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Cos’è il dèjà vù? Un viaggio fra gli studi e le interpretazioni più recenti

Il dejà vù è un fenomeno che consiste nel percepire un senso di familiarità con qualcosa che di fatto si sta vivendo per la prima volta.

ID Articolo: 145005 - Pubblicato il: 11 aprile 2017
Cos’è il dèjà vù? Un viaggio fra gli studi e le interpretazioni più recenti
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Il dejà vù è infatti descritto come quella esperienza nella quale si percepisce un intenso e inspiegato senso di familiarità verso quello che si sta vivendo, come se fosse già accaduto, ma totalmente inappropriato in quanto, in realtà, sta avvenendo per la prima volta.

Anna Beatrice Concilli, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI DI FIRENZE

 

Il dejà vù: che cos’è e le possibili spiegazioni

Mi sembra di aver già vissuto questa situazione…” è una delle frasi che molti di noi hanno almeno una volta pensato nel corso della propria vita. Secondo Adachi et al. (2003) sono circa il 60-80% delle persone sane che hanno sperimentato questa sensazione, ovvero il cosiddetto dejà vù. Il dejà vù è infatti descritto come quella esperienza nella quale si percepisce un intenso e inspiegato senso di familiarità verso quello che si sta vivendo, come se fosse già accaduto, ma totalmente inappropriato in quanto, in realtà, sta avvenendo per la prima volta (Bràzdil et al., 2012). Nei giovani adulti, questo fenomeno si verificherebbe addirittura più volte nello stesso anno (Urquhart&O’Connor, 2014).

Questo tipo di esperienza è stato oggetto di interesse non soltanto per neurologi e psicologi, ma ha interessato molto anche il mondo del cinema, essendo un fenomeno tanto affascinante, per alcuni paranormale, quanto inspiegato. Infatti si sono scatenate le più bizzarre interpretazioni, fra le quali una possibile “altra vita” che irromperebbe, in questa, con il Dejà Vù proprio per ricordarci che in realtà ne abbiamo già vissuta una in precedenza. In realtà, ci sarebbe una spiegazione più scientifica e comprovata rispetto alle più disparate congetture che si muovono su questo argomento.

I primi studi sono stati effettuati su singoli casi clinici (Moulin et al, 2005) affetti da un particolare tipo di epilessia: quello del lobo temporale. Infatti il Dejà Vù risultava essere uno dei sintomi maggiormente presenti in questo tipo di patologia e quindi più facilmente studiabile. Successivamente le procedure sperimentali sono state applicate a campioni più ampi che permettessero dei risultati più generalizzabili e significativi. Tuttavia studiare il Dejà Vù sperimentalmente ha presentato molti ostacoli. La difficoltà maggiore che gli studiosi hanno incontrato nel fatto di studiare in laboratorio un fenomeno come questo, era che le osservazioni e i test venivano effettuati settimane o addirittura mesi dopo tale esperienza, e questo avrebbe potuto comportare ristrutturazioni o bias cognitivi. (Urquhart&O’Connor, 2014). Nonostante queste difficoltà la ricerca in questo ambito ha portato negli ultimi anni a grandi scoperte e ha permesso di far maggiore chiarezza sopratutto sulle basi neuronali e sul network implicato in questo processo.

Inizialmente il Dejà Vù sembrava fosse dovuto ad un’alterazione mnemonica: al soggetto sembrava quindi di aver già vissuto una determinata situazione perché, in un angolo della mente, per sbaglio, un falso ricordo si attivava.

Messaggio pubblicitario Studi successivi hanno cercato di dare un profilo ancora più delineato a questo fenomeno, partendo dall’evidenza che la sensazione del Dejà Vù fosse anche uno dei sintomi degli individui che soffrono di epilessia temporale (Akgul et al., 2013; Adachi et al., 2010). Così, dagli studi su soggetti patologici, gli esperti si sono chiesti se fosse possibile sovrapporre il network neuronale implicato in quel tipo di Dejà Vù, con quello coinvolto nel Dejà Vù che viene sperimentato dai soggetti sani. Infatti l’esperienza del Dejà Vù in soggetti non patologici è un fenomeno che porta ancora con sé molti punti interrogativi, alcuni dei quali risolti dalle ultime evidenze sperimentali.

 

Gli studi sulla morfologia cerebrale di chi ha esperienze di dejà vù

Uno degli studi più rilevanti degli ultimi anni risulta essere quello di Bràzdil e colleghi del 2012 che hanno studiato le differenze nella morfologia cerebrale fra 113 soggetti sani che hanno sperimentato almeno una volta nella vita il Dejà Vù, e soggetti sani che invece non hanno mai provato tale esperienza. L’obiettivo dello studio è stato quello di individuale le strutture anatomiche implicate in questo processo. I risultati ottenuti sono molto interessanti: emerge, infatti, una significativa riduzione della materia grigia nell’area paraippocampale nei soggetti con Dejà Vù rispetto a quelli senza.

L’insieme delle regioni cerebrali che distinguono i soggetti Dejà Vù e quelli non Dejà Vù rispecchia proprio la riduzione del volume della materia grigia, recentemente identificata, in soggetti con epilessia del lobo temporale, che coinvolge, infatti, l’ippocampo e le regioni paraippocampali. Il Dejà Vù, quindi, si configurerebbe come una piccola epilessia temporale che creerebbe la sensazione di familiarità e, di fatto, una sorta di falso ricordo. I risultati hanno dimostrato come, in entrambi i gruppi con Dejà Vù epilettico e non patologico, sembra esserci un’alterazione diffusa delle stesse strutture e reti neurali. Questa somiglianza qualitativa dell’esperienza del Dejà Vu in casi patologici e non patologici suggerisce allora un processo comune sottostante (Adachi et al., 2010) e quindi indica la presenza di una similarità nelle strutture anatomiche coinvolte.

Partendo da questo studio, l’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr di Catanzaro e della clinica neurologica dell’università di Catanzaro, ha sottolineato come in realtà non si possa realmente parlare di falsi ricordi nelle persone sane.
Labate e colleghi (2015), infatti, stimano che in realtà, nei soggetti che non soffrono di epilessia temporale, il fenomeno del Dejà Vù sia riconducibile ad un’origine diversa, benchè caratterizzata dalle stesse sensazioni di familiarità. Sarebbe dovuto, cioè, ad una sorta di inganno emotivo. Ma vediamo più nello specifico quest’interessante studio.

I ricercatori hanno confrontato le aree di attivazione cerebrale di 32 soggetti con epilessia temporale con esperienza di Dejà Vù, 31 soggetti con epilessia temporale senza Dejà Vù, 22 soggetti sani che avevano sperimentato almeno una volta nella vita il Dejà Vù e 17 soggetti sani che invece non lo avevano mai sperimentato. Tutti i gruppi sono stati sottoposti ad uno screening per il Dejà Vù, ad un elettroencefalogramma sia in veglia che in sonno, e ad una risonanza magnetica cerebrale tradizionale e morfologica avanzata. Da questi test sono state evidenziate le aree cerebrali coinvolte nel Dejà Vù ed è emerso che l’espressione cerebrale di questo fenomeno, in soggetti sani e affetti da epilessia, è completamente diverso.

Lo studio, infatti, evidenzia come nei soggetti affetti da epilessia temporale sarebbero coinvolti principalmente le aree temporali e in particolar modo l’ippocampo, aree deputate al riconoscimento visivo e implicate nella memoria a lungo termine. I soggetti non patologici, invece, evidenziavano attivazioni nella corteccia insulare, che convoglia tutte le informazioni provenienti dal mondo sensoriale all’interno del sistema limbico, deputato alla regolazione dello stato emotivo. Questa evidenza mostrerebbe quindi come le basi anatomiche del Dejà Vù sarebbero completamene diverse. Come spiegare allora questi risultati?

 

Deja Vù: Possibili interpretazioni dei risultati degli studi

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Gli autori ipotizzano come nei soggetti epilettici il fenomeno del Dejà Vù sia un sintomo organico correlato, ovviamente, alla patologia in corso. Si creerebbero quindi dei veri e propri errori di memoria, percepiti in realtà dal soggetto come ricordi corretti. Chi soffre di epilessia avrebbe una reale alterazione della memoria in quanto l’area che si attiva durante il Dejà Vù è proprio quella implicata nella memorizzazione. I falsi ricordi sarebbero delle manifestazioni ictali causate dalle scariche epilettiche che creerebbero un malfunzionamento di queste aree.

Nei soggetti sani, invece, si potrebbe parlare, come detto in precedenza, di “inganno emotivo”: sostanzialmente la situazione che si sta vivendo, con tutti i suoi correlati emotivi, richiamerebbe un’altra situazione simile vissuta precedentemente. In realtà, quindi, sarebbero le emozioni di quella determinata esperienza che sarebbero state già vissute, non propriamente l’esperienza in sé. Labate identifica il Dejà Vù come un richiamo di un ricordo che ha determinato quella sensazione, immagazzinata grazie ad un’altra esperienza vissuta in passato. Questo spiegherebbe anche perchè è un fenomeno così frequente nella popolazione sana.

Nonostante gli studi abbiano condotto ad una spiegazione più prettamente scientifica, qualcuno ritiene ancora che il Dejà Vù sia una sensazione che viene provata quando ci si trova esattamente dove si dovrebbe essere. Come se fosse un punto di congiunzione fra il percorso tracciato dal destino, e quello che realmente si sta percorrendo. Forse dopo queste evidenze, anche i più romantici si ricrederanno. O no?

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