Felicità, benessere soggettivo e comportamenti pro-sociali 

Cercare di rendere felici gli altri è il modo più efficace per raggiungere la propria felicità, anche più di quando gli altri cercano di rendere felici noi

ID Articolo: 193594 - Pubblicato il: 22 giugno 2022
Felicità, benessere soggettivo e comportamenti pro-sociali 
Messaggio pubblicitario SFU 2022

La maggior parte di noi desidera essere felice e nel tentativo di esserlo si ritrova alla ricerca costante di nuove modalità con cui raggiungere la propria felicità

 

Messaggio pubblicitario  In Occidente, la ricerca della felicità è vista come un’impresa personale che richiede un’azione finalizzata al raggiungimento di obiettivi e programmi personali (Oishi et al., 2013). Tuttavia, la letteratura sembra dimostrarci che, piuttosto che focalizzarsi su sé stessi, il focus dovrebbe essere riposizionato, forse in modo controintuitivo: per essere veramente felici può essere necessario “dimenticarsi” di se stessi e preoccuparsi principalmente della felicità degli altri.

A sostegno di tale ipotesi, uno studio di Dunn e colleghi (2008) ha riscontrato che i soggetti che spendevano denaro per gli altri si sentivano più felici rispetto a quelli che spendevano la stessa somma di denaro per se stessi. Nelson e colleghi (2016) hanno dimostrato invece che l’essere gentili con gli altri porta a sperimentare più emozioni positive, meno emozioni negative e più benessere psicologico, rispetto agli atti di gentilezza focalizzati su se stessi.

La felicità nel Modello delle Attività Eudaimoniche

Questi risultati sono ben inquadrati nel Modello delle Attività Eudaimoniche (EAM; Sheldon et al., 2019), il quale ipotizza che i miglioramenti del benessere soggettivo e della felicità possono essere ottenuti attraverso l’impegno in attività eudaimoniche, come le attività legate alla crescita e allo sviluppo, alla promozione di valori intrinseci e alla pro-socialità. Pertanto, secondo l’EAM, rendere felici gli altri dovrebbe rivelarsi più efficace per il proprio benessere, poiché non mira direttamente alla felicità del soggetto in questione, ma porta a benefici attraverso il comportamento pro-sociale.

La domanda che sorge è quindi: qual è il meccanismo alla base di questi benefici?

Un risposta logica potrebbe essere il sentimento di connessione che si crea tra chi dona e chi riceve. Molte teorie propongono, e molti studi hanno riscontrato, che le relazioni strette sono un importante determinante del benessere delle persone (ad es., Lyubomirsky et al., 2005) e che le persone più felici di solito hanno reti sociali più ampie rispetto a quelle meno felici (Myers, 2000). La teoria dell’autodeterminazione (Self-Determination Theory; SDT) suggerisce che tutte le persone hanno bisogno di relazionarsi con gli altri, mostrando che i sentimenti di relazionalità, insieme ai sentimenti di competenza e di autonomia, sono importanti predittori di benessere (Reis et al., 2000; Sheldon et al., 1996). Inoltre, esaminando le tendenze prosociali, Martela e Ryan (2016b) hanno scoperto che la relazione tra comportamento pro-sociale e benessere può essere spiegata dal soddisfacimento dei bisogni psicologici di base. Sembra ragionevole che il tentativo di rendere felice un’altra persona ispiri sentimenti di vicinanza nella persona che compie il gesto. Questi sentimenti potrebbero quindi spiegare gli effetti positivi dell’attività focalizzata sull’altro sul benessere della persona.

Tuttavia, l’aumento del benessere non deriva da qualsiasi esperienza sociale, ma dalle esperienze in cui siamo concentrati sulla felicità degli altri piuttosto che sulla nostra.

Alcuni esperimenti sulla ricerca della felicità

Sulla base di quanto riportato, uno studio condotto da Titova e Sheldon (2021) ha analizzato l’effetto del “cercare di rendere felice se stessi” e “cercare di rendere felice un’altra persona” sulla felicità e il benessere percepiti in 5 progetti sperimentali differenti.

Messaggio pubblicitario  Nei primi 3 studi i risultati hanno dimostrato che, sia retrospettivamente (quindi ricordando di aver cercato di rendere qualcun’altro più felice) che al momento attuale dello studio (facendo qualcosa per rendere più felice un’altra persona) impegnarsi per la felicità degli altri portava a un aumento del benessere soggettivo maggiore, rispetto al tentativo di rendere più felice se stessi o di passare del tempo a socializzare.

Nei successivi esperimenti gli autori hanno utilizzato una condizione di confronto diversa: essere resi più felici dagli altri. Anche in questo caso, i risultati hanno dimostrato che cercare di rendere felici gli altri è un modo più efficace per raggiungere la propria felicità, anche più di quando gli altri cercano di rendere felici noi.

Riassumendo, ciò che lo studio ha riportato sembra confermare l’ipotesi che rendere felici gli altri sia un modo più funzionale per raggiungere la propria felicità, anche rispetto all’essere resi felici dagli altri.

È interessante notare che non è necessaria un’azione faccia a faccia con l’altra persona: i partecipanti dello studio hanno comunque sperimentato benefici dal tentativo di rendere felici gli altri anche senza averli mai visti o senza mai averci parlato. Inoltre, nello studio presentato, le persone non si conoscevano tra loro, quindi anche il livello di familiarità con le persone oggetto dell’attività di aumento della felicità non è necessariamente importante per ottenere l’effetto indagato.

Le reazioni ottenute in tutte e cinque le condizioni sperimentali erano mediate dal soddisfacimento del bisogno di relazione. Come suggerito dalla STD, le persone hanno bisogno di soddisfare tutti e tre i bisogni fondamentali per vivere una vita soddisfacente (Ryan e Deci, 2000a; 2000b). Non sorprende che la soddisfazione del bisogno di relazione, in particolare, derivi da un’attività progettata per far sentire bene un’altra persona.

Sebbene questo studio non sia longitudinale, quindi non sono stati osservati cambiamenti nel tempo, sembra confermare l’ipotesi per la quale impegnarsi in azioni che puntano a migliorare l’umore e la felicità degli altri invece che la propria, aumenti il proprio benessere soggettivo. Lo studio presentato sembra inoltre supportare il Modello delle Attività Eudaimoniche, il quale afferma che lavorare per migliorare direttamente la propria felicità non è una strada percorribile per diventare più felici nella vita (Sheldon, 2016; Sheldon et al., 2019). Invece, concentrarsi su sforzi eudaimonici, che includono lo spostamento dell’attenzione da sé agli altri, è un modo funzionale per raggiungere il benessere personale.

 

Consigliato dalla redazione

Felicità: un prodotto del cervello? - La scienza della felicità di Daniel Gilbert

La scienza (sorprendente) della felicità

La felicità, per Dan Gilbert, dipende in buona misura dal ridimensionare desideri ed eventi spiacevoli che ci capitano: è una capacità del nostro cervello

Bibliografia

  • Dunn, E. W., Aknin, L. B., & Norton, M. I. (2008). Spending money on others promotes happiness. Science, 319(5870), 1687-1688.
  • Lyubomirsky, S., King, L., & Diener, E. (2005). The benefits of frequent positive affect: Does happiness lead to success?. Psychological bulletin, 131(6), 803.
  • Martela, F., & Ryan, R. M. (2016). The benefits of benevolence: Basic psychological needs, beneficence, and the enhancement of well‐being. Journal of personality, 84(6), 750-764.
  • Myers, D. G. (2000). The funds, friends, and faith of happy people. American psychologist, 55(1), 56.
  • Nelson, S. K., Layous, K., Cole, S. W., & Lyubomirsky, S. (2016). Do unto others or treat yourself? The effects of prosocial and self-focused behavior on psychological flourishing. Emotion, 16(6), 850.
  • Oishi, S., Graham, J., Kesebir, S., & Galinha, I. C. (2013). Concepts of happiness across time and cultures. Personality and social psychology bulletin, 39(5), 559-577.
  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000a). Self-determination theory and the facilitation of intrinsic motivation, social development, and well-being. American psychologist, 55(1), 68.
  • Ryan, R. M., & Deci, E. L. (2000b). The darker and brighter sides of human existence: Basic psychological needs as a unifying concept. Psychological inquiry, 11(4), 319-338.
  • Reis, H. T., Sheldon, K. M., Gable, S. L., Roscoe, J., & Ryan, R. M. (2000). Daily well-being: The role of autonomy, competence, and relatedness. Personality and social psychology bulletin, 26(4), 419-435.
  • Sheldon, K. M. (2016). Putting eudaimonia in its place. In Handbook of eudaimonic well-being (pp. 531-541). Springer, Cham.
  • Sheldon, K. M., Corcoran, M., & Prentice, M. (2019). Pursuing eudaimonic functioning versus pursuing hedonic well-being: The first goal succeeds in its aim, whereas the second does not. Journal of Happiness Studies, 20(3), 919-933.
  • Sheldon, K. M., Ryan, R., & Reis, H. T. (1996). What makes for a good day? Competence and autonomy in the day and in the person. Personality and social psychology bulletin, 22(12), 1270-1279.
  • Titova, L., & Sheldon, K. M. (2022). Happiness comes from trying to make others feel good, rather than oneself. The Journal of Positive Psychology, 17(3), 341-355.
State of Mind © 2011-2022 Riproduzione riservata.