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Freud (forse) è morto, ma la psicoanalisi è viva e vegeta

Freud e Jung per la psicoanalisi sono come Giotto e Raffaello per l’arte, o Galileo e Newton per la fisica: un inizio che apre a molteplici possibilità..

ID Articolo: 117705 - Pubblicato il: 01 febbraio 2016
Freud (forse) è morto, ma la psicoanalisi è viva e vegeta
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Freud e Jung per psicoanalisi e terapie psicodinamiche sono come Giotto e Raffaello per l’arte, o Galileo e Newton per la fisica: un punto d’inizio che apre a molteplici possibilità. Da allora però la psicoanalisi è molto cambiata pur riconoscendo il suo debito verso i “padri fondatori”.

A chi fa ancora paura la psicoanalisi? Questa è la domanda che mi sono posto dopo aver letto gli interventi di Giovanni Maria Ruggiero pubblicati su State of Mind (Goodbye Freud, 29.01.2016 e Non è più il tempo dell’inconscio e dell’underground nella psicoterapia moderna, 30.10.2015). Ruggiero è uno studioso a cui non può mancare la conoscenza circa le rielaborazioni della psicoanalisi, già presenti nei numerosi rimaneggiamenti nel pensiero e nell’Opera di Freud che coprono un lasso temporale di circa mezzo secolo. La psicoanalisi ha poi continuato a ridefinirsi e svilupparsi sino ai nostri giorni in maniera pressoché incessante.

Immaginare la psicoanalisi attuale come una sorta di contenitore in cui un impassibile analista scavi nel passato con la speranza che il solo ricordare consenta il cambiamento, è proporre un’idea macchiettistica della psicoanalisi. Con questo non voglio negare che possano essere sopravvissuti alcuni psicoanalisti “dinosauri”, del tutto avulsi dalle evoluzioni che la psicoanalisi ha compiuto a livello teorico e clinico negli ultimi 100 anni, ma pensare che questi rappresentino “la psicoanalisi” è un po’ come credere che i terapeuti cognitivo-comportamentali che, ad esempio puniscono e premiano i pazienti con disturbi del comportamento alimentare impedendo loro di telefonare ai genitori durante il trattamento con rigide regole skinneriane, a tutt’oggi non annegati nella “terza onda”, siano paradigmatici della TCC attuale.

Messaggio pubblicitario Già nel primissimo Freud, invero, vi è il superamento della prospettiva catartica ideata e messa a punto con Breuer, ossia il tramonto dell’idea che per cambiare possa essere sufficiente ricordare gli eventi traumatici del passato magari obliati nell’inconscio. In realtà già Freud comprese e mostrò che “conoscere ed essere coscienti di ciò che prima era inconscio non è sufficiente per cambiare”. Che la catarsi fosse insufficiente, non è certo una scoperta della “psicologia di oggi” come sostiene Ruggiero, ma un’evidenza che la psicoanalisi degli esordi aveva ben presto reso nota. L’idea che il passato fosse la causa delle nevrosi del paziente è stata già superata in Freud nel 1917 con il suo “Introduzione alla psicoanalisi”, dove veniva riportato il concetto di “nevrosi attuale”, per il quale il disagio psicologico poteva ben lungi dall’essere una cieca ripetizione di un passato relegato nell’inconscio: per questi motivi il presente nel rapporto terapeutico con l’analista divenne ben presto per Freud la vera relazione ristrutturante.

La rievocazione dei traumi del passato è peraltro, oggi, alla base di alcune metodiche terapeutiche contemplate in tecniche più vicine al mondo cognitivo-comportamentale che alla psicoanalisi, come ad esempio nel caso dell’EMDR per il trattamento dei disturbi post-traumatici da stress. Stupisce pertanto, in qualunque caso, un rifiuto che se non adeguatamente argomentato rischia di apparire aprioristico, circa l’esplorazione del passato, che in alcuni casi può essere utile e terapeutica.

Nella pratica psicoanalitica di oggi, ricordare ciò che era sepolto nell’inconscio, il far riemergere il passato, non è più considerato necessario, al contrario può risultare in alcuni casi persino fuorviante, se finalizzato all’evitamento da parte del paziente (o dell’analista) delle situazioni difficili attuali.

I lavori di Freud e Jung sulla traslazione e la contro-traslazione, la funzione metaforica dell’Edipo come elemento archetipico e non necessariamente come fatto concreto, la consapevolezza che molti dei racconti dei pazienti emersi durante l’analisi non erano ricordi di fatti realmente avvenuti ma elaborazioni della loro fantasia, erano già tutte riflessioni della prima psicoanalisi, ossia quella di Freud e Jung. Persino il re-orientamento in chiave relazionale era già “in nuce” nei lavori di Freud (Lutto e melanconia ad esempio) e certamente esso permea tutta l’opera di Jung, che con il suo concetto di “proiezione attiva” anticipò di molti anni alcune teorizzazioni della Klein come l’”identificazione proiettiva”. Le varianti delle teorie psicoanalitiche basate sulle relazioni oggettuali (Klein, Fairbairn, Winnicott, Bowlby), che hanno dato l’abbrivio alle prospettive relazionali (Mitchell, Greenberg), i tentativi di ricomposizione delle varie differenze teoriche operate da Bion e dai suoi allievi, sino alle più attuali concettualizzazioni della psicoanalisi del campo (Baranger, Ogden, etc.), sono solo alcuni dei filoni di dibattito teorico in ambito psicoanalitico.

Il pensiero psicoanalitico è particolarmente vivo e fecondo, al limite del conflitto tra orientamenti nella stessa psicoanalisi.

Messaggio pubblicitario Altra cosa però, rispetto alla psicoanalisi, sono le terapie psicodinamiche che, pur provenendo dalla psicoanalisi, al di là dei vari orientamenti teorici, hanno in comune una più marcata propensione alla ricerca clinica, alla sperimentazione empirica. Ricerca scientifica e sperimentazione appaiono – su questo ha pienamente ragione Ruggiero – il vero anello debole della clinica terapeutica basata sulle teorie psicoanalitiche. Per troppo tempo, infatti, gli psicoanalisti hanno snobbato la ricerca scientifica svolta secondo i rituali standard della pratica Evidence Based e pagano oggi lo scotto di una lunga strada ancora tutta da recuperare. I risultati degli ultimi 15 anni, come ben saprà Ruggiero, sono però soddisfacenti e su questa strada occorre proseguire senza incertezze.

Le differenze con le terapie cognitivo-comportamentali, ad oggi, sono a mio avviso molto più teoriche ed epistemologiche che puramente cliniche, specialmente se si verifica l’operato quotidiano di terapeuti esperti con il disturbo psichico, indipendentemente dal modello di riferimento dei terapeuti. Resta ad ogni modo una profonda differenza circa il modo in cui la psicoanalisi e gli orientamenti cognitivo-comportamentali guardano all’uomo, alla psicopatologia, ai concetti di salute, malattia e guarigione e da ciò probabilmente anche la differente propensione a basarsi su agglomerati statistici (più tipica dei modelli cognitivo-comportamentali), oppure delle ricerche single case (più tipica dei modelli psicodinamici). Gli stessi concetti di efficacia ed efficienza vanno in tal senso contestualizzati. Una terapia è efficace (o meno efficace) rispetto a cosa? Per definire il nostro parametro di efficacia ci atteniamo alle statistiche dei vari DSM, che cambiano drasticamente di anno in anno, o abbiamo un’idea più complessa della psicopatologia e del vissuto soggettivo di chi soffre psicologicamente? Queste sono domande su cui vale la pena confrontarsi, avendo tuttavia cura, a volte, di distinguere il piano clinico da quello più teorico e speculativo.

Di fronte al paziente, al soggetto, in ogni caso, il più delle volte si azzerano gran parte delle differenze teoriche e restano i terapeuti nella loro esperienza e competenza, oltre che nella loro umanità. Anche per questo, nella pluralità dei modelli e dei possibili interventi proponibili, occorre sempre saperci porre con l’umiltà di chi sa di non sapere tutto sulla psiche e sulla complessità della mente umana.

 

Alessandro Raggi
Psicoterapeuta, psicoanalista,
Didatta Scuola di psicoterapia analitica AION
Responsabile nazionale Centri ABA
www.psicheanima.it

 

LEGGI LA RISPOSTA DI GIOVANNI M. RUGGIERO:
Freud è morto, la psicoanalisi vive

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  • Maurizio Montanari

    D’accordissimo. Ma attenzione a come sceglierere l’analista.

    Ne ho davvero sentite tante, troppe, di storie di analisi finite male.

    Non solo da parte dei pazienti, ma anche raccontate nei consessi seminariali, nei convegni, negli incontri con i colleghi.

    Ho sempre rifuggito la vulgata capace di alimentare luoghi comuni, ma
    anche so che occuparsi di psicoanalisi applicata significa ascoltare
    quello che proviene dal corpo sociale.

    Per questo motivo ho ripreso un vecchio articolo, e dedicherò la parte
    di questa rubrica a raccogliere e dibattere , con chi lo vorrà fare, di
    esperienze analitiche finite male, deragliate o sfociate in un danno per
    il paziente.

    Apro dunque uno spazio nel quale descriverò, con le normali cautele e
    modifiche di dati che la privacy impone, frammenti di vite raccontate
    che sono passate nel mio studio,

    e che hanno incontrato la malapratica analitica. Pagandone le conseguenze.

    E apro questo spazio a chi, assumendosi le proprie responsabilità,
    voglia dire la sua. L’intervista ad Armando Verdiglione pubblicata anni
    fa su Repubblica , e l’ultima polemica sollevata da Elisabeth
    Roudinesco su ‘Liberation’ del primo ottobre 2011, hanno l’indubbio
    merito di riprendere alcune questioni che da sempre interessano il
    funzionamento della psicoanalisi e le azioni degli psicoanalisiti. Al di
    là delle sterili polemiche, è assai utile alimentare un serio
    dibattito su un tema anch’esso importante ed emergente che va al di là
    del caso Verdiglione: perchè sempre più spesso accade che gli
    psicoanalisti siano messi sul tavolo degli imputati? Chi ha a cuore la
    psicoanalisi, come me, come strumento clinico e di analisi del legame
    sociale, si deve interrogare.

    Non passa giorno che voce non si unisca al coro di attacchi alla
    disciplina di Freud e ai suoi attuali nipoti. Non tanto all’analisi tout
    court, quanto alla cattiva psicoanalisi, per molti due entità
    sovrapponibili. Oltre al j’accuse di M. Onfray , “Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane “, ci sono i pamphlet dell’intellighenzia europea ed italiana: il feroce e unilaterale “Il libro nero della psicoanalisi“, “Il caso Marilyn M. E altri disastri della psicoanalisi “, “Inconscio ladro!” di Elisabetta Ambrosi, il godibile ‘Alice nel paese degli analisti’, per finire con l’ottimo “Al di là delle intenzioni. Etica e analisi”
    di Luigi Zoja ( davvero imperdibile quest’ultimo). Senza dimenticare il
    libro di Giorgia Walsh ‘Psicoanalisi in rosso’. Perchè periodicamente
    gli psicoanalisti sono sempre più soggetti all’accusa di tramutarsi in
    ‘guru’ in cerca di adepti da irregimentare? Se ben guardiamo la blog-
    sfera ( a tutti gli effetti il fronte delle voci più libere) la schiera
    dei detrattori e critici non è più solo formata da trinariciuti
    organicisti che negano tout court la validità dell’introspezione e non
    riconoscono lo statuto dell’inconscio, ma da tanti pazienti, o
    analizzanti, i quali possono solo accodarsi nelle innumerevoli
    discussioni sui forum per lagnare l’inefficacia del trattamento
    analitico, o denunciare errori pagati a caro prezzo. E non solo
    economico. Fino a quando, di fronte ad una critica sempre più vasta e
    sempre più articolata, si percorrerà la via del ‘non è vero nulla’,
    rimandando un serio dibattito, restando indifferenti a queste istanze?
    Gli aspetti da esaminare non sono solo quelli relativi alla ‘efficacia’
    dell’analisi, elemento di per sé già difficile da valutare (e oggetto
    di innumerevoli dibattiti ), ma anche le possibili controindicazioni che
    possono derivare da un’analisi inefficace. Non tutti sanno
    preventivamente che un’analisi sbagliata può causare seri danni, e che
    in caso di un rapporto deleterio, non esistono istanze alle quali fare
    riferimento.

    Chi va su un lettino oggi, non ha precise garanzie di terzietà, di
    protezione da errori. Ecco il vulnus principale dell’instrumentum
    analitico. In campo medico, se un’operazione va male, il malato può
    rivolgersi all’azienda sanitaria, al tribunale dei diritti del malato, o
    altro ancora. Nel campo della psicoanalisi, se una cura si inceppa o
    deraglia, purtroppo, non esiste luogo nel quale portare le proprie
    rimostranze. L’unica speranza è che l’analista abbia a fondo scavato
    nelle sue zone opache, quelle che conducono a errori, e se ne assuma la
    responsabilità tenendo quel posto senza fuggire. Il miglior modo per
    difendere la psicoanalisi è dunque renderla trasparente esaltando in tal
    modo la sua eccellenza, che fortunatamente continua ad esistere
    nonostante gli errori. Un analista che sbaglia diagnosi, magari
    distratto da altre cose, o semplicemente con un lavoro su se stesso
    stagnante, espone il paziente a rischi talora altissimi. Il
    ‘controtransfert’ è quella risposta relazionale ed emotiva dell’analista
    verso il paziente, utile nel processo analitico fino a quando non
    diventa una pioggia di detriti che provengono dall’analista, il quale
    senza controlli, può scaricarli sul malcapitato paziente. Il paziente
    che, come insegna l’analista francese J.A Miller, è sempre ‘innocente’
    quando entra nello studio con lettino. Chi non ricorda l’analista
    Moretti de ‘La stanza del figlio’, irritato perché il paziente Orlando
    con un ritardo ha fatto sì che lui non fosse vicino al figlio nel
    momento della disgrazia? Ecco, quella scarica di rabbia che gli riversa
    addosso in seduta, è un controtransfert incontrollato. Lacan tratta la
    questione del controtransfert : “(..)Come è scritto da qualche parte, se
    si trascurasse quell’angolo dell’inconscio dell’analista, ne
    risulterebbero delle vere e proprie zone cieche, da cui conseguirebbero
    eventualmente nella pratica fatti più o meno gravi e incresciosi:
    misconoscimento, intervento mancato o inopportuno, o persino errore”.

    Cosa garantisce al paziente che , accortosi di questo, l’analista
    immediatamente lasci quel posto e non arrechi danni? Nulla. Quello che,
    specie oggi, è necessario ribadire, è cha la psicoanalisi è
    essenzialmente e primariamente il luogo della rettifica della propria
    esistenza. Qualsiasi altra cosa che non sia il percorso del paziente
    che entra entra nella stanza del lettino falsa il percorso e lo fa
    deragliare su binari del maestro-discepolo, via che conduce direttamente
    ad una condizione diadica fasulla che può avere effetti collaterali
    devastanti per l’analizzante. Il movimento psicoanalitico garantisce
    terzietà? Per esserlo, è necessario che chi apre le porte alla
    gentilezza sia, in questo caso, gentile, parafrasando al contrario la
    lezione di Brecht. E’ fondamentale che lo psicoanalista sia, al netto
    della conduzione della cura, inserito in una rete, più ampia, che possa
    osservare ed eventualmente correggere eventuali errori. Sia insomma
    ‘giudicabile’. Come evitare, come riporta Paracchini in un vecchio
    articolo del Corsera, che: ‘un ego fuori ordinanza, un eloquio
    coinvolgente che fa breccia nel pubblico femminile’ non siano nocivi per
    i pazienti, oppure non portino a creare ‘adepti che sembrano una
    setta’? Il presidente della IPA Stefano Bolognini dà una indicazione
    preziosa, asserendo che la sovraesposizione mediatica dello
    psicoanalista danneggia il paziente. Si dirà: questo problema vale per
    tutte le discipline del mondo “psi”. Vero, parzialmente. Non va
    dimenticato che l’analisi è un luogo particolare, una sorta di ‘no mans
    land’ nella città, uno spazio vuoto, una zona franca addobbata con gli
    affreschi della propria esistenza, che noi diamo in custodia
    all’analista. Si può paragonare il setting analitico ad un’officina
    nella quale, grazie ad un buon avvitatore, tutte le viti della macchina
    vengono allentate. Svitate quel tanto che basta perchè il guscio mostri
    la sua mobilità, e si possa giungere all’anima del motore. Una
    destrutturazione guidata. E’ la terra di un uomo che piange e rimemora
    il passato, un uomo che sogna e in quel luogo sa di poter proiettare le
    diapositive più intime perchè garantito dalla sicurezza. Ecco perchè gli
    errori possono avere effetti cosi’ gravi. Quando le viti sono
    allentate, i colpi accidentali vanno più in profondità, si riverberano
    sull’intera struttura. Le scuole psicoanalitiche hanno sviluppato gli
    anticorpi per saper contenere e correggere questi svarioni? Il mondo
    scientifico chiede alla psicoanalisi alcune cose che la disciplina di
    Freud e Lacan non può dare : verificabilità, standardizzazione dei
    dati, questo perchè la psicoanalisi è essenzialmente ‘uno per uno’. Ma
    garanzie verso il paziente quelle si. Oggi quelle devono essere fornite.
    “L’analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per reggere
    la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. Infine bisogna
    che paghi con un giudizio sulla sua azione’. E’ il minimo che si possa
    esigere” . E’ rispettata questa massima di Lacan?

  • Enrico

    Stampo, studio e approfondisco! Suggerisco a tutti di fare lo stesso e ringrazio un autore così lucido e preparato!

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