Quando il cervello sogna
La coscienza onirica è un altro tipo di coscienza che a differenza della veglia emerge dal cervello mentre il corpo dorme. Eppure le immagini, i fatti e le situazioni sono spesso emotivamente coinvolgenti, a volte perfino più intensi di quelli della coscienza diurna. Perché esiste? Qual è il suo scopo? Se è una caratteristica solo umana, qual è la sua causa? Il cervello genera spontaneamente un’attività interna nella coscienza della veglia che si allinea con il corpo e l’ambiente; nel sogno invece non esistono rapporti con l’esterno. Nella coscienza della veglia la danza è a tre, cervello, corpo e mondo, nel sogno è un ballo in sé. Un’ipotesi delle neuroscienze moderne è che come quella diurna la coscienza del sogno sia il risultato della rivoluzione linguistica che ha stravolto l’architettura del cervello. E di conseguenza la sua espressione nella nuova mente linguistica, sia di giorno sia di notte.
La creatività
La parola “multiverso” fu coniata alla fine del diciannovesimo secolo da William James parlando di multiverso cognitivo (James, 2025). Universi mentali paralleli però hanno sempre fatto parte dell’esperienza umana. Il linguaggio ci permette di costruirli con la sua capacità di evocare ricordi e inventare immagini arbitrarie. Nella veglia queste realtà mentali si fondono e le informazioni ricevute attraverso questi canali si mescolano. Siamo però sempre in grado di distinguere la realtà dall’immaginazione, tranne in alcune patologie psichiatriche e nei sogni. Nell’immaginazione diurna il processo è guidato dai lobi frontali che offrono l’ancoraggio al mondo reale con vincoli e direzioni. Nei sogni il cervello vaga da solo, come un’orchestra lasciata senza direttore. Non sarà in grado di inventare un intero brano musicale, però a sprazzi possono udirsi brevi pezzi originali. La creatività è una caratteristica di ogni vivente perché l’ambiente è così grande, vario e imprevedibile che in ogni momento occorre inventarsi nuove soluzioni. Bisogna creare e ricreare continuamente il proprio modello del mondo, avremo perciò nella testa di un pipistrello, di un canguro, una vipera o un delfino, mondi diversi: sono i mondi di Jakob Johann von Uexküll (Umwelt); in un prato osserviamo la formica, la farfalla, l’uccello, la lucertola, ecc. “tutti i nostri simili sono circondati da bolle trasparenti che si intersecano senza attrito perché formate solo da segni percettivi soggettivi” (Uexküll, 2010). Umwelt, è il termine che in tedesco indica “mondo circostante”, ma non oggettivo. Il mondo interno e quello esterno sono allineati, in modo che la corrispondenza renda possibile la navigazione. I corpi, e i cervelli per quelli che li possiedono, sono sempre in attività, sia nella veglia e sia nel sonno; ma in quest’ultimo stato di coscienza manca l’allineamento con l’esterno, e allora si hanno miscugli non coerenti, visioni frammentate e senza connessioni. Negli animali più evoluti è plausibile che i sogni riflettano momenti di vita trascorsa concreta. Gli esseri umani sono dotati di parole, una sorta di contenitore di conoscenze, e lo stimolo dei circuiti cerebrali che le esprimono può dar luogo a scenari mai visti prima, stupefacenti e ricchi di emozioni.
Il puzzle del nostro corpo
Il nostro corpo è un puzzle costruito dall’evoluzione e dai cambiamenti ambientali. Siamo simmetrici ma non sempre, due reni, due polmoni, due occhi, ma un fegato, un pancreas, un cervello. Metà cervello destro controlla metà del corpo sinistro e viceversa. Sono rimaste strutture antiche: il coccige rappresenta le vestigia della coda, l’appendice per la digestione di quei tempi, i denti del giudizio, le unghie, i muscoli delle orecchie, i peli di alcune parti del corpo, ecc. Il nervo laringeo ricorrente che influenza deglutizione, respirazione e linguaggio, fa un giro contorto. Segue una deviazione dal nervo vago alla laringe, salta l’aorta e torna indietro a ritroso piuttosto che andare direttamente. La parte posteriore del cervello è connessa con gli occhi, quando quella più vicina è dietro la fronte. Qui vi è una sorta di cabina di regia che svolge un ruolo cruciale nei compiti più astratti (Bhandari, Badre, 2020). Il cervello sempre attivo nella veglia monitora l’ambiente, agisce, anticipa e prevede. Veglia e sonno seguono i ritmi circadiani, l’alternarsi delle ore diurne e notturne e, secondo David Eagleman, il circuito neurale che genera i sogni non è frutto del caso ma nasce per non farsi invadere dai neuroni delle zone cerebrali attigue, come fanno sempre quando trovano spazi liberi da occupare. “I sogni, dunque, potrebbero essere lo strano figlio illegittimo della plasticità neurale e della rotazione del pianeta” (Eagleman, 2021). Per Owen Flanagan il sogno è un rumore di fondo privo di scopo, “i sogni non possiedono delle funzioni evolutive e quindi non sono degli adattamenti” (Flanagan, 2000), anche se l’umanità ha saputo trasformarli in uno dei più potenti strumenti di indagine su se stessa. Sposa la teoria di Stephen Jay Gould: certi comportamenti non sono adattivi per la sopravvivenza, tuttavia si sono sviluppati come extradattamenti, cioè non voluti e non nati per quello scopo (Gould S.J., Vrba E. S., 1982). La coscienza del sogno, afferma Allan Hobson, è un succedersi nel cervello di eventi causali e anche per questo il sogno “si può considerare il più auto-creativo tra gli stati del cervello-mente” (Hobson, 2010). “I sogni” per Mark Solms invece “non soltanto sono intrinsecamente motivati, ma sono anche significativi e rivelatori degli stati motivazionali nella loro forma più primitiva” (Solms, 2018). Sigmund Freud non aveva sbagliato poi così tanto quando scriveva: “Che cosa sognano le oche?, domanda il proverbio. E risponde: ‘Il granturco’. Tutta la teoria del sogno come soddisfazione di desideri è contenuta in queste frasi” (Freud, 1900). Per Rahul Jandial i sogni sono un lascito evolutivo dei nostri antenati che si ‘allenavano’, quindi una sorta di laboratorio di simulazione. “Grazie ai sogni acquistiamo la capacità mentale necessaria per rendere versatili i ragionamenti, le emozioni e gli istinti…ci offrono un vantaggio evolutivo importante: una mente adattativa, un genio personale” (Jandial, 2024).
I deliri notturni
La scoperta del sonno REM (Rapid Eye Movement) è opera di Aserinsky e Kleitman (1953), che registrò un elettroencefalogramma paradossale simile alla veglia, movimenti oculari in tutte le direzioni, scariche del sistema nervoso autonomo, corpo quasi paralizzato ma attivissimo. In questa fase si assiste a una iper-attivazione delle aree delle emozioni e ipo-attivazione di quelle della logica e del monitoraggio della realtà, specie di quella prefrontale dorso-laterale che coordina tutte le altre parti del cervello rendendo i pensieri “di ordine superiore”, inclusa la consapevolezza dei sentimenti (Dehaene e Changeux, 2005). Questo squilibrio spiegherebbe la natura “delirante” del sogno: accettiamo situazioni assurde senza critica perché il “sistema di controllo” prefrontale è silente, mentre il generatore di immagini e di affetti è molto attivo. Mark Solms (Solms, 2020) ha identificato due sistemi corticali coinvolti nella produzione onirica: la giunzione temporo-parieto-occipitale (TPO) e la corteccia prefrontale ventromediale (vmPFC). Pazienti con lesioni della prima presentavano alterazioni delle immagini mentali sia in stato di veglia sia nel sonno, mentre lesioni alla vmPFC eliminavano completamente qualsiasi ricordo onirico, pur mantenendo intatta la fase REM. Questi risultati, oltre a dimostrare la dissociazione tra sogno e fase REM, indicano il coinvolgimento di queste due aree nella generazione del sogno. “Di fatto, trovai due aree le cui lesioni causavano la perdita dell’attività onirica, preservando però il sonno REM” (Solms, 2023, p. 37). Il sonno inizia da meccanismi localizzati nella parte bassa del cervello (tronco) ma è strutturato da circuiti posti nei piani alti. Il suo punto d’innesco è nella ‘zona reticolata’, parte ricchissima di neuroni fondamentali per la vita, una scoperta di Moruzzi e Magoun del 1949. Qui si trova l’interruttore del sonno e della veglia, e anche della vita e della morte. Basta un colpo di Karatè sul collo, sotto la nuca, e il dente dell’epistrofeo, una piccola prominenza della seconda vertebra cervicale, può penetrare nel midollo con morte immediata. I centri neurali della base del cranio inibiscono le connessioni del cervello con il corpo, impedendo a quest’ultimo di muoversi in risposta ai sogni. Nella stragrande maggioranza dei casi al massimo si reagisce parlando e a volte gridando. In casi più rari sembra che un’attivazione cerebrale particolarmente forte possa aggirare l’inibizione esercitata alla base del cranio, con comportamenti più complessi. Nella polisonnografia alcuni volontari sono svegliati e interrogati sulla presenza di sogni in una determinata fase del sonno. Quest’approccio ha permesso non solo di raccogliere i resoconti in modo più controllato, ma anche di acquisire dati sulla presenza e sulle caratteristiche del sogno nelle varie fasi (Domhoff, 2022). Nell’addormentamento, nel dormiveglia, oppure se ci svegliamo e rimaniamo a letto ancora un po’, appaiono spesso scene recenti, episodi, figure e circostanze legate alla nostra biografia: un excursus di gioie e dolori, di rabbia e timori. Questi tipi di sogni sono ‘comprensibili’, forse corrispondono a quelli che Vittorio Lingiardi chiama nevrotici e che “tendono a presentare una narrativa ricca, spesso iperarticolata, ma ‘pensabile’ e quindi comunicabile attraverso racconti, metafore, ricordi, simbolizzazioni” (Lingiardi, 2023). Gli altri sogni, quelli del sonno profondo, sono invece ‘incomprensibili’. Mai stati in quei posti, visto quei volti o vissuto quelle strambe situazioni, mai provato quelle emozioni. Durante la notte l’interruttore accende la luce nella stanza mentale e appaiono minestroni di volti, immagini statiche e dinamiche, animali, fasi concitate, il tutto condito da emozioni, piaceri e angosce. L’attivazione di un’area cerebrale recluta altre, dalla corteccia associativa superiore fino alle regioni di basso livello nelle cortecce visive, motorie, sensitive, uditive. Nello stato di veglia queste associazioni a cascata rimangono attive per il tempo sufficiente a permettere la percezione, nel sogno invece attivano più o meno brevi flash d’immaginazione. L’attivazione è rapida “bastano pochi millisecondi per stabilire una cascata completa da strato a strato, in entrambe le direzioni. Una volta che essa è attivata, tutte le sue parti sono attive contemporaneamente” (Lakoff, 2025, p. 75). L’interruttore apre il sipario del teatro notturno si attiva l’area del cervello anteriore, cioè la regione in cui è localizzato il ‘sistema di ricompensa’ (quando vogliamo qualcosa, mangiare, bere, sesso) che costituisce la forza motrice dei nostri sogni (Solms, 2023, p. 53). In questo senso il sogno va concepito non come distorsione dei contenuti mentali inconsci, ma come una forma di pensiero da non scindere da quello diurno. Sebbene si sviluppi a differenza di quest’ultimo con una logica diversa, basata sulla metafora e su significati simbolici, un po’ come accade nel linguaggio poetico, che nasce dalla “necessità dell’uomo di drammatizzazione del mondo interno e di elaborazione tesa alla costruzione del pensiero” (Mancia, 2004).
Il contenuto dei sogni
Abbiamo detto che il nostro corpo fisico è un puzzle. Ogni animale è ricco d’informazioni potenziali, ma se manca il grilletto giusto per farle scattare, rimangono latenti. Un giorno Konrad Lorenz vide il suo cane, tenuto sempre in casa perfettamente pulito e educato, rotolarsi col dorso su certe sostanze in via di putrefazione. Questo incredibile comportamento lo comprese quando in un documentario vide fare la stessa cosa al lupo che si strofinava su di una carogna per impregnarsi dell’odore e meglio avvicinarsi alla preda. “Nel mio cane era scattato alla presenza di quegli odori quello schema atavico, a sua insaputa, quella scarica d’impulsi elettrici, quei pensieri potenziali” (Lorenz, 1982). La mente umana è anch’essa un puzzle? Ha antichi retaggi del passato nascosti e possono continuare a esserlo per sempre, tranne casi in cui s’innescano grilletti. Sigmund Freud affermava che l’analista deve scoprire, o per essere più esatti costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che di esso sono rimaste, come quello dell’archeologo che dissotterra una città distrutta e sepolta o un antico edificio (Freud, 1937). Noi facevamo parte degli animali predati, proprio come le scimmie che si difendono da rapaci, serpenti, felini e da altri gruppi di scimmie rivali. Oltre a essere esposti ai pericoli naturali, cadere da un ramo, finire in un crepaccio, scivolare da una scogliera, annegare nel fiume, rimanere isolati dal gruppo, ecc. Lungo tutto il corso dell’evoluzione è stato più difficile rimanere vivi che morire. Nei sogni profondi riemergono quelle paure, il cadere da qualche parte, perdere la via di casa, trovarsi nudi, essere inseguiti, spezzarsi i denti, ecc. La riproduzione, e quindi la sessualità, è incisa nel genoma di ognuno.
Cervello e stato onirico
Il cervello genera spontaneamente un’attività interna che “struttura e organizza l’attività evocata dai compiti o indotta da stimoli” (Northof, 2021). Nella coscienza della veglia il cervello, allineato con corpo e mondo, produce un’ ‘allucinazione controllata’. Il modo in cui le cose del mondo appaiono nell’esperienza percettiva è una costruzione del cervello, non che non esistano ovviamente. Ciò che ognuno osserva è il suo mondo, una “costruzione del mio cervello, una sorta di ‘allucinazione’” (Seth, 2023). Quando di notte sogniamo si tratta sempre di un’allucinazione ma è dis-allineata. Nella coscienza della veglia la danza è a tre, cervello, corpo e mondo esterno; nel sogno è un ballo in sé. Di notte informazioni, stimoli e input visivi non provengono dalla retina, le palpebre chiuse non lo permetterebbero, le aree della visione, quelle deputate all’elaborazione superiore (associative) delle immagini: aree di Brodmann 37 e 19 (Hobson e al., 2000), sono comunque attive. Il cervello umano è in grado di tradurre nei suoi circuiti neurali pacchetti di pensieri in suoni linguistici, le parole sono dei contenitori stabili ed economici di conoscenza. Stimoli interni nel sonno possono produrre l’effetto contrario, pacchetti di parole si trasformano nelle immagini del sogno. Nella normale percezione del mondo, il cervello sintetizza e integra tutti gli input mettendoli in relazione, per questo può emergere un pensiero fluido e un significato astratto. Nell’immaginazione e nel sogno avviene il contrario, dai circuiti con incorporate le parole, emergono pensieri e immagini mentali. Se vi è da qualche parte del cervello la voglia di “farsi valere”, “emergere”, “vincere”, può darsi che dalla loro stimolazione scaturisca nel sogno l’immagine di volare. “Non partiamo dalla percezione del mondo esterno per formare idee astratte, ma piuttosto da queste ultime, le quali vengono rappresentate in modo concreto, spesso visivo, come se fossero percezioni reali” (Doidge, 2007). La frase: “Da dietro la collina arrivano molti nemici” suscita immediatamente una mobilizzazione generale. Senza parole, difficilmente una simile comunicazione può avvenire in così breve spazio e tempo. I circuiti cerebrali dei nostri antenati privi di parola hanno altri circuiti per comunicare, ma non efficaci come i linguistici. È plausibile che questi antichi circuiti di collegamento, di mappatura e di coordinazione vengano ‘esattati’ (ossia riconfigurati dai comportamenti animali durante l’evoluzione) nei pensieri e nel linguaggio degli esseri umani, che “siano stati riconfigurati a partire da quelli animali durante l’evoluzione dell’uomo per consentire le operazioni cognitive usate dagli esseri umani nel pensiero e nel linguaggio” (Lakoff, Narayan, 2025, p. 257).
Immagini e concetti
Immagini e concetti etichettati in suoni trasmissibili sono facilmente memorizzati. Se ne formano sempre di nuovi in base ai precedenti; la realtà sociale è costruita attraverso i linguaggi. Per quanto le abitudini, il senso comune, le istituzioni della cultura nella quale siamo nati sembrino naturali, esse sono il frutto di un processo storico: una costruzione sociale. Ma ci vuole ordine e memoria, Come ha detto Buñuel: “La vita senza memoria non è più vita […] la memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino la nostra azione. Senza di lei, non siamo nulla” (Sacks, 2011). Il compito del cervello è mantenere ordine e disporre le immagini secondo una logica. Nella schizofrenia c’è un sintomo “l’insalata di parole”, forse il risultato di una traduzione da un’insalata di immagini. Il lobo sinistro che contiene i centri del linguaggio è il maggior responsabile; numerose ricerche sulla schizofrenia puntano “proprio in una parte mediale del lobo temporale sinistro come focus di un’anomalia di sviluppo” (Ropper, 2005). Le immagini del sogno senza allineamento esterno non possono essere ordinate e coerenti, i circuiti delle parole slegate dalla memoria attivano figure e azioni che noi sperimentiamo come bizzarre. L’aveva intuito già Cartesio: “Infatti, io vedo ora che c’è una grande differenza tra i due (cioè tra la veglia e il sogno) nel fatto che i sogni non possono mai esser legati dalla memoria con tutte le altre azioni della vita” (Cartesio, 2013). Alcune caratteristiche del sognare somigliano allo stato dell’immaginazione a occhi aperti quando il cervello a riposo vaga in mancanza di istruzioni specifiche, il cosiddetto mind wandering, dove i pensieri vagano in una modalità di funzionamento operativo automatico (Klinger, 1978). Quest’attività di comunicazione, coordinata tra regioni connesse, consuma la maggior parte del metabolismo cerebrale ed è sempre presente, anche sotto anestesia e nel sonno. Tale attività costituisce la rete neuronale del Default Mode Network (DMN), un network associativo che a differenza degli altri (‘esecutivo’ e ‘della sorpresa’) è focalizzato sull’interno e non sull’esterno del corpo (Raichle, 2015). “La rete esecutiva e quella del DMN, sarebbero ‘anticorrelate’ di modo che quando una è attiva, l’altra è inattiva” (Goldberg, 2019). La rete DMN è anche detta dell’immaginazione: “Ho deciso di chiamarla ‘rete neurale immaginativa’ (Imagination Network) termine già adottato nella comunità scientifica per sottolineare il collegamento tra questa rete neurale e il pensiero immaginativo” (Jandal, 2024, p. 21). IL DMN è composto di due sottosistemi che lavorano insieme la maggior parte del tempo, il dorso-mediale che supporterebbe aspetti del pensiero verbali e astratti e il medio-temporale che supporterebbe forme di pensiero immaginativo e concreto (Andrews-Hanna e Grilli, 2021). Nella coscienza della veglia il DMN contribuisce a creare quella continuità narrativa che ci permette di percepirci come la stessa persona nel corso del tempo. Il dialogo interiore: “l’inner speech, è un fenomeno mentale umano, parlare in modo silenzioso nella propria mente. È una forma di pensiero verbale interno e “può variare da brevi frasi a discorsi più complessi e può coinvolgere sia parole che immagini mentali” (Pennisi, 2024). Nel sogno mancano le connessioni del DMN con il lobo frontale mentre rimangono quelle con il sistema limbico delle emozioni e questo spiegherebbe perché il sogno nella fase REM risulti vivido, bizzarro e a elevato carico emotivo (Carr e Solomonova, 2018). L’attività della corteccia prefrontale dorso laterale che in veglia gioca un ruolo critico nelle funzioni esecutive, diminuisce spiegando come mai i sogni sembrino mancare di pianificazione, pensiero logico e controllo degli impulsi (Zadra e Stickgold, 2021). In virtù della sua attivazione nel sonno questo network è stato proposto come principale substrato neurale del sogno.