Il Disturbo da Stress Post-Traumatico: un problema nelle predizioni

Gli attuali modelli esplicativi per il PTSD basati sul condizionamento avversivo non chiariscono le anomalie nei processi di apprendimento in caso di trauma

ID Articolo: 163340 - Pubblicato il: 15 marzo 2019
Il Disturbo da Stress Post-Traumatico: un problema nelle predizioni
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Esiste una base biologica o evolutiva per la quale alcuni soggetti sono più esposti allo sviluppo di un Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) rispetto ad altri? O è l’essere stati esposti ad un trauma a generare delle “tracce” che potrebbero fungere da marker diagnostici per la psicopatologia?

 

Messaggio pubblicitario Un nuovo studio, recentemente pubblicato su Nature Neuroscience, mostra come possa essere possibile combinare evidenze provenienti da diversi approcci per spiegare la relazione tra differenze individuali nell’apprendimento e gravità della sintomatologia relativa al trauma.

L’essere coinvolti in un evento traumatico quale ad esempio una violenza sessuale, un’aggressione fisica o una partecipazione militare in paesi sconvolti da guerre può avere effetti molto negativi e disabilitanti per la salute mentale.

A seguito del trauma esperito, alterazioni dell’arousal fisiologico e della reattività possono provocare reazioni stressanti, spropositate e non appropriate al contesto, oltre che una maggiore sensibilità a stimoli ambientali, neutri o ambigui, che tendono a venire percepiti come minacciosi o altamente pericolosi. I sintomi più comuni che possono manifestarsi a seguito di un evento traumatico sono solitamente legati alla riproposizione, anche dopo molto tempo dal suo verificarsi, dell’evento sotto forma di incubi notturni, immagini mentali o pensieri intrusivi che si ripresentano nell’arco della giornata in modo persistente e flashback in cui la persona ha di fatto la sensazione di rivivere l’evento traumatico.

Per fronteggiare questi sintomi, la persona sistematicamente mette in atto comportamenti di evitamento di tutti quegli stimoli che potrebbero rievocare il trauma o generare l’intensa paura provata durante l’evento traumatico; tuttavia il progressivo evitamento dei contesti e delle situazioni associate al trauma comporta progressivamente la riduzione dell’esplorazione ambientale e la comparsa di sintomi secondari di abbassamento del tono dell’umore in senso depressivo (Seriès, 2019).

La variabilità individuale nei confronti del trauma: un nuovo studio

La domanda a cui esperti e ricercatori in questo ambito cercano da sempre di rispondere riguarda il peso della variabilità e della sensibilità individuale nei confronti del trauma: esiste una base biologica o evolutiva per la quale alcuni soggetti sono più esposti allo sviluppo di un conseguente PTSD rispetto ad altri? O è l’essere stati esposti ad un trauma a generare delle “tracce” che potrebbero fungere da marker diagnostici per la psicopatologia?

Per cercare di rispondere a questa domanda, Homan, Levy, Schiller e colleghi (2019) del dipartimento di Medicina Comparativa, Neuroscienze e Psicologia dell’Università di Yale e della divisione di Neuroscienze Cliniche applicate al Veterans Affairs National Center for PTSD, hanno messo a punto un modello esplicativo della sintomatologia del PTSD combinando analisi morfologiche, funzionali, computazionali e psicofisiologiche.

Secondo gli autori, gli attuali modelli esplicativi proposti per il PTSD basati sul condizionamento avversivo, su anormalità nei processi di apprendimento, sul fallimento dei processi di estinzione o su deficit nell’acquisizione di associazioni specifiche tra cue ambientali e l’evento traumatico che determinerebbero l’ipergeneralizzazione dei sintomi ansiosi anche verso quegli stimoli ambientali che non sono associati all’evento traumatico, non sono in grado di chiarire o formalizzare i potenziali e specifici componenti di quelle anomalie nei processi di apprendimento che si osservano nel PTSD.

Lo studio di Homan e colleghi (2019), utilizzando il paradigma classico del condizionamento avversivo su un gruppo di 64 militari veterani, reso omogeneo sia per età, per genere che per diagnosi clinica fatta attraverso il CAPS (la Clinician-Administered PTSD Scale, aggiornata al DSM 5), è stato costituito da due fasi: una prima di apprendimento avversivo, nella quale i soggetti sperimentali sono stati istruiti ad associare determinati volti emotigeni a shock elettrici di lieve intensità e una di reversal learning, nella quale i cue precedentemente associati allo shock non venivano più presentati con quest’ultimo, “costringendo” così i soggetti a modificare e riaggiornare gli apprendimenti associativi appena avvenuti.

In particolare, quest’ultima fase ha permesso ai ricercatori l’esplorazione delle modalità attraverso le quali gli individui imparano a costruire predizioni circa il verificarsi dello shock, a partire dall’osservazione di un cue associato con esso e divenuto pertanto avversivo e la loro capacità di modificarle, aggiornarle o perderle in modo flessibile (Seriès, 2019).

Le prime evidenze ottenute hanno mostrato come indipendentemente dalla gravità dei sintomi di PTSD manifestati dai militari, il disturbo non aveva effetto né sull’acquisizione delle risposte condizionate né su quelle dopo la fase di reversal: tutti i soggetti hanno infatti dimostrato uguali capacità di apprendimento anche se sono emerse delle sottili e specifiche differenze interindividuali durante l’apprendimento di associazioni avversive (Homan, Levy, Schiller et al., 2019). Tali sottospecifiche sono state colte tramite l’unione di due modelli computazionali esplicativi dell’apprendimento per rinforzo, che si sono mostrate in linea con le registrazioni di conduttanza cutanea e con le analisi ottenute tramite fMRI.

Il primo modello d’apprendimento preso in riferimento si è focalizzato sul valore attribuito a ciascun cue durante l’apprendimento, valore continuamente aggiornato per ogni trial, basato sulle analisi computazionali compiute dal soggetto per stabilire se, per ogni predizione fatta, vi fosse una discrepanza tra quanto predetto e quanto invece realmente ottenuto. Il tutto misurato tramite l’errore di predizione.

Il secondo invece è stato utilizzato per descrivere e cogliere maggiormente il parametro di “associabilità” che permette di riflettere la quantità di attenzione da allocare a quegli stimoli “nuovi”, sorprendenti, ora predittori di altri outcome diversi da quelli precedentemente appresi, che costituiscono una modifica della predizione.

Conclusioni

Messaggio pubblicitario Secondo questo modello, l’associabilità dinamicamente guida e modula l’apprendimento del valore accelerando quello di cue che predicono maggiormente un outcome e decelerando quello di quei cue le cui predizioni sono stabili e ormai affidabili: le associazioni più inaffidabili ricevono maggior attenzione in quanto potrebbero rivelarsi inaffidabili anche in futuro e dal momento che non prevedrebbero con certezza un outcome, necessitano in modo preferenziale di un aggiornamento non appena si rendono disponibili nuove informazioni nell’ambiente.

Dalla ricerca è emerso come i veterani che presentavano una maggiore gravità sintomatologica avessero assegnato un valore maggiore agli errori nelle predizione da loro fatte, in quanto probabilmente più sensibili alla loro identificazione; gli autori dello studio ipotizzano che ciò potrebbe essere dovuto al fatto che essi hanno la tendenza a porre maggiore attenzione e a sovrastimare quei cue che si rivelano fallibili.

A livello neurale, la ricerca di Homan e colleghi (2019) ha messo in luce come anche la computazione neurale, osservata tramite fMRI, si associ a questa valutazione alterata dell’errore nelle predizioni e contribuisca al manifestarsi della sintomatologia del PTSD: è stata infatti osservata nei veterani con alti punteggi al CAPS un’alterazione dell’attività neurale computazionale nello striato, a livello ippocampale e nella parte dorsale della corteccia cingolata anteriore.

Ciò suggerisce che l’alta attenzione allocata e l’alto peso assegnato agli errori di predizione quando diminuisce l’associabilità trial dopo trial, osservata nei veterani gravi, si possano sviluppare a seguito di quest’alterazione nelle regioni cerebrali appena citate, deputate alla computazione della minaccia (Li, Schiller et al., 2011) e ciò spiegherebbe anche l’esagerata reattività nei confronti di stimoli o eventi nuovi e inaspettati, così come il bias attentivo e l’avversione per l’ambiguità, nei confronti di informazioni negative percepite patologicamente come inevitabili e non prevedibili (Homan, Levy, Schiller et al., 2019).

Questo nuovo ed innovativo approccio che tenta di integrare e combinare insieme in un unicum, modelli diversi ed evidenze fisiologiche, neurobiologiche, computazionali e funzionali, ci consentirebbe di mettere in relazione quei marker latenti relativi ai processi interni d’apprendimento e di valutazione con le evidenze neuro funzionali che potrebbero costituire obiettivi specifici per lo studio e il trattamento della psicopatologia legata al trauma.

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