La solitudine come emergenza sociale e sanitaria
La solitudine, oggi, non è più solo un sentire personale, ma una condizione collettiva che si insinua in ogni fascia d’età, ceto e appartenenza territoriale, una crepa che attraversa il tessuto sociale e mentale di intere generazioni.
Secondo dati ISTAT, nel 2021 il 26,8% degli italiani sopra i sedici anni ha dichiarato di essersi sentito solo almeno parte del tempo nelle settimane precedenti alla rilevazione, mentre il 6,5% ha riferito di provarlo “sempre o quasi sempre”; percentuali che salgono al 38,5% tra gli over 75 e sfiorano il 47% tra chi vive da solo (ISTAT, 2021).
Rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che il 14% degli anziani non ha avuto contatti con nessuno nella settimana precedente e che il 73% non frequenta alcun luogo di aggregazione (ISS – PASSI d’Argento, 2023–2024): una forma di invisibilità strutturale che spesso precede il decadimento cognitivo e la depressione.
I dati europei confermano la tendenza, considerato che il 13% dei cittadini europei si sente solo “la maggior parte del tempo” e un altro 35% “almeno qualche volta” (European Commission – JRC, 2022).
Numeri che per l’Organizzazione Mondiale della Sanità corrispondono a una vera e propria emergenza sanitaria, con una persona su sei nel mondo che vive una condizione di isolamento cronico (WHO Commission on Social Connection, 2023).
La solitudine è una condizione che altera il corpo, riduce l’immunità, aumenta il rischio di demenza, ictus, depressione e mortalità precoce. Le meta-analisi condotte da Julianne Holt-Lunstad hanno mostrato che vivere in una condizione di isolamento sociale o di solitudine cronica aumenta il rischio di mortalità in misura paragonabile – e in alcuni casi superiore – a fattori come il fumo di sigaretta o l’obesità (Holt-Lunstad et al., 2015) e uno studio di Harvard del 2023 ha evidenziato che la solitudine persistente negli over 50 aumenta del 56% il rischio di ictus (Soh et al., 2024).
Le ricerche di Daniel Siegel e Allan Schore (Siegel, 2012; Schore, 2001) mostrano che la solitudine precoce, quella vissuta nei primi anni di vita come mancanza di sintonizzazione emotiva, lascia tracce neurobiologiche profonde, alterando la regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, riducendo la tolleranza allo stress e predisponendo, in età adulta, a forme di isolamento autoindotto.
Solitudine e società: una sfida globale da affrontare
Comprendere che tale problematica non riguarda solo il singolo, ma attraversa l’intera struttura sociale, significa riconoscere la solitudine come priorità politica, ed è quello che diversi Paesi hanno cominciato a fare.
Negli Stati Uniti il Surgeon General ha definito la solitudine e l’isolamento sociale una vera e propria emergenza di salute pubblica, pubblicando nel 2023 un Advisory che invita a considerare le connessioni sociali come un indicatore di salute al pari dei fattori di rischio tradizionali (United States Department of Health and Human Services, 2023).
Il Regno Unito, già nel 2018, ha scelto di riconoscere la solitudine come una questione di salute pubblica a pieno titolo, istituendo il primo “Minister for Loneliness”, affidato alla deputata Tracey Crouch.
A lei venne conferita la guida della strategia nazionale A Connected Society: A Strategy for Tackling Loneliness, il documento con cui il Department for Digital, Culture, Media & Sport definisce una politica coordinata che integra social prescribing, sostegno ai progetti di comunità e un sistema di monitoraggio stabile e continuativo del fenomeno (UK Government, 2018).
Anche il Giappone, nel 2021, ha riconosciuto la solitudine come una priorità di salute pubblica, istituendo un incarico governativo specifico per intervenire su solitudine e isolamento sociale.
Il premier giapponese ha affidato al ministro Tetsushi Sakamoto il compito di coordinare una risposta nazionale che definisce le linee d’intervento rivolte alla prevenzione del suicidio, al contrasto dell’hikikomori, al sostegno delle persone anziane sole e al potenziamento dei servizi e delle organizzazioni comunitarie coinvolte (Government of Japan – Cabinet Office, 2021).
Anche l’Unione Europea ha riconosciuto ufficialmente la solitudine come un determinante di salute pubblica e coesione sociale.
Nel 2022 la Commissione Europea, attraverso il Joint Research Centre, ha pubblicato la prima indagine dedicata al fenomeno, l’European Loneliness Survey, che mostra come circa il 13% dei cittadini si senta solo “molto spesso” o “sempre”, con prevalenze più alte tra giovani adulti, persone con difficoltà economiche e chi vive in contesti socio-residenziali fragili (JRC – European Commission, 2022).
I risultati dell’indagine hanno portato alla costituzione dello European Loneliness Network, un gruppo di lavoro sostenuto dal JRC che riunisce ricercatori, policy-maker e amministrazioni nazionali per sviluppare indicatori comuni, condividere buone pratiche e sostenere gli Stati membri nella progettazione di interventi locali (JRC Working Group on Loneliness, 2023).
In Italia, secondo le analisi della sorveglianza PASSI d’Argento coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2024), quasi un over 65 su sette può essere considerato a rischio di isolamento sociale e chi vive solo presenta in media condizioni di salute peggiori, maggiore fragilità e un ricorso più frequente ai servizi sanitari – in particolare Pronto soccorso e ricoveri ospedalieri – rispetto ai coetanei che possono contare su legami familiari e comunitari più solidi.
Uno studio dell’Office for National Statistics e della London School of Economics (London School of Economics & Office for National Statistics, 2019) ha stimato che la solitudine dei lavoratori costa ai datori di lavoro del Regno Unito circa 2,5 miliardi di sterline l’anno, tra aumento del turnover, assenze per malattia, riduzione della produttività e carichi di cura aggiuntivi per chi assiste familiari soli.
Un prezzo altissimo, che ne rende visibile l’impatto economico.
Ignorare la solitudine, dunque, non è solo umanamente grave, ma è anche economicamente miope.
Costruire una strategia nazionale per la connessione sociale
In Italia, pur con iniziative locali come progetti di aggregazione nei diversi presidi territoriali, manca ancora un impianto nazionale strutturato.
I dati, tuttavia, non sono ancora tradotti in politiche strutturali con obiettivi misurabili.
La solitudine, infatti, non compare tra gli indicatori dei Piani Regionali della Prevenzione 2020–2025 e nei servizi di prossimità, dai presidi territoriali ai programmi di sanità pubblica, viene ancora affrontata quasi esclusivamente in modo indiretto, all’interno di percorsi dedicati alla fragilità o alla domiciliarità. Studi recenti sugli anziani che vivono soli in Italia mostrano infatti che la maggior parte del supporto quotidiano deriva da reti informali, mentre i servizi formali intervengono tardi e raramente prevedono interventi continuativi per la connessione relazionale (Costa, Arlotti & Melchiorre, 2024).
Ad ogni modo, l’Italia conserva ancora un capitale relazionale vivo composto di reti di vicinato, famiglie estese e associazioni che rappresentano un patrimonio culturale da proteggere e innovare.
Da qui si potrebbe ripartire per costruire una politica della connessione, una strategia nazionale che unisca sanità, urbanistica e educazione, riconoscendo la solitudine come determinante di salute e come questione di cittadinanza.
Si potrebbero istituire, come in alcune realtà locali già avviene, figure nelle Case della Comunità preposte a collegare i cittadini isolati ai servizi di quartiere, promuovere programmi di coabitazione intergenerazionale, sostenere gli spazi terzi (biblioteche, caffè sociali, orti, centri culturali) come infrastrutture relazionali, e avviare campagne pubbliche che restituiscano dignità alla parola “solitudine”, liberandola dallo stigma.
La solitudine non è soltanto dolore
Quando non nasce da esclusione o da mancanza di sostegno, può diventare uno spazio psicologico utile a riorganizzare l’esperienza, a chiarire le proprie emozioni e a recuperare equilibrio. Diverse ricerche mostrano che la solitudine può favorire calma, autoregolazione e capacità riflessiva, senza essere associata a esiti psicopatologici (Thomas & Azmitia, 2019; Nguyen et al., 2021; Long & Averill, 2003).
Diventa un problema quando il contesto relazionale non offre opportunità di riconnessione (Schore, 2001; Siegel, 2012; Long & Averill, 2003; Nguyen, Ryan & Deci, 2021).
Ecco perché una società attenta (nelle famiglie, nei servizi, nei contesti educativi e di cura) dovrebbe creare le condizioni per cui la solitudine possa essere attraversata senza diventare una minaccia, riconoscendone i segnali e offrendo supporti discreti ma affidabili.
È questo equilibrio tra autonomia e sostegno a renderla comprensibile e affrontabile quando tende a trasformarsi in isolamento.