expand_lessAPRI WIDGET

Quando i disturbi dell’alimentazione riflettono il disagio familiare: riconoscere e intervenire

I disturbi alimentari emergono spesso in contesti familiari complessi e richiedono percorsi di cura che integrino aspetti psicologici, medici e relazionali

Di Paolo Polizzi

Pubblicato il 28 Mag. 2026

Introduzione ai disturbi alimentari e relazione con il contesto familiare

Nei disturbi alimentari, i sintomi tipici includono comportamenti come restrizione alimentare, abbuffate, vomito autoindotto, preoccupazione eccessiva per il peso e l’immagine corporea

Secondo la prospettiva sistemico-relazionale, questi sintomi, spesso, non sono solo espressioni individuali, ma riflettono una problematica relazionale più ampia: il paziente diventa il portavoce del disagio familiare, manifestando attraverso il proprio comportamento alimentare le tensioni, le incomprensioni o le difficoltà di comunicazione presenti nell’ambiente domestico.

La terapia sistemico-relazionale

L’orientamento sistemico-relazionale, elaborato da Bateson nel 1972 (Bateson, 1972), si basa sull’idea che il comportamento dell’individuo sia strettamente legato all’ambiente di origine, in particolare alla rete di relazioni che lo circonda, ponendo un focus privilegiato sull’ambiente familiare (Bertrando & Bianciardi, 2009). 

Il termine “sistemico” implica che il disagio espresso dal paziente va interpretato non solo come una questione personale, ma come la manifestazione di difficoltà che emergono all’interno di uno dei sistemi di appartenenza; cioè uno dei diversi contesti relazionali in cui una persona vive e interagisce (Telfener, 1991).

Questo può essere la famiglia, il gruppo di amici, la scuola o l’ambiente lavorativo.

Quindi, ad esempio, un disturbo alimentare può essere il riflesso di tensioni o incomprensioni che si sviluppano nella famiglia (Minuchin, 1978; Selvini Palazzoli, 2006).

La componente “relazionale” sottolinea che l’identità individuale si costruisce attraverso le dinamiche e le esperienze relazionali vissute dal paziente nel corso della sua vita (Siegel, 2021).

Le “dinamiche relazionali” rappresentano i modi con cui i membri di un sistema (come la famiglia) si influenzano reciprocamente, gestiscono conflitti, comunicano e si sostengono (Minuchin, 1977).

Applicazioni del modello in Italia

Il modello sistemico-relazionale si è diffuso in Italia dagli anni ’80, trovando applicazione nei servizi di salute pubblica, nelle strutture per le tossicodipendenze, nei percorsi terapeutici rivolti ai figli di genitori separati e, soprattutto, nel trattamento dei disturbi alimentari (Bruni & De Filippi, 2007; Onnis et al., 2006). 

È importante distinguere la terapia sistemico-relazionale dalla terapia familiare tradizionale: quest’ultima prevede la partecipazione attiva di tutti i membri della famiglia alle sedute, mentre la terapia sistemico-relazionale può essere condotta anche individualmente, mantenendo comunque l’attenzione sulle relazioni e sulle dinamiche familiari. Negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti sociali e organizzativi delle famiglie, il trattamento si svolge spesso in setting individuale, senza perdere il centro sulle interazioni che influenzano il paziente (Selvini Palazzoli & Viaro, 1988).

La teoria del paziente designato

Nell’approccio sistemico-relazionale, la teoria del “paziente designato” riveste un ruolo centrale (Selvini Palazzoli & Viaro, 1988; Minuchin, 1977). 

In molte famiglie, spesso senza che se ne rendano conto, viene individuato un membro che manifesta i sintomi del disagio (Minuchin, 1978). 

Questi sintomi, però, riflettono una problematica più ampia che coinvolge tutto il sistema familiare (Bertrando & Bianciardi, 2009). Tuttavia, concentrando le preoccupazioni su un singolo individuo, si attenua il potere distruttivo per l’equilibrio familiare (Minuchin, 1977). Il paziente designato non manifesta soltanto un disagio personale. Egli si fa portatore delle disfunzioni che riguardano tutto il sistema familiare (Telfener, 1991). 

Coinvolgimento del nucleo familiare nell’intervento terapeutico

L’intervento terapeutico riguarda, quindi, l’intero nucleo familiare; stimola il supporto dei membri e aiuta il paziente a sviluppare condotte alimentari sane e una migliore percezione di sé (Bruni & De Filippi, 2007). 

All’inizio del percorso terapeutico, il paziente può essere riluttante a coinvolgere i familiari. Può temere che la loro presenza possa invadere uno spazio personale e protetto, in cui trova conforto e sostegno. Spesso pensa che la famiglia non sia in grado di comprendere l’importanza del processo terapeutico, oppure teme giudizi o incomprensioni (Selvini Palazzoli & Viaro, 1988).

Il terapeuta affronta queste resistenze con tatto e gradualità. Può proporre incontri informativi iniziali, oppure invitare un familiare a una singola seduta per discutere temi specifici. In questo modo, illustra i vantaggi di una collaborazione guidata (Siegel, 2021).

Queste strategie permettono di adattare l’approccio ai bisogni e ai timori di ogni paziente. Si crea così un clima di fiducia che favorisce l’apertura e la collaborazione (Onnis et al., 2006).

Disturbi alimentari e salute mentale: un rapporto complesso

Numerose ricerche in ambito psicologico hanno evidenziato come i disturbi alimentari siano strettamente legati allo stato emotivo e psicologico del paziente, riflettendo frequentemente sentimenti di insicurezza e inadeguatezza che hanno origine nelle difficoltà relazionali all’interno della famiglia (Bertrando & Bianciardi, 2009; Selvini Palazzoli & Viaro, 1988; Minuchin, 1977). 

Secondo uno studio pubblicato su Rivista Italiana di Psicologia Clinica, il 60% dei pazienti affetti da disturbi alimentari riporta difficoltà nei rapporti familiari come fattore scatenante (Telfener, 1991). 

In questa prospettiva, la famiglia non è solo il contesto in cui nasce il disturbo alimentare, ma anche il luogo in cui si riflettono e si perpetuano le difficoltà relazionali e comunicative, rendendo il sintomo alimentare un segnale di malessere condiviso che coinvolge tutto il nucleo familiare (Minuchin, 1978). 

Il sintomo alimentare come linguaggio alternativo

Ad esempio, un adolescente che percepisce una mancanza di ascolto o di sostegno da parte dei genitori può manifestare il rifiuto del cibo come modalità per comunicare il proprio disagio o per attirare l’attenzione della famiglia. Questo comportamento può essere letto come una forma di linguaggio alternativo, attraverso il quale il giovane cerca di esprimere bisogni emotivi non riconosciuti o soddisfatti (Onnis et al., 2006). 

Pertanto, le difficoltà con il cibo superano la semplice funzione nutritiva, diventando strumenti attraverso cui si veicolano messaggi affettivi nei confronti dei genitori e, al contempo, si manifestano bisogni inascoltati che possono concretizzarsi nella perdita di peso (Bruni & De Filippi, 2007). 

Queste dinamiche rispecchiano quanto affermato dalle teorie della comunicazione familiare, dove il sintomo alimentare assume il ruolo di segnale che richiama l’attenzione sull’esistenza di un disagio più ampio nel sistema familiare (Siegel, 2021). 

Intervento terapeutico nei disturbi alimentari: approccio multidisciplinare e linee guida

Oggigiorno, le linee guida internazionali, tra cui quelle dell’Istituto Superiore di Sanità (2017), sottolineano l’importanza di un approccio d’intervento multidisciplinare per le problematiche alimentari (Bertrando & Bianciardi, 2009; Selvini Palazzoli, 2006). 

In particolare, queste raccomandazioni evidenziano alcuni principi fondamentali:

  • la necessità di una valutazione integrata del paziente, che tenga conto sia degli aspetti medici che psicologici e sociali (Minuchin, 1977);
  • la collaborazione strutturata tra diversi specialisti, come nutrizionisti, endocrinologi, psichiatri e psicoterapeuti, allo scopo di costruire un percorso terapeutico coerente e personalizzato (Bruni & De Filippi, 2007);
  • il coinvolgimento attivo della famiglia, considerata una risorsa fondamentale per sostenere il paziente nel processo di cura e favorire il cambiamento delle dinamiche relazionali che possono aver contribuito all’insorgenza o al mantenimento del disturbo (Minuchin, 1978; Siegel, 2021). 

Di solito, nutrizionisti, medici specialisti in endocrinologia, psichiatri e psicoterapeuti lavorano in stretta collaborazione, creando una rete di supporto che accompagna il paziente e la sua famiglia lungo tutto il percorso di cura, garantendo un intervento globale ed efficace (Bruni & De Filippi, 2007).

Sedute individuali con attenzione alle dinamiche familiari

Il lavoro psicoterapeutico si articola principalmente in sedute individuali, ma mantiene sempre l’attenzione sulle relazioni familiari attraverso il racconto e l’analisi delle interazioni con i genitori e i fratelli (Selvini Palazzoli & Viaro, 1988). 

L’obiettivo è promuovere una comunicazione efficace, favorire l’ascolto attivo, valorizzare la comunicazione non verbale e facilitare l’espressione assertiva delle emozioni, contribuendo così a rafforzare i legami e a creare un ambiente familiare più supportivo (Onnis et al., 2006).

Combinazione dei metodi cognitivo-comportamentale e sistemico-relazionale per una presa in carico completa

Inoltre, il trattamento che adotta un approccio di psicoterapia integrata risulta molto efficace (Ugazio et al., 2011). 

I metodi principalmente utilizzati sono quello cognitivo-comportamentale – che lavora su schemi di pensiero disfunzionali, convinzioni errate riguardanti cibo e peso e promuove l’autostima e l’assertività – e quello sistemico-relazionale, che considera le relazioni familiari come elementi centrali nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo (Telfener, 1991; Bertrando & Bianciardi, 2009). 

La combinazione tra i due approcci permette di intervenire sia sui processi intrapsichici del paziente sia sulle dinamiche familiari, offrendo una presa in carico completa e personalizzata (Bruni & De Filippi, 2007; Ugazio et al., 2011). 

Riferimenti Bibliografici
  • Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi.
  • Bertrando, P., & Bianciardi, M. (2009). Psicoterapia relazionale sistemica. Cortina Editore.
  • Bruni, O., & De Filippi, R. (2007). La terapia familiare in Italia: modelli e sviluppi. FrancoAngeli.
  • Minuchin, S. (1977). Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio.
  • Minuchin, S. (1978). Le famiglie psicosomatiche. Feltrinelli.
  • Selvini Palazzoli, M. (2006). L’anoressia mentale. Raffaello Cortina Editore.
  • Selvini Palazzoli, M., & Viaro, M. (1988). La famiglia adottiva. Raffaello Cortina Editore.
  • Telfener, U. (1991). Introduzione alla terapia sistemica. Cortina Editore.
  • Ugazio, V., et al. (2011). Storie permesse, storie proibite. Bollati Boringhieri.
  • Ugazio, V. (2006). Famiglie e destino individuale. Bollati Boringhieri.
  • Onnis, L., et al. (2006). Psicoterapia sistemico-relazionale. Carocci.
  • Siegel, D. J. (2021). La mente relazionale. Cortina Editore.
  • Lock, J., et al. (2010). Family-based treatment of eating disorders. International Journal of Eating Disorders, 43(3):195-203.
  • Carr, A. (2009). The effectiveness of family therapy and systemic interventions for child-focused problems. Journal of Family Therapy, 31(1):3-45.
  • Istituto Superiore di Sanità (2017). Linee guida per la prevenzione e il trattamento dei disturbi dell’alimentazione. ISS.
CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
I disturbi del comportamento alimentare: le difficoltà vissute dai genitori e come affrontarle

I disturbi alimentari non coinvolgono solo chi ne soffre, ma anche la famiglia, influenzando fortemente le dinamiche relazionali

cancel