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Autolesionismo in adolescenza e nei giovani adulti: la disregolazione emotiva (2)

Autolesionismo comprende comportamenti autolesivi o automutilanti che talvolta culminano nel suicidio ed è frequente nel disturbo borderline.

ID Articolo: 116454 - Pubblicato il: 23 dicembre 2015
Autolesionismo in adolescenza e nei giovani adulti: la disregolazione emotiva
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Le credenze errate sull’autolesionismo e teorie del passato

Nel corso degli ultimi dieci/quindici anni i ricercatori hanno dissipato alcune delle credenze errate rispetto all’autolesionismo e più in generale sulle condotte autolesive. Una di queste l’abbiamo enunciata all’inizio di questo lavoro ed è quella che ha condotto gli estensori dell’APA a riconoscere un’autonomia diagnostica ai comportamenti autolesivi, istituendo la categoria diagnostica dell’autolesionismo non suicidario, non considerandoli più esclusivamente come uno dei criteri diagnostici del disturbo Borderline di personalità.

Un’altra credenza errata rispetto ai comportamenti autolesivi riguarda la loro eziologia. In passato molti studiosi li consideravano il risultato o anche una riattualizzazione di pregresse esperienze di abuso sessuale in età infantile. I dati di recenti meta-analisi, invece, hanno dimostrato che tra i due fattori esistono modeste se non trascurabili associazioni (Klonsky, 2008).

Infine, un’ultima credenza errata è quella che riguarda la principale motivazione alla base delle condotte di autolesionismo. Si riteneva che questa fosse associata al desiderio di attirare l’attenzione ed elicitare delle reazioni da parte degli altri: studi condotti da diversi ricercatori, che hanno visto l’utilizzo di differenti metodologie di ricerca e l’analisi di numerosi campioni di soggetti, hanno dimostrato, invece, che i comportamenti autolesivi sono da considerarsi una strategia, prevalentemente “privata”, di rapido sollievo da intense emozioni negative (Nock, 2004; Klonsky, 2007, 2008; Chapman et al. 2006).

 

Autolesionismo e disregolazione emotiva

A tal proposito Andover & Morris (2014) hanno condotto una review riguardo al ruolo della disregolazione emotiva nell’ autolesionismo non suicidario, partendo da tre evidenze presenti in letteratura:

1) l’autolesionismo non suicidario è comunemente messo in atto come strategia per regolare le emozioni, poiché comporta un’attenuazione dell’esperienza emotiva negativa;

2) le persone che compiono gesti autolesivi spesso riportano alti livelli di disregolazione emotiva rispetto a coloro che non hanno una storia di comportamenti autolesivi;

3) gli interventi terapeutici che hanno dimostrato efficacia nel ridurre l’autolesionismo non suicidario si focalizzano, con training specifici, sullo sviluppo di abilità di regolazione delle emozioni.
In particolare, sembra che mettere in atto condotte autolesive riduca l’intensità dei vissuti negativi (comportando ad esempio una riduzione soggettiva della tensione, della paura, della tristezza), ma produca anche emozioni positive e che ciò sia uno dei fattori cruciali per mantenere nel tempo l’autolesionismo non suicidario (Andover & Morris, 2014).

Il modello comportamentale dell’autolesionismo

Un primo modello interessante è il modello comportamentale, empiricamente supportato, proposto da Noch e Prinstein, secondo cui la condotta autolesiva è mantenuta sia da rinforzi automatici (intrapersonali) sia da rinforzi sociali (interpersonali); i rinforzi automatici sono però maggiormente riferiti dai soggetti. Il concetto di rinforzo automatico è in linea con la funzione di regolazione emotiva, infatti l’autolesionismo non suicidario è tipicamente utilizzato per ridurre le emozioni indesiderate o per produrre emozioni desiderate (Nock & Prinstein, 2004).

Il profilo psicofiosiologico nell’autolesionismo

Anche ricerche di psicofisiologia supportano l’ipotesi secondo cui l’autolesionismo eserciti la funzione di regolare le emozioni, in quanto hanno riscontrato una diminuzione dell’arousal durante e dopo la descrizione di comportamenti autolesivi. Studi di laboratorio suggeriscono che il dolore fisico sia una caratteristica importante nella regolazione emotiva dell’autolesionismo: è stato dimostrato infatti un decremento nei vissuti emotivi negativi dopo esser stati sottoposti a uno stimolo doloroso e un aumento dei vissuti positivi. Il ruolo del dolore fisico nella regolazione emotiva può essere più accentuato per alcuni soggetti autolesionisti, come coloro che riportano nessun dolore durante tali condotte o coloro con una bassa percezione soggettiva del dolore.
Nel complesso le ricerche sulla funzione di regolazione emotiva dell’autolesionismo suggeriscono che tale comportamento sia fisiologicamente e psicologicamente mantenuto in quanto efficace, anche se maladattiva, strategia di regolazione emotiva (Andover & Morris, 2014).

 

Marsha Linehan: le ricerche su autolesionismo e disregolazione emotiva nel disturbo borderline

Messaggio pubblicitario La maggior parte delle ricerche sul concetto di disregolazione emotiva e sulla sua implicazione nelle condotte autolesive non suicidarie è stata guidata dalla teoria di Marsha Linehan sulla disregolazione emotiva nel BPD, la quale ipotizza sia una vulnerabilità emotiva di base della persona sia dei deficit nelle abilità di regolazione delle emozioni (Linehan, 2011). Per vulnerabilità emotiva l’autrice intende che i soggetti affetti dal disturbo esperiscono le emozioni in modo più intenso, sono più suscettibili agli stimoli emotigeni positivi e negativi, e ritornano più lentamente a uno stato affettivo di base.

In secondo luogo, le persone con BPD hanno difficoltà nel gestire alti livelli di attivazione emotiva poiché sono carenti nelle abilità di regolazione delle emozioni; la regolazione emotiva richiede infatti due capacità: l’abilità di sentire ed etichettare le emozioni provate e l’abilità di ridurre gli stimoli emotivamente rilevanti, che potrebbero causare la riattivazione di emozioni negative/positive oppure risposte emotive secondarie. Tale modello, anche se ipotizzato per il Disturbo Borderline, è stato cruciale per la comprensione della disregolazione emotiva presente nell’autolesionismo (Andover & Morris, 2014).

Autolesionismo negli adolescenti: la funzione di regolazione cognitiva

Inoltre alcune ricerche suggeriscono che l’autolesionismo non suicidario svolga una funzione di regolazione cognitiva oltre che una funzione di regolazione emotiva, poiché hanno identificato un’associazione tra i comportamenti autolesivi come strategia di modulazione della risposta e il processo di attribuzione. (Andover & Morris, 2014). In particolare, gli adolescenti che compiono gesti autolesivi riportano che tale comportamento li distrae da pensieri non desiderati (Nock et al., 2009).

LEGGI ANCHE: AUTOLESIONISMO E ADOLESCENZA: NON POTEVO FARCI NULLA

I trattamenti per l’autolesionismo

Concludendo, gli ultimi quindici anni hanno visto un massiccio avanzamento nella comprensione dei comportamenti autolesivi (Klonsky et al., 2014). Ora sono maggiormente delineate le loro caratteristiche descrittive, i correlati psicosociali e le funzioni da essi svolte. Klonsky suggerisce che ora bisogna utilizzare tali conoscenze per sviluppare delle teorie esplicative empiriche di questi fenomeni e delineare degli interventi ad hoc, finalizzati a venire incontro alle necessità delle persone che incorrono in condotte autolesive. Ovviamente questi due obiettivi risultano fortemente interdipendenti tra loro: le teorie basate su dati empirici permettono lo sviluppo di modelli di intervento sempre più efficaci e questi, a loro volta, permettono una revisione e un potenziamento delle teorie che li hanno prodotti.

Infine nel lavoro di Turner e collaboratori (2014) viene effettuata una revisione sistematica della letteratura sui trattamenti per i comportamenti autolesivi, mostrando come spesso essi non siano davvero specifici per queste condotte, ma siano degli adattamenti di trattamenti creati per condizioni correlate come il BPD o le tendenze suicide. Diverse tipologie di intervento, tra cui la Dialectical Behavior Therapy – DBT, la terapia di gruppo sulla regolazione delle emozioni, la psicoterapia dinamica decostruttiva, l’utilizzo di psicofarmaci (Aripiprazolo, Naltrexone, SSRI associati o meno alla terapia cognitivo-comportamentale) sembrano essere efficaci nel riuscire a ridurre le condotte autolesive.

Ciononostante esistono pochi studi controllati che indagano in maniera specifica la loro efficacia nel trattamento dell’autolesionismo. Gli approcci di psicoterapia strutturati e focalizzati in maniera specifica sui comportamenti di auto-ferimento, sulla collaborazione all’interno della relazione terapeutica e sulla motivazione al cambiamento sembrano essere quelli maggiormente efficaci nella riduzione di tali condotte. I farmaci che agiscono sui sistemi dopaminergici, serotoninergici e oppioidi producono effetti positivi. In futuro studi controllati, focalizzati in maniera specifica sui comportamenti autolesivi, permetteranno di delineare dei trattamenti sempre più efficaci.

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