Ci basterà mangiare il vento (2026): Cristian e la fuga dalla sofferenza
Ho scelto di leggere questo libro di Gianluca Gotto, incuriosita dal titolo Ci basterà mangiare il vento (2026), edito da Mondadori, pubblicato nel giugno 2026. Ambientato a Singapore, racconta la storia di Cristian, un ghostwriter di Torino, che dopo tanto dolore sembra aver trovato l’equilibrio nella sua vita attraverso il Tai- Chi (stile all’interno delle arti marziali cinesi), la meditazione e l’applicazione del Dhammapada (testo del canone buddista, Gautama Buddha, V sec a.C.) in ogni situazione. Poi un incontro casuale determina un cambiamento nella sua vita organizzata e prevedibile. Si incrina l’idea che il non – attaccamento alle cose e alle persone sia la retta via per evitare la sofferenza, tenendo lontano il mondo e gli altri, per cui Cristian comincerà a vivere diversamente la sua vita, con risvolti nuovi e non sempre prevedibili.
Più leggevo le belle pagine dell’autore, più da terapeuta riflettevo sul modo in cui il protagonista cerca ostinatamente di non sentire la sofferenza a qualunque costo, mettendo chilometri di distanza dalla sua vecchia casa, tentando di lasciarsi alle spalle il passato, abbandonando relazioni importanti, sottoponendosi a dure pratiche fisiche pur di piegare il proprio corpo e la propria mente, fino a creare il “vuoto”, nell’illusione di non soffrire.
Dalle pagine del libro Ci basterà mangiare il vento (2026), emerge come Cristian, il protagonista, abbia subito esperienze spiacevoli e dolorose, che potremmo definire traumatiche, a partire da cui si è costruito la credenza di non essere in grado di sopportare tanta sofferenza e nutre la paura di poter replicare i comportamenti disfunzionali in seguito alla disregolazione emotiva, come ha visto fare in famiglia, senza possibilità di direzionarle in modo sano e funzionale.
Ma quando è un adolescente tutto questo non gli è chiaro, non sa che la “porta bianca” di una stanza può rappresentare un “trigger” e rievocare i ricordi facendo affiorare il correlato somatico della paura, esattamente come quando aveva 8 anni e si sentiva in pericolo, per cui era inevitabile scappare.
Tre tappe verso il cambiamento
Nella storia ci sono diversi momenti interessanti che metaforicamente potrebbero rappresentare le varie tappe del processo terapeutico verso la ripresa di una vita più serena.
Quando la relazione terapeutica diventa una sfida
Il primo è quello in cui Cristian viene accompagnato da psicologi e vari medici per ricevere una diagnosi ed una cura, ma il protagonista non si fida e non si affida a nessuna figura che possa aiutarlo, mancando due presupposti fondamentali perché una psicoterapia funzioni, una buona relazione ed accordo sugli obiettivi di terapia (alleanza terapeutica). Cristian invece sfugge alla relazione mostrando sia segnali di rottura che di confronto. Mancano un legame con i terapeuti ed un accordo sugli obiettivi di lavoro e su come raggiungerli. Cristian protesta, scappa e forse sfida il terapeuta nella relazione. Questo rappresenta una pura speculazione, ma si potrebbe verosimilmente ipotizzare che un ragazzo giovane, che ha sperimentato per tanto tempo la paura, che ha imparato che l’altro può mutare atteggiamento e improvvisamente diventare aggressivo e violento, sia costantemente in allerta e nella relazione tenga il terapeuta in stretta osservazione, spesso sotto test, generando un clima di tensione. Un terapeuta poco esperto o poco abituato a monitorare lo stato della relazione terapeutica come presupposto fondamentale al proseguimento e alla riuscita della terapia, potrebbe cadere con facilità in cicli interpersonali, irritarsi aumentando l’allerta e diminuendo la possibilità del paziente di sentirsi in un luogo sicuro. Questo rappresenterebbe la perdita di un contesto giocoso e piacevole entro il quale sperimentare una relazione funzionale e facilitare la costruzione di un legame adeguato alla cura, altresì potrebbe determinare l’innescarsi di uno schema di paura per una mancata sicurezza, un atteggiamento di allerta e l’attenzione ai segnali di minaccia, piuttosto che di aiuto. Infatti, sarebbe consigliato chiedere al paziente di esporsi alle immagini e alle emozioni temute solo dopo aver creato un legame ed un setting sicuro, altrimenti si procederà su sentieri antitetici, sperimentando entrambi frustrazione, con il rischio di assumere la posizione della zia del protagonista, che si arrabbia e smette di aiutarlo e occuparsene, considerandolo “una causa persa”. Talvolta i pazienti hanno bisogno di tempo per fidarsi, ma hanno anche bisogno di sentire che l’altro sia una guida al loro fianco che li sostiene mentre restano al comando della nave, procedendo nella direzione che desiderano raggiungere.
Dalla fuga dalla sofferenza alla comprensione di sé
Il secondo momento significativo che si può estrapolare dal libro Ci basterà mangiare il vento (2026) potrebbe essere la scelta di scappare lontano e affidarsi al guru dell’ashram (luogo di ritiro e meditazione nella tradizione indiana). Il protagonista sembra ricevere informazioni più chiare su cosa gli succede; siamo ancora lontani dalla ricostruzione e condivisione del proprio funzionamento metacognitivo, quanto più verosimilmente dinanzi alla possibilità di permettere ad una figura super partes e senza pregiudizi una prima diagnosi e l’uso di tecniche per stare meglio. La guarigione per Cristian significa unicamente non sentire la paura, quella terribile sensazione che parte dallo stomaco, accelera il respiro, fa rimpicciolire le pareti per cui l’unica via d’uscita sembra la fuga, a qualunque costo, anche attraverso metodi sofisticati. Con grande determinazione, infatti, segue i dettami del Buddha e dei monaci, medita, digiuna, procedendo secondo l’idea del “non attaccamento”, ma terapeuticamente potremmo definire la sua ostinata ricerca di non sentire il dolore come la non accettazione del dolore stesso e la messa in discussione degli obiettivi e dei compiti o tecniche per raggiungerli. Anche in questo caso il protagonista scappa, interrompe il processo di cura, probabilmente per diversi motivi. Da una parte manca la ricostruzione e condivisione del proprio funzionamento metacognitivo, e con esso una prima parte sull’autoriflessività e la presa di distanza da ciò che sono realmente rispetto a come mi sento e cosa temo quando mi trovo in situazioni relazionali spiacevoli e stressanti, che solitamente attivano strategie inappropriate e costose di fronteggiamento. D’altro canto manca una riflessione sugli obiettivi della terapia, che non possono essere rappresentati dall’illusione di utilizzare le tecniche meditative per creare il vuoto nella mente e non sentire né la sofferenza, né la rabbia. Il comportamento di Cristian equivarrebbe ad un coping di evitamento nel tentativo di perseguire l’obiettivo di non sentire il dolore, assecondando la metacredenza sulla propria incapacità di gestire la frustrazione nelle relazioni interpersonali, poiché genera emozioni soverchianti, percepite ingovernabili. Cristian riesce a vedere in modo differente la sua sofferenza nel momento in cui gli vengono poste le domande giuste, nel momento in cui incontra qualcuno che non lo critica per i suoi sbagli, che non gli dice cosa fare, ma ha il coraggio di descrivergli i suoi schemi di funzionamento. Cristian si mostra pronto a procedere verso il cambiamento, infatti, solo nel momento in cui ha chiaro il suo funzionamento, che gli viene validato, normalizzato, per cui può essere in qualche modo accettato. Solo a quel punto è messo nella condizione di occuparsene e di farci i conti, che non vuol dire “non sentire” la sofferenza, la paura, la rabbia, ma starci dentro, attraversarle, sopportarle, dirigerle, attraverso la meditazione, il thai chi, le tecniche che ha imparato nel corso dei suoi ritiri esperienziali. Diremmo in TMI che solo attraverso la costruzione di una buona relazione terapeutica, la descrizione dettagliata e accettazione del proprio funzionamento metacognitivo, individuando e costruendo parti sane che possono sostenere il sé, si può indirizzare il paziente verso il processo di cambiamento e di guarigione per costruire un percorso di vita sano con obiettivi funzionali e raggiungibili.
Talvolta noi terapeuti ci poniamo nei confronti dei pazienti come il guru dell’ashram, ma la posizione vincente, quella che davvero può aiutarli quando sono bloccati e il loro obiettivo di guarigione rappresenta un coping, più che un sano e raggiungibile obiettivo di vita, è quella che integra la solidità e inscalfibile presenza dello zio che aspetta fiducioso (ma forse poco incisivo), con il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome e fare chiarezza sul proprio funzionamento, i coping e la possibilità di avere scelta nella vita come fa Giorgia, che lo incalza, lo invita alla riflessione ma gli lascia lo spazio e il tempo necessari.
Quando il cambiamento incontra la resistenza
Il terzo momento è quello in cui Cristian cambia la sua vita e si apre al mondo e alla possibilità di provare gioia, in cui accetta la possibilità di provare anche la paura e la rabbia, quando si rende conto di poterle sentire, affrontare e governare in modo da non esserne completamente sopraffatto.
Spesso è proprio nel momento in cui i pazienti sono in grado di riconoscere i propri schemi di funzionamento e di utilizzare nuove abilità in modo funzionale, che incomprensibilmente appaiono frastornati, temono il cambiamento, oppongono delle resistenze, replicando vecchi pattern di comportamento, senza esserne davvero consapevoli. Programmano di esporsi, si propongono anche di eseguire i compiti concordati, ma poi li dimenticano, saltano la terapia, assumono atteggiamenti antitetici.
Ma proprio nei momenti di difficoltà è importante esplicitare la fatica di esporsi alle situazioni temute, validare lo sforzo che il paziente compie, riflettendo insieme sulla sofferenza che prova e le resistenze (paure) che oppone nei confronti della cura. Esattamente come fa Giorgia, talvolta in terapia è utile svelare, in alcuni casi e con oculatezza, la propria mente in azione, perché pazienti come Cristian possano ricevere un riferimento reale e concreto che la loro mente funziona come quella di qualunque altro essere umano. Sarà importante consolidare la consapevolezza di come, al di là delle peculiarità di ciascuno, sentire le emozioni sia una caratteristica universale, comune a tutti gli esseri umani, spiacevoli, dolorose o esaltanti che siano. Allo stesso modo come chiunque altro, ognuno di noi è in possesso di risorse sufficienti per poterle sentire e affrontare senza esserne totalmente sopraffatto. Avere chiarezza del proprio funzionamento facilita la comprensione e supporta il riconoscimento degli schemi maladattivi che talvolta attiviamo automaticamente, senza esserne del tutto consapevoli. Ed è proprio nel momento in cui il paziente riconosce quella sensazione che fa da trigger che dovrà porsi le domande corrette per facilitare l’autoriflessività: “lo sto facendo spinto da..?, al fine di..?” e questo in breve tempo lo riporterà a riflettere in modo metacognitivo e rimettere distanza tra il “sé” reale e la “rappresentazione di sé” che in alcune circostanze riaffiora senza che il paziente si renda conto di essere nel suo schema maladattivo.
Ci basterà mangiare il vento (2026): il ruolo del terapeuta nel cambiamento
In sintesi, in situazioni complesse e articolate, in presenza di convinzioni così nette, dinanzi alla difficoltà di creare una relazione terapeutica che punti ad una buona alleanza e al raggiungimento di obiettivi sani è più saggio porsi nella via di mezzo. Da una parte il terapeuta rappresenta una figura attraverso cui riflettere e chiarire il proprio funzionamento, che sa quale sarà il cammino (esegue un buon assessment, conosce e segue la procedura in modo appropriato), ma dall’altra prepara la strada perché il paziente possa fare il passo giusto nel momento giusto (riconosce e fa emergere le parti sane). Quando la salita è impervia o il sentiero più accidentato, pertanto, il terapeuta gli chiederà se si sente di affrontarlo, altrimenti siederà con lui fiducioso, con la stessa tenacia che ricorda quella dello zio. Allo stesso tempo però userà la perspicacia di osservare la relazione e l’alleanza nel corso dell’intervento, mostrandosi audace nel ricordargli che la strada è lì e prima o poi dovranno intraprenderla. La posizione di chi cura invita il paziente continuamente al riconoscimento del proprio funzionamento e alla presa in carico di se stesso e della propria vita, alla scelta e perseguimento degli obiettivi individuati e concordati insieme, attraverso l’uso di tecniche esperienziali e meditative che faciliteranno l’atteggiamento di presenza e ancoraggio, radicandolo nel qui ed ora.
Solo dopo aver costruito le fondamenta e preparato il terreno potremo installare l’opera d’arte nel parco in modo che resti ancorata solidamente, tanto da concederci di “magiare il vento”, per dirla con l’autore. Solo nel momento in cui il paziente sarà in grado di contattare le emozioni spiacevoli, riguardare i ricordi dolorosi che affiorano dal passato con comprensione e indulgenza, senza mettere in atto i meccanismi automatici che hanno mantenuto la patologia, solo allora potrà concedersi di permettere al vento di portare per quell’attimo via i suoi pensieri e gli sarà possibile godere della leggerezza di quel momento.