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La grammatica del brain rot: cosa si nasconde dietro il fenomeno dell’umorismo assurdo – Psicologia Digitale

Il brain rot trasforma l’assurdo in un linguaggio identitario che unisce la Generazione Z e segna la distanza dalle altre generazioni

Di Chiara Cilardo

Pubblicato il 23 Ott. 2026

Brain rot: l’umorismo assurdo che crea appartenenza tra i giovani

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 94) La grammatica del brain rot: cosa si nasconde dietro il fenomeno dell’umorismo assurdo

Teste che sporgono dai water, occhi fissi sull’obiettivo e sorrisi a denti scoperti. È una delle immagini nonsense di Skibidi Toilet, la serie di brevi video da milioni di visualizzazioni e perfetto manifesto dell’umorismo assurdo della Generazione Z.
Per chi appartiene a un’altra generazione, la reazione è smarrimento: si cerca la battuta, non la si trova e si conclude che manca un pezzo. Il pezzo mancante, in realtà, non c’è. Chi ride lo fa senza saper spiegare cosa ci sia di divertente, con la stessa spontaneità con cui, un tempo, si rideva per un banale gioco di parole.
Questo repertorio digitale di montaggi distorti, ripetizioni ossessive e personaggi decontestualizzati ha un nome: brain rot. È un umorismo che rinuncia deliberatamente alla logica, ed è così impermeabile all’esterno che l’incomprensione degli “adulti” non è un effetto collaterale, ma parte integrante del suo funzionamento perché crea un forte senso di appartenenza.
Inoltre, è un meccanismo di compensazione psicologica: di fronte al bombardamento quotidiano di notizie allarmanti (doomscrolling) e alla pressione della produttività, il brain rot risponde con l’assurdo puro, con un “caos” che disinnesca l’ansia sovraccaricando il cervello di ripetuti nonsense, quasi a voler opporre alla confusione del mondo reale una confusione digitale controllata e innocua (Kim & Chilton, 2025).

Perché il brain rot fa ridere?

Ma perché il brain rot funziona? L’umorismo non è mai solo un gioco: rispecchia i valori, i meccanismi di difesa e l’immaginario di un contesto culturale e di una generazione.
Analizzando il contrasto tra i Baby Boomer (nati tra il 1946 e il 1964) e la Generazione Z (nati tra il 1997 e il 2012), Mushtaq e Raza (2026) richiamano due teorie classiche. La prima è la violazione benigna, per cui si ride quando una norma viene infranta senza comportare conseguenze negative. La seconda è l’incongruenza, che sfrutta il corto circuito tra ciò che ci si aspetta e ciò che accade. L’umorismo diventa così uno strumento attivo: aiuta il cervello a rielaborare informazioni e scaricare la tensione cognitiva.
Gli autori evidenziano come mentre i Baby Boomer prediligono una comicità rassicurante e innocua, i più giovani si ritrovano in un’ironia cupa e spiazzante, percepita come più onesta e persino terapeutica nel supportare la gestione delle emozioni.
La differenza sta nella soglia di tolleranza dello spiazzamento. Se i Boomer cercano una battuta che non metta mai davvero a disagio, per i giovani il senso del brain rot è l’assurdo stesso. Di fronte a una testa che canta da un water non c’è una seconda interpretazione logica da svelare: la risoluzione dell’incongruenza non è razionale, ma identitaria. Chi ride lo fa perché riconosce una serie, un personaggio, un codice condiviso. Colloca l’immagine dentro un repertorio. Chi quel repertorio non lo possiede, semplicemente, resta con lo scarto non risolto (Macomis et al., (2026).

A cosa serve il brain rot?

La struttura del brain rot nasconde un meccanismo di difesa raffinato: la cornice assurda fa da scudo. Protegge dal giudizio altrui, perché è pressoché impossibile smontare o contestare una provocazione che si presenta già in partenza come priva di senso. L’umorismo si trasforma così in una risorsa strategica, che permette ai più giovani di toccare temi complessi e far circolare istanze sociali o politiche al riparo dai rischi di uno scontro frontale (Fimulkillah et al., 2026).
Si tratta a tutti gli effetti di una forma di regolazione emotiva. Se i Boomer ridono per ritrovare la serenità e un senso di sicurezza, per “mettere in pausa” i problemi e lasciarli fuori, la Generazione Z ride per disinnescare la paura: l’ironia cupa o assurda sceglie di stare dentro il disagio, trasformando ansie diffuse (come la crisi climatica o le incertezze sul futuro) in un’esperienza condivisibile e gestibile.
In questo quadro, l’umorismo funziona come un marcatore di appartenenza, in linea con i principi della teoria dell’identità sociale (Mushtaq & Raza, 2026). Le esperienze culturali e digitali condivise diventano il collante del gruppo, ma ogni confine implica inevitabilmente un’esclusione. Il prezzo di questa complicità è l’incomprensione di chi sta fuori: chi possiede il repertorio condiviso risolve il cortocircuito e si sente parte della comunità; chi non lo possiede, resta bloccato nel nonsense.

La vera natura del brain rot

La distanza tra generazioni non dipende da competenze tecniche o di conoscenza dei mezzi quanto dalle intenzioni comunicative e dai modelli di interazione. Questo chiarimento ha un’implicazione fondamentale: l’incapacità degli adulti di decifrare un contenuto assurdo non è un limite esterno né tecnologico. Le forme base della sintassi online (dalle emoji alle risate sintetiche) sono ormai un patrimonio comune. La vera barriera è di natura culturale e referenziale. Come evidenziato da Macomis e colleghi (2026), la cultura dei meme procede per “strati”: ogni rielaborazione aggiunge un livello di senso e trasforma la singola battuta in un’abitudine collettiva. Chi non ha seguito la catena di riferimenti fin dall’inizio si trova ad affrontare un linguaggio stratificato e inaccessibile, fatto di piccoli frammenti di realtà che tracciano una linea netta tra chi ride e chi resta impassibile.
È questo meccanismo che definisce il confine tra ciò che è assurdo e ciò che è semplicemente un errore. Se produrre un contenuto nonsense richiede concettualmente meno sforzo rispetto a una battuta fondata sulla logica, l’assurdo che funziona davvero possiede una sua rigida coerenza interna, decodificabile solo da chi ne padroneggia le regole (Kim & Chilton, 2025). Per l’osservatore esterno, distinguere una regola del gioco da un guasto di sistema diventa quasi impossibile.
Ed è per questo che il brain rot viene liquidato come assenza di significato, anziché riconosciuto come un codice con un senso differente: quel senso di appartenenza fondato sul contrasto tra un “noi” e un “loro”, indispensabile per le nuove generazioni che cercano di smarcarsi dai modelli e dai linguaggi di chi le ha precedute.
Finché non capiremo davvero dove finisce l’errore e dove inizia il codice, l’impressione che «gli altri non capiscono» rimarrà intatta: la dimostrazione che l’assurdo, per fare davvero ridere, ha ancora bisogno di qualcuno da lasciare fuori.

Riferimenti Bibliografici
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