La VideoTherapy (VDT) come strumento terapeutico. Studio pilota su un nuovo protocollo di trattamento

La VideoTherapy (VDT) è uno strumento che si fonda sull’incontro ed il confronto tra l’individuo e la propria immagine, con cui dialoga e su cui riflette.

ID Articolo: 176211 - Pubblicato il: 15 luglio 2020
La VideoTherapy (VDT) come strumento terapeutico. Studio pilota su un nuovo protocollo di trattamento
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Durante l’adolescenza ogni esperienza e relazione concorre a sviluppare la propria identità e le esperienze psicotiche precoci influenzano l’abilità degli individui di integrare la propria personalità in una struttura unificata e coerente.

Antonio Cozzi – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Milano

 

Introduzione

Messaggio pubblicitario La VideoTherapy (VDT) è un protocollo di intervento basato sull’utilizzo di tecniche di videoconfrontazione. Essa è stata concepita, sviluppata e studiata presso il Centro Adolescenza di Bassano del Grappa (VI) come risposta all’esigenza di implementare modalità di trattamento innovative e specifiche, da affiancare alle tecniche standard, con l’obiettivo di rinforzare alcuni aspetti di percezione di Sé ed autoconsapevolezza (Brazzale et al., 2018).

Il Centro Adolescenza è un servizio di intervento precoce e prevenzione in giovani con disagio psicologico, prime manifestazioni di disturbi psichici, stati mentali a rischio o all’esordio psicotico. L’esperienza maturata in questo ambito ha fatto sì che emergesse il bisogno di rinforzare alcuni aspetti di percezione di Sé e del mondo che appaiono disfunzionali nei giovani, in particolare in quelli a rischio.

La percezione di Sé

Una prima riflessione è legata al fatto che le esperienze psicotiche – in particolare quelle precoci – portano con sé il rischio di intaccare la percezione di un Sé coerente, unico e solido, portando alla frammentazione del Sé (Goldstein, 1995; Cullberg, 2006).

Considerando dunque la popolazione giovanile, è comprensibile come queste riflessioni assumono rilevanza. Durante l’adolescenza, infatti, ogni esperienza e relazione concorre a sviluppare la propria identità e le esperienze psicotiche precoci influenzano l’abilità degli individui di integrare la propria personalità in una struttura unificata e coerente. Il primo episodio psicotico in tal senso può avere conseguenze drammatiche, dando luogo a sentimenti di smarrimento, di discontinuità, diminuita coerenza interna e confusione (Grazebrook et al., 2004; Cullberg, 2006; Hertz, 2008).

Metacognizione e percezione dell’altro

Oltre alla percezione di Sé, vi è un’altra componente frequentemente danneggiata in tali disturbi: la percezione dell’altro, del mondo esterno, che ha conseguenze sulle relazioni e sulla qualità delle interazioni sociali (Flaherty, 2014). Gli studi sulla Metacognizione, in particolare di Stephen Moritz, hanno confermato come vi siano bias specifici attivi in tali contesti di interazione, portando l’autore a sviluppare un Training specifico per le psicosi basato sul rinforzo di competenze specifiche e sul rendere più flessibili alcune strategie cognitive in atto nelle situazioni sociali, come ad esempio il saltare alle conclusioni e gli stili attributivi (Moritz et al. 2010: Moritz et al. 2013; Moritz et al. 2016).

Sulla base di questi studi si è deciso di valutare la possibilità di introdurre VDT come nuovo ed innovativo strumento di rinforzo della percezione di Sé, accompagnata da uno strumento già standardizzato che avesse come focus la percezione dell’esterno, attraverso l’uso del Training Metacognitivo per le Psicosi (Moritz et al., 2013). Ben prima dell’efficacia clinica e terapeutica di questo strumento, è stato importante valutarne la sostenibilità all’interno di un servizio pubblico, osservando e considerando i feedback dei giovani partecipanti in questa prima fase.

La VDT

La VDT è uno strumento che si fonda sull’incontro ed il confronto tra l’individuo e la propria immagine, con cui dialoga e su cui riflette, studiato in varie forme applicative con pazienti con Disturbi Alimentari, Disturbi dell’Umore e Schizofrenia (Brazzale et al., 2018). Giusti (1999) sottolinea come tale incontro fondi le basi per una esperienza di revisione: tramite l’interazione con l’immagine riflessa, la stessa immagine diventa l’interlocutore del soggetto in un processo di confronto con sè stessi.

Lo scopo di questa operazione consiste nel rendere più adattive e sane le modalità interpretative del soggetto, portandolo a considerare la realtà non più come oggettiva, ma come il risultato di un’operazione attiva da parte del soggetto percepiente. Uno dei principali effetti terapeutici della VDT entra in gioco quando l’immagine diventa autonoma, o meglio, quando avviene un processo di “distanziamento” dall’immagine mentale di sé. La fase del playback nel protocollo VDT ha proprio questa fondamentale  funzione all’interno del processo di cambiamento.

Questa distanza tra l’immagine riflessa e quella mentale, permette all’individuo anche di riconoscere le discrepanze tra il Sé ideale e il Sé reale, mettendo in moto un necessario processo di differenziazione e/o di integrazione dei diversi aspetti del Sé rappresentato e pensato, oltre che approfondire la consapevolezza di alcune modalità relazionali e di interazione.

Abbiamo ritenuto che tale progetto di utilizzo delle tecniche di VDT potesse promuovere una nuova esperienza percettiva e psicologica, insolita ed originale, il cui fine può essere proprio l’integrazione delle diverse parti del Sé neutralizzando la dissociazione psicotica. Ulteriori effetti terapeutici della VDT, inoltre, risultano essere attivi nella capacità di stimolare una osservazione e monitoraggio delle propri bias implicati giudizio di Sé (Bias interni, giudizio e monitoraggio del Sé) (Brazzale et al. 2018). Tale azione potrebbe dunque agire sul Sé sociale o Sé narrativo, una delle strutture del Sé più evolute, il quale permette all’individuo di accedere ad una riflessione su sé stesso ad auto descriversi. Questa struttura è tra le prime ad essere compromessa nelle fasi a rischio, arrivando ad una destrutturazione del Sé minimo o nucleare nelle patologie psicotiche e nella schizofrenia (Cozzi, 2018).

Lo studio

Messaggio pubblicitario Nel 2015 è stato dunque strutturato uno studio pilota condotto da diverse Aziende Sanitarie Locali del Veneto, al fine di testare l’applicabilità dello strumento all’interno del sistema sanitario pubblico ed osservarne la possibile efficacia clinica. Considerando che il principale obiettivo era valutare la sostenibilità dell’intervento, sono state svolte principalmente osservazioni di tipo qualitativo, accompagnate dalla somministrazione pre- e post- intervento, di alcuni test clinici e questionari per valutare aree sintomatiche, la teoria della mente e le abilità percettive e di manipolazione dell’immagine visiva. Come detto precedentemente, l’efficacia clinica della tecnica non è stata oggetto di indagine in questa prima fase, motivo per cui l’analisi dei dati ha avuto un ruolo più marginale, seppur dando indicazioni incoraggianti rispetto ad una possibile efficacia. Tali dati sono stati comunque esposti e discussi nel manoscritto originale pubblicato presso American Psychiatry (Brazzale et al, 2018).

In questa fase sperimentale, il protocollo VDT è stato testato con ragazzi che riportavano una sintomatologia psicotica lieve, piuttosto che con coloro che avessero già sperimentato un episodio psicotico (FEP), al fine di valutare l’attuabilità con la popolazione in fase premorbosa e pertanto a rischio clinico (CHR) sulla base dato clinico e di ricerca secondo cui le stesse esperienze pseudo psicotiche siano presenti in queste fasi già in forma lieve (Larson et al, 2010; Yung et al, 2013, Cozzi, 2017).

La VDT si svolge tramite l’utilizzo di un I-Pad o tablet posto all’altezza degli occhi, con il quale il soggetto interagisce in varie forme. Le tecniche principali consistono nella Video Confrontazione, Video Story e PlayBack (Brazzale et al., 2018).

Nella Video Confrontazione, gli individui si osservano nel monitor, commentando l’immagine, i sentimenti e le sensazioni elicitate, dialogando con la persona riflessa nello schermo.

Nella Video Story il soggetto lavora con delle foto di sé che porta in seduta, descrivendo le circostanze, i sentimenti, le emozioni e i ricordi che suscitavano in lui.

Il PlayBack è un momento in cui il soggetto rivede la seduta registrata tramite il tablet e viene stimolato a fare ulteriori commenti e raccontare le proprie sensazioni nel rivedersi.

Tale protocollo è stato applicato a 18 adolescenti (12-21 anni), in carico presso le ULSS locali e valutati come a rischio per lo sviluppo di un disturbo psicotico, con lo scopo di valutarne l’applicabilità in un contesto ambulatoriale. Ai ragazzi è stata spiegata la natura sperimentale dell’intervento, che non ha sostituito il trattamento standard che stavano svolgendo.

I risultati e la risposta positiva dei giovani trattati hanno permesso di verificare la sostenibilità applicativa dell’intervento. La VDT è apparsa come una tecnica promettente, essa infatti è stata un’attività originale, interessante ed appetibile per i ragazzi.

L’interesse mostrato dai giovani rispetto a queste nuove tecniche alternative al colloquio standard ha inoltre permesso di contrastare l’isolamento e la resistenza in terapia, stimolando di fatto nei ragazzi una rinnovata curiosità e la partecipazione attiva rispetto al processo terapeutico.

Sono state fatte osservazioni riguardanti la possibile efficacia clinica nel breve termine, le quali hanno mostrato come effettivamente vi sono dati incoraggianti. I limiti legati alla scarsa numerosità e rappresentatività del campione non consentono tuttavia di trarre maggiori conclusioni.

L’associazione della VDT con tecniche di intervento di stampo meta-cognitivo ha infine conferito complementarità e incisività all’intervento (Brazzale et al., 2018).

 

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