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Le Lacrime del Clown: Ho smesso di piangere, di Veronica Pivetti – Recensione

Veronica Pivetti racconta nel suo libro un lungo periodo di depressione iniziato con la diagnosi di un malfunzionamento della tiroide.

Di Gaspare Palmieri

Pubblicato il 11 Set. 2012

Aggiornato il 24 Set. 2012 11:56

 

Recensione: Ho smesso di piangere di Veronica Pivetti. Mondadori, 2012 

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Le lacrime del clown: ho smesso di piangere-recensione. - Immagine: copertina Ho smesso di piangereDurante la perlustrazione di una di quelle folcloristiche bancarelle di libri di una nota località marittima della Versilia, la mia attenzione è stata attirata dal libro di Veronica Pivetti, sorella di Irene, già Presidente della Camera dei Deputati del primo governo Berlusconi (e successivamente passata al giornalismo e alla conduzione televisiva).

Veronica Pivetti , di professione attrice brillante, con diversi ruoli soprattutto in serie televisive, racconta nel libro un lungo periodo oscuro durato circa sei anni e iniziato con la diagnosi di un malfunzionamento della tiroide.

Non è la prima volta che vengo incuriosito dalle autobiografie o dalle biografie di personaggi noti che entrano del tunnel della cosiddetta Cosa Brutta come la chiamava il compianto e geniale David Foster Wallace (2009). Precedentemente avevo letto La Partita più importante di Gianluca Pessotto (2008), di cui mi colpì la drammaticità e il valore simbolico del tentativo autolesivo (defenestrazione dalla sede della Juventus F.C., durante il Mondiale di calcio del 2006, poi vinto dall’Italia) e il miracoloso lieto fine della vicenda.

Mi aveva toccato molto anche la tremenda fine di Marco Pantani, un atleta in grado di emozionare fino all’esaltazione un’intera nazione, ma finito isolandosi in una solitudine paranoide favorita da un’inefficace tentativo autoterapeutico a base di stupefacenti e ben raccontata da Philippe Brunel (2008).

Da diversi anni si parla di biblioterapia (Floyd, 2003), cioè della lettura di libri o manuali di autoaiuto come potenziamento della psicoterapia o della terapia farmacologica

Molti clinici consigliano la lettura di libri ai propri pazienti affetti soprattutto da disturbi d’ansia o depressivi. A me è capitato ad esempio in ambulatorio un paio di volte di consigliare a persone affette da depressione la lettura di  E liberaci dal male oscuro di Cassano(Cassano e Zoli, 2003), dove una giornalista con precedenti di depressione intervista un luminare della psichiatria biologica. I consigli mirati possono in parte evitare la ricerca selvaggia di informazioni e storie nell’oceano del web, che spesso possono contenere informazioni errate. 

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La Cosa Brutta non guarda in faccia nessuno: ricchi e poveri, anonimi e famosi, giovani e vecchi. Credo che chi abbia il coraggio di raccontare il proprio incontro con la Cosa Brutta lo faccia innanzi tutto per sé stesso con intento catartico, oltre che commerciale.

Un po’ di coraggio ci vuole perché come scrive la Pivetti “se sei un assassino ti accettano più facilmente che se sei depresso”, soprattutto nel mondo dello spettacolo, dove l’apparenza luminosa, il sorriso a trentasei denti sfoggiato forzatamente, il dinamismo a tutti i costi sono praticamente dei must (anche per questo il consumo di cocaina in questi ambienti non è così insolito).

Il depresso qualunque che vede che “anche i ricchi piangono” potrebbe sentirsi un po’ meno solo e forse anche meno sfigato, almeno per la durata della lettura del libro.

Veronica attribuisce nel libro una grande importanza all’origine biologica (distiroidismo) della propria depressione, parlando poco delle proprie relazioni affettive e degli aspetti intrapsichici (a parte una precisa descrizione dei sintomi depressivi). Accenna a un divorzio e sottolinea l’importanza del sostegno paziente e infaticabile dell’amica del cuore Gio e dei cani Harpo e Nyo. 

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Sicuramente non viene molto aiutata da una serie di incontri con medici sbagliati per diversi motivi, parte dei quali legati all’essere la paziente persona di successo. C’è il luminare che sente l’ansia da prestazione di fronte al paziente vip, c’è il medico vanesio attore mancato che racconta le sue esperienze teatrali ai tempi dell’Università invece di concentrarsi sui problemi della paziente, quello decisamente insensibile, che congeda la paziente dicendo “Mi raccomando continui a farci ridere!!!”. 

E poi spunta una psicoterapeuta un po’ new age che scioglie i nodi con delle manipolazioni (bioenergetica…?), consiglia di pensare alla propria vagina come a qualcosa di bello e che alla fine resta la presenza costante e rassicurante di fronte al vertiginoso turnover di medici. La sventurata Veronica sperimenta anche due psichiatri, la prima bocciata per mancanza di carisma e il secondo promosso, almeno all’inizio.

Accetta di assumere diverse terapie psicofarmacologiche, che poi si autosospende in modo graduale, per paura di dover dipendere dagli psicofarmaci a vita, paura diffusissima tra le persone depresse.Lo psichiatra ipotizza anche una forma di bipolarismo che lei rifiuta categoricamente.

Da psichiatra dovrei essere orripilato dall’autosospensione dei farmaci da parte di un paziente. In realtà, chiaramente nelle forme patologiche non troppo gravi, capita che sia il paziente a scegliere in modo un po’ anarcoide per quanto tempo assumere la terapia farmacologica, essendoci ancora poca chiarezza sui tempi precisi di assunzione degli antidepressivi. L’ideale sarebbe comunque che medico e paziente decidano insieme e che non si facciano le cose di nascosto. Un percorso lungo e difficile insomma, come quello di milioni di persone depresse. 

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche
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Uno dei pregi del libro è l’autoironia con cui la Pivetti sdrammatizza sulla propria storia, come quando dice “Anche perché, è giusto dirlo, il depresso è un immenso rompicoglioni”, arrivando poi ad esprimere concetti clinicamente validissimi come “Il depresso è convinto che nessuno soffra quanto lui, e il guaio è che ha ragione. Su mille depressi ci sono mille sofferenze diverse e uniche al mondo, mille dolori indicibili e mille solitudini che nessuno potrà alleviare”. 

Condivido che “la persona depressa ha bisogno di cure, è innegabile. Ma ha anche bisogno dell’amore di chi le sta vicino, perché solo l’amore altrui ti dà la forza di non desiderare di morire”.

C’è il valore della sofferenza come strumento di conoscenza “Sì, la depressione era un ottimo motore di ricerca di me” e l’innegabile potere sanatorio del tempo. 

Il libro si conclude con la decisione di intraprendere un percorso psicanalitico da un affascinante terapeuta ottuagenario, visto per la prima volta in una trasmissione televisiva. Qualcuno ricorda qualcosa sul vecchio concetto di narcisismo

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