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Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi (2017) di Antonino Ferro – Recensione del libro

'Pensieri di uno psicoanalista irriverente' ci fa entrare nella stanza d'analisi, offrendo stimolanti spunti di riflessione sul futuro della psicoanalisi

ID Articolo: 148593 - Pubblicato il: 29 settembre 2017
Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi (2017) di Antonino Ferro – Recensione del libro
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Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi, scritto da Antonino Ferro, analista e supervisore nella Società Psicoanalitica Italiana, di cui è stato il Presidente, è la proposta di un viaggio verso gli scenari non consueti della psicoanalisi, una fenditura sul conosciuto da cui si scorge la possibilità di sperimentarsi in esperienze sempre nuove e vivificatrici.

 

Messaggio pubblicitario Me.Dia.Re. NOVEMBRE 2017 Un dialogo a due voci conduce il lettore a farsi spettatore del confronto tra l’esperienza che si trasforma in arte e il prudente e poco creativo, ma verosimilmente reale, modo di procedere del giovane analista. In questa mappa di sentieri nuovi riconoscere l’impercorribilità di quelli ormai vecchi limita il rischio di essere contaminati solo da ciò che è stato conosciuto.

Si tratta di un viaggio che l’analista compie con un bagaglio leggero e che con attitudine curiosa verso l’ignoto va co-costruendo insieme al paziente, attraverso la moltitudine di storie che prendono vita in seduta.

Dal primo colloquio e dall’uso del lettino, passando per la comunicazione analista-paziente, fino all’agire in analisi, è sollecitata una riflessione su quella parte del setting che inevitabilmente muta sotto l’influenzata della cultura e a cui possiamo decidere di aderire con buon senso senza esporci a eccessivi sensi di colpa. Un percorso lungo anni, in cui una buona analisi personale, la scelta di supervisioni che permettano di conoscere e confrontare vari modelli, la conoscenza di contributi teorici che appartengono al passato fino a quelli più innovativi si fondono per dare corpo a una dimensione creativa e personale del procedere psicoanalitico.

In esso, le libere associazioni freudiane, la regola fondamentale, le interpretazioni di trasfert, sono abbandonate in favore del modello più creativo e meno prescrittivo bioniano. Di quest’ultimo è esaltata l’originalità e l’utilità dei cambiamenti che ha apportato nel panorama psicoanalitico. Dalla funzione alfa, attività della mente che si occupa di produrre costantemente immagini per il pensiero onirico della veglia, che a sua volta creeranno gli elementi costitutivi del pensiero e del sogno, di cui la rêverie ci rende consapevoli, si giunge presto a riconoscere la perdita di centralità dell’insight sostituito dalla trasformazione.

Il percorso di rinnovamento psicoanalitico, di cui Ferro si fa testimone con la sua teoria del campo, è fatto di tanti gradini, modelli teorici messi a confronto, conosciuti e poi dimenticati. Più precisamente, l’autore ricorda i contributi kleiniani, winnicottiani, freudiani, bioniani, dei Baranger, di Sullivan, di Donnel Stern, di Marco Conci e Corrao, la narratologia e gli apporti di Ogden e Grotstein che tanto raccomanda per le nuove formazioni. Si tratta di un’evoluzione che vede, inoltre, i suoi pazienti come importanti collaboratori delle variazioni da lui compiute al suo modo di procedere nel corso degli anni.

Cosi, la mia idea del campo è quella del gruppo interno che un paziente porta con sé, nell’incontro con il gruppo interno dell’analista che gli apre la porta dello studio. Non appena queste gruppalità s’incontrano, abbiamo immediatamente una trasformazione, un Big Bang del campo, abitato da tutti questi personaggi (Ferro, 2017, pp.93-94).

Messaggio pubblicitario Si parte dall’accoglienza del paziente, un sostare doveroso sul contenuto manifesto, in modo che non si senta attaccato, ma compreso e si procede comunque con un’attività esplorativa, verificando le sue reazioni e aspettando di giungere insieme a una comprensione creativa.

È un gioco con questi personaggi che affollano la stanza e riprendendo il contributo di Ogden, si tratta di compiere una “trasformazione in sogno”, ossia costruire insieme narrazioni che possano operare una “decostruzione del sintomo”.

Questa processualità è resa possibile da un sistema di regole condivise da paziente e analista, tra cui il luogo, il ritmo, l’onorario, la condizione di asimmetria di ruoli, sperimentare il piacere del gioco.

L’analisi dovrebbe essere una cosa bella, una cosa divertente, qualcosa che somiglia a un gioco. Dovrebbe essere qualcosa che piace e per la quale uno è disposto a impegnare energie, tempo e soldi, come quando si va a vedere una partita (Ferro, 2017, p.19).

Il tempo a essa riservato, non può essere stabilito priori, ma sarà determinato dalla capacità del paziente di acquisire una dotazione di strumenti per funzionare meglio. D’altronde percorrere mondi sconosciuti e impervi richiede del tempo e a questo scopo, la capacita negativa dell’analista dovrebbe consentire questo procedere lento, impedendogli di sentirsi minacciato.

Ugualmente al paziente, anche l’analista, attraverso l’analisi, contribuisce al personale sviluppo degli strumenti per pensare e alla loro conservazione, a patto che si conceda del tempo in cui s’impegna in altro.

Per concludere, ci troviamo di fronte a un interessante contributo teorico e metodologico che, con toni irriverenti e un’indubbia capacità di sintesi, ci consente direttamente di guardare dentro la stanza d’analisi. Diventa difficile non aderire all’offerta di stimolanti spunti di riflessione sul futuro della psicoanalisi e al tentativo, seppur a tratti radicale, di smuovere con una certa energia le acque del procedere più ortodosso. In esso, i più curiosi potranno carpire gli inconfessati accorgimenti per rifuggire da una carriera professionale dominata della staticità. Una speranza per il futuro di una disciplina in costante trasformazione, che creativa e aperta a una pluralità di modelli, dovrebbe metterli da parte dopo averli conosciuti, riconsiderando che come ricorda Ferro (2017):

[…] forse la vera operazione di guarigione è quella di rendere inconscio quello che è troppo conscio, cioè di trasformare una realtà troppo concreta in una realtà che sia possibile sognare (p.124).

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Bibliografia

  • Ferro, A. (2017). Pensieri di uno psicoanalista irriverente. Guida per analisti e pazienti curiosi. Milano: Raffaello Cortina Editore.

 

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