Disturbi dell’umore in menopausa

Si hanno ancora poche conoscenze in merito al rischio di sviluppare disturbi dell'umore in associazione al periodo di transazione verso la menopausa

ID Articolo: 176810 - Pubblicato il: 24 luglio 2020
Disturbi dell’umore in menopausa
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La menopausa costituisce un momento di crisi che analogamente ad altre tappe della vita femminile come l’adolescenza e la gravidanza richiede adattamenti fisiologici, psicologici e relazionali. Se la produzione degli estrogeni cala, diminuiscono anche le quantità di serotonina, endorfine e dopamina e di conseguenza si verifica un notevole cambio dell’umore.

Francesca Carbonella – OPEN SCHOOL, Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario La menopausa è una tappa fisiologica della vita di ogni donna. Essa si verifica mediamente intorno ai 50 anni di età, a seguito della cessazione dei cicli mestruali conseguente alla perdita della funzione follicolare ovarica. In questa delicata fase del ciclo di vita femminile, si verifica inoltre un’interruzione della produzione di estrogeni e progesterone. La menopausa costituisce un momento di crisi che analogamente ad altre tappe della vita femminile come l’adolescenza e la gravidanza richiede adattamenti fisiologici, psicologici e relazionali. Secondo lo stereotipo classico la maternità e la crisi adolescenziale hanno un significato evolutivo e creativo mentre la menopausa è più un’esperienza di lutto dovuto alla perdita della fertilità.

Durante la menopausa il corpo produce meno estrogeni. Nello specifico, durante il climaterio (periodo premenopausa) le ovaie, produttrici di estrogeni e progesterone, rispondono sempre meno agli stimoli degli ormoni FSH e LH prodotti dall’ipofisi, ghiandola che si trova alla base della testa. Questi sbalzi ormonali mandano in tilt l’ipotalamo, quella parte del cervello che gestisce anche la reazione alle emozioni. Gli estrogeni, infatti, oltre alla regolazione del ciclo mestruale, stimolano anche la produzione di:

  • serotonina, il cosiddetto “ormone della felicità”;
  • endorfine, sostanze prodotte dal cervello che potremmo soprannominare “molecole della gioia”;
  • dopamina, la “molecola del piacere”.

Se la produzione degli estrogeni cala, diminuiscono anche le quantità di serotonina, endorfine e dopamina, di conseguenza si verifica un notevole cambio dell’umore.

Il passaggio verso la menopausa è comunque un processo graduale: le fluttuazioni ormonali iniziano diversi anni prima della scomparsa del ciclo e danno luogo a irregolarità mestruali, cambiamenti dell’intensità del flusso, così come a sintomi di varia natura e soprattutto a una progressiva riduzione della fertilità.

Questa fase ha una durata molto variabile, può protrarsi anche per dieci anni; è la fase generalmente più sintomatica e prende il nome di perimenopausa.

La sintomatologia della menopausa è alquanto variegata, in quanto tale fase è caratterizzata da un vissuto fortemente soggettivo e spesso difficoltoso.

Gli effetti della menopausa sono infatti molto variabili e dipendono da predisposizione genetica, storia personale, stile di vita, fattori psicosociali e ambiente socioculturale.

Spesso la menopausa è vissuta in maniera drammatica dalle donne perché viene identificata con l’inizio dell’invecchiamento.

Alcune donne, per la possibilità di vivere una sessualità più libera, svincolata dal timore di una gravidanza, o per la scomparsa di sintomi mestruali magari gravosi e invalidanti, accolgono questo periodo positivamente. Queste donne mostrano un’attitudine positiva verso la menopausa, ritenendola non solo una transizione fisiologica, ma anche un’opportunità per bilanci esistenziali, ulteriore maturazione e realizzazione di obiettivi.

Altre donne attribuiscono, invece, all’insorgere della menopausa un significato di perdita e impoverimento, aggravato dalla presenza di sintomi e manifestazioni che interferiscono con la qualità della vita.

A tutto ciò si aggiungono i fattori sociali e culturali, in particolare il significato attribuito alla fase della menopausa. In alcune culture, infatti, la cessazione della fertilità corrisponde a un momento di crescita sociale e pone la donna in una posizione privilegiata, in cui gode di maggior considerazione e rispetto, nella società occidentale, al contrario la menopausa è spesso sinonimo di perdita di femminilità e invecchiamento.

Da un punto di vista prettamente ormonale, gli estrogeni condizionano la qualità di vita, in quanto la loro carenza incide sul desiderio sessuale e favorisce la comparsa di sintomi vasomotori, genitourinari, osteoarticolari e a carico della sfera psicoemotiva.

Uno dei fenomeni più fastidioso, indice di carenza di estrogeni, è rappresentato dalla comparsa delle vampate di calore. Molto spesso esse compaiono di notte, causando importanti sudorazioni che interferiscono con la qualità del sonno e si ripercuotono poi sul benessere generale, anche durante il giorno.

Il calo ormonale ha effetti anche sull’apparato riproduttivo, con la comparsa di secchezza e atrofia vaginale, le quali possono rendere il rapporto sessuale doloroso e difficile. Quando il livello di estrogeni diminuisce, inoltre, si riduce anche la produzione di collagene ed elastina: la pelle può diventare più sottile, secca e perdere elasticità.

Messaggio pubblicitario In aggiunta a questi effetti di carattere prettamente fisico, in prossimità della menopausa possono manifestarsi anche stanchezza, cefalea, difficoltà di concentrazione e memoria. Sono inoltre frequenti insonnia e disturbi del sonno e del tono dell’umore, con ansia, irritabilità e depressione.

Gli estrogeni, come anche gli ormoni androgeni, hanno certamente l’effetto di un “fertilizzante” cerebrale; tuttavia non esistono prove certe a favore di un legame diretto tra la loro riduzione e la comparsa di depressione e disturbi dell’umore.

Per spiegare questa relazione sono state formulate varie ipotesi. Per esempio, la carenza estrogenica, causando vampate e sudorazioni notturne che interferiscono con il sonno, che a sua volta è legato al cambiamento di umore, sarebbe indirettamente responsabile dei sintomi a carico della sfera psicoemotiva.

Secondo la teoria psicosociale, la spiegazione sarebbe da ricercare invece in fattori esterni e nei cambiamenti biologici. I sintomi depressivi sarebbero quindi correlati a diversi fattori di stress: possibili problemi di salute, la cura dei figli, della casa, dei genitori anziani o di richieste di lavoro sempre più crescenti, difficoltà di coppia o nella relazione con il partner, problemi con i figli.

Tutti questi fattori stressanti, il basso livello di sostegno sociale e i problemi fisici possono essere strettamente correlati all’insorgenza della depressione in questo periodo.

Da un punto di vista epidemiologico, generalmente, le donne sono più esposte alla depressione rispetto agli uomini: il sesso femminile è colpito in percentuale più che doppia.

In aggiunta a ciò, da recenti studi è emerso che oltre il 7% delle donne tra i 55 e i 75 anni di età sviluppa un disturbo depressivo.

La prevalenza nel lifetime per il disturbo depressivo maggiore è del 10,2% nelle donne contro il 5,2% degli uomini; per la distimia del 5,4% contro il 2,6% e ancora più marcata risulta la preponderanza femminile per la depressione atipica e per i disturbi depressivi stagionali (Kessler, McGonagle, Swartz et al., 1993; World Health Organization Kobe Center, 2005; Niolu, Ambrosio, Siracusano, 2009).

Differenti ipotesi spiegano la maggior prevalenza di depressione nelle donne rispetto agli uomini:

  • fattori neuroendocrini: differenze nella struttura cerebrale e nell’impatto sul cervello dei diversi ormoni sessuali;
  • fattori psicosociali: differenze nelle strategie di coping, nella vulnerabilità personale, nella frequenza di esposizione e nella qualità degli eventi stressanti. In particolare: eventi di separazione o di perdita traumatica, abusi e violenze;
  • fattori legati alla storia dello sviluppo: relazioni di attaccamento nell’infanzia e in età prepuberale;
  • storia famigliare di disturbi psichiatrici;
  • tratti temperamentali;
  • variazioni ormonali in determinate fasi del life span.

Secondo alcuni studi si riscontrano diversità di genere anche nella sintomatologia depressiva. In effetti emerge come le donne manifestino con maggior prevalenza statistica il quadro della depressione atipica. Il genere femminile inoltre, presenta maggiori comorbilità psichiatriche per i disturbi d’ansia, i disturbi somatoformi e la bulimia; differentemente nell’uomo si riscontra un’associazione maggiore con l’abuso di alcol e sostanze e il disturbo ossessivo compulsivo (Khan, Broadhead, Schwartz, Koltz, Brown, 2005).

In maniera più dettagliata, alcuni studi epidemiologici hanno mostrato come i fattori di stress psicosociale siano associati ad un aumentato rischio per sviluppo di sintomi depressivi subclinici ed un esordio depressivo maggiore durante la transizione menopausale e il loro impatto sia maggiore rispetto a quello dello stato menopausale di per sé (Lanza di Scalea, Niolu, Siracusano, 2010).

È ormai risaputo da diversi anni che le donne hanno un rischio maggiore di sviluppare un disturbo depressivo durante il postpartum a causa del cambiamento ormonale, tuttavia si hanno ancora poche conoscenze in merito al rischio depressivo associato al periodo di transazione verso la menopausa.

Sinora, anche dal punto di vista clinico, le raccomandazioni circa la diagnosi e la terapia di questo tipo di depressione sono state alquanto carenti.

A proposito dell’associazione tra i sintomi della perimenopausa e il disturbo depressivo, secondo la letteratura scientifica, sintomi quali vampate di calore e disturbi del sonno iniziano in questo momento e possono coesistere e sovrapporsi ai sintomi della depressione. In particolar modo quando le vampate di calore avvengono durante la notte, la così detta “sudorazione notturna”, il sonno può essere interrotto; i persistenti disturbi del sonno causati da questo sintomo possono contribuire allo sviluppo o all’esacerbazione dei sintomi depressivi.

Il processo diagnostico tuttavia è particolarmente ostico perché le cause scatenanti la depressione possono essere difficili da identificare, inoltre molte volte i sintomi esperiti non soddisfano i criteri per una diagnosi piena di depressione. Anche i sintomi depressivi lievi però possono abbassare la qualità di vita, ciò che appare veramente importante quindi è un’analisi dettagliata dei sintomi per giungere ad una diagnosi e identificare la miglior cura possibile.

A tal riguardo, recentemente un team di esperti convocato dalla North American Menopause Society e dal Network on Depression Centers Women and Mood Disorders Task Group e approvato dalla International Menopause Society ha redatto le prime linee guida, pubblicate sul Journal of Women’s Health per la valutazione e il trattamento della depressione durante la perimenopausa.

Le conclusioni a cui sono giunti gli esperti per la stesura delle linee guida permettono di affermare che:

  • la perimenopausa è un periodo di vulnerabilità per lo sviluppo di disturbi depressivi lievi con la possibilità di comparsa di un disturbo depressivo maggiore;
  • il rischio di sviluppare sintomi depressivi è elevato anche nelle donne senza precedenti episodi;
  • diversi sintomi della perimenopausa si sovrappongono alla presenza della depressione complicandone l’individuazione;
  • i fattori stressanti della vita possono influenzare negativamente l’umore, aumentando il rischio di depressione in questo particolare periodo;
  • i trattamenti terapeutici per la depressione (terapia farmacologia antidepressiva e interventi di psicoterapia) dovrebbero rimanere i gold standard in casi di depressione associata a perimenopausa.

In conclusione, ansia e depressione sono dunque comuni nelle donne in menopausa, ma non ci sono prove chiare che la fase biologica in sé aumenti il rischio di disordini dell’umore clinicamente significativi, se non in donne con fattori di rischio predisponenti, come per esempio:

  • un precedente episodio di depressione, anche legato alla sindrome premestruale e/o alla fase post partum;
  • stress psicosociale;
  • un lungo periodo perimenopausale caratterizzato da sintomi vasomotori gravi e prolungati.

 

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Bibliografia

  • American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Lanza di Scalea T., Niolu C. Siracusano A. (2010). Stress psicosociale nel genere femminile. Focus sulla transizione menopausale. Nòos, 56:77-90.
  • University of Illinois at Chicago (2018).  First-ever guidelines for detecting, treating perimenopausal depression. ScienceDaily.
  • Maki, P.M., Kornstein, S.G., Joffe, H., Bromberger, J.T., Freeman, E.W., Athappilly, G., Bobo, W.V., Rubin, L.H., Koleva, H.K., Cohen, L.S., Soares, C.N. (2018). On behalf of the Board of Trustees for The North American Menopause Society (NAMS) and the Women and Mood Disorders Task Force of the National Network of Depression Centers. Guidelines for the Evaluation and Treatment of Perimenopausal Depression: Summary and Recommendations. Journal of Women’s Health, 2018. DOWNLOAD
  • Kessler R.C., McGonagle K.A., Swartz M., Blazer D.G., Nelson C.B. (1993). Sex and depression in the National Comorbidity Survey, I: lifetime prevalence, chronicity and recurrence. Journal of Affective Disorder, 29: 85-96.
  • Khan A., Broadhead A.E., Schwartz K.A., Koltz R.L., Brown W.A. (2005). Sex differences in antidepressant response in recent antidepressant trials. Journal of Clinical Psychopharmacology, 25: 318-24.
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