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Rimuginio e ruminazione: una possibile base neuroscientifica nel Default Mode Network

Sembra che una delle possibili reti neurali implicate nei processi di rimuginio e ruminazione sia il Default Mode Network (DMN).

ID Articolo: 172412 - Pubblicato il: 28 febbraio 2020
Rimuginio e ruminazione: una possibile base neuroscientifica nel Default Mode Network
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Rimuginio e ruminazione sono due processi cognitivi messi in atto dall’individuo nel tentativo di gestire la propria attivazione emotiva (con i relativi correlati fisiologici) e fanno parte di quella mole di strategie di coping ritenute disfunzionali se eccessivamente utilizzate.

 

Messaggio pubblicitario Più precisamente il rimuginio (worry) viene definito come un pensiero ricorrente negativo, astratto, per lo più verbale, i cui contenuti riguardano il futuro e la cui emozione prevalente è rappresentata dall’ansia (rimuginio ansioso, appunto); la ruminazione è anch’essa un processo di pensiero di tipo perseverante, negativo, che concerne informazioni rilevanti per il sé, tuttavia il focus attentivo è rivolto all’analisi di eventi passati, sia in chiave depressiva (ruminazione depressiva) che rabbiosa (ruminazione rabbiosa).

Sono stati proposti diversi modelli per spiegare l’origine e il mantenimento di questi due processi di pensiero negativo e perseverante il cui effetto paradossale è quello di esacerbare l’attivazione emotiva anziché ridurla. Tra i più noti e utilizzati in psicoterapia troviamo il Modello Metacognitivo di Wells (2012) che si basa sulla Self-Regulatory Executive Function (S-REF) e sulla Cognitive-Attentional Syndrome (CAS), dai cui principi sono stati proposti trattamenti efficaci per molti disturbi sintomatici (in particolare per il disturbo d’ansia generalizzato e i disturbi depressivi). Secondo tale approccio, gli individui hanno credenze metacognitive positive circa l’utilità del worry e della rumination poiché sono mossi dalla convinzione che mettendo in atto questi processi otterranno un certo sollievo (es: “sarò preparato al peggio”, “analizzare il passato mi permetterà di comprendere perché mi senta così”); tuttavia esistono una serie di credenze metacognitive negative che concernono l’incontrollabilità e la pericolosità (es: “non riesco a smettere di rimuginare, è più forte di me”, “rimuginare mi farà diventare pazzo”). Indipendentemente dalla natura positiva o negativa delle metacredenze sopracitate, rimuginio e ruminazione sono considerati fattori di mantenimento rilevanti in molti disturbi psicologici.

Dimaggio e colleghi (2019) parlano inoltre di rimuginio/ruminazione interpersonale secondo la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) che, a proposito di strategie di coping maladattive, si prefigge di aiutare i pazienti a ridurre e gestire in modo più funzionale situazioni i cui stimoli attivanti riguardano principalmente la sfera relazionale. Nello specifico gli autori parlano di Pensiero Ripetitivo Interpersonale (PRI), inserendolo in quelle che essi definiscono strategie di coping attivanti le quali vengono utilizzate allo scopo di ridurre l’emotività negativa ma che, di contro, falliscono quasi nell’immediato (a differenza delle strategie deattivanti che, distogliendo momentaneamente l’attenzione dallo stato doloroso, possono nel breve termine arrecare sollievo, seppur transitorio).

Messaggio pubblicitario Per quanto riguarda le basi neuroscientifiche di rimuginio e ruminazione è stato identificato il Default Mode Network (da ora DMN) come una delle possibili reti neurali implicata in questi due processi di pensiero. Il DMN, con sede in aree corticali tra loro connesse (aree parietali, temporali mediali e laterali e corteccia prefrontale mediale), è stato recentemente considerato correlato a stati di riposo, attraverso paradigmi sperimentali in cui ai partecipanti veniva chiesto di non eseguire alcun compito mentre veniva registrata loro l’attività cerebrale (Greicius, 2009), osservando un’attivazione di tale circuito; viceversa, in contesti in cui i soggetti erano impegnati in un compito cognitivo si è riscontrata una deattivazione di DMN. Inoltre, è stata osservata un’attivazione incrementata durante attività legate alla riflessione su se stessi e teoria della mente, introspezione, pianificazione del futuro e processi di regolazione emotiva (Buckner, 2008). Il ruolo di DMN, in particolare la sua attivazione durante stati di riposo e la sua deattivazione durante attività orientate all’obiettivo, potrebbe considerarsi un’aspetto relativo alla sopravvivenza: attenuare l’attività autoreferenziale nel cervello permetterebbe di concentrarsi sul compito in modo più efficace, diminuendo così interferenze causate da stati interni all’individuo. Il fallimento di questa operazione è particolarmente evidente in soggetti con Depressione Maggiore (Sheline, 2009), disturbo che, tra le varie problematiche riscontrate, è caratterizzato da una forte componente di ruminazione.

Rimuginio e ruminazione sono processi di pensiero che si manifestano indipendentemente da stimoli esterni, o quanto meno possono essere attivati da trigger esterni, ma il loro perdurare prescinde dall’ambiente esterno, dal momento che il focus è per lo più spostato su processi correlati al sé, quindi interni all’individuo: ruminare, ad esempio, in modo depressivo o rabbioso presuppone un’analisi sul sé in rapporto all’evento passato che ha innescato l’emozione sgradevole, ed anche rimuginare sugli scenari futuri (spesso in chiave catastrofica) implica un’attenzione focalizzata sui possibili eventi che potrebbero creare distress al proprio sé. Sebbene, infatti, si possano elicitare anche sperimentalmente processi di pensiero ripetitivi e negativi, mostrando ad esempio immagini -stimolo capaci di attivare worry o rumination, è il modo in cui il soggetto “maneggia” i propri pensieri a fare la differenza ed il tempo che impiega nel tentativo di padroneggiarli:  il risultato che si ottiene spesso è quello di attività mentali ripetitive, negative, astratte utilizzate come strategie di coping per tentare di autoregolarsi emotivamente. Resa chiara pertanto la natura autoreferenziale di rimuginio e ruminazione, non stupisce che esistano dati di neuroimaging che informano sul ruolo di DMN , come quelli provenienti da una ricerca di Servaas e colleghi (2014) che hanno osservato non solo un’attivazione di DMN durante il worry, ma anche una deattivazione simultanea di aree visive che suggerisce una interruzione di immaginazione visiva (il rimuginio infatti è per lo più di natura verbale).

Dunque, considerate le ricerche in tale ambito, che stanno via via incrementando i dati a supporto di un coinvolgimento di DMN nei processi di rimuginio e ruminazione, è necessario avvalersi delle attuali conoscenze per rendere la clinica e i trattamenti proposti più incisivi ed efficaci da un punto di vista neuroscientifico; spiegare, ad esempio, a chi si rivolge ad un percorso di cura i meccanismi cerebrali sottostanti la sintomatologia riferita, può divenire un intervento psicoeducazionale importante al fine di fortificare un senso di fiducia e coinvolgimento attivo ed incrementare così nei pazienti motivazione e compliance alla psicoterapia.

 

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Bibliografia

  • Buckner, R. L., Andrews-Hanna, J. R., Schacter, D. L. (2008). The brainʼs default network: Anatomy, function, and relevance to disease. Annals of the New York Academy of Sciences, 1124, 1–38.
  • Dimaggio G., Ottavi P., Popolo R., Salvatore G. (2019), Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia Metacognitiva Interpersonale, Raffaello Cortina Editore.
  • Greicius, M. D., Supekar, K., Menon, V., and Dougherty, R. F. (2009), Resting-state functional connectivity reflects structural connectivity in the default mode network. Cerebral Cortex 19, 72–78.
  • Servaas M.N., Riese H., Ormel J., Aleman A. (2014), The neural correlates of worry in association with individual differences in neuroticism, Human Brain Mapping 35:4303–4315
  • Sheline Y.I., Barch D.M., Price J.L., Rundle M.M., Vaishnavi S.N, Snyder A.Z., Mintun M.A., Wang S., Coalson R.S., Raichle M.E. (2009), The default mode network and self-referential processes in depression, Proceedings of the National Academy of Sciences;
  • Wells A., (2012), Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione, Eclipsi.
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