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Oggi non ho nulla da dire – Inside Therapy

La rubrica Inside Therapy approfondisce i momenti di silenzio in psicoterapia e il loro significato all'interno del percorso terapeutico

Di Linda Confalonieri

Pubblicato il 08 Giu. 2026

Quando in terapia sembra di non avere nulla da dire

Per molte persone la psicoterapia diviene uno spazio in cui poter esprimere liberamente le proprie emozioni, pensieri, difficoltà, vicende rilevanti delle proprie vite, in vista di obiettivi di lavoro concordati in fase iniziale. Tuttavia, può essere che vi siano momenti in cui si sente che non si ha molto da dire e da condividere. I motivi possono essere molteplici e avere a che fare con diversi aspetti certamente non facilmente sintetizzabili. Ma facciamo alcuni esempi. 

Dietro il silenzio in psicoterapia: significati e possibili cause

Partiamo dalla situazione migliore, quella in cui, in fasi avanzate della psicoterapia il paziente sente che le cose stanno andando per il verso giusto; si osservano miglioramenti nei sintomi, maggiori consapevolezze, un maggior senso di benessere, soddisfazione e stabilità. In questo caso, il terapeuta aiuterà il paziente a riconoscere questa fase, a lavorare su ciò che ha funzionato, sulle risorse attivate in modo adattivo per far fronte a determinate situazioni (che ad esempio, in passato lo avrebbero messo a dura prova). In tal caso, diradare la frequenza delle sedute può essere un’opzione percorribile. 

Altre ragioni del silenzio risiedono invece in vissuti emotivi complessi, che possono attivare modalità evitanti; ad esempio, la vergogna, la fatica emotiva del dover affrontare e condividere aspetti di sofferenza può indurre silenzi e tentativi di fuga dalla condivisione in terapia.  In altre condizioni, può presentarsi un profondo senso di sfiducia nell’altro all’idea di poter condividere aspetti rilevanti della propria vita emotiva: è più prudente tenersi ben in superficie, a costo di non avere nulla da dire. 

Oppure, possono esserci momenti di noia, routine e stanchezza mentale nel sostenere con regolarità la psicoterapia: “Sono stufo, è ormai diverso tempo che affrontiamo le stesse tematiche, sento che non faccio grandi progressi, poco si smuove in questo periodo, e l’impazienza si fa sentire”. 

Oltre la prestazione: costruire uno spazio autentico

D’altro canto, l’ansia da prestazione può colpire anche il processo della psicoterapia: come posso trarre il meglio da ogni seduta? come posso essere il paziente ideale che arriva in seduta pronto, preparato, homework svolti, e illuminanti riflessioni annesse? 

Il terapeuta attento potrà cogliere queste criticità, tentare di lavorarci anche condividendole con il paziente per costruire uno spazio autentico in cui comprendere insieme al paziente che cosa sta accadendo nella propria vita interiore e nella relazione terapeutica

Ad esempio, si lavorerà per far sì che la persona possa gradualmente sentire che non è necessario essere perfetti e conquistarsi l’apprezzamento del terapeuta in ogni seduta, che il terapeuta non rimarrà deluso in caso di momenti di stallo e sedute decisamente più silenziose del solito. Oppure che il cambiamento per definizione può essere complesso, faticoso, frustrante e non immediato: la traiettoria di un percorso terapeutico non sempre è una linea retta, ma spesso può assumere l’aspetto di una salita frastagliata caratterizzata da continui e appuntiti sali-scendi.  

In psicoterapia, la presenza costante e stabile del professionista accompagna l’altro anche nelle fasi di stallo e di difficoltà. Con le adeguate misure e accortezze, il terapeuta aiuta il paziente a comprendere lo stato emotivo nel qui ed ora, anche nelle sedute in cui è più difficile dare voce ai propri vissuti.

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