Perché la motivazione in psicoterapia conta?
La motivazione è un ingrediente essenziale per il successo di una psicoterapia. Definita come partecipazione al trattamento in quanto frutto di una scelta liberamente presa (Zuroff et al., 2007, p. 137), può rappresentare il motore del cambiamento di esperienze personali, schemi di pensiero e comportamenti, cambiamento che costituisce lo scopo principale di una psicoterapia.
La motivazione, infatti, alimenta il coinvolgimento della persona durante l’intero processo terapeutico, l’auto-apertura, l’aderenza ai compiti per casa e il mantenimento dei risultati raggiunti, promuovendo una maggiore efficacia della psicoterapia e un cambiamento significativo e a lungo termine. Al contempo, può abbattere il rischio di resistenza o abbandono del trattamento (Grosse Holtforth, & Michalak, 2012; Ryan et al., 2010; Medalia & Saperstein, 2011).
Più in generale, la motivazione è alla base di quelle azioni umane guidate da un obiettivo, come ad esempio alzarsi al mattino, affrontare un esame universitario, andare a lavoro, prendere la patente o impegnarsi in un nuovo progetto. Gli obiettivi di una psicoterapia rappresentano i cambiamenti intenzionali nel comportamento o nell’esperienza, da raggiungere attraverso la terapia e su cui terapeuta e paziente concordano sin dall’inizio del trattamento (Grosse Holtforth & Grawe, 2002).
Cambiare o non cambiare…questa è l’ambivalenza!
L’idea del cambiamento può fare paura. Un mito comune in terapia è che se una persona sceglie di partecipare alle sedute, sia pienamente motivata. In realtà, la maggior parte degli individui sperimenta in psicoterapia un’iniziale ambivalenza, un desiderio di cambiamento misto a paura. Per questo motivo, malgrado una persona necessiti di apportare cambiamenti anche radicali nella propria vita, potrebbe opporre resistenza al processo di psicoterapia. Alcuni comportamenti o modalità di pensiero, ad esempio, per quanto problematici e dannosi per il benessere di un individuo, possono offrire vantaggi secondari o benefici, come ricevere protezione dai propri cari, evitare di impegnarsi o di portare a termine attività complesse e poco gradevoli, o schivare emozioni “difficili”, quali, ansia, frustrazione o delusione. Alcune persone intraprendono la psicoterapia con un’elevata motivazione a impegnarsi, a investire tempo ed energie (e denaro!) in un processo che cambi prospettive e comportamenti. Altre, al contrario, possono mostrarsi ambivalenti durante le diverse fasi del processo terapeutico: iniziare o meno la psicoterapia, considerare o meno un certo tipo di comportamento come problematico, adottare misure o meno per modificarlo.
La resistenza non è un fallimento, ma una strategia protettiva. Il cambiamento può persino essere vissuto come una minaccia per la propria identità: ad esempio, un individuo che è sempre stato “il forte” in famiglia potrebbe avere difficoltà a chiedere aiuto, o una persona tendente al perfezionismo potrebbe temere di perdere la propria unicità, il proprio valore o il pieno controllo della propria vita. Il lavoro terapeutico può essere faticoso, persino doloroso ma permette alla persona di riconoscere paure e processi di pensiero che bloccano la propria crescita, comprendere e dare risposta ai propri bisogni emotivi.
Motivazioni alla psicoterapia
Secondo la teoria dell’autodeterminazione (Ryan & Deci, 2000), la motivazione può essere distinta in due categorie principali: motivazione intrinseca o estrinseca. Ciascuna tipologia gioca un ruolo fondamentale nell’influenzare il comportamento degli individui e il perseguimento dei propri obiettivi. La motivazione intrinseca è guidata da fattori interni. Una persona intrinsecamente motivata alla psicoterapia tenderà ad impegnarsi perché la trova interessante, piacevole e significativa per il proprio benessere e la propria crescita personale. Tale forma di motivazione incoraggia un impegno genuino, la creatività e un senso di realizzazione personale.
La motivazione estrinseca, d’altra parte, è influenzata da ricompense o pressioni esterne. Le persone motivate estrinsecamente possono inizialmente affrontare una psicoterapia per evitare conseguenze esterne (come pressioni e conflitti coniugali), soddisfare bisogni e aspettative dei propri cari (“So gestire la mia dipendenza da gioco, ma sono qui per far stare tranquilla mia moglie”), gestire sentimenti di colpa o vergogna, ma progressivamente possono iniziare a riconoscere il valore della psicoterapia, assumersi la responsabilità del cambiamento e vivere il cambiamento stesso come parte integrante dei propri valori e della propria identità. Sebbene possa effettivamente innescare un comportamento, la motivazione estrinseca dipende spesso da fattori esterni che possono fluttuare nel tempo.
In senso lato, la motivazione non è soltanto un prerequisito per iniziare una psicoterapia, ma rappresenta piuttosto un processo dinamico, in continua evoluzione, che può essere costruito e coltivato dall’azione congiunta di paziente e terapeuta. Si può iniziare una terapia senza una chiara motivazione al cambiamento, per poi svilupparla gradualmente attraverso la comprensione e la sicurezza emotiva raggiunta nel corso delle sedute.
Cosa influenza la motivazione?
La motivazione alla psicoterapia può essere influenzata da vari fattori (Ryan & Deci, 2000):
- esperienze pregresse di sofferenza e impotenza emotiva (come traumi, modelli genitoriali trascuranti o rifiutanti)
- esperienze positive che generano aspettative di speranza e sollievo (“La mia amica viveva un disagio simile al mio, ma adesso sta meglio grazie alla psicoterapia”)
- paura del cambiamento
- gravità dei sintomi
- qualità del legame terapeutico
- esperienze precedenti di psicoterapia infruttuose
- eventuali benefici derivanti dal mantenimento dei sintomi (attenzione, cura e supporto di amici e familiari)
- aspettative terapeutiche (ad esempio, la speranza di un miglioramento del proprio livello di benessere o delle relazioni, la paura di effetti negativi o la paura di essere stigmatizzati).
La mia motivazione può aumentare?
La motivazione non si sviluppa “in isolamento”, ma è plasmata e sostenuta dalla relazione terapeutica. Chiunque vorrebbe sentirsi accettato, compreso e non giudicato dal proprio terapeuta. Per questo, un buon terapeuta sarà in grado di incentivare un clima di empatia, sicurezza e accettazione nel corso delle sedute, che permetterà alle persone di esplorare i propri vissuti e pensieri senza timore di essere giudicate, svalutate o rifiutate. Il legame terapeutico può diventare esso stesso un fattore motivante, offrendo una nuova esperienza relazionale per il paziente.
La motivazione spesso può emergere durante la terapia, non prima. Sebbene la mancanza di motivazione possa condurre a un abbandono precoce, il processo terapeutico può aiutare le persone a scoprire e rafforzare la propria motivazione.
Anche l’iniziale ambivalenza verso la psicoterapia, se riconosciuta ed elaborata dal terapeuta, può fungere da terreno su cui far crescere una motivazione autentica.
La motivazione, dunque, non è una caratteristica fissa: può essere coltivata, plasmata e sostenuta all’interno della relazione terapeutica.
Resistere al cambiamento non significa fallire, ma può essere una parte naturale di un percorso di psicoterapia. Con un approccio empatico e collaborativo, la psicoterapia diventa uno spazio di scoperta in cui poter riconoscere e riappropriarsi della propria motivazione a stare bene.