Il primato del ritardo diagnostico del disturbo ossessivo compulsivo
Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) può influire in modo profondo sulla qualità di vita di chi ne sperimenta i sintomi, impegnando le persone anche diverse ore al giorno in ossessioni e compulsioni, contribuendo alla perdita di giornate lavorative e compromettendo le relazioni familiari, sociali e professionali (Wongbusarakum et al., 2025).
Nonostante siano attualmente disponibili trattamenti di tipo integrato (con farmacoterapia e terapia cognitivo comportamentale come trattamenti di prima linea), possono verificarsi ritardi temporali notevoli tra le prime manifestazioni del disturbo ossessivo compulsivo, la diagnosi e l’avvio di una terapia adeguata. Le ricerche stimano che tra i primi sintomi e l’inizio del trattamento possono intercorrere dai 7 agli 11 anni (Poyraz et al., 2015; Jakubovski et al., 2013; Dell’Osso et al., 2015). Si tratta di un ritardo temporale drammatico, che sancisce un triste primato per il disturbo ossessivo compulsivo, quello del disturbo psichico con il più esteso ritardo diagnostico. Con quali effetti sulle persone?
L’impatto del ritardo diagnostico nel DOC
Il periodo che intercorre tra i primi sintomi di un disturbo mentale e l’inizio del primo trattamento adeguato è definito “durata della malattia non trattata” (Duration of Untreated Illness – DUI) e rappresenta un importante fattore di rischio per l’andamento e gli esiti del trattamento dei disturbi psichici in generale.
Gli individui che sperimentano una maggiore durata del disturbo ossessivo compulsivo non trattato tendono a presentare sintomi più gravi, sviluppano più facilmente ulteriori disturbi mentali concomitanti e possono rispondere in modo ridotto al trattamento, con una remissione più ritardata e meno frequente. In altri termini, meno precoci e tempestive sono le cure nel disturbo ossessivo compulsivo, peggiori potrebbero essere gli esiti terapeutici (Dell’Osso et al., 2010; Wongbusarakum et al., 2025).
Nel disturbo ossessivo compulsivo, la durata della malattia non trattata rappresenta solitamente il 40-70% della durata globale della malattia, in particolare quando i primi sintomi compaiono durante l’infanzia o l’adolescenza e i primi diagnosi e trattamento adeguati avvengono in età adulta. A cosa è dovuto un simile ritardo diagnostico e nelle cure? Diversi fattori di natura individuale, sociale e sistemica possono contribuire a una più estesa durata della malattia non trattata nel disturbo ossessivo compulsivo: tra questi, vi sono l’insorgenza insidiosa dei sintomi ossessivo-compulsivi, il ritardo nella ricerca di aiuto dovuto a una mancanza di conoscenza e consapevolezza sui sintomi (molte persone tendono a pensare che i sintomi siano esperienze tipiche e non dovute a un disturbo psichico), lo stigma e la mancanza di servizi di assistenza sanitaria mentale dedicati alla diagnosi precoce del disturbo ossessivo compulsivo in Italia (Perris et al., 2023).
Intervenire presto per star bene prima
Ridurre il tempo trascorso senza cure adeguate può portare a migliori risposte alle terapie messe in campo, minore sofferenza individuale e familiare e minore rischio di comorbilità, con un conseguente miglioramento precoce della qualità di vita (Perris et al., 2023). Molte persone con disturbo ossessivo compulsivo, inoltre, presentano una storia pregressa di sintomi ossessivo compulsivi subclinici, ovvero pensieri ossessivi e rituali compulsivi lievi che non raggiungono la soglia di un disturbo ossessivo compulsivo conclamato. Tali sintomi spesso si manifestano negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza e possono offrire un’utile finestra temporale per un intervento precoce, in grado di prevenire la conversione a vere e proprie condizioni cliniche (Fontenelle et al., 2022).
Vivere con il disturbo ossessivo compulsivo può far sentire le persone “bloccate” in un circolo vizioso di pensieri indesiderati e di rituali che sembrano impossibili da ignorare. Tuttavia, il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo mentale curabile. E ricevere le cure giuste con tempestività può fare la differenza.