali e genitoriali, ecc.), quelle affette da disturbi dell’alimentazione si valutano in modo esclusivo o predominante in base al controllo che riescono a esercitare sul peso o sulla forma del corpo o sull’alimentazione (spesso su tutte e tre le caratteristiche).

L’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione è di primaria importanza nel mantenimento dei disturbi dell’alimentazione: la maggior parte delle altre caratteristiche cliniche deriva, infatti, direttamente o indirettamente da essa. Per esempio, i comportamenti di controllo del peso estremi (dieta ferrea, esercizio fisico eccessivo e compulsivo, vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o di diuretici, check ed evitamento del corpo, sensazione di essere grassi) e perseguire il raggiungimento e il mantenimento di un grave sottopeso sono comprensibili se una persona crede che il controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo siano di estrema importanza per giudicare il suo valore. L’unico comportamento non strettamente legato a questo schema di autovalutazione disfunzionale è l’abbuffata. Presente in un sottogruppo di persone affette da disturbi dell’alimentazione, sembra essere la conseguenza del tentativo di restringere in modo ferreo l’alimentazione o, in taluni casi, di modulare eventi ed emozioni associati all’ allentamento del controllo dell’alimentazione che si verifica quando sono usati comportamenti di compenso (per es. vomito autoindotto, uso improprio di lassativi e diuretici) dopo gli episodi bulimici.

 

I fattori di mantenimento dei disturbi alimentari

Le varie manifestazioni cliniche dei disturbi dell’alimentazione a loro volta mantengono in uno stato di continua attivazione lo stato mentale del disturbo dell’alimentazione e assieme ad esso formano i cosiddetti meccanismi di mantenimento interni o specifici (perché sono presenti solo in questi disturbi).

La teoria transdiagnostica propone che in un sottogruppo di pazienti siano presenti uno o più dei seguenti meccanismi di mantenimento esterni o non specifici (perché sono presenti anche in altre problematiche psicologiche): (i) perfezionismo clinico; (ii) bassa autostima nucleare; (iii) difficoltà interpersonali e (iv) intolleranza alle emozioni. I fattori di mantenimento esterni, se presenti, interagiscono con quelli interni nel perpetuare il disturbo dell’alimentazione attraverso vari meccanismi (Figura).

teoria transdiagnostica dei disturbi alimentari

Figura. La teoria transdiagnostica dei disturbi dell’alimentazione.

I box grigi rappresentano i meccanismi di mantenimento esterni. “Vita” è l’abbreviazione di difficoltà interpersonali. “Intolleranza alle emozioni” è stata successivamente inclusa nei meccanismi di mantenimento interni. (Adattata da Fairburn, Cooper and Shafran, 2003).

 

Evidenze che supportano la teoria transdiagnostica

La teoria transdiagnostica dei disturbi dell’alimentazione è supportata da numerose evidenze derivate da due linee di ricerca: (i) studi descrittivi, comparativi e sperimentali delle caratteristiche cliniche di questi pazienti (Grilo, 2013; Shafran, Lee, Cooper, Palmer, & Fairburn, 2007; Shafran, Lee, Payne, & Fairburn, 2007; Watson, Raykos, Street, Fursland, & Nathan, 2011); (ii) studi cross-sectional che hanno valutato il modello transdiagnostico in campioni di pazienti che hanno richiesto un trattamento e in campioni della collettività usando modelli di equazioni strutturali.

 

Studi sulle caratteristiche cliniche dei pazienti

Nei pazienti con bulimia nervosa è stata dimostrata: (i) la relazione tra eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo e cambiamenti della restrizione dietetica cognitiva e delle abbuffate nel corso del tempo (Fairburn, Stice, et al., 2003); (ii) l’associazione tra abbuffate e restrizione calorica auto-riferita (Zunker et al., 2011); (iii) l’associazione tra aumento della preoccupazione per il peso e incremento della frequenza del vomito autoindotto e della restrizione dietetica (Spangler, Baldwin, & Agras, 2004); (iv) la mediazione della riduzione della restrizione dietetica durante il trattamento e la riduzione delle abbuffate (Wilson, Fairburn, Agras, Walsh, & Kraemer, 2002).
In campione transdiagnostico di pazienti con bulimia nervosa e anoressia nervosa è stata dimostrata l’esistenza di una relazione reciproca tra eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo, restrizione dietetica ed esercizio fisico eccessivo e compulsivo (Tabri et al., 2015).

 

Studi cross-sectional che hanno usato i modelli di equazioni strutturali

I risultati di uno studio che ha confrontato la teoria cognitivo comportamentale originale con la versione migliorata (includendo anche dei fattori di mantenimento aggiuntivi) in pazienti con bulimia nervosa e forme atipiche del disturbo, supportano entrambi i modelli teorici, ma la versione migliorata spiega una più grande porzione della varianza (Lampard, Byrne, McLean, & Fursland, 2011).

I risultati di due studi eseguiti su campioni transdiagnostici, uno su pazienti inviati per un trattamento intensivo in un centro di cura di terzo livello (Lampard, Tasca, Balfour, & Bissada, 2013) e uno che ha confrontato i modelli originale e migliorato in pazienti inviati in alcuni centri specialistici italiani (Dakanalis, Carrà, et al., 2014), hanno fornito supporto alla teoria, sebbene il grado di supporto sia diverso per i vari gruppi diagnostici e per alcune relazioni testate dai modelli strutturali; inoltre la restrizione dietetica è stata trovata associata solo indirettamente con le abbuffate. Infine, altri due studi sulla collettività hanno fornito supporto alla teoria (Dakanalis, Timko, Clerici, Zanetti, & Riva, 2014; Hoiles, Egan, & Kane, 2012).

Prozac: una nuova cura per la sindrome premestruale?

Il trattamento con il Prozac delle donne che soffrono di Sindrome Premestruale (SPM)  determina l’abbassamento di vari disturbi quali ansia, aggressività e disforia.

Angela De Figlio, Ginevra Di Matteo 

 

Introduzione

Novità in campo scientifico dimostrano come il principale meccanismo d’azione dell’ antidepressivo più venduto al mondo, intervenga sul mal funzionamento dei neurosteroidi. Nelle donne con sindrome premestruale in fase luteinica del ciclo, si rilevano basse concentrazioni del neurosteroide allopregnenolone, che normalmente esplica effetti sedativi ed ansiolitici, ma che in caso di ridotta produzione causa malessere e alterazione dell’ umore. In seguito a tale scoperta, viene proposta la somministrazione del Prozac a basse dosi ‘non serotonina-sensibili’, in modo da ridurre i pericolosi effetti collaterali, pur agendo in egual modo sui tratti tipici della sindrome premestruale e dalla sua forma più grave (il Disturbo Disforico Premestruale o DPMD) quali aggressività e rabbia.

La sindrome premestruale: sintomatologia

Molte donne in età fertile, durante il periodo mestruale sperimentano una sofferenza sia fisica che psichica, caratterizzata da un insieme di disturbi di variabile entità. Disturbi che non comportano un indebolimento funzionale, ma che sono minimamente dolorosi sono definiti ‘sintomi premestruali minori’, mentre ben più seria e invalidante è la condizione oramai nota a tutti come Sindrome Premestruale (SPM).

Essa si riferisce ad una vasta gamma di sintomi particolarmente fastidiosi e dolorosi, che in genere si manifestano da 5 a 11 giorni circa dall’inizio del ciclo mestruale mensile in una donna e i più comuni sono i seguenti: emicrania, gonfiore e pesantezza addominale, disturbi articolari e muscolari, astenia, aumento dell’appetito, difficoltà di concentrazione, alterazione dell’umore, irritabilità, ostilità, aggressività.
Nonostante la variabilità di questi disturbi da donna a donna, la gravità della condizione si definisce principalmente in base al grado di interferenza con le attività quotidiane, lavorative e relazionali. La forma più severa di sindrome premestruale, ovvero il Disturbo Premestruale Disforico (DPMD), è attualmente riconosciuta come una vera e propria condizione patologica, diagnosticabile secondo precisi criteri del Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali nella quinta versione. L’inclusione all’interno del DSM-5, è stata supportata dall’ ‘esplosione’ della ricerca negli ultimi 20 anni, che ha convalidato l’esistenza di gravi sintomi, tra cui i più rilevanti sono instabilità emotiva, irritabilità e rabbia, nella fase luteinica del ciclo mestruale (fase che inizia a seguito dell’ovulazione) (Epperson et all, 2012).

Un interessante studio di recentissima pubblicazione (Ducasse et all., 2016), ha sottolineato proprio l’associazione tra il tratto della rabbia con la sindrome premestruale e il disturbo premestruale disforico.

Lo studio

Campione di studio:

Sono state coinvolte 232 donne ospedalizzate per tentato suicidio , di età media di 33.80 anni (range 18.05- 53.55). Nello specifico, il 50% di esse soffriva di sindrome premestruale (grave o no; n= 166), tra queste pazienti con sindrome premestruale il 44,7% (n=51) soffriva di disturbo premestruale disforico.

Scopo dello studio:

L’obiettivo era quello di valutare la relazione tra le dimensioni di personalità coinvolte in maniera più specifica nella vulnerabilità suicidaria e la presenza di sindrome premestruale o di disturbo premestruale disforico, in quanto si è osservato un rischio maggiore nella messa in atto di comportamenti autolesionistici, nelle donne affette da queste due patologie rispetto a quelle senza (le prime sono 2 o 3 volte più propense a riportare nel corso della loro vita ideazione, pianificazione, tentativi concreti di suicidio, indipendentemente dalla compresenza di disturbi psichiatrici).

Metodo utilizzato per lo studio:

Per effettuare la valutazione, gli autori dello studio hanno creato un algoritmo dalla versione abbreviata del PAF (Premenstrual Assessment Form). Si tratta di un questionario autosomministrato con 33 items, che identifica il cambiamento dell’umore, il comportamento e lo stato fisico durante il periodo premestruale (da 1 a 14 giorni prima dell’inizio delle mestruazioni), a cui sono state sottoposte le donne del campione. La diagnosi di sindrome premestruale veniva effettuata con riferimento al cut- off clinico di 115, per cui, punteggi pari o superiori a tale valore erano indicativi della presenza di sintomi di moderata o severa entità.

Si è poi proceduto con la presa in esame dell’associazione tra fattori di personalità (impulsività, aggressività, ostilità, instabilità emotiva, mancanza di aiuto, labilità affettiva e rabbia) coinvolti nella vulnerabilità suicidaria e i disturbi premestruali, tramite il controllo dei fattori ‘confondenti’ quali: covariabili demografiche (età, stato civile, presente occupazione, controllo ormonale delle nascite con uso di contraccettivi) e comorbilità psichiatriche (depressione maggiore, disturbo bipolare, disturbo d’ansia, disturbo da uso di sostanze /alcolici e uso di tabacco, violenza o gravità dei tentativi di suicidio).

Risultati e Conclusioni:

I dati emersi suggeriscono che le donne con sindrome premestruale e disturbo premestruale disforico sono più suscettibili di presentare molti dei tratti di personalità sopracitati, rispetto alle donne senza disturbi. La frequenza di sindrome premestruale e di disturbo premestruale disforico nelle donne che hanno tentato il suicidio è stata stimata del 50% per la prima condizione e del 23% per quanto riguarda la seconda.

Le conclusioni dello studio sono sintetizzabili innanzitutto, nella individuazione di un pattern di personalità di tipo impulsivo- aggressivo e una chiara disregolazione emotiva riscontrati nelle donne con sindrome premestruale e disturbo disforico premestruale, indipendentemente dal tempo del ciclo mestruale. Inoltre, interessante è stato anche rilevare come il tratto della rabbia sia rimasto fortemente associato ad entrambe le condizioni, in modo indipendente da tutti gli altri tratti di personalità presi in esame; per cui più alto è il livello di rabbia e maggiore è il rischio di soffrire di sindrome premestruale e di disturbo premestruale disforico.

Tuttavia, quella appena descritta non costituisce l’unica evidenza sperimentale rispetto al riconoscimento del tratto della rabbia, quale fondamentale elemento personologico associato alla sindrome premestruale. Infatti, è possibile citare un ulteriore studio scientifico condotto da Liu e collaboratori nel 2015, i quali hanno dimostrato una diminuzione dei livelli di GABA (acido gamma amino butirrico, che agisce come principale neurotrasmettitore inibitorio del cervello) nella regione della corteccia cingolata anteriore (CCA) e della corteccia prefrontale mediale (CPFm) in donne con disturbo premestruale disforico, associati ad alti livelli di rabbia. In tal modo si è evidenziato il ruolo giocato dal sistema del GABA, la cui disregolazione nell’attività cerebrale, in donne con sindrome premestruale e disturbo premestruale disforico, sembra sia coinvolta nel comportamento suicida.

Anche la serotonina, com’è stato ampiamente descritto in varie ricerche, sembra sia coinvolta sia nei succitati disturbi che nel comportamento suicidario. Saunders e Hawton (2006), a tal proposito, suggeriscono che alte concentrazioni di serotonina, presenti nella fase in cui solitamente si ha una bassa produzione di estrogeni nel ciclo mestruale (fase luteinica), possano accrescere la probabilità di agire un comportamento suicida. Si ritiene infatti, che ci sia un’associazione, peraltro ben documentata, tra suicidio e sistema serotoninergico mediato dal discontrollo dell’aggressività, quest’ultima espressione comportamentale della rabbia. Nella sindrome premestruale la terapia di prima scelta è comunemente riconosciuta nella somministrazione di SSRI, farmaci antidepressivi ad oggi i più usati.

In realtà, dobbiamo ad un grande ricercatore nonché neuropsichiatra italiano, il professor Graziano Pinna, la scoperta del reale meccanismo di azione di questi farmaci, che prima si riteneva agissero semplicemente incrementando la serotonina a livello cerebrale. La novità apportata dagli esperimenti condotti dal Professor Pinna, in collaborazione con altrettanti luminari quali Alessandro Guidotti ed Erminio Costa, operanti nel Department of Psychiatry presso la University of Illinois di Chicago, riguarda non tanto l’effetto dei farmaci SSRI sulla serotonina, considerato come meccanismo secondario, bensì la stimolazione, in seguito all’assunzione di tali molecole, della produzione di neurosteroidi (ormoni fondamentali per alcune funzioni cerebrali), riconosciuto come meccanismo d’azione principale.

Proprio nelle donne con sindrome premestruale e disturbo premestruale disforico, infatti, si sono individuati nella fase luteinica livelli bassi di allopregnenolone, un neurosteroide presente nel sangue e nel cervello dagli effetti ansiolitici e calmanti. Per tale ragione, si è pensato di proporre l’uso del Prozac, in quanto antidepressivo SSRI più diffuso nella pratica clinica, assunto a basse dosi per garantire una produzione continua di questo steroide nel cervello, che normalmente tende a diminuire verso la fine del ciclo mestruale, periodo in cui si verificano i sintomi della sindrome premestruale. L’enorme vantaggio che ne deriverebbe dalla somministrazione del Prozac a bassi dosaggi, descritto dal Professor Pinna, consiste in una stimolazione selettiva dei neurosteroidi da parte di tale farmaco, senza determinare effetto alcuno su altri neurotrasmettitori come la serotonina, riducendo in tal modo la comparsa degli effetti collaterali associati all’assunzione di questa classe di farmaci, da qui il suggerimento per il nuovo nome di SBSS (selective brain steroidogenic stimulants- stimolanti selettivi della steroidogenesi).

E’, dunque, comprensibile ritenere che tale scoperta possa avere un forte impatto sociale, considerando che circa l’80% delle donne hanno bruschi cambiamenti d’umore durante la fase finale del ciclo, oltre a consentire la progettazione, in un prossimo futuro, di farmaci per trattare ansia, disordini affettivi, dell’umore, disforia, aggressività e depressione associati al periodo mestruale.

Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e Materia di Jung e Pauli – Recensione

L’epistolario tra un grande psicologo e un grande fisico legati dalla comune fede nel valore euristico universale della psicologia analitica.

Furono Freud e Einstein gli autori dello scambio di lettere più famoso del Novecento tra uno psicologo e un fisico. Si tratta tuttavia di lettere singole, concepite fin dall’origine per la pubblicazione. L’Istituto internazionale di cooperazione intellettuale in seno alla Società delle Nazioni intendeva promuovere il dialogo epistolare tra esponenti di spicco della cultura mondiale con l’intento di renderne pubblico il contenuto. Einstein, una volta contattato, propose il nome del padre della psicoanalisi. Ne risultarono le due lettere (una di Einstein e una di Freud) note in italiano con il titolo “Perché la guerra?”. Freud vi ha modo di ribadire la sua teoria della pulsione di morte e di ammonire l’umanità sui rischi dell’autodistruzione (Einstein e Freud, 1932). Il rapporto tra Freud e Einstein fu amichevole ma non condusse a rilevanti reciproche influenze. Freud, anzi, scherzando con Ernest Jones ebbe modo di affermare che la reciproca cordialità era dovuta anche al fatto che Einstein capisse di psicologia quanto Freud capiva di fisica – ovvero nulla (Jones, 1957, p. 162).

 

L’epistolario tra Jung e Pauli

Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli rivestono probabilmente un’importanza relativamente minore di Freud e Einstein nelle rispettive discipline, per quanto si tratti di figure comunque di assoluto rilievo. Il loro epistolario, d’altra parte, riveste un’importanza storica notevolissima, testimoniando una profonda reciproca influenza umana e teorica, protrattasi nell’arco di un lunghissimo periodo (1930-1958). Più di settanta lettere sono raccolte nell’edizione curata da Carl Alfred Meier (fisico e psicologo analista) e appena tradotta in italiano per Moretti e Vitali: vari indizi lasciano supporre che altre lettere siano andate perdute.

Nel 1930 Pauli affrontò un’analisi junghiana breve quanto proficua in un momento di crisi. Decise nondimeno di incontrare periodicamente in persona lo stesso Jung fra il 1932 e il 1934. A partire dalla prima analisi, Pauli produsse centinaia di sogni, molti dei quali sono riprodotti (anonimamente) in sequenza in una delle opere più note di quello che si potrebbe definire il “secondo Jung”, ovvero Psicologia e alchimia. Com’è noto, infatti, la maggior parte delle innovazioni teoriche rilevanti della psicologia analitica risale al periodo 1913-1921, ovvero dal momento del distacco da Freud alla pubblicazione di Tipi psicologici.

La produzione successiva di Jung è dedicata ad approfondire i temi legati all’esistenza dell’inconscio collettivo. Una serie di scritti apparsi a partire dagli anni trenta del Novecento si concentra in particolare sul simbolismo dell’alchimia, che costituisce a parere di Jung un tentativo inconsapevole di illustrare la profonda trasformazione spirituale necessaria all’umanità. In questo senso la ricerca di cambiare la materia vile in oro esprimerebbe una metafora di ciò che Jung chiama il processo di individuazione, ovvero il percorso che porta l’essere umano a conoscere la propria vera natura. Non sarebbe privo di significato, da questo punto di vista, il motto alchemico spesse volte ripetuto: “aurum nostrum non est aurum vulgi” (il nostro oro non è quello del volgo). I sogni di Pauli costituiscono, ad avviso di Jung, una testimonianza particolarmente significativa di come gli archetipi dell’inconscio collettivo trovino espressione nel mondo onirico, variando singoli elementi eppure riproponendo simbolismi assai simili attraverso lo spazio e il tempo. La circostanza che attraverso l’alchimia lo studio della materia riconducesse allo studio della psiche affascina Pauli, che si propone di contribuire come fisico al rinnovarsi di un simile scambio. La psicologia analitica diviene così, per Jung e Pauli, una sorta di equivalente moderno dell’alchimia.

 

Il rapporto tra Jung e Pauli, un rapporto tra mondo psichico e mondo fisico

Pauli, all’inizio del carteggio, pur essendo uno scienziato già noto, si rapporta a Jung come a una figura paterna (Jung del resto era di venticinque anni più anziano). Le sue considerazioni riflettono un’accettazione convinta della psicologia analitica junghiana. Nelle primissime lettere emergono sia alcuni problemi nevrotici già affrontati e risolti nel percorso analitico (come la fobia delle vespe), sia alcune ipotesi interpretative su di sé e sul rapporto con la compagna nelle quali Pauli adotta una terminologia specificamente junghiana (Animus, Ombra etc.). Tuttavia, fin da subito il più giovane fisico si dimostra tutt’altro che passivo di fronte alle interpretazioni junghiane del proprio universo onirico: per esempio propone delle chiavi di lettura diverse da quelle junghiane proprio per i sogni destinati alla pubblicazione.

Jung, da parte sua, considera l’incontro con Pauli un’occasione fondamentale per mettere alla prova nel dialogo con un illustre esponente delle scienze hard alcune delle proprie ipotesi più speculative sulla natura della mente e sul rapporto tra mondo psichico e mondo fisico. Va rilevato, da questo punto di vista, che l’atteggiamento di Jung è molto cauto, nelle opere edite, a proposito della natura degli archetipi dell’inconscio collettivo. Lo psicologo svizzero sembra oscillare tra l’idea che l’essere umano possa ereditare dei contenuti appartenenti all’esperienza umana primordiale e l’idea che ereditaria sia soltanto la potenzialità di tali contenuti. Come Freud, Jung sembra attratto dalle ipotesi lamarckiane ma cauto di fronte alle stringenti riserve opposte dai biologi evoluzionisti.

Pauli però si mostra molto incline a sostenere Jung anche istituendo paralleli tra la psicologia analitica e la fisica teorica (p. es. pp. 60-61). Trovando in uno scienziato un interlucutore così vicino alle proprie posizioni Jung si mostra pronto a sviluppare una sorta di metafisica psicologica universale. Si prenda in considerazione questo passo: [blockquote style=”1″]In generale ci si immagina l’inconscio come un dato di fatto psichico di un individuo. L’autoraffigurazione elaborata dall’inconscio a partire dalla sua struttura centrale non si accorda tuttavia con questa versione, bensì tutto indica che la struttura centrale dell’inconscio collettivo non può essere fissata spazialmente, ma si configura come esistente dappertutto, in modo sempre identico a se stessa, che deve essere pensata come aspaziale e quindi, se proiettata nello spazio, deve trovarsi ovunque nello spazio[/blockquote] (Jung a Pauli, 14/10/1935, p. 63).

Jung e Pauli condivisero anche la convinzione che i fenomeni parapsicologici fossero reali (all’epoca, del resto, le dimostrazioni di Rhine venivano da molti considerate scientificamente solide). Pauli, per esempio, considerava non casuale il fatto che assai spesso le apparecchiature destinate a esperimenti di fisica applicata; ancora oggi, del resto, la circostanza che esperimenti falliscano a causa di un guasto tecnico in presenza di un fisico teorico viene scherzosamente chiamata un esempio di «effetto Pauli». Jung ipotizzò l’esistenza di legami «significativi a-causali» tra fenomeni, per spiegare l’esistenza di nessi razionalmente inspiegabili ma comunque reali. L’effetto Pauli non costituiva altro che un esempio di tali nessi, che Jung definiva sincronistici. Fu proprio Pauli a insistere perché Jung organizzasse i propri pensieri sulla sincronicità in un testo (Jung a Pauli, 22 giugno 1949, p. 89), che vide infine la luce nell’unica pubblicazione che Jung e Pauli firmarono insieme: Naturerklärung und Psyche (Spiegazione della natura e psiche; Pauli e Jung, 1952). I due saggi che componevano il libro originale sono stati tradotti in italiano ma separatamente: lo scritto di Jung nel volume 8 delle Opere (Jung, 1952) e quello di Pauli nella raccolta Psiche e natura (Pauli, 1952).

 

L’edizione italiana del volume

L’editore italiano ha opportunamente affidato la cura del volume a un fisico teorico (Antonio Sparzani) e una psicologa analista (Anna Panepucci). La traduzione è arricchita da una serie di appendici che comprendono in effetti anche lessici dei termini fisici e dei termini psicologici (limitati ma comunque utili). Si tratta dunque di un’edizione migliorata rispetto alla prima italiana (Il Melangolo, 1999) peraltro da tempo esaurita.

Quando Cenerentola disse di no: l’assertività al femminile

Essere assertivi significa essere in grado di esprimere i propri bisogni ed i propri sentimenti all’interno dello spazio condiviso delle relazioni, rispettando i bisogni ed i diritti degli altri; significa essere capaci di intessere rapporti autentici all’interno dei quali esprimere liberamente i propri punti di vista, senza sentirsi in dovere di compiacere gli altri a tutti i costi; comunicare apertamente le proprie emozioni, anche le più complesse, come, ad esempio, il disaccordo, senza per questo, sperimentare, successivamente, sensi di colpa.

 

La favola di Cenerentola

[blockquote style=”1″]Purtroppo viviamo in una società, che sviluppa varie forme di finzione, che scoraggia la sincerità a favore della falsità. All’interno di tutto ciò alle donne viene dato il compito doppiamente difficile di partecipare abilmente a questi giochi sociali e, allo stesso tempo, di dover fingere un’assenza di bisogni spirituali.[/blockquote] Arnold M. Lazarus.

Quando Cenerentola disse di NO accaddero fatti meravigliosi: la zucca mutò in carrozza, i topolini diventarono splendidi destrieri, gli stracci sporchi di cenere e consumati da un estenuante sacrificio si trasformarono in un abito magnifico e, per finire, le scarpette di cristallo! Poi, l’essenziale comparsa del Principe Azzurro che salvò Cenerentola dalla malvagità di matrigna e sorellastre prendendola con sé e portandola (forse, rinchiudendola…) nel suo bel castello! Il seguito della storia di Cenerentola viene solitamente liquidato in poco più di due parole: “E vissero felici e contenti… The End.” , di più non è dato sapere.

Siamo sicuri che sia andata proprio così?
Perché, Cenerentola, trova così difficile dire di No? Cosa crede, cosa pensa di sé? Cosa prova? E perché solo a quel punto della sua triste storia, fatta di perdite, abusi e soprusi, trova il coraggio di ribellarsi alle imposizioni ed ai divieti delle perfide donne e di sfidare il destino? Perché, Cenerentola, arriva a credere che possa essere riscattata da una vita triste ed insoddisfacente solo dalla provvidenziale apparizione di questa variabile interveniente esterna, tal Azzurro Principe?

Assertività: tutti ne parlano, ma in pochi la conoscono…

 

L’assertività

Essere assertivi significa essere in grado di esprimere i propri bisogni ed i propri sentimenti all’interno dello spazio condiviso delle relazioni, rispettando i bisogni ed i diritti degli altri; significa essere capaci di intessere rapporti autentici all’interno dei quali esprimere liberamente i propri punti di vista, senza sentirsi in dovere di compiacere gli altri a tutti i costi; comunicare apertamente le proprie emozioni, anche le più complesse, come, ad esempio, il disaccordo, senza per questo, sperimentare, successivamente, sensi di colpa.

Per vivere in piena armonia con le altre persone e con se stessi, è indispensabile avere piena consapevolezza del proprio valore personale, avere una buona autostima, avere chiara coscienza della propria dignità di essere umano.

 

L’assertività delle donne nella società contemporanea

Le donne assertive, rarissime mosche bianche, risultano solitamente scomode perché spiazzano: dicono quello che pensano, sono sicure di sé, non si lasciano ferire, non mutano idea rispetto al proprio valore personale; hanno perfettamente chiari i propri diritti e le proprie esigenze e si muovono nel rispetto dei diritti e dei bisogni degli altri. Sono capaci di affermare la propria identità, i propri principi; sono efficaci quando si tratta di trovare spazio e tempo adeguati per l’espressione delle proprie emozioni, dei propri desideri, di ciò che sentono nel profondo; affrontano la paura di comunicare un No che probabilmente avrà un prezzo da pagare, che implicherà il rischio di risultare impopolari, il rischio di piacere di meno o, addirittura, non piacere affatto.

Nella nostra cultura, purtroppo, è da sempre consuetudine educare le femmine ad assumere un atteggiamento oblativo, ad essere sempre perfette e graziose, a compiacere, mettendo sempre in primo piano la soddisfazione dei bisogni degli altri, a votarsi al sacrificio personale in nome della famiglia, dei figli, del lavoro…

In un mondo in cui sembra che femminile debba per forza far rima con servile e sacrificabile; in cui le donne sono state abituate a chiedere, esprimere meno, pochissimo, in termini di bisogni, esigenze, emozioni, e ad avere meno, in termini di diritti, di lavoro, denaro, opportunità sembra altrettanto scontata l’enorme fatica di una donna, abituata ad essere passiva, a concepire la possibilità di esprimere assertivamente ciò che prova (disaccordo, tristezza, paura, rabbia), di comunicare le proprie esigenze, di dire quel No (sempre nel rispetto dei diritti e dei bisogni altrui) che potrebbe dispiacere qualcun altro.

Pensiamo, nello specifico, ad una giovane donna e madre, agli inizi di una faticosa carriera lavorativa, sulla quale abbia già investito tanto, che decida di non allattare al seno il proprio figlio e rientrare a lavoro entro breve tempo: non è difficile immaginare le critiche subite, asprissime; la disapprovazione ed il disprezzo da parte delle altre, superdonne, e di una abbondante fetta della comunità in cui vive. Probabilmente il costo di questa decisione, quando non sostenuta da una chiara coscienza del proprio valore personale, delle proprie esigenze, dei propri diritti di donna, di essere umano e della propria identità, sarà il tormento derivante dalla credenza indotta di essere una cattiva madre, un’egoista, ed il logorio dei sensi di colpa instillati da un ambiente a cui, per il suo NO, la donna smette di piacere e risulta una nota stonata.

Il sistema a cui appartiene, vuole che la donna, in quanto tale, debba imprescindibilmente prestarsi a compiere i sacrifici più estremi, smettere di sentirsi, smettere di essere, non pensare di esprimere i propri diritti, desideri e la propria volontà, in questo caso specifico, quella di non allattare al seno e di riprendere, velocemente, a curare la propria realtà professionale. La domanda di molti è stata: Perché ha deciso di mettere al mondo un figlio se poi vuol continuare a fare la donna in carriera? Sembra che non conti il fatto che il figlio, questa donna, come tutte le altre, non lo abbia fatto da sola, ma sia stato un progetto condiviso con un’altra persona, un padre, che però è un uomo e, grazie a questo, gli è riconosciuto il diritto di non distrarsi dalle proprie ambizioni, dalla propria realizzazione personale e professionale.

È assai comune che le donne, una volta diventate madri, siano poco tutelate soprattutto dal punto di vista lavorativo; capi e colleghi diventano, solitamente, molto poco tolleranti nei confronti di una madre le cui esigenze sono notevolmente cambiate. Alle donne, troppo spesso, non vengono concesse sfumature: siate tutte uguali! Desiderate ciò che è stabilito e giusto per gli altri! Non si esca fuori dal coro, pena il giudizio e l’allontanamento: adeguati o sei fuori. Dopo il concepimento, il più delle volte, viene accordata alle donne una sola possibilità, ovvero riconoscersi ed essere riconosciute nel ruolo di madre, perché, opinione comune vuole che una donna non sia più credibile in altri ruoli; un figlio è una distrazione troppo grande, una madre diventa un elemento inaffidabile, un terno al lotto, una bomba ad orologeria, di cui è meglio cercare di disfarsi… Cara donna, adegua, dunque, le tue esigenze al figlio (che hai già partorito con incommensurabile dolore e rischiando la vita) ed alla famiglia: la tua vita, d’ora in poi, saranno loro; in futuro, quando non avranno più bisogno di te, al costo di sacrifici inimmaginabili, forse, potrai tornare a pensare a te stessa ed alla tua professione ma, adesso, non sei più utile altrove…

Per alcune donne, scegliere di dedicarsi completamente alla famiglia, di accompagnare i propri figli durante la crescita, è una scelta voluta, sentita nel profondo del cuore, nella quale trovano piena realizzazione. Per altre donne, no. Il loro desiderio è, piuttosto, quello di trovare un giusto compromesso fra il ruolo abnegante di madre e gli altri ruoli, altre identità; sentono che, questa, è la cosa più giusta per il loro benessere. La tetta non è sempre garanzia d’amore né un biberon sfibra o riduce il bene profondo nutrito per i figli e la famiglia e, poi: meglio un biberon messo a disposizione con desiderio ed affetto o un capezzolo messo in bocca a malincuore?!

Purtroppo, però, la mancanza di assertività non permette ad una donna di comunicare, di trovare il modo per esprimere al compagno, ai familiari, o al datore di lavoro, ai colleghi che le proprie necessità sono cambiate, che ha il diritto di continuare a curare la propria professione e di continuare a contare sulla propria autonomia economica e che per questo ha bisogno e diritto al sostegno e ad una maggiore collaborazione. Piuttosto, la tendenza delle donne, in questi casi, è quella di assumere un atteggiamento remissivo, preferendo non rischiare, non esporsi, non esprimersi, sopportando, accontentandosi, adeguandosi, rinunciando-si…

Molte donne, come Cenerentola, imparano a vivere per la felicità altrui, senza mai porre limiti alle richieste degli altri, della società, e questo, spesso, accade per anni, qualche volta, per una vita intera. I capelli, giorno dopo giorno, vengono seccati dalla cenere, lo sguardo si spegne e le mani, la schiena, la vita appaiono logorate dal costante tentativo di tenere tutto sempre in ordine, unito, funzionante ed apparentemente perfetto; la mente non ha più spazio per l’immaginazione, per il desiderio di realizzazione personale, per l’ambizione; il cuore piccolo, troppo spesso pieno solo di una passiva speranza e della ferma credenza che solo l’arrivo di qualcuno, dal di fuori di loro stesse, possa salvarle, possa consentire loro di stare meglio.

Le donne anassertive non nutrono fiducia nei loro confronti, né nei loro pensieri, o nelle loro decisioni; non sono mai sicure, non si percepiscono forti né efficaci; non si sentono competenti e non credono in una loro personale capacità di apportare cambiamento; non si sentono mai veramente protagoniste della propria vita (non lo sono…), vivono la vita che qualcun altro ha pensato per loro e finiscono per non sapere più chi sono. Poi, all’improvviso, il dramma di non riconoscersi e di sentirsi soffocare dalla angoscia di una vita non voluta; il peso di quei sì, quasi mai sentiti, diventa insopportabile ed esplode la rabbia, incontenibile, assieme a tante altre fortissime emozioni. In queste occasioni incerte, dove la lucidità viene meno, vengono spesso prese le decisioni più improbabili e compiuti i celebri passi più lunghi della gamba, come Cenerentola che pensa di aver trovato la sua unica via d’uscita, la sua salvezza nel principe Azzurro ma, in realtà, di nuovo, affida la sua vita a qualcun altro, decide di salire con i suoi sogni, le sue speranze e il suo stesso corpo sul cavallo bianco e si aggrappa tenacemente al principe Azzurro, che la porta con sé in un castello che potrà facilmente, ancora una volta, trasformarsi in una gabbia stretta e soffocante.

Purtroppo, nella realtà, i comportamenti avventati, impulsivi, non ponderati, le esplosioni improvvise raramente si concludono con un “visse felice e contenta…”, ma il più delle volte, si tratta di imprese funamboliche destinate a fallire, di guizzi di falsa audacia, tentativi vacillanti, atteggiamenti che perdono mordente nel giro di poco tempo: una caduta nel vuoto; e cadere male, quasi sempre, fa male…

L’assertività, in sostanza, si declina nella capacità di svincolarsi dalla tendenza (purtroppo tipica di molte donne), di porsi in maniera sottomessa all’interno delle relazioni, nell’essere in grado di riuscire finalmente a dire NO quando è quello che si desidera; nella capacità di scegliere per se stessi senza delegare ad altri; nel non farsi tormentare dai sensi di colpa quando le proprie decisioni non sono condivise. Questo affrancamento dalla mancanza di assertività non deve tradursi nella volontà di affermarsi con aggressività o insolenza, cercando di prevaricare l’altro a tutti i costi; l’obiettivo non è quello di diventare cattive, o di trasformarsi in [blockquote style=”1″]galline da combattimento…, ma …diventare donne battagliere, che vogliono e sanno imporsi, amanti della vita: niente di più, ma anche niente di meno.[/blockquote] (Ute Ehrardt)

Generalmente, tutti, per imparare a scrivere fluentemente, abbiamo impiegato anni; ciò dovrebbe far riflettere sul fatto che se una persona ha funzionato per tanto tempo in un determinato modo e seguendo determinati schemi non può improvvisamente cambiare, ma deve essere disposta ad esercitarsi, a mettersi in gioco con criterio, ad avere il coraggio di provare e rischiare responsabilmente. È necessario imparare a sentire le proprie emozioni, a mettere in atto tanti tentativi, piccoli passi per ottenere dei cambiamenti concreti e duraturi. Questo comporta anche concedersi la possibilità di fallire e di tollerare i propri fallimenti, soprattutto, all’inizio di un cambiamento così importante come quello verso l’assertività.

Potrebbe essere un buon inizio riconoscere le proprie difficoltà, comprendere, ad esempio, in quali circostanze si funziona in maniera non assertiva; cosa ci accade in quelle situazioni? Cosa proviamo? Quali pensieri ci passano per la mente che non ci aiutano e ci impediscono di essere assertive? Quale potrebbe essere un pensiero più utile ai nostri scopi, che possa aiutarci concretamente a mettere in atto un comportamento più funzionale al nostro benessere? È indispensabile essere maggiormente presenti a se stesse per riuscire a porre le basi per il cambiamento. Pensarsi, volersi bene, riconoscersi come persone detentrici di diritti e con i propri bisogni da imparare ad esprimere chiaramente; accettare le critiche senza farsi travolgere; accettare il rischio di risultare meno popolari e meno piacevoli e, nonostante questo, continuare ad amarsi, andare avanti e ad avere una buona stima di sé.

Rinunciare ad esprimere le proprie emozioni, i propri desideri e i propri diritti, al cospetto dei desideri e dei bisogni degli altri, implica il pagamento di un prezzo inestimabile: perdere il senso di sé.

Flessibilità al lavoro: tra rischio e protezione

Per flessibilità lavorativa si intende infatti la capacità del lavoratore di gestire in maniera autonoma la propria carriera, pronto a non rimanere al proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, ma piuttosto dimostrando di poter mutare più volte, nel corso della propria vita, la propria posizione lavorativa e/o il proprio datore di lavoro.

 

La flessibilità è la capacità di un materiale di subire una forza modificando la propria forma e mantenendo la capacità di ritornare allo stato originario.

Questa definizione esprime due concetti chiave:
1- La capacità di resistere a una forza modificando la propria forma, proprio come fanno i rami degli alberi quando tira un forte vento;
2- La capacità di ripristinare la forma originaria, una volta cessata la forza.

Detto in questi termini, sembrerebbe una qualità altamente desiderabile. Idealmente parlando, il comportamento umano dovrebbe essere così: in grado di adattarsi al mutare delle circostanze senza farsi spezzare. Nel mondo del lavoro, oggi più che mai, sembra sia una componente indispensabile per chiunque desideri sopravvivere a una realtà in perenne mutamento. Per flessibilità lavorativa si intende infatti la capacità del lavoratore di gestire in maniera autonoma la propria carriera, pronto a non rimanere al proprio posto di lavoro a tempo indeterminato, ma piuttosto dimostrando di poter mutare più volte, nel corso della propria vita, la propria posizione lavorativa e/o il proprio datore di lavoro. In un’ottica evolutiva e di accrescimento, la flessibilità lavorativa dovrebbe prevedere un costante miglioramento delle conoscenze del lavoratore e di conseguenza del livello occupazionale raggiunto, sia per quanto riguarda il versante economico, sia per quanto riguarda quello delle competenze professionali. In senso più lato, la flessibilità interessa anche i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato: in questo caso la flessibilità è intesa in termini di orario, sede di lavoro e mansione, con cambiamenti auspicabilmente migliorativi.

Flessibilità lavorativa e identità personale percepita

Sempre più spesso i lavoratori si rivolgono ai servizi territoriali di Orientamento Professionale e Placement per la percezione di non avere (abbastanza) flessibilità e col bisogno di imparare a essere più flessibili. Aiutare questi clienti significa trovare insieme le strategie per modellare quelle rigidità che non permettono di adattarsi alla realtà lavorativa e ai cambiamenti che il proprio contesto di lavoro sta subendo (Gysbers et al., 2001). La domanda sorge spontanea: è possibile imparare a essere flessibili? E, nel caso in cui la risposta fosse affermativa, qual è il prezzo da pagare, in termini di identità personale e senso di sé?

L’identità personale è la capacità dell’individuo di avere consapevolezza del permanere costante del proprio Io attraverso il tempo e le diverse esperienze che hanno segnato la sua vita fino al momento presente. Tutti noi diremmo di avere almeno un’idea di chi siamo. Questa idea è il concetto di sé, ovvero una rappresentazione cognitiva di se stessi che dà coerenza e significato all’esperienza, organizzando le esperienze passate e aiutandoci a riconoscere e interpretare gli stimoli rilevanti del nostro ambiente sociale.
Un prerequisito importante per un senso di Sé continuo è la memoria: per esperire una continuità del Sé, è necessario che io ricordi oggi ciò che ho fatto e provato ieri e che domani ricordi le esperienze e i comportamenti importanti di oggi e di ieri. E non solo: il senso di continuità del Sé si estende anche al futuro. L’uomo ha infatti la capacità di prevedere Sé possibili o futuri lungo un percorso temporale attraverso il quale diventare ciò che potenzialmente può essere.

Imparare ad essere flessibili

Cerchiamo adesso di rispondere alla prima domanda: è possibile imparare a essere flessibili?
Sono in molti a farlo, a optare per la Boundaryless Career (Arthur & Rousseau, 1996; Cortini et al., 2011), una carriera senza confini capace di portare l’uomo a potenziare le proprie capacità e a realizzare se stesso. Più che possibile, è spesso necessario, per ammorbidire quell’eccessiva rigidità caratteriale che spesso genera problematiche nel contesto lavorativo e interpersonale, impedendo di modellare le proprie conoscenze e competenze a seconda della realtà lavorativa che ci si trova ad affrontare.

Ma a che costo? La flessibilità lavorativa è in grado di proteggere l’individuo in un mondo lavorativo che premia chi quotidianamente è disposto ad assumersi dei rischi (Sennett, 2002), primo fra tutti il rischio di cambiare (mansione, lavoro, città, stato…). Ma fino a che punto è lecito essere flessibili? Qualunque sia il contesto ambientale (lavorativo e non), la personalità non può perdere quel nocciolo duro d’identità che la caratterizza: la flessibilità si scontra con il carattere della persona che, come scrive Galimberti (1999), è la [blockquote style=”1″]configurazione relativamente permanente di un individuo a cui ricondurre gli aspetti abituali e tipici del suo comportamento che appaiono tra loro integrati sia nel senso intrapsichico che in quello interpersonale. [/blockquote]

Il significato del termine inglese character “indole, natura, qualità morali” denota chiaramente la componente etica della parola. Il carattere è qualcosa che si costruisce nel mondo, con l’esperienza, e trova espressione in quei valori di fedeltà e impegno reciproco che si traducono nel tentativo di raggiungere obiettivi a lungo termine.

I rischi della flessibilità lavorativa

Ma come è possibile perseguire obiettivi a lungo termine in un contesto lavorativo che ruota attorno al breve periodo? Come si può mantenere fedeltà e impegno reciproco all’interno di aziende che subiscono costantemente processi di destrutturazione e ristrutturazione?
Sembra che le qualità richieste dal mondo del lavoro, flessibilità, adattabilità, assunzione di rischi, e quelle richieste dalla morale (in altre parole dal carattere), fedeltà e impegno reciproco, non siano le stesse, con conseguenze in termini di rischio identitario: il senso di sé ha bisogno di stabilità e coerenza, di linearità, e nessuna di queste caratteristiche si addice all’attuale mercato del lavoro, dove imprevedibilità e insicurezza fanno da padrone.

Come può una persona sviluppare una narrazione della propria vita, come può raccontarsi, se la sua esistenza è composta di episodi e frammenti? Ecco quindi che la flessibilità, di per sé qualcosa di auspicabile, indice di maturità e di employability, diventa un rischio (Sennett, 2002). Sperimentare il tempo scollegato al lavoro mette a rischio la capacità dell’uomo di trasformare le proprie esperienze in narrazioni continue. Una concezione dell’uomo come “una canna sbattuta dal vento” è pericolosa: l’essere umano ha una sua stabilità e forma al di là dell’ambiente che non deve essere spezzata.

Infine un altro rischio insito nell’estrema flessibilità che il mondo del lavoro oggi sembra imporci riguarda la minaccia al senso di identità sociale. Essa è definita come quella parte del concetto di sé di una persona che deriva dalla consapevolezza di essere parte di un gruppo sociale, insieme al significato valutativo ed emotivo associato a tale appartenenza (Tajfel e Turner, 1979, in Hewstone et al., 2008).

Essere flessibili comporta inevitabilmente sacrifici sul piano relazionale e ostacola la capacità innata dell’individuo di creare legami. Penso alla volpe di Antoine De Saint-Exupéry. Se quel giorno, invece del piccolo Principe, avesse trovato un giovane Proteo, intento a realizzare il mito dell’uomo che si fa da solo, flessibile e determinato a realizzare se stesso a ogni costo, sarebbe riuscita a convincerlo a farsi addomesticare?

La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe.
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, disse il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!”
“Che cosa bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.

Theatre of resistance: Terzo modulo – 12-16 Maggio a Milano

SESSIONE DI LAVORO CON BEN RIVERS SUL PLAYBACK THEATRE

Condotto da BEN RIVERS

12 – 13 – 14 – 15 – 16 Maggio, dalle 9:00 alle 17:00

Casa della Carità, via Brambilla 8 (MM2 CRESCENZAGO) Milano

 

Il modulo che viene qui presentato fa parte di un progetto più ampio, strutturato in tre moduli pratici e proposto da Psychologists for Human Rights con il supporto della Casa della Carità. Il percorso è dedicato al rapporto tra Trauma – Narrazione – Resilienza e Resistenza non violenta e si concentra sull’uso del teatro- narrazione come strumento che fortifica la resilienza, rigenera comunità e nutre la resistenza culturale. E’ la comunità stessa, infatti, che permette di ridare un senso agli eventi attraverso pratiche di cura collettiva, come il teatro-narrazione che crea spazi protetti dove le persone possono condividere storie riconciliandosi con se stessi, abbattendo eventuali barriere socio-ecologiche e creando reti tra gli individui. E’ così che la comunità partecipa al racconto autobiografico e le singole identità diventano più forti perché arricchite dall’identità collettiva.

Paolini dice: “Come si fa a diventare popolo? Chi sono i tuoi avi, i tuoi antenati? Come fai a non essere ‘gente’ anonima identità fittizia ad uso e consumo? Si può diventare popolo assumendo su di sé le storie del popolo.”

 

 

BEN RIVERS è professionista specializzato nell’uso del teatro terapeutico e partecipato come strumento di mobilitazione per la comunità, attivismo culturale e reazione al trauma collettivo. Playback Theatre Trainer accreditato dal Centre for Playback Theatre di NewYork ha operato, e continua ad operare, in comunità colpite da oppressioni strutturali e violenze politiche. E’ membro fondatore dell’iniziativa FREEDOM BUS e co-fondatore della scuola araba del Playback Theatre di Beirut.

 

La pratica del PLAYBACK THEATRE, formulata per la prima volta negli anni settanta da Jhonatan Fox, oggi è usata in più di 60 paesi come strumento per promuovere la RICOSTRUZIONE DI COMUNITA’, il DIALOGO tra parti e la RISPOSTA A UN TRAUMA COLLETTIVO. La pratica di un profondo ascolto, la generazione di risposte solidali e creative, rendono il processo innescato dal Playback Theatre uno strumento prezioso nella stimolazione di resilienza.

 

Una COMUNITA’ si incontra in un luogo reso accogliente, strutturato secondo una disposizione rituale di oggetti e strumenti. Qualcuno inizia a raccontare una storia, o un momento della propria vita. Sceglie gli ATTORI per rappresentare i differenti ruoli, e poi guarda la sua storia immediatamente ricreata e offerta attraverso una coerente formalizzazione teatrale: una IMPROVVISAZIONE originale resa possibile da una speciale collaborazione tra i performer (attori musicista e conduttore) e il pubblico. LA REALTA’ CULTURALE ED EMOTIVA DI UNA COMUNITA’ PRENDE FORMA, ATTRAVERSO LE VICENDE DEI SUOI PORTAVOCE, i narratori disponibili a raccontare le proprie storie.

 

IL WORKSHOP intende:

/ Offrire ai partecipanti STRUMENTI BASE del Playback Theatre subito utili alla PRATICA, stimolando e rafforzando le abilità necessarie a trasformare STORIE VERE in IMPROVVISAZIONI scenicamente ricche e metaforicamente pregnanti.

/ Consentire ai partecipanti di DECLINARE tali strumenti nell’ambito di iniziative che promuovono una COSCIENZA CRITICA e un CAMBIAMENTO SOCIO-POLITICO.

/ Esplorare i principi di un’azione teatrale che contiene TEMI come l’AVVERSITA’, il DISAGIO e il TRAUMA.

 

Le CANDIDATURE per partecipare al laboratorio sono aperte. Sono richieste competenze base in ambito teatrale o formazione accademica nell’ambito della mediazione culturale e l’intervento nelle zone di conflitto.

 

Il COSTO del modulo è di 350 euro. Sono previste agevolazioni per gli studenti universitari e per i team. Il ricavato finanzierà il prossimo Summer Camp promosso da Psychologists for Human Rights.

 

Per informazioni e iscrizioni

[email protected]

 

Chiara Zanetti 328 91111855

Azzurra Spirito 389 9939685

 

Playback Theatre: workshop 12 - 16 maggio BROCHURE FRONTE Playback Theatre: workshop 12 - 16 maggio BROCHURE RETRO

DECADIMENTO COGNITIVO E MALATTIE CARDIOVASCOLARI: QUALI RAPPORTI?

Martedì 19 aprile 2016, ore 16.30 presso l’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Como – Via Masia 30

Si terrà martedì 19 aprile alle 16.30, presso la sede dell’Ordine dei Medici di Como, l’incontro “Cambia il tuo modo di vivere: decadimento cognitivo e malattie cardiovascolari. Quali rapporti?” organizzato dalla sezione di Como dell’Associazione Mogli Medici Italiani (AMMI) con il patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Como. Interverranno la dottoressa Rosanna Jemoli, cardiologa, e il dottor Marco Arnaboldi, neurologo e Direttore del reparto di Neurologia dell’Ospedale S. Anna di Como.

Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di mortalità e di ripetuti ricoveri ospedalieri nella popolazione anziana dopo i 65 anni, mentre il deterioramento cognitivo è la prima causa di invalidità. Queste due patologie condividono nel loro sviluppo fattori di rischio comuni, come l’ipertensione arteriosa e il diabete mellito, e posso essere strettamente collegate: studi clinici e di popolazione dimostrano che nei soggetti con età superiore ai 65 anni il decadimento cognitivo si aggira al 10 – 20% della popolazione, percentuale che sale anche a più del 30% nei cardiopatici.

Il deficit cognitivo interferisce sia con le modalità di cura che con la prognosi della cardiopatia e una sua identificazione consentirebbe un miglior inquadramento del paziente e l’adozione di appropriate modalità di assistenza. Durante l’incontro verranno quindi analizzati i fattori di rischio comuni, i rapporti tra le due patologie e la possibilità di un riconoscimento precoce.

 

 

 

L’incontro è gratuito e aperto a tutti.

Per informazioni:

Rosanna Scaravelli – 338 3287517

Tucci Salati – 339 6811883

 

Ufficio Stampa Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Como

ELLECISTUDIO

Tel. + 39.031.301037 – +39 333.1639705

[email protected] – www.ellecistudio.it

 

I tentativi di suicidio in adolescenza: fattori di rischio e vulnerabilità psicologiche associate

Suicidio in adolescenza: Le particolari caratteristiche dell’adolescenza fanno sì che questo periodo della vita, connotato da una peculiare vulnerabilità psicologica, sia particolarmente a rischio di disturbi psichici ma anche di profonde sofferenze e turbamenti emotivi. Tutto ciò provoca un’elevata incidenza di tentativi di suicidio in adolescenza, alcuni dei quali purtroppo ad esito fatale, senza neppure la possibilità d’identificarne motivi plausibili. E’ certo comunque che si rintracciano nel loro determinismo fattori psicologici, individuali e contestuali, più o meno tra loro connessi, i quali supportano momenti predisponenti e scatenanti.

Michela Grandori, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Aspetti epidemiologici dei tentativi di suicidio in adolescenza

L’argomento relativo ai tentativi di suicidio in adolescenza è quanto mai complesso e controverso. Sebbene tra i principali obiettivi della ricerca sul suicidio in adolescenza vi sia quello di individuare una stima attendibile del fenomeno, tale rilevazione risulta assai problematica data la tendenza a sottostimare l’incidenza del suicidio dovuta, da un lato, ad un atteggiamento di negazione e minimizzazione del problema, dall’altro, a differenze nelle procedure di registrazione dei suicidi nei diversi presidi sanitari: frequentemente, infatti, i tentati suicidi vengono registrati come incidenti ma capita anche che all’interno di molti casi di morte violenta risulti assai difficile discriminare la volontarietà dall’accidentalità del fatto. Per tale motivo i dati epidemiologici in merito all’aumento e alla diffusione del fenomeno negli ultimi anni sono contrastanti. Ci si trova di fronte ad un quadro caleidoscopico e frammentario con un incremento significativo negli ultimi anni, nelle classi di età più basse, tanto da poter collocare il suicidio come terza causa di morte per la popolazione fra i 15 e i 24 anni (Maggiolini et al., 2013; Schwarzenberg, 2002; Vanni, 2009).

Le particolari caratteristiche dell’adolescenza fanno sì che questo periodo della vita, connotato da una peculiare vulnerabilità psicologica, sia particolarmente a rischio di disturbi psichici ma anche di profonde sofferenze e turbamenti emotivi. Tutto ciò provoca un’elevata incidenza di tentativi di suicidio in adolescenza, alcuni dei quali purtroppo ad esito fatale, senza neppure la possibilità d’identificarne motivi plausibili. E’ certo comunque che si rintracciano nel loro determinismo fattori psicologici, individuali e contestuali, più o meno tra loro connessi, i quali supportano momenti predisponenti e scatenanti. Il passaggio all’atto può assumere significati del tutto diversi, la cui conoscenza può permettere di prevenire eventuali recidive, soprattutto se la presa in carico del giovane che tenta il suicidio è adeguata, paziente ed attenta e consente di fargli superare le difficoltà, le conflittualità e i disagi psicologici che compromettono quell’esistenza da cui vuole scappare (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

 

Fattori di rischio del suicidio in adolescenza

I fattori di rischio individuali che hanno mostrato la correlazione più alta con il suicidio in adolescenza sono:

1- Una storia pregressa di comportamento suicidale o parasuicidale.
Il tentativo di suicidio, generalmente, giunge al termine di un percorso lineare: in un primo momento si struttura un’ideazione di morte in cui il pensiero è rivolto frequentemente alla morte che è spesso ritenuta come l’unica possibile soluzione per affrontare l’impasse in cui il soggetto si trova; in un secondo momento può strutturarsi un’intenzionalità suicidaria, cioè l’adolescente può iniziare ad immaginare di darsi la morte che desidera; infine, il pensiero di morte e l’ideazione suicidale si possono associare alla costruzione di un vero e proprio progetto suicidale, quando viene definito un modo di agire per procurarsi la morte: vengono decisi gli strumenti, i tempi e le modalità. Il gesto suicidale segue la fase della progettazione e ne rappresenta il superamento ma solo un ristretto numero di adolescenti con ideazione e progettualità suicidale passa realmente a mettere in atto un progetto suicidale. Questa sottocategoria di soggetti è ad altissimo rischio di ripetizione di un tale comportamento: la possibilità che il passaggio all’atto venga ripetuto è decisamente elevata, fino al 50% nei successivi 2 anni. Un tentativo di suicidio, quindi, deve essere preso estremamente sul serio perché presenta un elevato rischio di ripetizione (Maggiolini et al., 2013; Vanni, 2009).

2- La presenza di disturbi psichici non riconosciuti o non trattati.
Per quanto riguarda i disturbi psichici, la depressione ha un ruolo significativo nel tentativo di suicidio in adolescenza: i dati empirici rilevano un’associazione tra alcuni sintomi depressivi, quali l’instabilità emotiva, il ritiro e la perdita della speranza, e l’emergere di comportamenti suicidari.

Tuttavia, sebbene la depressione sia lo stato affettivo che più si accompagna alla messa in atto di gesti suicidari, non tutti gli adolescenti che mettono in atto tentativi di suicidio sono depressi. Inoltre, tra i disturbi psichici emerge una relazione significativa anche tra l’abuso di sostanze e il suicidio in adolescenza: gli adolescenti che portano a termine un tentativo di suicidio dichiarano un utilizzo di alcol, droghe o un mix di entrambi più frequentemente, di almeno 4 volte, rispetto agli adolescenti che mettono in atto tentativi di suicidio non letali. Il contemporaneo consumo di alcool e droghe possono aumentare l’impulsività e l’aggressività e distorcere la percezione della realtà (Maggiolini et al., 2013; Vanni, 2009).
Si ritiene, comunque, che non sempre dietro un tentato suicidio in adolescenza siano presenti disturbi psichici conclamati quanto, piuttosto, organizzazioni sub-patologiche di personalità con difficoltà di mentalizzazione, tendenza all’impulsività, disperazione, insufficiente controllo, disregolazione affettiva, strategie di coping inefficaci e scarsa capacità di problem solving, elevati livelli di rabbia e tendenza al perfezionismo (Blumenthal et al., 1990; Boergers et al., 1998; Dori et al., 1999; Kashden et al., 1993; Witte et al., 2007).

Per quanto riguarda i fattori di rischio ambientali, bassi livelli di coesione, elevata conflittualità ed insoddisfazione all’interno della relazione genitori-adolescente sono elementi riscontrati frequentemente nelle famiglie degli adolescenti che tentano o completano il suicidio. La disarmonia e la disintegrazione familiare giocano un ruolo estremamente importante perché rendono l’adolescente privo di un contesto di riferimento solido e significativo che gli è ancora necessario. Anche i life events sono associati al rischio giovanile: in particolare, la morte di un genitore o una perdita significativa all’interno di una famiglia aumentano notevolmente il rischio di comportamenti suicidari. Stress di tipo interpersonale legati all’ambito familiare per i soggetti più giovani o a relazioni affettive significative per gli adolescenti più grandi, sono frequentemente riscontrati nei soggetti che compiono suicidio in adolescenza (Maggiolini et al., 2013; Vanni, 2009).

 

Le diverse condotte suicidarie in adolescenza

Se il suicidio e il tentativo di suicidio hanno, come eventi, una fisionomia ben definita ed un significato univoco – quello di togliersi la vita – essi sono, invece, dal punto di vista psicologico, eventi assai complessi sia nella fenomenologia che nelle dinamiche. E’ quindi più corretto parlare di condotte suicidarie.

Da un punto di vista fenomenologico, possiamo distinguere varie condotte suicidarie:
– Il suicidio riuscito che non pone evidentemente problemi semiologici né terapeutici; rimane invece del tutto aperto il problema dei veri motivi che lo hanno determinato, motivi che possono essere inferiti solo a posteriori e in via del tutto ipotetica, ripercorrendo le vicende e i processi che possono essere stati alla base ed utilizzando come fonte informativa le persone più o meno significative dell’ambiente e/o coloro che vi hanno assistito o che lo hanno scoperto. Sull’attendibilità di tali fonti bisogna, peraltro, andare molto cauti in quanto i processi di negazione e di trasformazione del significato e dei motivi dell’atto suicidario in sé e degli eventi e dei processi affettivi e relazionali che lo hanno preceduto, sono spesso estremamente imponenti.

– Il tentativo di suicidio che è un suicidio mancato perché, nonostante fosse presente un’effettiva volontà suicidaria, esso non si è concluso con la morte per una serie di motivi solo in parte casuali. Vale la pena di ricordare che la differenza tra il suicidio e il tentativo di suicidio può, dal punto di vista psicologico, essere molto sfumata in quanto molti tentativi di suicidio restano tali e non diventano suicidi riusciti, vuoi per l’alea del caso – alea in cui giocano peraltro anche dinamiche sia del soggetto che dell’ambiente – vuoi per l’attuale grande diffusione e perfezionamento dei mezzi di rianimazione.

– Le velleità suicidarie che sono tentativi di suicidio appena abbozzati, come il taglio superficiale delle vene, l’assunzione di farmaci in qualità e quantità sicuramente non mortale, certi comportamenti autolesivi sempre sul piano fisico, etc… Tali condotte vengono spesso confuse con i tentativi di suicidio veri e propri ma possono essere anche sottovalutati e non considerati nel loro significato di segnali di pericolo, talora con confusione protettiva nei confronti di un vero e proprio suicidio o tentato suicidio.

– I tentativi di suicidio reiterati, che finiscono con il configurare delle condotte suicidarie croniche e che diventano, per certi aspetti “uno stile di vita”, stile che inizia spesso nell’adolescenza o post-adolescenza.

– I cosiddetti equivalenti suicidari, nella forma di incidenti gravi e ripetuti, esposizione frequente a rischi importanti, particolari condotte in cui la posta in gioco è la vita e nelle quali è sempre presente e determinante una sfida onnipotente; infine, l’assunzione di droghe pesanti in quantità e con modalità tali da comportare un rilevante e immediato rischio di morte (Senise, 1989).

L’idea di potersi o volersi suicidare è un’esperienza emotiva assai frequente, soprattutto in certe fasi della vita segnate da importanti crisi evolutive. Tale esperienza costituisce un elemento rappresentazionale ed affettivo probabilmente connaturato ad una larga quota di esseri umani ed è connesso alla capacità di accettare l’idea dell’ineluttabilità della propria futura morte. Tale capacità costituisce un momento evolutivo importante nel corso del processo adolescenziale in quanto segnala, da un lato, l’affrancamento dalle infantili fantasie di onnipotenza e di immortalità (e quindi l’accettazione dei limiti posti dalla realtà della vita, in primo luogo quelli temporali), ma costituisce anche, dall’altro lato, l’affermazione del proprio Sé in quanto sede unica delle proprie libertà decisionali ed una genuina e attiva accettazione della vita attraverso la rappresentazione mentale della possibilità del suo contrario (Pandolfi, 2000; Senise; 1989).

 

Il suicidio in adolescenza come evento processuale

Il tentativo di suicidio, pur nella sua assai differente fenomenologia e gravità, è sempre l’ultima fase e l’atto conclusivo e manifesto di un complesso insieme di processi, fantasie, desideri e vissuti tra loro differenti ed anche contraddittori, comunque esistenti e in azione già da tempo, sia pure con differenti livelli di consapevolezza. Cosicché quella che spesso viene definita come un’azione improvvisa, incomprensibile ed inconsulta, è tale solo in apparenza o, meglio, per quanto concerne la messa in atto; ma ha, invece, in quanto processo, una sua storia più o meno lunga e tortuosa i cui percorsi si celano nella soggettività dell’adolescente che tenta il suicidio.

Il tentato suicidio, dunque, non è mai un evento puntiforme nell’esistenza di una persona, ma un evento processuale con un “prima” e un “dopo”, determinato sia dalla realtà psichica interna, sia dalle vicende relazionali esterne della micro e macro società in cui l’adolescente vive (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

L’adolescente è di per sé vulnerabile sul piano psicologico, in particolare per quanto concerne l’integrazione dei vari aspetti del Sé, la regolazione dell’autostima, la tolleranza alla frustrazione, la capacità di mediare gli impulsi e di avere una realistica rappresentazione delle conseguenze delle proprie azioni. Non deve, dunque, stupire che l’adolescenza costituisca un periodo di minore resistenza di fronte ad eventi relazionali e sociali di per sé magari non gravi o, addirittura, banali. Tali eventi, infatti, assumono per alcuni di questi soggetti valenze e significati nettamente ed intollerabilmente traumatici, soprattutto se si vanno a sommare gli uni agli altri in un lasso di tempo troppo breve e/o in un ambiente che non ne facilita la corretta metabolizzazione emotiva. Questo tipo di considerazione spiega i non infrequenti errori di comprensione e di valutazione, cui seguono ovviamente errori nell’approccio terapeutico e nella profilassi delle recidive, di quei casi di tentato suicidio in adolescenza nei quali la causa sociale o relazionale più prossima o immediata, quale può essere un insuccesso scolastico o sentimentale, viene presa per la “causa”, unica e vera responsabile dell’evento, invece di essere considerata nel suo giusto valore di causa scatenante ultima, in quanto ha agito su di un soggetto la cui coesione e solidità psico-affettiva erano già in condizione di notevole, anche se misconosciuta, precarietà.

Queste considerazioni valgono per le condotte suicidarie di tutte le età, ma in modo del tutto particolare per quelle che si verificano in età adolescenziale. E’ probabile che questi errori di valutazione siano anche determinati dall’inconsapevole desiderio dell’ambiente, soprattutto familiare, di restare ad un livello di spiegazione superficiale che esima dal prendere atto di condizioni di problematicità, sofferenza e difficoltà personali e relazionali fino ad allora presenti ma ignorate. Se questo tipo di reazione e di condotta è comprensibile, anche se certamente negativa, da parte dell’ambiente familiare, non lo è per quanto concerne le figure professionali che a qualsiasi titolo sono chiamate ad occuparsi del suicidio in adolescenza (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

 

Le vulnerabilità psicologiche dell’adolescente

Abbiamo parlato della generale vulnerabilità psicologica dell’adolescente la quale, quando supera certi livelli, lo espone tra le altre forme di psicopatologia anche al rischio suicidario. Le tre caratteristiche dell’adolescente che meritano un’attenzione particolare sono:

1- La difficoltà per certi adolescenti, e per taluni l’impossibilità, di tollerare i sentimenti di solitudine e di “separatedness” che accompagnano il processo di separazione dalle figure parentali e di individuazione della propria nuova identità.
Tale processo, considerato l’asse portante dell’iter adolescenziale, è sempre problematico ma per alcuni soggetti si rivela particolarmente ostico e doloroso in quanto è prevalentemente impregnato dal sentimento di perdita desolante dell’identità infantile e dell’appoggio delle figure significative del passato, senza che tale vissuto sia sufficientemente controbilanciato dal sentimento di acquisizione della propria nuova identità e libertà, delle proprie personali capacità e responsabilità. La depressione che accompagna il processo di sviluppo adolescenziale aumenta in certi casi a dismisura, soprattutto per quanto concerne il sentimento di scarsa stima di Sé, il vissuto di inadeguatezza ai nuovi compiti, la sensazione di essere fatalmente perdente rispetto agli altri, adulti e coetanei; relativamente a questi ultimi l’adolescente potenziale suicida ha spesso la sensazione di essere rimasto irrimediabilmente indietro. Si trova così isolato in un mondo vissuto come inospitale, estraneo o addirittura minaccioso, impossibilitato a tornare al proprio passato ed incapace di approdare ad un futuro nel quale si sente, per motivi interni ed esterni, respinto; si sente incapace, soprattutto, di integrare le rappresentazioni di Sé nel passato, nel presente e nel futuro (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

2- Il fisiologico bisogno di sfidare, che è anche una difesa dalla depressività di cui si è detto sopra.
Si tratta di un bisogno accompagnato dalla tendenza ad agire impulsivamente senza considerare le conseguenze delle proprie azioni. Questa seconda importante caratteristica concorre ad esporre l’adolescente al rischio suicidario, come confermato anche da un interessante studio condotto da Witte e collaboratori su un campione di oltre 10.000 adolescenti. Lo studio ha confermato, infatti, che un adolescente che si suicida è caratterizzato da elevati livelli di impulsività, sia che tale atto abbia evidenti caratteristiche di impulsività (il cosiddetto tentativo di suicidio “impulsivo”), sia che compia tale gesto dopo una lunga pianificazione e senza quelle caratteristiche che lo farebbero ritenere impulsivo, quali l’azione sotto forte stress e la mancanza di premeditazione (Migliarese et al., 2012; Pandolfi, 2000; Senise, 1989; Witte et al., 2007).

3- L’attacco distruttivo al proprio corpo, che è la terza caratteristica che ha un particolare rilievo nei tentativi di suicidio in adolescenza.
Il rapporto dell’adolescente con il proprio corpo è notoriamente problematico per una serie di motivi di cui i più significativi sembrano i seguenti: il corpo con le sue trasformazioni è per l’adolescente la prova più evidente dell’inevitabilità del cambiamento cui egli è soggetto; il corpo, inoltre, è la fonte di nuovi stimoli e di appetenze sessuali la cui intensità, imperiosità ed incontrollabilità erano fino ad allora sconosciute. Per questi motivi il proprio corpo è spesso vissuto dall’adolescente a tratti come un corpo estraneo, sconosciuto, incontrollabile, non veramente appartenente al proprio Sé psichico, nucleo fondante dell’identità. E’ noto, infatti, quanto spesso gli adolescenti provino preoccupazione per il proprio corpo, ma anche insoddisfazione e vergogna, sentimenti la cui drammaticità è spesso misconosciuta agli adulti. Nel suicidio, il corpo diventa contemporaneamente il nemico o la vergogna da eliminare, la vittima da sacrificare, l’impaccio di cui liberarsi e l’esecuzione della sentenza di morte (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

Nell’ambito della paradossale contraddittorietà di molte condotte suicidarie va in primo luogo considerato che queste, nonostante abbiano lo scopo di spezzare ogni legame del soggetto con l’ambiente, contengono anche delle profonde valenze relazionali. Il suicidio, atto solitario per eccellenza, è però sempre anche rivolto mentalmente a qualcuno in particolare o “agli altri” in generale. Può trattarsi di un messaggio di stampo aggressivo che contiene protesta, ribellione, vendetta, ricatto; può essere un grido di aiuto, un tentativo illusorio di riunirsi a una persona amata e perduta, un mezzo altrettanto illusorio per restare sempre nella mente di qualcuno, spesso come fonte di colpa e di rimpianto. Queste idee, questi scopi, sono per lo più compresenti e compenetrati tra loro ad un livello emotivo profondo, anche se ciascuno di essi può agire con differente intensità. Cosicché la pretesa di cogliere il motivo unico di un tentato suicidio è destinata a fallire perché non tiene conto della complessità ed ambiguità della natura umana, mentre pare più corretto parlare di una motivazione privilegiata rispetto alle altre.

Va inoltre aggiunto che, nonostante la condotta suicidaria sia caratterizzata da una grande distruttività, spesso chi tenta il suicidio lo fa perché rifiuta questa vita attuale che gli appare insoddisfacente in grado estremo, o addirittura intollerabile, ma non rigetta la vita in generale; anzi, più o meno consapevolmente, aspira e confida in una vita migliore o perfetta, esente da difficoltà, conflitti e perdite. Infatti, una fantasia molto importante nel promuovere il suicidio è quella per cui la morte così ottenuta non è volta tanto alla distruzione di se stessi, quanto alla speranza, se non alla certezza inconscia, di poter per questa via trovare o ritrovare una condizione di pace e di quiete durature e perfette. Accanto a questa fantasia vediamo però spesso in opera anche un altro desiderio altrettanto illusorio, e cioè che mediante la morte si realizzi un momento di magica onnipotenza e il trionfo di Sé sulle necessarie limitazioni della vita e della realtà. Relativamente vicina a queste fantasie vi è quella secondo cui la morte ottenuta con il suicidio ha lo scopo di preservare la parte migliore di Sé.

Un altro importante meccanismo presente in molti casi di suicidio è il bisogno di trasformare in azione attiva ciò che dovrà essere subìto passivamente, anche se in un futuro lontano, vale a dire la morte stessa.

Altra importante e complessa fantasia, che merita di essere citata in quanto presente in molti processi suicidari adolescenziali, è quella di essere comunque salvati dalla morte. Questa aspettativa magica ed onnipotente, frequente molto più di quanto non si pensi, è qualcosa di diverso dal suicidio come estremo grido di aiuto e mezzo per essere finalmente percepiti nella propria sofferenza, disperazione ed abbandono. Si tratta di un paradosso spesso testimoniato dal fatto che l’adolescente lancia segnali premonitori del suo intento, segnali utilizzati come mezzo comunicativo ma distruttivo per manifestare la propria sofferenza e il proprio dolore. Questi comportamenti presentano una valenza relazionale da non trascurare. E’ fondamentale che l’ambiente relazionale sia empatico e non sottovaluti e annulli, con il disconoscimento e la negazione, il grido d’aiuto sotteso a tali messaggi, ma cerchi di decifrarne il senso e di comportarsi di conseguenza.

Come si vede è assai pericoloso sul piano clinico definire sbrigativamente certi suicidi come “dimostrativi”, definizione che comporta spesso una negazione banalizzante della condotta suicidaria, percepita solo nella sua dimensione falsa e ricattatoria. Basta riflettere sul fatto che se un adolescente deve ricorrere a questo tipo di dimostrazione per riuscire a comunicare la propria sofferenza/aggressività ciò già significa che non è in grado di utilizzare mezzi più evoluti e meno distruttivi (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

 

La prevenzione del suicidio in adolescenza

Da quanto si è detto relativamente al carattere processuale delle vicende che portano un adolescente a tentare il suicidio, si deduce che è possibile effettuare una certa prevenzione del medesimo.

Una prima misura è sicuramente quella di prendere sul serio i propositi suicidari espressi dagli adolescenti invece che annullarli con il disconoscimento della sofferenza e disperazione che li sottende, ovvero mediante la banalizzazione o, peggio ancora, la ridicolizzazione. Queste reazioni sono per lo più determinate dal sentimento di impotenza e di inadeguatezza, di rabbia e di paura che gli adulti provano di fronte ad un adolescente che tenta il suicidio. Ma, come si può comprendere, si tratta di una reazione del tutto disfunzionale. Prendere sul serio il proposito suicidario di un adolescente, però, non significa nemmeno drammatizzare la situazione oltre misura cadendo in una condizione di continuo allarme o permettendo che si instauri un clima più o meno ricattatorio. Quanto più un adolescente sente di essere capito e rispettato nella sua difficoltà e nel suo proposito suicidario, quanto più sente di poter parlare sul serio di sé e della sua sensazione di trovarsi in un vicolo cieco, tanto più è possibile che non metta in atto il suo proposito ed accetti di essere aiutato a cercare e trovare in sé e nell’ambiente risorse e soluzioni alternative e soprattutto non distruttive.

Una seconda misura, in termini di prevenzione del suicidio e tentato suicidio in adolescenza, è quella di rendersi conto di quando e quanto un adolescente cominci a sentirsi e a rendersi via via sempre più isolato dai propri coetanei e dall’ambiente, ad abbandonare in modo progressivo interessi, progetti e speranze, ad avere di sé un’immagine insoddisfacente e deteriorata, a subire frustrazioni, perdite ed insuccessi senza essere in grado di reagirvi attivamente (Pandolfi, 2000; Senise, 1989).

 

La terapia dopo il tentativo il suicidio in adolescenza

Per quanto riguarda il trattamento dell’adolescente che ha tentato il suicidio, è necessario sottolineare che le cure mediche devono essere considerate solo il primo passo. Non basta, infatti, far tornare a vivere una persona che ha cercato di morire, ma è necessario metterla in condizione di desiderare di vivere anziché di morire. Diventa pertanto essenziale effettuare una serie di colloqui psicologici con l’adolescente, i quali devono essere condotti con una tecnica idonea e soprattutto con una posizione emotiva da parte del professionista che escluda, da un lato, attitudini pietistiche e consolatorio-rassicuranti e, dall’altro, atteggiamenti recriminatori ed accusatori. E’ sempre auspicabile poter parlare con l’adolescente in modo aperto e diretto del suo atto, non colludendo con i frequenti tentativi di negazione e di banalizzazione del significato dell’evento. Anche qui, prendere sul serio non significa drammatizzare ma, piuttosto, aiutare il giovane che ha cercato di morire a rendersi conto dei desideri più o meno inconsapevoli che lo hanno spinto a compiere il tentativo e dell’illusorietà di tali desideri, diventando capace di quell’esame di realtà che gli ha fatto clamorosamente difetto nell’esecuzione del suo tentativo. Si tratta, inoltre, di metterlo in condizione di cercare mezzi meno fallimentari per far fronte alle sue difficoltà interne ed esterne e trovare possibilità comunicative e relazionali con se stesso e con l’ambiente più sane ed efficaci in termini di attivo ed intelligente adattamento alla vita (Senise, 1989).

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) presenta alcune caratteristiche che la rendono particolarmente utile nel trattamento degli adolescenti che hanno tentato il suicidio. In primo luogo, la parte cognitiva della CBT comprende molte tecniche per affrontare le cognizioni negative come la hopelessness, che si riferisce alla convinzione dell’individuo di non avere speranza e di non poterne avere in futuro: gli eventi sono assolutamente negativi ed egli non è in grado di fare nulla per modificare la situazione e per risolvere i propri problemi. In secondo luogo, la componente comportamentale della CBT comprende alcune tecniche che possono essere impiegate per aiutare l’adolescente a superare le problematiche sociali e personali che di solito si associano all’autolesionismo in questi gruppi di età. Tecniche quali il problem solving interpersonale e la facilitazione della comunicazione sono parte integrante di molti programmi CBT. In terzo luogo, le terapie cognitivo-comportamentali costituiscono un trattamento efficace per quei disturbi psichiatrici che sono strettamente associati con l’autolesionismo deliberato, quali la depressione.

Tuttavia, nonostante la terapia cognitivo-comportamentale rappresenti una forma molto promettente di intervento, sono necessari trial randomizzati più ampi per stabilire se questo intervento riduca effettivamente il rischio di recidive (Harrington et al., 2002; Oliverio Ferraris et al., 2009; Rainone et al., 2004).

La natura dell’amore, l’esperimento di H. Harlow – I grandi esperimenti di psicologia

#7: La natura dell’amore di H. Harlow (1958). Vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

L’amore e gli studi sull’attaccamento tra madre e figlio

L’amore è uno stato meraviglioso, profondo, tenero e gratificante. A causa della sua natura intima e personale viene considerato come un argomento poco adatto alla ricerca sperimentale. Ma, qualunque siano i nostri sentimenti, la nostra missione come psicologi è quella di analizzare tutti gli aspetti del comportamento umano e animale, nelle varie sfaccettature che lo compongono. Per quanto riguarda l’amore e l’affetto, gli psicologi hanno fallito in questa missione.

Queste sono le prime parole scritte da Harlow in una pubblicazione che rimane ancora oggi pilastro portante degli studi sull’attaccamento. Alla fine degli anni ‘50, psicologi e sociologi concordavano su un principio fondamentale: alcuni dei bisogni primari (fame, sete, dolore) venivano soddisfatti dal legame con la madre e da ciò, attraverso un meccanismo d’apprendimento, derivavano amore e affetto.

L’esperimento di Harlow

Questa spiegazione convince Harry Harlow solo in parte: perché questo legame rimane, spesso profondo e intatto, anche quando la madre cessa di essere la risposta ai bisogni del piccolo? Per analizzare un meccanismo così complesso, afferma Harlow, non è possibile testare un campione di neonati, in quanto le loro capacità motorie si affinano molto tempo dopo la nascita, pertanto la loro osservazione diventa complicata. Per questo motivo, Harlow sceglie di descrivere il comportamento dei macachi, autonomi nel movimenti già a 2-10 giorni di vita e con segnali di vicinanza affettiva simili a quelli della nostra specie (allattamento, ricerca del contatto, prossimità fisica). Nel giro di tre anni, più di 60 piccoli di macaco vengono separati dalla madre a 6-12 ore dalla nascita e allevati con latte artificiale contenente sostanze nutritive adeguate per essere osservati e studiati.

La prima osservazione annotata da Harlow descrive come i piccoli vengano immediatamente attratti dai pezzi di stoffa messi nelle gabbie per renderle più confortevoli. Quando i panni vengono rimossi per essere lavati, i macachi protestano, si arrabbiano e diventano violenti. Inoltre, se nella gabbia viene riposto un oggetto, anche solo un cono di rete metallica, questi cuccioli crescono meglio rispetto a quelli che vivono in una gabbia vuota. Di fronte a questi dati, lo studioso opta per costruire una madre surrogato, con un’anima di legno ricoperta da un panno caldo, riposta nella gabbia del piccolo 24 ore su 24.

Dal nostro punto di vista, abbiamo progettato mamme scimmia migliori, nonostante questa posizione non sia universalmente condivisa dai papà scimmia.

Questa mamma non è sola, ma nella gabbia viene riposta una sagoma del tutto identica, solo non ricoperta con il panno. In alcuni casi, quest’ultima è dotata di un meccanismo per nutrire il piccolo, in altri è la “mamma morbida” ad avere anche questa funzione. Ebbene, qualunque sia la mamma capace di dare il latte, i piccoli tendono a stare con la “mamma morbida”, calda e accogliente e, se necessario, si spostano verso l’altra figura solo il tempo necessario a nutrirsi.

esperimento di Harlow

Le osservazioni

Questa è per Harlow una scoperta sensazionale, che va oltre tutto ciò che è stato detto fino a quel momento a proposito del legame madre – bambino. Non c’entra nulla il soddisfacimento della fame e della sete. Sono altre le variabili in gioco. La vera funzione dell’allattamento, afferma Harlow, è quello di assicurare un contatto continuo e intimo con la madre, allo scopo di garantire sicurezza in momenti di paura o pericolo. Spaventando i piccoli macachi con un giocattolo, essi si rivolgono sempre alla mamma ricoperta con il panno morbido, senza considerare la fonte di nutrimento. Anche l’esplorazione subisce notevoli cambiamenti a seconda della presenza o meno della madre surrogata nello spazio: quando c’è, i macachi si muovono liberamente tornando talvolta verso la madre. Se al contrario è assente, i piccoli si mostrano impauriti, restano accovacciati e iniziano a dondolare. Harlow sottopone ai macachi allevati con madri surrogate numerose altre prove, che riconfermano i dati già esposti.

Conclusioni

L’esperimento ha una forte valenza all’interno degli studi sull’attaccamento e non solo. Se da una parte mette in crisi le teorie ritenute valide all’epoca, dall’altra manifesta ricadute anche a livello socioeconomico, che Harlow identifica e descrive in conclusione al suo lavoro. Non è più verità assoluta che le madri, dopo aver partorito, debbano stare a casa dal lavoro a occuparsi dei figli. Gli uomini hanno le stesse caratteristiche necessarie a creare il legame di cui ha bisogno il neonato, perché non si tratta più di bisogno di allattamento. Addirittura potrebbe esistere un futuro, afferma Harlow, in cui allattare diventa un lusso, destinato a chi può permettersi di non lavorare.

Ma qualunque sia il corso della storia, è confortante sapere che siamo ora in contatto con la vera natura dell’amore.

Musica e Psiche: la follia dei grandi musicisti

La musica non cura. Eccita, placa, risveglia, ti porta in un mondo che non pensavi, ti spalanca gli occhi a quel tramonto di cui non hai mai davvero visto i colori.  Ma non è una medicina.

Di Giancarlo Dimaggio, parti del seguente articolo sono pubblicate su Il Corriere della Sera

 

La musica non cura. Eccita, placa, risveglia, ti porta in un mondo che non pensavi, ti spalanca gli occhi a quel tramonto di cui non hai mai davvero visto i colori, in un pomeriggio di aprile che non hai mai vissuto dove l’ombra dell’olmo si poggiava su un muro di pietra che era lì da millenni a parlare di ninfe, onde e vigne.

Ravviva, intristisce, sballa, diverte, fa tutte queste cose. Ma non è una medicina. I musicisti non la assumono per guarire e se lo fanno non funziona. Altrimenti Layne Stanley, cantante degli Alice in Chains, non sarebbe morto di speedball, Amy Winehouse terrebbe ancora concerti, Syd Barrett non sarebbe impazzito. E James Hetfield non si sarebbe scolato più vodka di un gruppo di mafiosi russi nell’ora di ricreazione, fino quasi a distruggere se stesso e i Metallica, complice Lars Ulrich. Poi decisero di fare una terapia di gruppo.

Allora i musicisti sono matti di una follia che resiste alla melodia? Matti in un modo speciale, di una malattia che ne alimenta la creatività e li tormenta?

Non lo so. Le loro storie sono interessanti.

Robert Schumann, due anni prima di morire, arrivò a comporre sotto l’influenza degli spiriti che gli parlavano. L’opera è le ‘Variazioni Geister’ (degli spettri), a suo dire dettate dai fantasmi. Tentò il suicidio pochi giorni dopo gettandosi nel Reno. Si salvò, chiese di essere internato in manicomio dove morì in solitudine. Per tutta la vita soffrì di intensa depressione, alternata a fasi di esaltazione. Gli spettri che gli parlavano erano allucinazioni uditive.

Tim e Jeff Buckley. Se il Reno ha rifiutato Schumann, quasi due secoli dopo il Mississipi si è preso Jeff Buckley. In una sera di Maggio si tuffò per nuotare. Non riemerse più, forse risucchiato da un gorgo creato da un battello. Aveva 31 anni. Il padre Tim non era arrivato a quell’età, ne aveva 28 quando eroina e alcool se lo presero. Desiderio inconscio del figlio di ricongiungersi al padre che non aveva praticamente mai conosciuto? Una speculazione possibile, valida quanto l’idea che sia stato semplicemente vittima di un incidente. Se fosse vissuto più a lungo, avrebbe scritto un altro brano bello quanto ‘Grace’?

James Hetfield beveva come un dannato. Vodka a fiumi. Era carico di rabbia. Può avere influito sulla sua personalità che i genitori, a causa della fede nel Cristianesimo scientista, fossero concordi nel fatto che la madre, malata di cancro, rifiutasse le cure? Mise su insieme a Lars Ulrich i Metallica. Insieme li stavano distruggendo per i loro conflitti caratteriali. Nel documentario ‘Some Kind of Monster’, imperdibile, si vede tutto. Bisogno di controllo, due ego potentissimi che si fronteggiano titanicamente. Un terapeuta che li aiuta a sistemare le cose e poi commette degli errori. I Metallica sono ancora sul palco.

Syd Barrett. La storia è nota. Abusa di LSD. Gli acidi possono indurre psicosi. La mente di Syd se ne va. Era predisposto alla follia? C’è chi ha ipotizzato che soffrisse da sempre di sindrome di Asperger, una forma più lieve di autismo. Gli acidi causarono una rottura nella sua mente e l’isolamento, a cui gli Asperger sono predisposti perché non hanno una reale comprensione della vita interiore degli altri, prese il sopravvento. Che sia stato Asperger o psicosi indotta da psicofarmaci, ipotesi che a me comunque appare più plausibile, importa poco. Quello che rimane è il racconto di Nick Mason in ‘Inside Out’, la sua versione della storia dei Pink Floyd: il 5 giugno 1975 un uomo grasso e pelato entrò negli Abbey Road Studios, dove i suoi ex compagni registravano ‘Wish You Were Here’, aveva una borsa da spesa di plastica in mano e un’espressione vacua. Chi soffre di schizofrenia appare così. Gilmour gli chiese cosa facesse nella vita. Syd rispose che aveva da comprare sempre braciole di maiale perché tendevano a finire.

Elliott Smith. Guardate ‘Will Hunting-Genio Ribelle’. La sua ‘Angeles’ accompagna la scena d’amore più toccante del film. Un pezzo che trasmette calma, calore e nostalgia. Mi chiedo quale animo avesse bisogno di scrivere un brano così avvolgente, pacificante. Smith era depresso, abusava di alcool e droghe e nessun tentativo di disintossicazione riuscì. ‘Miss Misery’, da Will Hunting, fu candidata all’Oscar nel 1997, gli fu preferita Céline Dion. Nel 2001 era convinto di essere seguito da un furgone bianco e che i tipi della casa discografica avessero fatto irruzione nella sua casa. Nel 2003 morirà con due pugnalate al petto, evento rubricato come suicidio. Forse spinto dagli stessi spettri che parlavano a Schumann?

Forse c’è una componente genetica sottostante al rapporto tra musica e follia, il DNA della creatività ha parentele con quello di schizofrenia e disturbo bipolare, ma c’è tanto da investigare per affermarlo con certezza. I rapporti possono essere di altri tipi. Suonare e comporre possono essere un lenitivo per personalità disposte alla sofferenza. E questo non è specifico della musica e dell’arte. Quanti riescono a trovare sollievo solo nelle loro attività preferite? Cucinare, fare sport, intagliare il legno.

Oppure: lo stile di vita del musicista espone a instabilità, uso di sostanze e stress che anche in presenza di minime vulnerabilità minano l’equilibro psichico? È possibile. Io faccio spesso lezione di psicoterapia, tutto il weekend, in passato anche per tre weekend di fila. Dissi agli amici: ‘Ho scoperto perché i musicisti si drogano! Ho parlato per due giorni a venti persone e sono distrutto. Vi immaginate andare in tour, quattro concerti a settimana, prove, viaggio e tremila, diecimila persone che urlano? Minimo mandi giù sei birre e una tequila!

Altra possibilità: il bisogno di ammirazione che ti porta ad andare sul palco per chiedere al pubblico chi sei. Qui c’è una patologia della personalità, vero, ma… è specifica dei musicisti? O degli attori, dei manager, degli stilisti? O è lo stesso carattere di chi, non importa che lavoro faccia, si rode in silenzio, covando angoscia e rancore perché nessuno va a stanarlo dicendogli che è unico ed eccezionale?

E infine la più classica: soffri, e gli vuoi dare un senso. Hai talento: componi. Gli altri ascolteranno i tuoi tormenti trasformati in arte, non sarai solo. Tutte possibili spiegazioni del legame tra musica e sofferenza psichica, niente di saldamente scientifico che ci dica innanzitutto se tale legame esista davvero.

Eppure in fondo la patografia è un esercizio che non mi interessa, da psicoterapeuta la scanso, mi sembra di guardare in TV l’analisi retrospettiva dell’ultimo killer finito in prima pagina. Mi interessa invece molto la vita degli artisti, quando è scritta in prima persona, soprattutto se con penna felice. James Rhodes ha pubblicato ‘Le Variazioni del dolore’. Non lo avete tra le mani? Avete letto ‘Open’ di Agassi? Non aspettate, sono della stessa categoria, solo che Rhodes condisce con salsa Palahniuk (mister Fight Club). Rhodes colpisce duro, sporco, mira sotto la cintura. La sua vita: oggi un talento mondiale del pianoforte classico. Ieri, un bambino sodomizzato per anni, a partire dai sei, dal suo insegnante di boxe a scuola. Siete disgustati? Io sì, ma succede e l’ultima cosa da fare è girarci intorno. L’ha pagata cara. Si è strafatto di qualsiasi cosa, ha bevuto oltre ogni limite, frequentato gli alcoolisti anonimi, ha amato, torturato chi gli stava accanto, sofferto d’insonnia, non necessariamente in quest’ordine. Si è tagliato con le lamette per provare piacere – pratica cara a molti adolescenti malati: sconsiglio, quando guarite le vostre cicatrici vi faranno schifo, non sono fighe per niente. Trova persone che gli vogliono bene, credono in lui.

A Verona un italiano scopre che da piccolo James ci sapeva fare, gli chiede di suonare. Resta ammirato, lo obbliga a prendere lezioni col miglior maestro che ci sia, Edo: urla, incoraggiamenti, disciplina, il suo talento prende forma. Dà concerti. Piace. Poi riprende a darla vinta ai suoi demoni. Ancora ricoveri, lamette, poi va fuori di testa di brutto, lo ricoverano a forza, tenta maldestramente di impiccarsi. Prende per i fondelli i terapeuti per anni, finché non capisce che non era una genialata. Superato l’abisso, conosce Denis che gli chiede di suonargli la ‘Ciaccona’ di Bach/Busoni. Tu farai un disco, è l’inizio della rinascita. Non sarà un percorso lineare, non lo è a tutt’oggi. Cammina in compagnia degli spiriti affini che omaggia in ogni capitolo. Schumann che sentiva le voci degli spettri e le trasportava in musica. Schubert, bruttino e rancoroso morto giovane, Ravel mammone asessuato.

Io un paziente come Rhodes l’ho visto. Bassista rock, sniffava eroina, cocaina e beveva. Diceva mezza parola a seduta. Dopo mesi mi confessò: sono stato abusato da un pedofilo. Chi lo ha saputo mi ha abbandonato e temo che pensino che diventerò pedofilo anche io. Ci sono voluti anni, ma il dolore è sgorgato fuori, ora non si droga più, tiene concerti, turni su turni in sala d’incisione, la fidanzata lo ama.

Still Alice e il morbo di Alzheimer (2014) – Cinema & Psicologia

Il morbo di Alzheimer fa parte delle demenze neurodegenerative primarie ed è caratterizzato dalla comparsa di deficit di memoria a carattere ingravescente, a cui, successivamente, si aggiungono deficit di altri domini cognitivi (attenzione, prassia, abilità esecutive, ecc.) sino alla conversione a stadio di demenza conclamata.

[blockquote style=”1″]Se pensiamo di fare qualcosa, forse è il caso di farla subito![/blockquote]

Still Alice è un film del 2014, regia e sceneggiatura sono curate da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, tra gli interpreti: Julianne Moore, che grazie all’ eccellente interpretazione vince l’oscar come miglior attrice, Alec Baldwin, Kristen Stewart, Kate Bosworth.

Alice Howland ha cinquanta anni è moglie e madre di tre figli è una professoressa di linguistica alla Columbia University di New York, è felice, intelligente, colta ed affermata. Dopo diversi vuoti di memoria e momenti di smarrimento, Alice decide di farsi visitare da un neurologo e scopre di avere una forma precoce di Alzheimer.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO IL TRAILER:

Il morbo di Alzheimer

Il morbo di Alzheimer fa parte delle demenze neurodegenerative primarie ed è caratterizzato dalla comparsa di deficit di memoria a carattere ingravescente, a cui, successivamente, si aggiungono deficit di altri domini cognitivi (attenzione, prassia, abilità esecutive, ecc.) sino alla conversione a stadio di demenza conclamata. Ci si può ammalare di Alzheimer in modalità primaria o può insorgere secondariamente per una predisposizione genetica associata a specifiche mutazioni (per es., gene precursore della β-amiloide, gene della presenilina 1 e 2) (Michael S. Gazzaniga ,Richard B. Ivry, George R. Mangun).

La progressione del morbo di Alzheimer è inesorabile. Gli esperti hanno sviluppato delle “tappe” per descrivere come le abilità di una persona cambino, rispetto alla loro normale funzionalità.

Le fasi degenerative del morbo di Alzheimer

Questo quadro, caratterizzato da sette fasi, si fonda su un sistema sviluppato da Barry Reisberg, M.D., direttore clinico del Dementia Research Center (Centro di Ricerca sull’Invecchiamento e la Demenza) della New York University School of Medicine:

Fase 1: Funzionalità normale
La persona non soffre di problemi di memoria. La visita effettuata presso un medico non mostra alcuna prova di sintomi di demenza.

Fase 2: Declino cognitivo molto lieve (è possibile che si tratti di normali cambiamenti legati all’età o dei primi segnali del morbo di Alzheimer)
La persona potrebbe segnalare la sensazione di avere vuoti di memoria – dimenticando parole familiari o la posizione di oggetti di uso quotidiano. Tuttavia, nessun sintomo di demenza può essere rilevato nel corso di una visita medica oppure da amici, familiari o colleghi di lavoro.

Fase 3: Declino cognitivo lieve. Un lieve declino cognitivo (il morbo di Alzheimer in fase precoce può essere diagnosticato con questi sintomi in alcune, ma non in tutte le persone).
Amici, familiari o colleghi di lavoro iniziano a notare delle difficoltà. Nel corso di una visita medica accurata, i medici possono essere in grado di rilevare problemi di memoria o di concentrazione. Le difficoltà più comuni di cui alla fase 3 includono:
-Evidenti difficoltà a trovare la parola o il nome giusto
-Problemi a ricordare i nomi quando vengono presentate nuove persone
-Difficoltà notevolmente maggiori nello svolgere dei compiti in contesti sociali o di lavoro
-Dimenticare cose appena lette
-Perdere o non trovare un oggetto di valore
-Aumento dei problemi di programmazione o organizzazione

Fase 4: Declino cognitivo moderato (morbo di Alzheimer lieve o in fase precoce)
A questo punto, una visita medica accurata dovrebbe poter rilevare chiari sintomi in diversi ambiti:
-Dimenticanza di recenti eventi
-Compromissione della capacità di eseguire calcoli aritmetici mentali impegnativi – ad esempio, il contare a ritroso da 100 di sette in sette
-Maggiore difficoltà a svolgere compiti complessi, quali, ad esempio, la pianificazione della cena per gli ospiti, il pagamento delle bollette o la gestione delle finanze
-Dimenticanza della propria storia personale
-Carattere sempre più lunatico o riservato, soprattutto in occasione di situazioni socialmente o mentalmente impegnative.

Fase 5 : Declino cognitivo moderatamente grave (morbo di Alzheimer moderato o in stadio intermedio)
Le lacune nella memoria e nel pensare diventano evidenti, e le persone cominciano ad avere bisogno di aiuto per svolgere le attività quotidiane. In questa fase, chi è affetto dal morbo di Alzheimer potrebbe:
-Non essere in grado di ricordare il proprio indirizzo o numero di telefono oppure la scuola superiore o l’università presso la quale si è laureato
-Confondersi sul luogo in cui si trova o sul giorno attuale
-Avere problemi con l’esecuzione di calcoli aritmetici mentali meno impegnativi – ad esempio, il contare a ritroso da 40 di quattro in quattro, oppure da 20 di due in due
-Avere bisogno di aiuto per scegliere un abbigliamento adeguato per la stagione o per l’occasione
-Ricordare ancora particolari significativi su se stessi e la loro famiglia
-Non necessitare ancora di assistenza per mangiare o andare in bagno.

Fase 6 : Declino cognitivo grave (morbo di Alzheimer moderatamente grave o in fase media)
La memoria continua a peggiorare, possono aver luogo cambiamenti di personalità; le persone hanno bisogno di notevole aiuto per svolgere le attività quotidiane. In questa fase, tali individui potrebbero:
-Perdere la consapevolezza delle esperienze più recenti e di ciò che li circonda
-Ricordare il proprio nome, ma avere difficoltà a ricordare la propria storia personale
-Distinguere i volti noti e non noti, ma avere difficoltà a ricordare il nome di un coniuge o di una persona che l’assiste
-Avere bisogno di aiuto per vestirsi correttamente e, in caso di mancato controllo, compiere errori quali indossare il pigiama sopra i vestiti da giorno o indossare scarpe sul piede sbagliato
-Vivere l’esperienza di grandi cambiamenti nei modelli di sonno – dormire durante il giorno e diventare irrequieto di notte
-Avere bisogno di aiuto nel gestire certi dettagli dell’igiene personale (ad esempio, tirare lo sciacquone, pulirsi con la carta igienica o smaltirla correttamente)
-Avere problemi sempre più frequenti nel controllare la vescica o l’intestino
-Vivere l’esperienza di notevoli cambiamenti di personalità e di comportamento, tra cui la sospettosità e le fissazioni (come credere che la persona che l’assiste sia un’imbrogliona) oppure comportamenti incontrollabili o ripetitivi, come torcersi le mani o fare a pezzetti i fazzoletti di carta             – Tendere a vagare o perdersi

Fase 7: Declino cognitivo molto grave (morbo di Alzheimer grave o in fase avanzata)
Nella fase finale di questa malattia, la persona perde la capacità di rispondere al suo ambiente, di portare avanti una conversazione e, in seguito, di controllare i movimenti. L’individuo può ancora utilizzare parole o frasi.
In questa fase, è necessario molto aiuto nella cura personale quotidiana, tra cui mangiare o andare in bagno. Possono andare perdute le capacità di sorridere, di sedersi senza supporto e di sorreggere la propria testa. I riflessi diventano anomali. I muscoli diventano rigidi. La deglutizione diventa compromessa.

Il morbo di Alzheimer vissuto da Alice

Alice conosce il cervello, sa a cosa va incontro. Crede di saperlo. Una scena in particolare mi ha decisamente colpito. Questa scena sottolinea in modo delicato e struggente come si possa arrivare a non essere più coscienti e padroni di ciò che eravamo e la totale inconsapevolezza, nonostante gli studi accademici (forse la scelta di una protagonista con tali competenze non è casuale) di ciò a cui ti porta realmente la malattia.
Crea, in effetti, dei test di memoria, legati alla sua vita che ripete ogni giorno, che in qualche modo le danno l’indice della progressione della malattia.

Nel momento in cui non riuscirà a rispondere più a determinate domande decide che dovrà uccidersi. Crea una cartellina nel computer con tutte le istruzioni. Un video di Alice che parla ad Alice, “se mi sto dicendo di fare questa cosa” pensa, “sicuramente dovrò fidarmi di me e del fatto che ormai sono diretta all’inesorabile irrimediabile fine”. Calcola tutto, ma non si rende conto che non riuscendo più a rispondere a quelle determinate domande, essendo avanzata troppo la malattia non potrà comprendere appieno ciò che l’altra Alice le sta dicendo di fare, tenterà di assecondare le istruzioni, se ne dimenticherà, ci riproverà, lo scorderà, non riuscirà ad avere quella padronanza e quella consapevolezza nell’interrompere la propria vita giunta ad un cammino dove rimane solo una strada buia. Così mi ha fatto immaginare cosa possa essere la progressione di questo morbo, un cammino in cui mano mano che si va avanti si avanza verso il buio e ci si ritrova immersi nel niente. Chi ero? Chi sono? Queste domande alla fine non ci saranno neanche più.

Conclusioni

Il film romanza in modo leggero ma allo stesso tempo toccante questo tema e dà spunto a riflessioni che vanno oltre la sola malattia e chi ne è afflitto, osserva chi abbiamo intorno e il loro modo di rispondere a questa tragedia, ci fa sentire impotenti e sottolinea quanto bisognerebbe apprezzare anche la più piccola azione quotidiana che in modo scontato facciamo.
Quando si spegne il cuore, finisce la nostra occasione, l’occasione di ridere, progettare, ricordare, osservare, apprezzare il sole che scalda il viso, una bella canzone, l’occasione di avere un’altra occasione, quando si spegne la mente, si continua a respirare inconsapevoli del fatto che di occasioni non ne avremo più.

cancel