“Parla come mangi” non di come mangi. Effetti di diet talk e body talk

I termini Diet Talk e Body Talk indicano la tendenza a fare riferimento, in modo frequente nelle conversazioni, alla dieta, al peso e alla forma del corpo

ID Articolo: 192985 - Pubblicato il: 20 maggio 2022
“Parla come mangi” non di come mangi. Effetti di diet talk e body talk
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Diet Talk e Body Talk sembrano essere possibili fattori di rischio per lo sviluppo di Disturbi dell’Alimentazione.

 

“Ma tu mangi i carboidrati anche a cena?”

“Ma sei dimagrita? Come stai bene!”

“Questo non lo mangio, troppo calorico!”

“Starebbe meglio con qualche kg in più, è troppo magra!”

Messaggio pubblicitario  Quante volte avete sentito queste frasi? Quante volte siete stati voi stessi a pronunciarle?

Questi, sono solo alcuni esempi di due fenomeni sempre più diffusi, il Diet Talk e il Body Talk. Con questi termini si intende la tendenza a fare riferimento, in modo frequente all’interno delle conversazioni, alla dieta, al controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo, propri e altrui, con un’accezione negativa, vale a dire dipingendoli come qualcosa da dover controllare e giudicare nell’ottica di raggiungere un determinato aspetto fisico e/o uno specifico stile alimentare.

Diet Talk e Body Talk nella società occidentale

Non stupisce il fatto che questi fenomeni si siano fatti negli anni sempre più frequenti, in quanto si inscrivono all’interno di una “cultura della dieta”, dalla quale la società occidentale è ormai ampiamente permeata: avere un fisico magro e/o muscoloso, riuscire a mantenere una dieta e delle regole alimentari ferree e praticare una rigida attività fisica viene generalmente visto come una dimostrazione di forza e determinazione e, di conseguenza, di valore personale (Rossi, 2021). L’importanza della magrezza e il giudizio negativo sull’eccesso di peso promuovono il controllo sull’alimentazione, reso ancora più popolare dalle innumerevoli alternative di diete per perdere peso proposte negli ultimi decenni (Faw et al., 2021).

Tuttavia, la dieta non è sempre una pratica benigna: il ruolo dannoso dell’iniziare una dieta per quanto riguarda i disturbi alimentari è stato riconosciuto in molti studi su campioni adolescenziali. La presenza di una dieta nella storia personale, sommata a un’insoddisfazione per il corpo, aumenta la proporzione di giovani a rischio di sviluppo di un disturbo dell’alimentazione (Hill, 2009). Il ruolo dei fattori socio-culturali nella patogenesi di queste problematiche è sempre più oggetto di interesse nella ricerca scientifica. Questi fenomeni sono stati in parte attribuiti all’idealizzazione della magrezza nella cultura occidentale, dove il cambiamento culturale degli ultimi decenni ha portato ad un aumento della tendenza ad ambire a controllare peso, forma del corpo e alimentazione (Nasser, 1988).

In questo senso, appare evidente come le pratiche verbali descritte siano potenzialmente dannose, in quanto propongono e rafforzano un’idea errata e potenzialmente pericolosa dell’alimentazione, rischiando di innescare un atteggiamento che guarda all’alimentazione e al proprio aspetto fisico con un’accezione negativa. Questo atteggiamento rischia di essere un fattore precipitante per lo sviluppo di un disturbo dell’alimentazione. In queste patologie, infatti, l’attenzione verso il peso e le forme del corpo, alla quantità e alla qualità degli alimenti introdotti viene portata patologicamente all’estremo e diventa tanto importante nella quotidianità dell’individuo, da rappresentare un vero e proprio (se non l’unico) metro di valutazione di sé come persona (Rossi, 2021).

Fattori di rischio per i disturbi dell’alimentazione

Nello specifico, i disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione e/o da comportamenti connessi all’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale (Dalle Grave, 2018).

Le cause specifiche dei disturbi dell’alimentazione non sono ancora note in modo chiaro; i dati ottenuti ad oggi dalla ricerca più recente sembrano suggerire che essi siano innescati dalla combinazione di una predisposizione genetica e fattori di rischio di tipo ambientale. Tuttavia, la ricerca ha individuato numerosi fattori di rischio potenziali.

Tra i fattori di rischio generali, vale a dire condizioni non modificabili, che aumentano in generale, per tutta la popolazione, il rischio di sviluppare i disturbi dell’alimentazione, vi è il vivere in una società occidentale ove si è verificata, a partire dagli anni ‘50, la trasmissione dell’ideale di magrezza. Uno studio ha dimostrato come l’Indice di Massa Corporea (IMC) delle modelle sia passato da un valore medio leggermente sotto il 20 negli anni ‘50 a un valore medio di 18 nel 2001 (la fascia di normopeso è compresa tra un IMC di 19 e un IMC di 24,9). Anche se non si può dimostrare un nesso causale tra evoluzione dell’ideale sociale di magrezza e sviluppo dei disturbi dell’alimentazione, la diminuzione del peso delle modelle è andato di pari passo con l’aumento dell’incidenza dell’anoressia nervosa. Non è inoltre infrequente che la perdita di peso e l’autocontrollo richiesto per seguire una dieta in modo ferreo, possano essere rinforzati da vari fattori sociali. Il messaggio martellante dei media è che la magrezza estrema sia un segno di bellezza, successo, autocontrollo e riconoscimento (Dalle Grave, 2018).

Tra i fattori di rischio individuali, vale a dire condizioni che colpiscono in modo specifico gli individui che sviluppano un disturbo dell’alimentazione, rientrano esperienze di derisione per il peso e la forma del corpo, preoccupazioni per il peso e la forma del corpo e l’aver fatto una dieta. Su quest’ultimo, è stato dimostrato che la dieta negli adolescenti normopeso costituisce un fattore di rischio per lo sviluppo dei disturbi dell’alimentazione. In un campione di studentesse di Londra di 15 anni quelle che facevano una dieta, rispetto ai controlli, avevano un rischio otto volte maggiore di sviluppare un disturbo dell’alimentazione nell’anno seguente. Risultati simili sono stati osservati in uno studio eseguito su adolescenti australiani in cui i soggetti a dieta, rispetto a quelli non a dieta, avevano un rischio 18 volte superiore di sviluppare un disturbo dell’alimentazione nei sei mesi seguenti. In questa ricerca è stato evidenziato che il rischio era elevato anche nei soggetti che seguivano una dieta lievemente ipocalorica (Dalle Grave, 2018).

Diet talk e body talk nei disturbi dell’alimentazione

Una meta-analisi condotta nel 2013 ha mostrato come i commenti e l’atteggiamento dei pari e della famiglia possano influenzare il comportamento alimentare, l’insoddisfazione per il corpo e sintomi bulimici sia in adolescenti maschi che femmine. Questo sottolinea il potente ruolo delle interazioni sociali nel condizionare le pratiche alimentari e le preoccupazioni per il peso e per la forma del corpo. In questo senso, il gruppo dei pari e i familiari possono modellare lo stile alimentare e l’atteggiamento verso la propria immagine corporea, in maniera negativa ma, anche, al contrario, incoraggiando un atteggiamento maggiormente benevolo (Marcos, 2013).

Messaggio pubblicitario  Uno studio eseguito nello stesso anno, effettuato su un campione di 203 adolescenti, ha investigato come il Body talk, cioè i commenti sul corpo, sia in negativo che in positivo, e la co-ruminazione sul tema siano collegati all’immagine corporea percepita, a possibili distorsioni su di essa, a problematiche con l’alimentazione, al benessere psicologico generale ed infine alla qualità delle relazioni interpersonali. Lo studio ha dimostrato che il riferirsi al corpo con un’accezione negativa era correlato negativamente alla soddisfazione per il corpo stesso, ad alti livelli di autostima, ed era al contrario correlato positivamente all’importanza data all’apparenza fisica, a pensieri negativi sul corpo, a problematiche alimentari e a depressione. L’auto-accettazione e il “Positive Body talk” erano invece correlati negativamente a distorsioni cognitive rispetto al proprio corpo, e correlati positivamente a soddisfazione per il proprio corpo, ad un’autostima più elevata e ad una migliore qualità delle relazioni interpersonali. Infine, la co-ruminazione sul corpo era correlata alla presenza di distorsioni cognitive sul corpo stesso, a condotte alimentari problematiche e ad una migliore qualità delle amicizie (Rudiger & Winstead,2013). Quest’ultimo dato appare di particolare interesse in quanto potrebbe suggerire che la tendenza a riferirsi a peso, forma del corpo e alimentazione possa fungere da collante per le relazioni sociali tra adolescenti, costituendo così un’arma a doppio taglio, che da una parte favorisce la nascita di legami sociali, ma dall’altra questi ultimi affonderanno le proprie radici in tematiche potenzialmente dannose per il benessere fisico e psicologico degli individui stessi.

I risultati di questi studi, che sono solo alcuni di quelli effettuati negli ultimi anni sul tema, indicano la negatività del Diet talk e del Body talk, sia a livello del benessere individuale che delle relazioni interpersonali.

Questo sottolinea l’importanza di trattare con sensibilità questi aspetti, in primis in famiglia, che costituisce l’ambiente di apprendimento primario, ed inoltre di prestare attenzione a questi temi in ottica più allargata, disincentivando commenti o atteggiamenti che stressino l’attenzione su cibo e forma del corpo, così come la tendenza a fare commenti, anche benevoli, in questo ambito, nell’ottica di ridurre potenziali stimoli che inneschino il desiderio di raggiungere un peso non fisiologico e, soprattutto, di diminuire la centralità che quest’ultimo ha nell’autodefinizione di sé. Occorre inoltre prestare particolare attenzione alle modalità non adeguate con cui soprattutto le adolescenti possono cercare di controllare peso e forma del corpo.

La prevenzione risulta particolarmente importante in questo momento storico in cui l’ANSA segnala, complice la pandemia, una grossa crescita dei disturbi alimentari tra i più giovani, con circa 3 milioni di italiani che soffrono di anoressia e bulimia, di cui il 95% donne e soprattutto ragazze tra i 15 e i 19 anni.

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