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Metacognizione: saper leggere se stessi e gli altri… una chiave per favorire il benessere

La metacognizione è quella funzione mentale che permette di accedere consapevolmente e districare ciò che abbiamo in mente oppure di leggere e fare inferenze plausibili e flessibili su ciò che le altre persone provano e pensano. Un deficit a tale livello si riscontra spesso in pazienti con disturbo di personalità.

ID Articolo: 156263 - Pubblicato il: 26 luglio 2018
Metacognizione: saper leggere se stessi e gli altri… una chiave per favorire il benessere
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In Italia il concetto di metacognizione nasce tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, grazie a un gruppo di clinici e ricercatori che hanno integrato i concetti di lettura e identificazione degli stati emotivi appartenenti alla ToM con le capacità di regolazione emotiva e di risoluzione di problematiche interpersonali, non solo all’interno dei legami di attaccamento, ma in un più ampio contesto di sistemi motivazionali interpersonali.

 

Messaggio pubblicitario È venerdì, tardo pomeriggio. Siamo nel nostro locale preferito. Dopo una dura settimana di lavoro possiamo finalmente rilassarci, in compagnia dei nostri amici, allietati dal suono del duo chitarra e voce che accompagna l’aperitivo che ci ricorda che l’atteso weekend è proprio iniziato.

All’improvviso, fa capolino nel locale un vecchio amico… o meglio un “ex amico”, che non frequentiamo ormai da anni, a seguito di una divergenza che aveva sancito il distacco e la fine dell’amicizia, seguita da un senso di delusione e rancore mai del tutto sopiti.

Ci sale un indefinito senso di disagio, proviamo repentinamente ad evitare il suo sguardo, ma prima di riuscirci ci accorgiamo che ci ha notati e accenna un sorriso alzando il suo bicchiere nella nostra direzione.

In quel momento nella nostra mentre irrompe come un fiume in piena un solo pensiero “mi ha sorriso in maniera beffarda perché vuole prendersi nuovamente gioco di me, dopo tanti anni!”.

Subito ci accorgiamo che qualcosa in noi cambia, aumenta la sudorazione e la sensazione di tensione muscolare. La avvertiamo nelle nostre braccia, nel modo in cui serriamo le mandibole e in cui corrughiamo la fronte. Il pensiero del suo sorriso beffardo e provocatorio non ci lascia… anzi si fa ripetuto e incessante, scavando nella nostra mente come la celebre tortura della goccia cinese. La tensione aumenta e giunge fino alle nostre mani. Il modo in cui reggiamo il bicchiere con il nostro aperitivo, è molto più simile a come terremmo in mano qualcosa che vogliamo scagliare, piuttosto che qualcosa che stiamo assaporando. Lasciamo la compagnia e il bicchiere a metà e decidiamo di recarci a casa a “decomprimere”. 
La serata è rovinata. Forse anche il weekend.

Torniamo un attimo indietro, e come in un classico meccanismo alla “Sliding Doors” proviamo a offrire uno scenario alternativo a questa vicenda.

Immaginiamo che dopo l’iniziale percezione di scherno provocatorio alla vista del sorriso del vecchio amico, nella nostra mente comincino a farsi strada anche altri pensieri: “ok… manteniamo la calma… la prima impressione è che mi stia deridendo… ma non posso escludere che mi abbia sorriso e salutato in nome dei bei tempi passati. In fondo, prima dell’allontanamento, siamo stati grandi amici per molti anni…” oppure “sorride per mascherare l’imbarazzo. Anche a me la situazione mette un po’ a disagio. Dopo quella litigata non ci siamo più chiariti e rivederci dopo molti anni fa uno strano effetto…”

Cosa succede in questo momento?

Dopo aver percepito l’iniziale attivazione rabbiosa, le differenti chiavi di lettura con cui interpretiamo il sorriso del vecchio amico, ci aiutano a rivalutare la situazione e a calmare le acque che nella nostra mente si stanno iniziando ad agitare. Anche il nostro corpo sembra rispondere coerentemente. Il battito decelera, i nostri muscoli si distendono e la nostra mente recupera lucidità.
Siamo riusciti a regolare la nostra emotività e a riportare la nostra attenzione alle delicate note del sottofondo musicale e alla freschezza del bicchiere che teniamo in mano. 
Rilassiamoci, facciamo un respiro profondo gustandocelo appiano, come quando si riemerge dopo un’apnea. Il weekend è appena iniziato.

A chi non è mai capitato di interpretare l’espressione di una persona in maniera univoca, senza considerare alcun tipo di alternativa, seppur plausibile?

Ciò avviene quando alcune delle nostre funzioni metacognitive, che ci permettono di osservare e valutare i nostri stessi pensieri, non entrano in funzione, lasciandoci in balia di punti di vista rigidi ed emozioni difficili da regolare, come nella prima situazione descritta, in cui il rimuginio rabbioso ci costringe a lasciare il locale e ci rovina la serata.

Ma vediamo meglio cosa sono queste capacità “meta” così importanti per il nostro funzionamento, immergendoci in un breve excursus storico.

Funzioni metacognitive: le principali teorie

L’indagine sulla capacità di “ragionare” sui nostri pensieri nasce nell’ambito degli studi sulla metarappresentazione in ambito evolutivo, per poi abbracciare il concetto di Teoria della Mente (TOM) grazie agli studi di Premack e Woodruff (1978) sul comportamento degli scimpanzè e alle ricerche delle scienze cognitive.

Gli studi di Baron Cohen – non l’attore inglese di Borat… ma bensì il cugino, psicologo e rinomato ricercatore nel campo dell’autismo – Leslie e Frith (1985) condotti negli anni ‘80 sulle difficoltà di TOM nello spettro autistico hanno indirizzato verso l’approfondimento della metacognizione, non solo il campo della ricerca sperimentale, ma anche delle neuroscienze cliniche, sociali e della psicopatologia.

Per quanto riguarda l’ambito psicoterapeutico, l’importanza di “pensare ai propri pensieri” è stata evidenziata in particolare da Peter Fonagy (1991) all’inizio degli anni ’90, con il termine di “mentalizzazione”, in relazione alle difficoltà riscontrate dalle persone con disturbo di personalità borderline.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA In Italia il concetto di riflessione consapevole sui propri pensieri è stato adottato e concettualizzato nell’ambito della psicoterapia cognitiva, con il nome di metacognizione, tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, grazie a un gruppo di clinici e ricercatori (Dimaggio, Semerari, 2003; Semerari, 1999; Dimaggio, Semerari, Carcione,nicolò, Procacci, 2007) che hanno integrato i concetti di lettura e identificazione degli stati emotivi appartenenti alla ToM, con le capacità di regolazione emotiva e di risoluzione di problematiche interpersonali, non solo all’interno dei legami di attaccamento, ma in un più ampio contesto di sistemi motivazionali interpersonali.

Metacognizione: sottocomponenti

Le difficoltà di metacognizione, ovvero di accedere consapevolmente e districare ciò che abbiamo in mente oppure di leggere e fare inferenze plausibili e flessibili su quanto le altre persone provano e pensano, caratterizzano in particolar modo le persone che soffrono di disturbi di personalità, ovvero gli individui che spesso ci possono apparire come persone dal “carattere difficile”.

La metacognizione, a sua volta, può essere scomposta in differenti sottocomponenti, ognuna delle quali può avere un grado di funzionamento diverso. Le andiamo brevemente ad elencare:

  • Monitoraggio: capacità di identificare i propri pensieri, le proprie emozioni e a metterli in relazione tra loro
  • Differenziazione: capacità di riconoscere che il nostro modo di leggere gli eventi è soggettivo ed ipotetico e non sempre corrispondente alla realtà
  • Integrazione: capacità di gestire i nostri stati emotivi interni, anche quando risultano contrastanti, mettendoli in un ordine di rilevanza e mantenendo una visione stabile di sé
  • Decentramento: considerare che le altre persone possono agire in base a idee, credenze e scopi differenti dai nostri. Ovvero la capacità di metterci nei panni altrui, abbandonando la nostra prospettiva autocentrata
  • Mastery (Regolazione): strategie comportamentali e cognitive con cui possiamo padroneggiare gli stati mentali di sofferenza

Possono essere più immediate e semplici, legate ad azioni che coinvolgono il nostro corpo o che richiedono un intervento di persone esterne, oppure più complesse e organizzate, basate su distrazione, inibizione o controllo cognitivo o legate a operazioni di conoscenza metacognitiva.

Lavorare sulle nostre capacità metacognitive è fondamentale per ottenere una rappresentazione chiara dei nostri stati emotivi, per poterli regolare senza andare eccessivamente in confusione o reagire in maniera impulsiva e dannosa per noi stessi e per gli altri. Ci può aiutare a creare e mantenere delle relazioni interpersonali piacevoli e gratificanti, mantenendoci in armonia con noi stessi e con le persone che ci circondano.

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La metacognizione consiste nel riconoscere e padroneggiare gli stati mentali interni propri e altrui e presenta diverse componenti. 

Bibliografia

  • Premack, D., Woodruff, G., (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind?. Behavioral and Brain Sciences 1(4), 515-526.
  • Baron-Cohen, S., Leslie, A., Frith, U. (1985). Does the Autistic Child Have a ‘Theory of Mind’?. Cognition, 21, 37-46.
  • Fonagy, P. (1991). Thinking about thinking: some clinical and theoretical considerations in the treatment of borderline patient. International Journal of Psycho-Analysis, 72, 639-656.
  • Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I Disturbi di Personalità Modelli e Trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. Editori Laterza.
  • Dimaggio, G., Semerari, A., Carcione, A., Nicolò, G., Procacci, M. (2007). Psychotherapy of Personality Disorders: metacognition, States of Mind, Cognitive Biases and interpersonal Cycles. Routledge, London.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia Metacognitiva Interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina Editore.
  • Semerari, A. (1999). I Disturbi di Personalità Modelli e Trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. Editori Laterza.
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