Infant Night Waking: quando sono le madri a svegliare i figli

Infant Night Waking: sindromi depressive e credenze sul sonno infantile portano le madri a svegliare inutilmente i neonati durante la notte.

ID Articolo: 10661 - Pubblicato il: 11 giugno 2012
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Infant Night Waking

Infant Night Waking. - Immagine: © WavebreakMediaMicro - Fotolia.com“Quindi, per farla breve, se ne starà sveglia tutta notte

e se per caso le capiterà d’appisolarsi,

io sbraiterò e mi agiterò e con gran chiasso la terrò in allarme.

È l’unico modo, questo,

per annientare una moglie con la gentilezza.”

 

William Shakespeare, La Bisbetica Domata

  

 

 

All’inizio del film “Voglia di tenerezza” di James Brooks vediamo la madre della protagonista che non si dà pace perché teme che il sonno (beato e regolare) della figlia neonata nasconda in realtà una minaccia di morte, e prova sollievo solo svegliandola e sentendola piangere; e la scena si ripete anche qualche anno più tardi quando la madre, turbata dalla recente morte del marito, insiste a distogliere la figlia dal sonno, solo per assicurarsi che stia bene.

Una situazione che appare abbastanza anomala e invertita, se si pensa che solitamente una delle più classiche ansie anticipatorie delle donne in dolce attesa è proprio espressa nel ritornello “mi auguro solo che di notte dorma”.

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Considerazione scontata ma del tutto condivisibile, se pensiamo a quanto una marcata deprivazione di sonno possa interferire drammaticamente con il proprio equilibrio mentale.

Nello specifico, diversi studi in ambito pediatrico hanno dimostrato la stretta correlazione tra un sonno disturbato in bambini tra i 6 e i 12 mesi e una peggiore percezione della qualità di vita delle madri, che può arrivare fino a configurarsi come una vera e propria depressione post-parto (Hiscock et coll, 2006).

Fin qui nulla di nuovo, se si pensa che la prevalenza stimata delle madri che lamentano tribolazioni notturne legate alla presenza molesta di un neonato urlante oscilla intorno al 46% (Halbower & Marcus, 2003; Lozoff, Wolf, & Davis, 1985).

Esiste però un altro fenomeno, più inconsueto e meno esplorato, che rovescia la medaglia e ribalta i ruoli, e che consiste nel comportamento delle madri (in particolare madri depresse)  che tendono a svegliare e disturbare il sonno dei propri bambini, senza che ce ne sia un effettivo bisogno; in un recente studio si è voluto proprio verificare un’idea audace in questa direzione, nel tentativo di confermare l’ipotesi che sindromi depressive associate a credenze disfunzionali sul sonno infantile porterebbero le madri a svegliare inutilmente e con troppa frequenza i neonati durante la notte.

Le partecipanti allo studio sono state 45 madri con bambini di età compresa tra 1 e 24 mesi; dopo aver raccolto dati circa le loro convinzioni inerenti il comportamento notturno infantile e la presenza di una sintomatologia depressiva, il comportamento materno è stato videoregistrato per una notte intera, e infine dettagliatamente codificato.

I risultati ottenuti confermano l’ipotesi, ossia individuano una correlazione tra depressione, convinzioni disfunzionali materne e la tendenza delle madri stesse ad interrompere inutilmente il sonno del bambino.

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Benché gli autori siano giustamente cauti nel sostenere che esista una vera e propria relazione di causa-effetto tra i due fattori, emerge comunque il dato che madri depresse o esageratamente preoccupate dei possibili bisogni notturni dei propri figli tendono ad essere più intrusive e disturbanti, a reagire con troppa solerzia anche a vocalizzazioni neutre (come ad esempio i balbettii, che non segnalano alcuna richiesta di assistenza da parte dei piccoli), a toglierli dai loro letti per portali senza motivo nel letto dei genitori (svegliandoli, nel frattempo) e a cullarli senza che ce ne sia bisogno.

L’idea sottesa è quindi che le madri troppo preoccupate per il benessere notturno dei figli tendano ad intervenire, incuranti del fatto che il loro intervento sia richiesto o meno, e che tale atteggiamento risponda in realtà al bisogno di  placare le proprie ansie e il proprio disagio emotivo connessi al timore che i figli possano essere affamati, assetati, scomodi, sconsolati e così via.

Malgrado gli ovvi limiti di un simile esperimento, soprattutto in termini di generalizzabilità dei risultati ottenuti,  una delle idee suggerite dagli autori è che, in specifici casi potenzialmente identificabili, potrebbero risultare utili interventi di psicoeducazione, affinché le madri imparino a capire meglio il significato del pianto o dei vocalizzi notturni dei propri bambini.

Simili interventi potrebbero aiutarle a regolare più efficacemente le emozioni negative che il pianto notturno infantile può evocare, a rispondere al meglio alle esigenze notturne dei figli e a promuovere la loro capacità di calmarsi anche da soli, il tutto a vantaggio di una più distesa relazione madre-bambino.

 

 

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