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L’Ulisse di Nolan: come l’epoca della vulnerabilità ha ucciso il mito – Recensione

L’Odisseo di Nolan racconta un’epoca in cui il dolore diventa trauma e la fragilità una lente per interpretare l’esperienza umana

Di Valentina Davi

Pubblicato il 11 Set. 2026

L’Odisseo della vulnerabilità

Cantami, o Nolan, dell’epoca della vulnerabilità: quel tempo in cui le (pseudo) fragilità garantiscono like e ogni minima difficoltà si erge a Disturbo.

Cantami di un mondo che non tollera più la tragedia e la fatalità, ma esige il trauma e la diagnosi; un mondo incapace di accettare il dolore se non è traducibile in una nevrosi in cui rispecchiarsi.

Dimentica, o lettore, l’Ulisse incontrato a scuola, colui che accettava eroicamente la sofferenza come prezzo del ritorno a casa. Un primo segnale era già arrivato nel 2017: nella traduzione di Emily Wilson il polýtropos del primo verso (letteralmente “che si volge in molte direzioni”) era diventato “a complicated man”. Del resto l’ingegno, in “quell’uom di multiforme ingegno”, ce l’aveva messo Pindemonte. Ma il greco lascia scegliere, e il nostro tempo sceglie sempre nella stessa direzione: non l’uomo dalle mille risorse, ma l’uomo dai mille problemi.

Nasce così l’Odisseo nolaniano, un antieroe ripiegato su sé stesso, divorato dai sensi di colpa non tanto per aver infranto la legge di Zeus, quanto per il peso stesso delle proprie decisioni.

Infatti se l’Oppenheimer di Itaca ha ragioni titaniche per non dormire la notte, per noi comuni mortali la colpa epica è troppo grande da sostenere. Il genio ci spaventa per le grandi responsabilità che impone. Ed è qui che la complicazione di quest’uomo ci viene in aiuto: una colpa a nostra misura, che non chiede di essere espiata ma compresa.

L’Odisseo di Nolan è come noi: reagisce di pancia

Quando, ormai salvo, fuori dalla caverna vede Polifemo sputare l’elmo di un compagno, perde la testa e scaglia una freccia sciocca e impulsiva, scatenando l’ira del gigante e causando ulteriori morti. Anche in Omero Ulisse agisce d’impulso, e i compagni lo supplicano invano di tacere. Ma lì l’errore nasce dalla tragica superbia di un re che vuole urlare al mondo il proprio nome; qui dal banale raptus di un uomo emotivo. Non è più la sfida al destino che guida, ma l’incapacità di gestire la rabbia del momento.

L’Odisseo di Nolan è come noi: pecca di superficialità

È un uomo che, invece di seguire la rotta dei rifornimenti (che se si chiama così, ci sarà un motivo), sceglie una via alternativa per ragioni che nemmeno lui sa spiegare, come il guidatore medio che rifiuta di seguire le indicazioni, condannando i compagni a morte.

È l’ingegnere fallibile che trascorre dieci anni accampato su una spiaggia per poi costruire un cavallo di legno senza considerare le maree, finendo per far affogare i suoi uomini.

E quindi, colpevole, si tormenta. Si dirà che anche l’Ulisse omerico piange, e moltissimo: sulla spiaggia di Ogigia mai gli occhi erano asciutti di lacrime, al canto di Demodoco celava il volto nel manto, e piangeva. Vero. Ma si dispera per ciò che gli manca, non per ciò che ha fatto: quelle lacrime non domandano una guarigione, ma una nave. Nell’Odissea di Nolan si piange su sé stessi, e con il pianto cambia natura anche la colpa: Omero, nel proemio, si affretta a precisare che i compagni morirono per la loro stessa follia, scagionando il proprio eroe prima ancora di raccontarlo; Nolan fa l’opposto, e gli addossa tutto. Nessun destino da affrontare a testa alta, ma il tormento dell’uomo moderno che prima sbaglia (per scarsa lungimiranza, per emotività), poi si sente in colpa e cerca assoluzione perché, in fondo, è soltanto complicato.

Trasformato nell’ennesimo reduce di guerra tormentato da un Disturbo Post Traumatico da Stress, Odisseo trascorre le notti versando lacrime per le proprie responsabilità in compagnia di Atena, che però funziona assai meno da dea e più da Super-Io: ha il broncio di Zendaya e lo sguardo di disapprovazione di una madre che si chiede cosa lo abbia fatto studiare a fare se questi sono i risultati. 

Il paradosso è che, di tutti, Odisseo sarebbe il candidato più legittimo a quella diagnosi: dieci anni di guerra, tutti i compagni morti, vent’anni lontano da casa. Il problema non è che la diagnosi sia falsa, anzi. È che sia diventata l’unica lente rimasta, che di un uomo non si possa più raccontare cosa ha fatto, ma solo cosa gli fa male. Nemmeno Odisseo, del resto, sa più vedere il caso in ciò che accade: solo le conseguenze delle proprie decisioni.

Così la sua unica speranza di salvezza sono sette anni di psicoterapia. Sette anni bloccato su un’isola con Charlize Theron nei panni della terapeuta Calipso, che lo invita ad affrontare i suoi traumi inconsci e a capire per quale motivo, sotto sotto, non voglia davvero tornare a casa; il tutto, incredibile a dirsi, senza protocolli EMDR. Un percorso che si conclude con l’imperativo terapeutico: “Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e VIVI”.

Ma se persino Ulisse deve andare in terapia, allora il mito ha smesso di guardarci dall’alto. L’Ottocento di Pindemonte aveva scelto l’ingegno perché credeva negli eroi; noi scegliamo la complicazione perché crediamo alle ferite. Nell’epoca della vulnerabilità, il trascendente, la prontezza d’ingegno, il valore guerriero e la ricerca della gloria non scompaiono: diventano sintomi da interpretare. Restano le debolezze umane in cerca di un nome clinico, il lettino da psicoanalisi ed esseri umani “semplicemente complicati”.

Riferimenti Bibliografici
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