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Dopo l’Edipo: un impasse generazionale – Una lettura dell’opera Sette contro Tebe di Eschilo

Nell'opera di Eschilo Sette contro Tebe sono presenti alcuni temi rilevanti tra cui l'impasse generazionale e le continuità generazionali disfunzionali.

ID Articolo: 148115 - Pubblicato il: 14 settembre 2017
Dopo l’Edipo: un impasse generazionale – Una lettura dell’opera Sette contro Tebe di Eschilo
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Antigone nell’ opera Sette contro Tebe rappresenta quel passaggio importante che permette di rompere le eredità transgenerazionali disfunzionali, quella possibilità di creare un invento, al di là dell’oracolo e delle predestinazioni. L’inventum si inscrive nel registro della concepibilità e rimanda al non-ancora e non al già noto (Di Maria, 2000), quindi appartenente alla dimensione del futuro e capace di trasformare le ritualità generazionali; un tradimento se vogliamo, un tradimento che ha dignità di esistere, se ha la funzione di rompere tradizioni così forti da diventare cieche.

Dott.ssa Anna Ruggirello, Dott.ssa Maria Maddalena Viola, dott.ssa Linda Giusino

L’opera di Eschilo ” Sette contro Tebe “

Messaggio pubblicitario Laio, figlio di Labdaco e discendente di Cadmo, fondatore della città di Tebe, viene accolto dal re Pelope e innamoratosi del figlio Crisippo lo rapisce portandolo a Tebe e abusando di lui. Il giovane Crisippo si uccide per la vergogna e Pelope scaglia una maledizione su Laio: se avesse avuto un figlio sarebbe stato ucciso per mano di questo. La maledizione si abbatte su Laio e sulla sua stirpe e, come racconta il mito, Laio viene ucciso per mano del figlio Edipo che sposa la madre Giocasta e diviene re di Tebe. Da questa unione incestuosa nascono i fratelli Eteocle e Polinice e le figlie Antigone e Ismene.

L’opera Sette contro Tebe di Eschilo narra dei figli di Edipo e della maledizione che portano e che li precede. Eteocle e Polinice si accordano per regnare sulla città di Tebe alternandosi un anno ciascuno ma improvvisamente Eteocle, allo scadere del proprio anno, non vuole più lasciare il regno al fratello Polinice che dichiara guerra alla sua città, alla sua patria, a suo fratello.

Il regista Marco Baliani, che ha diretto l’opera durante il 53° ciclo di rappresentazioni classiche al Teatro Greco di Siracusa, in questa rivisitazione ha voluto porre l’accento sull’oracolo di Apollo che narra di una maledizione che si perpetuerà nel trigenerazionale: se Laio avesse procreato lui e la sua famiglia “avrebbero avuto sfracelli e morti” per almeno 3 generazioni.

I sette contro Tebe, la terza generazione maledetta giunge così al suo compimento: la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice.
La scena si presenta spoglia di architetture teatrali e colpisce la presenza di un unico grande albero totemico, simbolo aggregativo della polis e della devozione della città agli Dei. Quello che sarà il campo di battaglia è ricco di piccoli trucioli di sughero con ai margini perimetrali sette blocchi di pietra bianca ad indicare le sette porte che delimitano l’ingresso nella città e che avvolgono tutto lo spazio interno che presto diverrà scenario di una guerra fratricida.

Tebe è dunque una città contesa tra eserciti fratelli, una città angosciata e colpita dagli esiti di una stirpe maledetta che ha peccato di hybris ed è stata punita.

Dall’alto di una casa, dietro la cavea del teatro greco di Siracusa, Eteocle parla alla sua gente paragonando Tebe ad una nave che non può affondare, in una sorta di grande rassicurazione per avere, tra i loro, una schiera di marinai-combattenti valorosi che proteggeranno Tebe e la sua gente. La paura è palpabile dall’inizio dell’opera, lo spettacolo si presenta subito in movimento, di corsa, in continua azione, l’arrivo del messaggero che annuncia l’imminente attacco dell’esercito nemico porta il panico nella popolazione. Eteocle appare come un re amato e preoccupato di rincuorare la popolazione ma anche un re deciso, che ammonisce le donne e la sorella Antigone per gli eccessi di paura che manifestano. Il messaggero annuncia che a ciascuna delle sette porte di Tebe l’esercito nemico assegnerà un guerriero e che alla settima e ultima porta ci sarà Polinice stesso a combattere. Eteocle ascolta il messaggero analizzando attentamente le caratteristiche di ciascun guerriero e scegliendo anch’egli fra i suoi uomini un guerriero all’altezza dello scontro. Su questo punto la tragedia si permea di riti e danze primitivi e aborigeni come primitiva e antica è la sorte maledetta di tale generazione, libertà stilistica già preannunciata dalla scelta dei costumi e delle maschere. Queste ultime, verranno indossate dai guerrieri tebani, e verranno fatte uscire, per essere mostrate al pubblico, da una struttura di bambù che evoca quella dell’uomo vitruviano di Leonardo, in ultime saranno appese su ogni pietra/porta. La struttura vitruviana composta da un cerchio e un quadrato, se letti in chiave simbolica, anche basandosi sulle riletture cristiane della teoria del microcosmo, rimandano allusivamente alla sfera divina quale perfezione di circonferenza, mentre il quadrato al mondo terreno. L’uomo, il valoroso scelto ne I sette contro Tebe, dunque, a metà tra divino e terrestre rappresenterebbe un elemento di raccordo capace di unire i due mondi; ciò farebbe di loro guerrieri eletti, pronti a combattere fieri e lontani dalla paura.

La contrapposizione tra maschile e femminile nell’opera Sette contro Tebe

Il contrasto tra il coro delle vergini tebane, tutto composto di donne, atterrito dalla paura e il re Eteocle, sprezzante della paura delle donne, riportano alla mente lo stereotipo di una fragilità più al femminile che non vale la pena di prendere in considerazione. Eteocle ammonisce così il coro, che cerca di dissuaderlo dalla sua posizione irremovibile, e lo esorta a non strepitare e a non dare consigli in “questioni maschili” come una guerra.

Una contrapposizione fra maschile e femminile ben definita in ruoli e responsabilità; contrapposizione che diventa cieca e inflessibile, e che suscita alcune domande nello spettatore: a cosa in effetti sembra non potercisi sottrarre? Alle ripetizioni dei mandati generazionali? In quale relazione ci si pone nei confronti dell’oracolo? Il vaticinio diventa un fatto assoluto e incommensurabile? I turbamenti di Eteocle potrebbero rappresentare indizi da dover interrogare?

L’impasse generazionale e relazionale

Nel proseguo la figura di Eteocle diviene maggiormente incerta: egli è un uomo solo nella sua decisione, sa che affrontando il fratello in battaglia entrambi troveranno la morte, teme d’altro canto di sfidare gli Dei cambiando il terribile destino che è riservato alla sua stirpe. Qui sembrerebbe dipanarsi quell’impasse generazionale a titolo di questo scritto. L’impasse sarebbe così rappresentato dalla continuità generazionale della maledizione che parrebbe impossibile da spezzare per la presenza di quel divino a cui probabilmente ci si può solo prostrare; ma si tratterebbe anche di un impasse relazionale nella impossibilità di mischiare quel maschile e femminile in una relazione che porti allo sviluppo per il tramite di un’interruzione generazionale non pensabile.

Lo stereotipo tra razionale e irrazionale in Sette contro Tebe

Messaggio pubblicitario Nella rappresentazione il coro si presenta per nulla compatto e fisso come vuole la tradizione delle tragedie: è fatto, invece, da individui e individualità sempre in movimento. La dimensione di gruppalità presente nel coro spicca come elemento di vitalità, di emozionalità che, tuttavia, non può essere presa in considerazione perché al limite con l’irrazionale. Ecco il dispiegarsi di un secondo stereotipo; nel senso comune, infatti, si è soliti rendere due opposti dicotomici il razionale e l’irrazionale, dove quest’ultimo prende le vesti di istintualità, e come tale non ponderata. Le emozioni, a nostro modo di vedere arricchito di certo di cultura psicologica, rappresentano delle bussole per orientare la nostra attenzione e comprenderne la natura e quel turbinio sperimentato durante lo svolgersi della tragedia, misto di paura, adrenalina, terrore che emerge nelle danze corali de I sette contro Tebe, allertando sulla sorte avversa.

Nel coro spicca la figura di Antigone dominata dall’inquietudine. Ed ecco il presentarsi del turbamento ancora. La sorella di Eteocle si fa simbolo del femmineo con il suo corredo di carnale istinto di pace suggerendo il dolore corale come somma di individuali patimenti. Antigone ha un ruolo chiave nella tragedia, se immaginiamo la maledizione come un modello familiare che si tramanda, Antigone è colei che propone di spezzare la catena riflessiva che perpetua il comportamento adesivo ai modelli dei padri. Antigone esalta il valore del legame familiare, che seppur inquinato, sporco, maledetto può essere salvaguardato; propone di riscrivere il senso di quello che si è abbattuto sulla sua famiglia ma si scontra con l’amaro destino che presto si manifesterà “O dolore: dormirai nello stesso letto del padre”. Ma Antigone è una donna e nel momento in cui gli uomini della città devono partire per la guerra le donne devono tacere, la sua voce diventa un riverbero sterile dinanzi alla cecità indotta dai turbamenti emotivi.

La scena fa sentire forte la confusione, lo stato emotivo di una città sotto imminente assedio, grida di guerra, esplosioni tuonanti, cavalli galoppanti, urla, preghiere e gesti ossessivi di paura. Prevale una rappresentazione indiretta della realtà: una drammaturgia dell’invisibile, un combattimento virtuale, dove il nemico è presente nei suoni delle spade che fragorosamente si fanno sentire, negli scoppi di bombe, nei rombi di aerei ed elicotteri, a riecheggiare quell’Apocalipse now del 1979 diretto da Francis Ford Coppola e ancora attuale negli ultimi avvenimenti riguardanti la Siria e i paesi limitrofi.

Antigone: il personaggio in Sette contro Tebe che rompe le eredità transgenerazionali disfunzionali

L’arrivo del messaggero annuncia la morte dei due fratelli e che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura solo ad Eteocle. Ancora una volta la voce saggia e ribelle di Antigone irrompe nella scena sfidando tale decisione, sfidando le leggi della città e il perpetuarsi del dolore nella sua stirpe e nella sua generazione. Antigone rivendicando la sepoltura per entrambi i figli di Edipo, valorizza ancora una volta il potere del legame affettivo, della relazione: “C’è un potere tremendo nell’essere nati dalle stesse viscere, dalla stessa madre sventurata e dallo stesso padre infelice. …anima mia…il cuore nato da una stessa stirpe ti unisca, viva, ad un morto”. Antigone dunque decide di seppellire anche da sola il fratello Polinice. La tragedia si conclude con il coro che approva la decisione di Antigone e propone anche un corteo per la memoria di Eteocle che ha protetto la città di Cadmo.

Antigone rappresenta quel passaggio importante che permette di rompere le eredità transgenerazionali disfunzionali, quella possibilità di creare un invento, al di là dell’oracolo e delle predestinazioni. L’inventum si inscrive nel registro della concepibilità e rimanda al non-ancora e non al già noto (Di Maria, 2000), quindi appartenente alla dimensione del futuro e capace di trasformare le ritualità generazionali; un tradimento se vogliamo, un tradimento che ha dignità di esistere, se ha la funzione di rompere tradizioni così forti da diventare cieche.

Elaborare il lutto: per andare avanti si deve perdere qualcosa

Nel finale tragico si annida inoltre il tema della possibilità di elaborare il lutto, inteso come elemento psichico necessario affinché i personaggi, la famiglia e poi l’intera polis possano proseguire lungo un cammino evolutivo che metaforicamente sembra rappresentare la condizione umana e soggettiva che troppo spesso rimane incastrata dentro lutti irrisolti e tragedie personali che sembrano assumere il sapore di condanne esistenziali e inesorabili. Con la morte dei due fratelli, e attraverso la presenza di Antigone, figura capace di sostare psichicamente dentro la dimensione di paura, terrore e sofferenza, sembra che si alluda alla possibilità di ritrovare la funzione creativa e di legame, a fronte di un vissuto mortifero che nasce prima nel tabù dell’incesto e che appare riproporsi a livello transgenerazionale nelle sue caratteristiche traumatiche.

Il segreto, il tabù, il trauma, infatti, assumono la funzione simbolica di elementi che congelano e pietrificano dentro un tempo che collassa, perdendo le sue coordinate storico-temporali condannando il soggetto a rimanere prigioniero di un presente eterno, nel quale il nemico è sempre alla porta impendendo dunque la possibilità di muoversi, impendendo tanto l’ingresso quanto l’uscita di elementi psichici e vitali. Pertanto, nel contesto di tale rappresentazione è solo con la morte, solo con il lutto, celebrato attraverso un corteo funebre, che è possibile permettere ai fantasmi psichici di trasformarsi in antenati (Schutzenberger, 2004), e dunque attraverso ciò permettere il superamento del trauma originario; possiamo quindi concludere questo breve saggio, cogliendo nel triste epilogo della tragedia, un elemento vitale e vivificante, ovvero la consapevolezza, seppur dolorosa, che per andare avanti si deve inevitabilmente perdere qualcosa.

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Bibliografia

  • Di Maria, F. (2000). Psicologia della convivenza. Soggettività e socialità. FrancoAngeli: Milano.
  • Schutzenberger, A. A. (2004). La sindrome degli antenati. Di Renzo Editore, Roma.
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