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Impulsività e compulsività: un possibile punto di incontro

Impulsività e compulsività differiscono sotto molti aspetti: dai correlati fisiologici associati, a comportamenti e capacità cognitive correlati..

ID Articolo: 175661 - Pubblicato il: 15 giugno 2020
Impulsività e compulsività: un possibile punto di incontro
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Negli ultimi anni si è evidenziato come l’asserita differenza tra impulsività e compulsività non sia poi così assoluta, a partire dall’analisi dei disturbi caratterizzati da questi due aspetti. Sembra infatti che nell’ambito del medesimo disturbo possano presentarsi sia aspetti impulsivi che compulsivi.

 

La teoria unidimensionale e le differenze tra gli aspetti

Messaggio pubblicitario Molto si è scritto sui concetti di impulsività e compulsività, evidenziandone le rispettive caratteristiche dimensionali, l’eziopatogenesi ad essi correlate e i punti di distanza. Questi ultimi, in particolare, sono parsi in un primo tempo numerosi ed innegabili: l’impulsività viene identificata con una disposizione ad attuare comportamenti non programmati e non mediati dalla riflessione, al solo scopo di esplicitare un bisogno interiore che si presenta come egosintonico e non controllabile. L’azione che ne consegue genera un rilassamento che si sostituisce allo stato di tensione antecedente all’azione e in base ai quali il soggetto avverte una sorta di rinforzo che lo spinge a soddisfare l’impulso con frequenza e intensità sempre maggiori, sperimentando al contempo un profondo senso di disagio ogni volta in cui la soddisfazione risulta procrastinata o impossibile da raggiungere. Al contrario il concetto di compulsività va ad identificare una serie di azioni ripetitive attuate in risposta ad un bisogno interiore distonico e incoercibile, corrispondente alla necessità di evitare un pericolo in cui il soggetto è convinto di incorrere in caso di mancata attuazione della compulsione stessa.

Anche gli studi di neuroimaging sembrano confermare la differenza tra i due aspetti: è stato infatti possibile verificare come la sperimentazione di impulsi vada ad interessare specifiche regioni cerebrali attinenti all’attuazione di comportamenti emotivi, ad esempio il sistema limbico, e determini al contempo un deficit delle regioni cerebrali legate al ragionamento e alla decisionalità ponderata, come la corteccia prefrontale. Nel comportamento impulsivo è inoltre osservabile un diminuito metabolismo della serotonina nelle aree cerebrali – i comportamenti impulsivi sembrano infatti associati a bassi indici di neurotrasmissione serotoninergica (5-HT)- (Vikkunen, 1987), oltre ad un incremento della prolattina, del cortisolo e un’accresciuta attività del sistema noradrenerigico. Al contrario, la compulsività comporta un metabolismo più attivo a livello della serotonina, unito ad una maggiore attivazione della corteccia frontale durante la sperimentazione del pensiero ossessivo e del nucleo caudato durante l’azione compulsiva.

Differenti sono anche i comportamenti e le capacità cognitive correlati ai due aspetti: il soggetto impulsivo appare refrattario alla riflessione, presenta spesso deficit di memoria esecutiva, estrema sensibilità alle ricompense, svalutazione del pericolo. I processi decisionali si presentano superficiali, legati ad aspetti fortemente emotivi, parziali e influenzati dall’arousal. Maggiori anche i livelli di novelty seeking, insensibilità alle punizioni, fallimento nell’inibizione e scarsa percezione del rischio. Le funzioni cognitive connesse all’impulsività comprendono la soppressione della risposta, una scarsa valutazione delle conseguenze e l’incapacità di procrastinazione di bisogni e ricompense. Anche deficit specifici nelle funzioni esecutive, mediati dalla corteccia frontale, sono stati riscontrati alla base dei comportamenti impulsivi disfunzionali (Crews and Boettinger, 2009). Gli ossessivi sono invece caratterizzati da aspetti di decision making particolarmente lunghi e inibitori, reagiscono con disagio al mutamento e alla novità, mal tollerano l’ambivalenza, mostrano sovrastima del pericolo e della punizione. Inoltre, mentre i comportamenti compulsivi si verificano spesso senza riferimento ad una finalità particolare, mostrandosi simili alle abitudini, l’impulsività presenta aspetta fortemente finalistici, in particolar modo direzionati ad ottenere una ricompensa (Patterson e Newman, 1993).

Anche l’aspetto eziopatogenetico risulta differente: connessi alla disregolazione degli impulsi rientrano disturbi come cleptomania, shopping compulsivo, gioco d’azzardo patologico, disturbo da dipendenze. Nelle patologie compulsive sono invece compresi disturbi quali anoressia nervosa, disturbo da disformismo corporeo, ipocondria, DOC.

Sulla base di quanto esposto si è dunque consolidata la c.d. teoria unidimensionale, in base alla quale impulsività e compulsività sono considerate elementi posti agli antipodi di un continuum dimensionale dei quali incarnano aspetti inconciliabili.

Nuovi studi e punti di incontro tra i due costrutti

Messaggio pubblicitario Si è tuttavia evidenziato, negli ultimi anni, come in realtà l’asserita differenza tra i due aspetti non sia poi così assoluta: è doveroso in primo luogo osservare come entrambe le classi di disturbi (impulsivi e compulsivi), abbiano lo stesso nucleo centrale, costituito dall’incapacità di ritardare o di inibire la messa in atto di comportamenti ripetitivi. Inoltre le osservazioni cliniche hanno dimostrato che queste due componenti del comportamento non sono in realtà legate da rapporti alternativi, essendo possibile che pazienti con patologia impulsiva, ad esempio il gioco d’azzardo, mostrino anche aspetti tipicamente ossessivo-compulsivi, mentre pazienti affetti da patologie compulsive come il DOC possano totalizzare punteggi elevati nelle scale di impulsività, presentare disturbi impulsivo/aggressivi o coesistenza di disturbo di controllo degli impulsi (Stein e Lochner, 2006). Sono state inoltre documentate diagnosi concomitanti tra il DOC e le Parafilie, tra la tricotillomania e la Piromania, tra il Feticismo e la cleptomania (Lambiase, 2009). Sembra dunque che nell’ambito del medesimo disturbo possono presentarsi sia aspetti impulsivi che compulsivi (Grant e Potenza, 2006).

Anche nel disturbo di dipendenza da sostanze si riscontra la compresenza delle due dimensioni comportamentali: nello specifico l’impulsività è all’origine della tendenza a perseguire ricompense a breve termine (dunque le droghe) e rappresenta un potente corroborante nelle fasi di instaurazione del disturbo stesso; la compulsione viene a sua volta generata dalla gratificazione succedanea alla compensazione del bisogno, che a sua volta viene resa oggetto di un apprendimento generatore di comportamenti ripetitivi, stereotipati e programmati in una sorta di script agito. In definitiva l’impulsività sembra una componente fondamentale nei processi di generazione del disturbo, mentre la compulsione compare in un secondo momento sottoforma di manifestazione dell’abitudine di assunzione o gratificazione dell’impulso (Everitt e Robins, 2005).

Non da ultimo è stato rilevato come i sintomi di egodistonia e negativismo, che in un primo momento si pensavano presenti solo nei disturbi compulsivi, siano in realtà riscontrabili anche nelle patologie tipicamente impulsive. Non soltanto il craving e il desiderio di ottenere la ricompensa, dunque, guidano la soddisfazione degli impulsi, ma anche un alto desiderio di ansia e disagio legato al comportamento impulsivo e soprattutto all’impossibilità di doverlo contenere od eludere.

L’affettività negativa sembra nello specifico correlata alla dipendenza patologica tanto nello stadio iniziale che in quello di mantenimento (Kassel et al., 2007). Non è escluso che le sostanze stupefacenti siano utilizzate proprio al fine di controllare stress, ansia e sentimenti negativi, tanto che alcuni studi evidenziano come i disturbi dell’umore possano risultare fattori predittivi per lo sviluppo di patologie impulsive e di dipendenza patologica, mentre altri studi ancora sostengono una relazione reciproca tra i due aspetti, cosicché depressione e dipendenza potrebbero rinforzarsi a vicenda (Brown et al., 1996).

Infine, anche recenti studi di neuroimaging suggerirebbero che sia alla base dei disturbi impulsivi che sia di quelli compulsivi vi sia una tendenza verso la disinibizione comportamentale, probabilmente determinata da disfunzioni nel controllo corticale “top-down” dei circuiti frontostriatali o dalla iperattivazione del circuito striatale (Korff e Harvey, 2006).

In definitiva pare dunque fondato affermare che la teoria unidimensionale potrebbe dover cedere il passo ad una prospettiva che veda l’impulsività e la impulsività non più come aspetti dicotomici, bensì come fattori ortogonali che si incontrano al’altezza di un certo livello patologico e ivi si estrinsecano con maggiore o minore intensità, indipendentemente l’uno dall’altro. Sarebbe proprio questo aspetto a consentire la coesistenza delle due dimensioni in tutti i disturbi afferenti lo spettro impulsivo-compulsivo (Fineberg et al., 2010).

 

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